25/05/22

BRACCIANTATO FEMMINILE E MIGRANTE AL SUD

(Da infoaut)


È da poco uscito il report curato da ActionAid (Cambia Terra. Dall’invisibilità al protagonismo delle donne in agricoltura, 2022, relativo a una ricerca condotta sul campo per raccogliere dati sullo sfruttamento delle donne nell’agricoltura meridionale.

“ActionAid ha concentrato le sue attività nell’Arco ionico, in particolare nei Comuni di Grottaglie e Ginosa in Puglia, Scanzano Jonico e Matera in Basilicata e Corigliano-Rossano in Calabria. […] L’Arco ionico è caratterizzato da un’ampia superficie agricola destinata principalmente all’ortofrutta (fragole, angurie, pesche, albicocche, pomodori, cavolfiori, finocchi, peperoni, asparagi, mandorle, etc.), all’agrumicoltura e alla viticoltura. La scelta di intervenire in particolare in quest’area dell’Italia meridionale è legata alla grande rilevanza a livello nazionale delle filiere agricole che la caratterizzano, in cui la componente lavoro è fondamentale per realizzare le produzioni più diffuse” (ActionAid, Cambia Terra, cit., p. 45).

Chiaramente il dato ufficiale dei braccianti agricoli impiegati in questi territori non tiene conto dell’esercito degli invisibili che vivono di lavoro nero, irregolari e alloggiati in maniera precaria negli stessi territori di produzione. Braccianti spesso senza permesso di soggiorno e privi di una qualsiasi forma di tutela contrattuale, nonostante il blocco imposto dalla pandemia abbia favorito un maggior utilizzo di braccianti comunitari viste le “maggiori” misure di controllo. Nella fase pandemica, infatti, si è registrata anche un’inversione di tendenza delle politiche occupazionali in agricoltura. La paura del blocco produttivo per l’impossibilità di raggiungere i campi da parte della manodopera comunitaria ed extracomunitaria ha dato luogo alla sperimentazione di iter burocratici semplificati per l’ottenimento di permessi di soggiorno e contratti lavorativi. Da forme di apartheid a forme “inclusive” a solo vantaggio dei proprietari terrieri. Nonostante ciò, molti studi fanno emergere la sostanziale inadeguatezza di tali politiche rispetto al problema del lavoro nero svolto spesso in condizioni di schiavitù e, visti i livelli retributivi, in un regime che potremmo definire di lavoro gratuito.

Dalla lettura dei dati raccolti dai censimenti agricoli si evidenzia una drastica riduzione di aziende agricole e una diminuzione, meno evidente, di superficie agricola utilizzata (SAU), che confermano il “fenomeno di concentrazione dei terreni agricoli e degli allevamenti in un numero sensibilmente ridotto di aziende […] dove la principale dinamica strutturale è stata quella della ricomposizione fondiaria. […] Le trasformazioni intervenute nel corso degli anni nel settore primario hanno comunque avuto un impatto sulla composizione e sull’intensità del lavoro agricolo. Alla riduzione del numero di aziende e della superficie agricola utilizzata, oltre che ai cambiamenti organizzativi intervenuti (si pensi ad esempio all’incremento e miglioramento della meccanizzazione), è seguita una minor esigenza di impiego di lavoro. (sottolineatura nostra). La diminuzione complessiva delle giornate di lavoro impiegate in agricoltura ha riguardato tuttavia prevalentemente la componente lavorativa familiare, mentre quella non familiare, e in particolare quella saltuaria, è aumentata. Quindi alle aumentate dimensioni aziendali è corrisposto un minor contributo della famiglia alla manodopera agricola e un maggior ricorso a manodopera extraziendale, in particolare quella avventizia di provenienza straniera”.

La maggiore produttività e il minor lavoro necessario grazie alla meccanizzazione non si spalma uniformemente ma, da una parte, crea la necessità per il capitale di un soccorso statale al reddito con misure di sostegno ai cittadini bisognosi e, dall’altra, crea forme di concentramento del lavoro su una residua parte della classe lavoratrice, anche migrante, che vede diminuire il salario e aumentare o intensificare le ore di lavoro.

