08/07/25
07/07/25
Torino - Il Tar boccia la "Stanza dell’ascolto" dei pro-vita e boccia anche la Regione - Bene! Una battaglia vinta e da generalizzare
Gli antiabortisti devono andarsene. Grande vittoria per i movimenti, ma la battaglia è ancora lunga
La famigerata Stanza dell’ascolto all’ospedale Sant’Anna di Torino, regalo della Regione ai movimenti antiabortisti e ariete di sfondamento per portare la propaganda pro-vita nelle strutture sanitarie, dovrà chiudere. Accolto il ricorso al Tar presentato da Cgil e dal movimento Se non ora quando? di Torino: l’accordo tra Città della salute e i movimenti antiabortisti è illegittimo.
Un giusto epilogo per la vicenda e una giusta ricompensa per la grande mobilitazione dei movimenti sociali, impegnati ormai da diversi anni a contrastare le derive medievaliste portate avanti dalla giunta regionale e in particolare dall’assessore di Fratelli d‘Italia Maurizio Marrone, da sempre il più attivo nel mettere i bastoni tra le ruote all’autonomia corporea di ognunə.
«La grande mobilitazione regionale contro la stanza dell’ascolto ha saputo fare grandi pressioni e ha vinto – commentano dal movimento transfemminista Non una di meno –. Dopo la grande giornata di lotta del 28 settembre, in cui dopo 40 anni dall’ultima occupazione centinaia di donne, persone trans+ e alleatə hanno occupato per un pomeriggio la struttura ospedaliera denunciando la gravità di un presidio antiabortista all’interno di un ospedale pubblico, le mobilitazioni per un aborto libero sicuro e gratuito sono continuate in tante forme, tra cui il ricorso al Tar che oggi ne ha decretato l’illegittimità. Salutiamo con un "grande sorriso" l’assessore Maurizio Marrone che tanto si è speso per questo abominio e porta a casa l’ennesimo buco nell’acqua. La lotta per un aborto libero, sicuro e gratuito per tutte non finisce qui. Adesso smantelliamo pezzo per pezzo il fondo Vita nascente, pretendiamo il rifinanziamento dei consultori pubblici, l’applicazione della legge regionale sulla contraccezione gratuita, la somministrazione della pillola Ru486 in tutti gli ospedali e consultori».
La sentenza rappresenta una netta battuta d’arresto per l’ondata antiabortista piemontese, iniziata nel 2020 proprio dall’allora neo assessore Marrone con il divieto per i consultori di fornire la pillola per l’aborto farmacologico Ru486, e continuata con il Fondo vita nascente (1 milione di euro l’anno per le associazioni antiabortiste) e la Stanza dell’ascolto. Una sconfitta che non segna però la fine della battaglia: similmente a quanto accaduto negli ultimi tempi con il dl Sicurezza, non ci si può aspettare di fermare le ondate reazionarie grazie al potere giudiziario. Al massimo si possono rallentare. La lotta deve continuare anche e soprattutto nelle strade, nelle piazze, dentro e fuori ai palazzi del potere. Chissà se, senza una mobilitazione popolare forte e decisa come quella vista in questi anni, il giudizio del Tar sarebbe stato lo stesso.
In questi ultimi anni la visione del mondo reazionaria e vetero patriarcale, fino a 10 anni fa in netta fase regressiva, è tornata a imporsi grazie al risorgere dell’estrema destra: feticismo acritico per la famiglia etero patriarcale, spauracchio della sostituzione etnica, demonizzazione di tutto ciò che ha a che fare con gli ultimi 50 anni di studi di genere.
Del resto non stupisce l’ossessione dell’estrema destra, non solo italiana, per la procreazione: il recente decreto flussi, con il quale si aprono le porte a 500mila lavoratori stranieri, dimostra ancora una volta come il governo Meloni sia consapevole che non risolveremo il calo demografico italiano con le misure da operetta fascisteggiante dell’assessore Marrone, che alterna sparate moraliste e limitazioni all’autonomia corporea a ridicole mancette per pochi fortunati, come il Fondo vita nascente e il bonus Vesta. La verità è che il governo vuole braccia: braccia per i campi, braccia per l’industria, braccia per l’esercito. Tassativamente a basso costo.
Non stupisce in questo senso che il corpo delle donne e l’autonomia su quest’ultimo rimangano ancora oggi un campo di battaglia.
06/07/25
India - Donne braccianti costrette per lavorare ad asportare utero, ovaie e altri organi dell’apparato riproduttivo
Donne braccianti in India. L’orrore che rimane nascosto dietro la barbarie del lavoro da schiavi
Di fronte all’orrore di migliaia di donne costrette a farsi togliere l’utero per poter fare un lavoro da schiavi, va in frantumi ogni illusione sul capitalismo come miglior mondo possibile.
Che sia in “affitto” o sia “rimosso”, l’utero delle donne, dopo e nonostante una lunga e proficua stagione di lotte femministe, “può” e “dovrà” essere gestito a seconda delle esigenze del capitale, e della condizione socio-economica (la povertà), che si trovano ad affrontare le singole donne. La società di mercato impone le leggi su cui si fonda, quelle della mercificazione e del valore di scambio, rimuovendo il confine tra ciò che è merce e ciò che non può esserlo, Marx lo aveva detto “TUTTO DIVENTA MERCE” (Miseria della filosofia 1847)...