Il report di ActionAid sulla situazione dell’agricoltura nell’Arco ionico si focalizza sulla condizione femminile e migrante. “Nello specifico, le operaie agricole sono 22.702, 16.801 italiane e 5.901 straniere, di cui il 76% è costituito da comunitarie, soprattutto rumene e bulgare, con una netta prevalenza delle prime sulle seconde. Nel periodo 2012-2018, le lavoratrici rumene costituivano il 15% della forza lavoro femminile, mentre le lavoratrici bulgare il 2,7%, percentuali che nel 2020 hanno registrato una significativa contrazione, rispettivamente del 25% e del 42%, ulteriormente aumentata a seguito dello scoppio della pandemia. Tale trend è interpretato non tanto come una fuoriuscita dal mercato del lavoro tout court, ma come uno scivolamento in situazioni di irregolarità lavorativa di difficile misurazione. Spinte dalle difficoltà economiche e dalle scarse opportunità lavorative, le donne rumene e bulgare arrivano generalmente nell’Arco ionico direttamente dal Paese di origine, senza conoscere la lingua e con scarse informazioni. Trovano subito un impiego grazie all’intermediazione di un/a conoscente o di un/a familiare già impiegato/a in agricoltura nell’area. A volte sono gli stessi caporali che operano in Puglia a reclutare le donne andando personalmente nelle zone agricole della Romania. […] La loro giornata lavorativa inizia tra le 4.00 e le 4.30 del mattino. Per raggiungere il posto di lavoro utilizzano la corriera o macchine spesso gestite dagli stessi caporali. Circa la metà delle 119 donne incontrate ha dichiarato di lavorare in più aziende contemporaneamente, nonostante le difficoltà di spostamento tra i diversi luoghi di lavoro” e di avere condizioni lavorative al limite della sopportazione umana, senza servizi igienici, pause, presidi di sicurezza e altre tutele. “Hanno in sostanza rilevato la loro subalternità agli occhi di caporali e datori di lavoro che le considerano numeri perché, come una lavoratrice ha sottolineato, «non siamo donne, siamo le cassette che riempiamo»”
Inutile dire che i turni di lavoro e le precarie condizioni di vita non permettono, per le donne ancora di più che per gli uomini, forme di organizzazione collettiva per rivendicare migliori condizioni di lavoro.

Le braccianti spesso lavorano in più aziende, distanti tra loro anche centinaia di chilometri. Questo dato estende considerevolmente l’orario di lavoro. La condizione è aggravata dalla difficoltà ad accedere ai servizi pubblici sia a causa della mancanza di tempo libero sia per problemi linguistici. La condizione femminile si aggrava ancora di più in presenza di minori da accudire... sopperiscono alla mancanza di asili o comunque di servizi pubblici, grazie all’aiuto di madri, suocere o altre parenti. Alcune volte sono costrette a organizzarsi differentemente creando privatamente in alcune case piccoli asili irregolari gestiti a pagamento da connazionali. In casi estremi “c’è poi chi, in mancanza di alternative, in alcune giornate si ritrova costretta a portare con sé le figlie o i figli sul posto di lavoro”. 

Per le braccianti, accanto alle difficoltà lavorative, compaiono spesso le molestie sessuali da parte degli sfruttatori. Le donne che si oppongono ai tentativi di abuso hanno successivamente maggiori difficoltà a trovare lavoro anche presso altre aziende. “Mi è capitato tantissime volte e me ne sono sempre andata. All’inizio sembrano cortesi, dicono frasi che possono sembrare dei complimenti, come se non ci fosse niente di male. Però, poi, una parola tira l’altra e si arriva sempre a quello. Ormai me ne accorgo subito. Allora saluto con educazione e me ne vado via. A volte insistono, anche telefonicamente. Mi chiamano e chiedono: «Ma non vuoi accettare il lavoro?». Sono uomini italiani quelli che fanno così. Sanno che siamo straniere e siamo in forte difficoltà economica. Pensano che io sia una poverina buttata lì, una morta di fame e che il bisogno mi spinga a fare altro”.

I dati sulla Calabria nel Report del Crea. In linea con i dati nazionali, anche in Calabria il numero di aziende negli ultimi dieci anni è diminuito del 28% mentre è aumentata del 4% la superficie totale lavorata. Meno soggetti, maggiore produzione. Un peso rilevante in termini produttivi è rappresentato dalle coltivazioni arboree con il 41% della SAU complessiva regionale e con un incidenza di manodopera (soprattutto nella fase della raccolta) elevata. “All’interno delle legnose ben 172.210 ettari sono rappresentati dall’olivo (73% della SAU investita a colture arboree), presente nell’83% delle aziende calabresi”.In effetti il 57% della produzione ai prezzi di base dell’agricoltura calabrese “è composta da soli 3 prodotti: quelli olivicoli (19%), quelli agrumicoli (10%), patate e ortaggi (27%)”
Proprio in questi ambiti, nella raccolta di olive ma soprattutto in quella d’agrumi fra le piane di Sibari e Gioia Tauro, si registrano il maggior impiego di manodopera e la gran parte dei casi di sfruttamento di lavoratori migranti. Secondo i dati della Banca d’Italia del 2019, in Calabria il settore agricolo assume un peso rilevante in quanto “rappresenta circa il 6 per cento del valore aggiunto, oltre il doppio del corrispondente dato nazionale. In esso trova impiego circa il 15 per cento degli occupati, l’incidenza più alta tra le regioni italiane” (Banca d’Italia, L’economia della Calabria, n. 18, giugno 2019).

“Negli ultimi 40 anni in Calabria la popolazione straniera è cresciuta enormemente. Si passa dai 2,5 mila nel 1981 agli oltre 100 mila del 2019 che rappresentano il 5,5% della popolazione calabrese. La popolazione straniera più numerosa è quella dei romeni con il 31,8%, seguita da quella del Marocco (13,8%) e dai bulgari (6,1%). Nel 2019 è la provincia di Cosenza (35.559 unità) seguita da quella di Reggio Calabria (32.870) ad avere il maggior numero di stranieri soggiornanti. Seguono nell’ordine le province di Catanzaro (19.140), Crotone (12.789) e Vibo Valentia (8.136). […] Negli ultimi anni la presenza di lavoratori stranieri nell’agricoltura regionale si è sostanzialmente stabilizzata e si aggira intorno alle 30mila unità in larga parte comunitarie (70%).Sono il settore agrumicolo nella Piana di Rosarno e di Sibari, seguito da quello orticolo (cipolle lungo la costa tirrenica da Vibo a Cosenza, finocchi nel Crotonese) i comparti che richiedono il maggiore impiego di manodopera straniera”

“La presenza di questa manodopera a basso costo e flessibile permette agli agricoltori di tenere il costo del lavoro all’interno dei limiti dettati dai bassi margini di profitto. Molti agricoltori si ritengono “costretti” ad abbassare il costo del lavoro perché soffocati dalla grande distribuzione organizzata e dalle imprese di trasformazione (degli agrumi) che pagano la materia prima al di sotto di un prezzo equo (le arance per la trasformazione vengono pagate soltanto 3 centesimi al chilogrammo)” (ivi, p. 183).
In realtà, quello che avviene è soltanto un ripresentarsi ciclico dei meccanismi di produzione e riproduzione del capitale lungo tutta la filiera del valore. Nessuna “costrizione”, dunque. Ma è, quasi sempre, un’accettazione sic et simpliciter del modello di produzione imposto.

...la valorizzazione del capitale passa attraverso l’automazione in tutti i campi dell’economia, generando, oltre che un minore impiego di forza lavoro, un aumento delle ore lavorate per quei “pochi” lavoratori che subiscono anche un peggioramento delle condizioni di base. L’ampliamento, nel settore agricolo, delle dimensioni aziendale, attraverso processi di accorpamento e spossessamento forzato, produce una concentrazione di capitale – una sorta di “americanizzazione” del comparto – che condurrà inevitabilmente ad un mercato monopolizzato da pochissimi gruppi societari.

Se pensiamo che già in alcune grandi città Amazon si occupa di recapitare a casa anche la cassetta di ortofrutta, abbiamo un quadro di quello che sarà il prossimo sviluppo del comparto agricolo in Italia e nel mondo. Molto probabilmente anche l’italianissima idea dei Gruppi di Acquisto Solidali (GAS) verrà sussunta e integrata (come già avvenuto per il cosiddetto “commercio equo e solidale”) nelle grandi piattaforme della logistica: avremo grandissimi magazzini colmi di alimenti organici e biologici pronti per essere consegnati a prezzi concorrenziali attraverso team di riders.

La redazione di Malanova 

23/05/22

A Roma contro il diritto d'aborto, Lega, fascisti e monarchici sfilano "per la vita" e fanno la guerra insieme agli ultraconservatori russi

"Scegliere la vita è urgente e importante in un paese in pieno inverno demografico, ma anche conveniente e produttivo", questo messaggio, scandito più volte al megafono dai promotori della manifestazione, spiega molto più di tante parole la natura di classe e politica dell'attacco al diritto di aborto.

(Dall'opuscolo del Mfpr:"Diritto d'aborto perchè SI!") 

Tutti i paesi capitalisti, mentre da un lato hanno sempre attaccato il diritto d'aborto perchè rappresenta in un certo senso il cuore della libertà di scelta delle donne e questo chiaramente si scontra con la funzione delle donne nel sistema borghese; nello stesso tempo in alcuni periodi e in alcuni paesi hanno utilizzato l'aborto, con un ritorno e rinnovo delle teorie malthusiane, di politiche di impedimento delle nascite, come sterilizzazione forzata (India, Perù), selezione di genere – unica eccezione è stata la Cina nel periodo della Grande rivoluzione culturale proletaria dove si affermava che i “paventati rischi della cosiddetta “esplosione demografica” erano un'invenzione delle superpotenze contro i paesi del Terzo mondo.

Dall'altra parte abbiamo, come oggi, politiche di incentivazione alle nascite quando c'è un profondo squilibrio demografico, di forze-lavoro. Le leggi contro l'aborto sono prima di tutto leggi profondamente classiste, borghesi e reazionarie. Esse penalizzano la maggioranza delle donne: le ricche possono abortire, le povere muoiono.

Per gli Stati, i governi, la Chiesa, è molto importante esercitare il controllo sociale sulla riproduzione della donna, specialmente in tempi di crisi. Il sistema capitalista nella sua fase morente porta a rompere i precedenti ruoli e rapporti che fungevano da puntello sociale, ideologico, pratico della conservazione di questo sistema. E’ il capitalismo stesso che distrugge, introduce abbrutimento, imbarbarimento, per imporre la legge del suo profitto, la sua dittatura.