...Facciamo un salto in India e precisamente nelle piantagioni di canna da zucchero del Maharashtra. Ogni anno in questa zona arrivano migliaia di lavoratori stagionali. Che affrontano viaggi lunghi anche centinaia di chilometri, nella speranza di un lavoro. Quello che trovano più che un lavoro è un impiego a tempo pieno come schiavi. 15 ore di duro lavoro giornaliero, senza riposi e giorni di pausa, per tutti i mesi della durata della raccolta. Molte famiglie sono costrette a portare con loro anche i figli, che non potranno accedere alla scuola, e che dovranno aiutare i loro genitori nel lavoro, senza essere pagati. I “lavoratori-schiavi” sono costretti a faticare fino allo sfiancamento sotto temperature infuocate, e spesso non ricevono neanche i soldi, perché i loro salari vengono trattenuti dai loro padroni aguzzini, per ripagare i debiti che sono costretti a contrarre ad interessi da usura. Il meccanismo di assegnazione degli appalti della raccolta della canna da zucchero si basa su un sistema, a dir poco, per niente trasparente. Passa attraverso mediatori legati ad interessi politico-clientelari locali, di industrie che riforniscono le grandi e potenti multinazionali come Coca Cola, Pepsi-co, e Unilever, sollevandole formalmente dalle responsabilità dello sfruttamento degli operai. (Inchiesta del NYT). Ma l’orrore che rimane nascosto dietro questa barbarie di lavoro da schiavi è ancora una volta il destino delle donne, che reggono interamente il peso di questa filiera infernale che va oltre qualsiasi immaginazione.
Il 36% delle braccianti censite ha subito una “isterectomia”, gli è stato cioè asportato senza necessità, utero, ovaie e altri organi dell’apparato riproduttivo. Potrebbero essere molte di più dal momento che in India milioni di persone non hanno documenti di identità, Ad obbligarle alla rimozione degli organi sono ovviamente i loro aguzzini, i “datori di schiavitù”. In questa maniera eliminano il rischio di gravidanze, eliminando così le pause per l’allattamento, e dulcis in fundo si eliminano le mestruazioni, che in queste condizioni lavorative, mancanza di acqua, per le donne sarebbero difficili da gestire, ma soprattutto si eliminano le pause, per il cambio assorbenti. (da un articolo di Davide Longo) Viene detto ai lavoratori che hanno facoltà di decidere se restare o andare via, ma in realtà chiunque tenti di andarsene viene “catturato” e costretto a rimanere, anche perché le paghe basandosi sul meccanismo del debito, non lasciano molta scelta ai lavoratori.Inutile sottolineare che di questa condizione estrema di schiavitù, e soprattutto dell’abuso che subiscono le donne, il mondo politico che ci gira intorno, e che trae enormi profitti dal lavoro di questi stagionali, è molto variegato. Politici e leccaculo locali, ministri dell’attuale governo indiano, politici nazionalisti Indù, del Bharatiya Jamata Party, (al governo), ed anche membri dell’opposizione dell’Indian National Congress. Evidentemente il profitto unisce i padroni e i loro politici al di là della bandiera. Dall’Agro pontino a Latina fino a Maharashtra, in India anche il destino delle operaie, operai di tutto il mondo è unito dallo stesso sfruttamento, basta unire i puntini su di una mappa immaginaria, per capire quanta forza si può scatenare da questa massa di proletari, disseminati ai vari angoli del pianeta. Uniti anche loro dagli stessi interessi, farla finita con i padroni, farla finita con il capitalismo.
05/07/25
Seguire l'esempio delle operaie e operai dell'Electrolux
In fabbrica fa troppo caldo e gli operai se ne vanno: "L'azienda ha ignorato l'allerta" I dipendenti della Electrolux di Forlì hanno abbandonato il turno di lavoro alle 12:15 invece che terminare alle 17; sono state seguite da altri reparti, che hanno abbandonato le postazioni. La decisione unilaterale è stata presa dopo che nella struttura, fanno sapere i sindacati, si sono toccate temperature vicino ai 40 gradi.
03/07/25
La formazione rivoluzionaria delle donne riprende a settembre
02/07/25
La festa dei ricchi, la fame dei popoli. Riflessione sulla trilogia Hunger Games di Suzanne Collins
C’è una saga letteraria e cinematografica che, a dispetto della sua confezione commerciale, racconta una storia dura e attuale. Hunger Games, scritta da Suzanne Collins tra il 2008 e il 2010, narra di un mondo diviso tra una Capitale ricca e crudele chiamata Capitol City, e una serie di Distretti impoveriti, oppressi e sfruttati. Ogni anno, due ragazzɜ da ogni Distretto vengono sorteggiatɜ per combattere a morte in un’arena televisiva, uno spettacolo di violenza che serve a mantenere il controllo e a distrarre chi subisce. La protagonista, Katniss Everdeen, si offre volontaria per salvare la sorella, dando vita a una storia di sopravvivenza, sacrificio e ribellione.