Per impedire che tutto questo porti ad una disgregazione generale, incontrollabile, lo Stato risponde con il moderno medioevo, in cui riaffermare i valori più conservatori, oppressivi, la morale reazionaria e i valori della famiglia tradizionale, in contrasto con il modo di vivere della maggioranza delle donne. I nazisti misero la maternità su un piedistallo e l’aborto arrivò ad essere un simbolo di degenerazione, perché la famiglia era uno strumento importante di controllo sociale. 

La lotta contro l'aborto è un terreno centrale su cui la borghesia riversa e sparge continuamente l'humus oscurantista, da moderno medioevo contro le donne come una delle basi ideologiche e politiche determinanti per lo sviluppo di un moderno fascismo necessario a mantenere il suo potere economico e politico, un potere che attraverso le politiche reazionarie e antipopolari dei propri governi, si concretizza in un doppio attacco contro le donne per frenarne il cammino di emancipazione.

Per questo, per le donne, per il movimento di lotta di liberazione, la battaglia per difendere il diritto d'aborto diventa centrale. E' parte importante della battaglia rivoluzionaria per cambiare tutta la società borghese. 

Da il fatto quotidiano (22 MAGGIO 2022)

Marcia per la vita a Roma: tra le organizzazioni che hanno aderito anche legami con estrema destra, Lega e ultraconservatori russi

I promotori dell'iniziativa nella capitale sono gli stessi che nel 2019 hanno organizzato il World Congress of Families di Verona, presieduto da Toni Brandi, leader dell’associazione “Pro Vita & Famiglia”, in prima fila all’evento di sabato 21 maggio, storicamente vicino all'estrema destra e i cui legami con Roberto Fiore sono più volte emersi sulla stampa

Sono tornati in piazza ieri a Roma i gruppi antiabortisti e “pro vita”, protagonisti di una marcia terminata davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano. Tra i politici che hanno partecipato ci sono Simone Pillon (Lega) e Isabella Rauti, a capo di una delegazione di Fratelli d’Italia. Ma alla manifestazione hanno aderito anche un centinaio di associazioni, tra cui “Difendiamo i nostri figli”, le sigle del Family Day e “CitizenGo”, che ha nel suo consiglio d’amministrazione il russo Alexey Komov, legato all’oligarca Konstantin Malofeev, sotto sanzioni dal 2014 e grande finanziatore dei movimenti ultraconservatori “Difendiamo i nostri figli” e delle sigle del Family Day. I promotori dell’iniziativa nella capitale sono gli stessi che nel 2019 hanno organizzato il World Congress of Families di Verona, presieduto da Toni Brandi, leader dell’associazione “Pro Vita & Famiglia”, in prima fila all’evento odierno. Brandi è ritenuto storicamente vicino all’estrema destra, i suoi legami con Roberto Fiore sono più volte emersi sulla stampa. Sul sito del congresso di Verona, Brandi racconta di aver diretto negli anni ‘80 la filiale inglese dell’agenzia di viaggi “Transalpino”. Questa società, fondata dalla famiglia Jannone, tra gli anni ’70 e ’80 aveva sedi in tutta Europa e veniva usata dalle organizzazioni della destra eversiva per dare copertura ai latitanti.

Eppure al convegno di Verona presero parte molti politici di primo piano del centrodestra. Erano presenti l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, la leder di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni oltre al ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e a quello della Famiglia e della disabilità Lorenzo Fontana. E poi l’europarlamentare forzista Elisabetta Gardini, il senatore Simone Pillon e i due presidenti regionali leghisti, Massimiliano Fedriga e Luca Zaia. Tra gli ospiti d’onore presenti all’evento c’erano anche l’arciprete ortodosso Smirnov, celebre per le sue affermazioni misogine, in rappresentanza del patriarca moscovita Kirill molto vicino al presidente russo Vladimir Putin. Tra i relatori non mancava il monarchico legittimista Louis de Bourbon, nipote del dittatore spagnolo Francisco Franco. Il 31 marzo si tenne una marcia per la famiglia e salì sul palco anche il già citato Alexey Komov, che ha sostenuto la manifestazione di ieri a Roma. Difficile, ma non impossibile, ipotizzare che nel 2019 a Verona Salvini non fosse a conoscenza dell’ingombrante passato di Brandi. Già nel novembre del 2016 il leader della Lega appariva in un video comparso sulla pagina Facebook “Pro Vita Onlus” proprio accanto a Brandi, entrambi erano a Mosca per partecipare ad un evento sulla famiglia.

Agli eventi della “World Congress of Families” i russi hanno del resto sempre avuto una presenza importante. Nel 2018 in Moldavia erano intervenuta Yelena Mizulina, oligarca sanzionata dal 2014 e Natalia Yakunina, moglie dell’oligarca Vladimir Yakunin, ex generale del Kgb, ex capo delle ferrovie russe e confidente personale di Vladimir Putin. Tra gli italiani si notava la presenza di Alessandro Fiore (figlio del fondatore di Forza Nuova Roberto Fiore) e, di nuovo, di Toni Brandi.

Il nome di Brandi è segnalato a più riprese nella documentazione processuale sull’eversione di destra: una nota della Legione Carabinieri di Padova riportava che il neofascista latitante Mauro Meli era fuggito a Londra usando il falso nome di Mario Grasso e aveva stretto contatti con Antonello Brandi della agenzia “Transalpino” locale. Anche il politico di estrema destra Stefano Delle Chiaie, coinvolto e assolto nei processi sulle stragi di piazza Fontana e della stazione di Bologna, racconta un incontro con Brandi nella propria autobiografia, “L’Aquila e il Condor”. Inoltre qualche giorno dopo la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, venne fermata in Costa Azzurra Louise Ann Kemp, amante del neofascista Marco Affatigato, esponente di Ordine Nuovo. La donna venne trovata in possesso di un biglietto di viaggio fornito dalla “Transalpino Ltd”, la filiale inglese diretta da Brandi. Riporta un’informativa del Ministero dell’Interno che ad affiancare alla direzione della “Transalpino” inglese Antonio Brandi era Aldo Vittorio Bevacqua, il quale figurava all’epoca nel comitato di redazione della rivista a tema ordini cavallereschi “Adunata”, presieduto dal principe massone Giovanni Alliata di Montereale. Il nobile siciliano era stato già indicato dal bandito Gaspare Pisciotta tra i mandanti della strage di Portella della Ginestra in cui, il primo maggio 1947, vennero uccise 14 persone. Nel 1974 Alliata era fuggito dall’Italia perché colpito da mandato di cattura con l’accusa di “cospirazione politica mediante associazione”, emesso nell’ambito dell’inchiesta sull’organizzazione eversiva neofascista “Rosa dei Venti”.

22/05/22

"La crisi del lavoro e il suo doppio" - Un'analisi della condizione femminile di Carla Filosa

Pubblichiamo molto volentieri un articolo inviatoci dalla Filosofa marxista Carla Filosa, apparso sulla rivista La Contraddizione nel dicembre 1993.


LA CRISI DI LAVORO E IL SUO DOPPIO

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Carla Filosa 1

Come un fulmine, il vostro antico comandamento

di essere buona e di vivere bene, mi ha squarciata in due parti.

Qualcosa dev’essere sbagliato nel vostro mondo.

[Bertolt Brecht, L’anima buona del Sezuan - scena del tribunale]


Donne come rapporti di capitale

Affrontare lo specifico del lavoro femminile qui ed ora, cioè all’indomani dell’accordo del 3 luglio e in Italia (stato, nazione o “espressione geografica”?), diviene significativo solo se rinvia all’analisi della nuova divisione del lavoro capitalistico-transnazionale a livello mondiale. Se infatti volessimo toccare l’argomento limitatamente a ciò che l’esperienza rende evidente, avremmo l’ormai consueta, e purtroppo appagante di per sé, conoscenza irrazionale del razionale - per dirla con Hegel; ovvero potremmo tutt’al più arrivare a costruire una rappresentazione soggettiva del fenomeno in questione, senza accedere alla dovuta concettualizzazione della situazione globale, la cui determinazione soltanto ci dà conto delle sue differenze interne. Ciò che si vuole evitare, in altri termini, è quella sosta inerziale sulla concezione separata del femminile, in specie nella sua particolarità lavorativa, come un che di socialmente assegnato, di negativo, di contrario o contraddittorio, ecc., senza mai riuscire a giungere alla sua costituzione in termini di realtà universale.

Analoga errata concezione (da sottoporre nella prassi al confronto critico con un diffuso sapere basso, per lo più di ispirazione differenzialista) sarebbe ancora quella di individuare, come fissata, la subordinazione o coordinazione dei ruoli femminili - per dar luogo al fine a sterili conoscenze episodiche, e peggio, a strascichi di conseguenti prese di posizioni politiche dal dubbio esito (ad esempio, le “quote” riservate, senza un’adeguata strategia di sostegno) - e non invece cogliere la relazione di quegli stessi ruoli nel progressivo mutamento del loro determinarsi. Chi poi volesse ridurre a mero calcolo statistico la problematica riguardante l’occupazione femminile, e di qui risalire a considerazioni di natura sociale, storica o addirittura psicologica, non farebbe altro che rabbassare ogni possibilità della sua concettualizzazione alla rappresentazione approssimata dei soliti morti segni tra loro affatto estrinseci, e pertanto privati dell’effettiva significatività ed incidenza di trasformazione sul reale.

Ciò che si vuole proporre è, al contrario, l’analisi della totalità socio-economica tanto nella sua determinazione storica materiale quanto in quella riflessiva, secondo le categorie marxiane, che pongono la centralità del modo di produzione a criterio scientifico di collegamento delle determinazioni opposte insite nel lavoro salariato (oggi interne anche alla contrattazione di crisi: d’ingresso, interinale, ecc.) e nel rapporto di capitale. Ricondurre ad unità analitica le variegate forme dell’attuale divisione internazionale del lavoro significa pertanto poter individuare, entro lo stesso processo storico, le differenze (tra cui il lavoro femminile od anche la “femminilizzazione” dei lavori) poste - e non rozzamente trovate - dal punto di vista della loro interna dinamica e relazionalità, nonché funzionalità al sistema, differenze caratterizzate perciò dalla violenza strutturale ma anche dall’ineluttabile caducità del loro esser tali. Quest’ultimo punto permette inoltre di cogliere le trasformazioni storiche non come banali veicoli di “novità”, o mistificazioni reazionarie del tipo “l’Italia che cambia”, ma come elementi di transizione epocale, ovvero di materializzazione dei rapporti sociali la cui direzionalità può indicare una fuoriuscita dal sistema, che la soggettività cosciente può allora organizzare e accelerare secondo le forme possibili.

Dai problemi lavorativi alla subordinazione sociale in toto dell’universo donna, a livello mondiale e locale, è rilevabile infatti la specificità “sessuata” dell’estrazione di plusvalore, entro però la costante trasformazione della valenza storica di tale differenziazione, e quindi entro la sua combattività come necessaria possibilità di superamento sia della propria condizione sia del sistema, senza dover ricorrere ad ipotetiche quanto metafisiche “differenze”, capaci al più di interpretare staticamente l’esistente o porlo come altro rapporto di forza rivendicativo accanto agli altri già dominanti. Va da sé che ogni analisi e denuncia delle condizioni di inferiorità sociale è strumento indispensabile di coscienzializzazione e lotta. Proprio perciò non può limitarsi alla doléance o al “risentimento” o all’accaparramento di meri diritti rivendicativi legati all’immediatezza politica, al contare tout court e comunque, se non si vuole perpetuare il disegno di un sistema che sopravvive in quanto è sempre più capace di creare la sublternità, la mendicità sofferente, o per farne voti o per esibirla, una volta entrata nel gioco delle regole stabilite, come arma di ricatto omologante contro coloro che ne sono rimasti fuori, e non potranno che continuare a lottare, soli, contro la fame e la morte. Individuare la logica della ghettizzazione per distruggerne i presupposti, significa allora portare la lotta per l’emancipazione oltre la separatezza voluta dal capitale, e, tendenzialmente, dentro i gangli stessi della sua riproducibilità “superabile”, non certamente eterna.


Sfruttamento sul versante femminile

Tutta la letteratura che ultimamente si è interessata al modo in cui il lavoro capitalistico ha liberato la donna - sin dalla prima lontana rivoluzione industriale che

Usa/Oklahoma cancellato l'aborto! Dopo che la Corte suprema intende annullare la legge del 1973 che garantisce il diritto all'aborto

Gli Stati Uniti, indipendentemente se a capo c'è Trump o Biden, sono sempre più un coacervo delle più medioevali/patriarcali/sessiste concezioni, politiche, e leggi. Questo barbaro e putrefatto paese - che sbandiera i suoi valori "democratici", liberali, ma solo per fare le guerre e continuare ad imporre il suo dominio decadente nel mondo - fa concorrenza ai regimi più feudali del Terzo mondo; e, non a caso, soprattutto in tema di diritti delle donne, come dei neri, immigrati. 

Non è neanche un caso che queste leggi e provvedimenti medioevali vengano fuori oggi, in cui gli Usa sono impegnati ad alimentare una terza guerra imperialista mondiale, e questo al suo interno richiede/pretende unità sui valori conservatori/fascisti, e repressione di ogni diritto di scelta, di messa in discussione dell'"American way of life". E, in questo, il diritto d'aborto rappresenta per lo Stato imperialista Usa uno dei simboli principali, un concentrato di una "messa in discussione".

Per questo la lotta per difendere il diritto d'aborto - per cui nelle scorse settimane vi sono state grandi manifestazioni - e per impedire le leggi reazionarie, è una lotta che tocca il cuore dell'America, è una lotta strategica tra medioevo imperialista e civiltà dei proletari e delle masse popolari, ed è una lotta di classe tra la borghesia reazionaria e putrescente che fa concorrenza ai talebani e le donne proletarie, più povere, le immigrate, che non hanno scelta.

Per questo la lotta per difendere il diritto d'aborto, negli Usa, come in Polonia, come in Italia, ecc., è una lotta che ha che fare con la rivoluzione proletaria e che tutti i proletari, i rivoluzionari devono sostenere. 

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USA - Vietato dalla fecondazione. Uniche eccezioni stupro e incesto, ma solo se sono stati denunciati. Come in Texas, i cittadini potranno citare in giudizio donne, medici e tassisti. Multe fino a 10mila dollari.

L’Oklahoma ha approvato uno dei disegni di legge sull’aborto più restrittivi degli Stati uniti, vietando le interruzioni di gravidanza a partire dalla fase di «fecondazione», vale a dire prima che l’ovulo si impianti nell’utero, cioè non oltre le sei settimane, quando molte donne non sono nemmeno in grado di rendersi conto di essere incinta. Il provvedimento ora passa al governatore repubblicano Kevin Stitt, ma il futuro non dovrebbe riservare nessuna sorpresa: Stitt si è impegnato a firmare «ogni atto legislativo che limiti l’aborto».

La nuova legge consente ai cittadini di citare in giudizio chiunque, ovunque, «aiuti o favorisca» una donna a interrompere la gravidanza, inclusi medici, infermieri, amici e perfino gli autisti di Uber che la accompagnano in clinica. Per i denunciati sono previste sanzioni fino a 10mila dollari e denunce per «sofferenza emotiva».

Eccezioni solo per le emergenze mediche o se la gravidanza è risultato di stupro, aggressione sessuale o incesto, ma solo se questi reati sono stati denunciati alle forze dell’ordine.

IL DISEGNO DI LEGGE dell’Oklahoma «non è un altro divieto, è il primo – ha affermato Emily Wales, presidente ad interim e ceo di Planned Parenthood Great Plains, per l’area che comprende Arkansas, Kansas, Missouri e Oklahoma – L’Oklahoma sarà il primo Stato del Paese a bandire completamente l’aborto, anche ora che Roe è ancora in vigore. Quel poco accesso all’aborto rimasto nello Stato scomparirà e la crisi affrontata dalle donne dell’Oklahoma peggiorerà. La legge incoraggia i cacciatori di taglie a citare in giudizio i loro vicini. Un capovolgimento della storia che avviene davanti ai nostri occhi».

Nessuno Stato finora aveva vietato l’aborto a partire dalla fecondazione. La legge dell’Oklahoma tenta di farlo impiegando una tattica legale ormai sdoganata dai tribunali: usando la collaborazione attiva dei civili. Il primo Stato a richiedere l’aiuto dei cittadini è stato il Texas, che dopo una serie di ricorsi ha ricevuto il benestare delle corti inferiori per usare i propri residenti come informatori da ricompensare economicamente, a dimostrazione che vi sono ora più protezioni stratificate a difesa delle leggi anti-aborto mentre si attende la decisione della Corte suprema.

A FINE GIUGNO Scotus si esprimerà sul destino di Roe vs Wade, la sentenza che dal 1973 garantisce il diritto all’aborto a livello federale. Nell’attesa che questa Corte suprema a guida conservatrice cancelli la sentenza, i repubblicani si sono già affrettati a scrivere leggi per limitare l’accesso all’aborto in quasi 23 Stati. La nuova norma che sta per entrare in vigore in Oklahoma stabilisce un ulteriore pericoloso precedente.

Gli attivisti che si battono per il diritto all’aborto si stanno preparando alla battaglia legale. Il deputato democratico Monroe Nichols, rispondendo ai colleghi repubblicani che festeggiavano per il passaggio del disegno di legge che, a loro dire, «difende vite innocenti», ha affermato che «c’è un’altra vita innocente a cui dovremmo pensare, la vita della persona incinta che sta affrontando la decisione se abortire o meno. Non possiamo perdere questo punto di vista a causa dell’avversione per qualcosa che riteniamo possa essere malvagio», ha detto Nichols, aggiungendo che la legge in realtà non difende nessuno, ma essenzialmente mette «sotto processo» le donne che abortiscono.

NEL DIBATTITO al Congresso dell’Oklahoma i toni sono stati molti accessi. La deputata dem Cyndi Munson, nello scambio con uno sponsor repubblicano del disegno di legge, ha sottolineato che molte donne, in particolare le più giovani, vittime di incesto o violenza sessuale, non denunciano alle forze dell’ordine. «Puoi spiegarmi perché ti sta bene che una persona porti avanti una gravidanza dopo che è stata violentata o ci sono stati casi di incesto? Capisci cos’è l’incesto, giusto? Ed è una cosa che ti va bene?». (da Il Manifesto del 21.5.22)

21/05/22

Le lavoratrici nella giornata di lotta contro la guerra del 20 maggio portano tutta la loro rabbia e determinazione - il 9 giugno dalle ore 17 Assemblea nazionale telematica Donne/Lavoratrici

Chiediamo alle varie realtà in cui si è scioperato/manifestato il 20 maggio di farci pervenire foto, video, informazione sulla partecipazione delle lavoratrici

A Palermo:

vedi  video



A Taranto

A Firenze 

Vittoria, morire per lavorare


All'alba del 19 maggio è morta Vittoria De Paolis, una bracciante, il pulmino su cui viaggiava con altre braccianti per un sorpasso azzardati del conducente (probabilmente per la fretat di arrivare sui campi) si è schiantato con un auto sulla statale 172, 
tra Turi e Casamassima, ferite altre quattro lavoratrici che viaggiavano e lavoravano nei campi con lei.
La 172 è comunque considerata dai residenti dei due paesi e da chi la percorre spesso, una strada molto pericolosa teatro di incidenti. La strada è solo a due corsie, percorsa anche da trattori  
"Quello di questa mattina è l'ennesimo tragico episodio dell'interminabile scia di sangue che continua a funestare il mondo del lavoro agricolo...Con l’approssimarsi della stagione estiva e, con essa, l’avvio delle grandi campagne di raccolta in Puglia si ripropone, con drammatica puntualità, il tema dei trasporti e della messa in sicurezza delle centinaia di braccianti che all’alba si spostano per raggiungere i luoghi del lavoro». 

19/05/22

Conferenza stampa ieri a L'Aquila in occasione del processo a 31 compagne e compagni che avevano manifestato contro la tortura del 41bis e la persecuzione di Nadia Lioce. Report a cura del MFPR aq


Di fronte a un tribunale blindato da carabinieri, digos e polizia, con 2 blindati della celere venuti da Roma, si è tenuta ieri a L’Aquila una conferenza stampa per rilanciare la lotta contro il 41 bis, la solidarietà alle prigioniere e prigionieri politici e più in generale la lotta contro la repressione di tutto il movimento di classe.

L’occasione è stata data dall’inizio dell’udienza per 27 di 31 compagne e compagni, imputati per aver manifestato, il 24 novembre 2017, contro la tortura del 41 bis e l’accanimento vessatorio dell’amministrazione penitenziaria nei confronti della prigioniera politica Nadia Lioce.

Presenti compagni/e di L’Aquila, Taranto, Torino, Napoli, Roma, singolarmente, come imputati e solidali, e come delegazioni del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario, Soccorso rosso proletarioSoccorso Rosso InternazionaleRete dei Comunisti.

Si è denunciato innanzitutto il clima intimidatorio in cui si è svolta la conferenza, che avrebbe dovuto tenersi al chiuso di un locale di fronte al Tribunale, mentre all’ultimo minuto il titolare ha ritirato la sua disponibilità ad ospitarla, “consigliato” da alte autorità. Nonostante si tenesse in contemporanea un processo per omicidio, l’imponente spiegamento delle forze dell’ordine “era lì per noi”, come ha sottolineato un giornalista.

Sono stati ricordati i motivi pretestuosi con cui i presidi di solidarietà del 24 novembre 2017 furono criminalizzati mentre allo stesso tempo si consegnava la piazza a 2000 fascisti di casa pound, e come lo Stato borghese si accanisca con la repressione, il carcere e i regimi speciali sui proletari e i rivoluzionari prigionieri, mentre gli omicidi fascisti, padronali e le stragi di stato restino sempre impunite.


“In una situazione in cui la repressione dello Stato agisce a più livelli, in ambito carcerario vengono colpiti i rivoluzionari prigionieri che resistono e continuano a difendere i propri percorsi rivoluzionari – ha ricordato il compagno del Soccorso Rosso Internazionale – In tal senso, il 5/5/2022 è stato imposto il regime di 41bis al compagno anarchico Alfredo Cospito, in carcere da circa dieci anni. E sappiamo bene che cosa significa 41bis: un isolamento completo, ovvero una forma di tortura finalizzata, nel caso dei rivoluzionari prigionieri, ad ottenere l’abiura e l’accettazione delle compatibilità borghesi. Ma il 41 bis non è una novità per i rivoluzionari prigionieri. Infatti 3 compagni, militanti delle BR-PCC, dal 2005 ininterrottamente sono sottoposti al 41bis. Questi compagni/e nonostante queste durissime condizioni detentive continuano a resistere e a mantenere la propria identità politica.”

Contro questo regime di isolamento, negli anni passati si è sviluppata una grande mobilitazione nazionale, con manifestazioni, presidi, assemblee e altre iniziative. Il 24 novembre 2017, in particolare, si è tenuto un presidio presso il tribunale e il carcere di l’Aquila, in occasione del processo a Nadia Lioce, per la lotta che stava conducendo contro il regime di 41bis, a cui è sottoposta.

Questo trattamento disumano, in teoria provvisorio e giuridicamente motivato con l’esigenza di “recidere i legami con l’organizzazione di appartenenza all’esterno”, è reso permanente nonostante lo Stato stesso abbia dichiarato sconfitte le Brigate Rosse e prendendo a pretesto la solidarietà proletaria che in questi anni si è espressa e si esprime.

A seguito del presidio dell’Aquila, 27 compagni/e sono oggi a processo, a dimostrazione di come lo Stato proceda eccome contro chi si mobilita contro la tortura del 41 bis e in sostegno dei rivoluzionari prigionieri.

L'oscena rappresentazione mediatica di quest'anno, di Biagi come il paladino dei lavoratori e del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario come una "sedicente" organizzazione da criminalizzare, per il suo nome o per il saluto pubblico di fine anno a Nadia Lioce, la dice lunga su cosa intenda lo stato come "organizzazione di appartenenza all'esterno": l'unità della classe sfruttata, delle donne oppresse che si organizzano per rovesciare questo sistema di guerra, miseria e sfruttamento è quella da colpire!

Rispetto a questo processo, che è stato rinviato al 14 luglio, così come rispetto alla repressione più in generale, bisogna fare fronte comune per sviluppare una mobilitazione, come parte integrante della lotta più generale contro il capitalismo e l’imperialismo.

Di seguito il servizio di LAQTV:

Qui invece il servizio di Marianna Gianforte su laquilablog

Qui un report pubblicato su Rafforzare ed estendere resistenza