Riproponiamo un intervento.
La questione “quale femminismo oggi?” è importante. Noi diciamo, non da oggi ma a maggior ragione oggi in cui “la borghesia veste donna”, si traveste da donna per dimostrare, alla faccia della dura realta’ in cui la maggioranza delle donne vive, che la condizione delle donne invece va avanti, e questo sarebbe dimostrato con la peggiore figura attualmente delle donne, la Meloni fascista, che ciò che serve è un movimento femminista proletario rivoluzionario.
Ognuna di queste parole: movimento, femminista, proletario, rivoluzionario, è importante.
Quando diciamo: movimento, è perché il femminismo è prima di tutto lotta, ribellione allo stato di cose esistente; il femminismo non è separabile dalla lotta, si è sviluppato cosi’ nella storia, in momenti decisivi attraverso appunto un movimento, spesso molto grande, di lotta, cosi’ è stato anche in Italia negli anni ‘70. Questo vuol dire che chi parla di femminismo ma non organizza le donne, le lotte su ogni terreno di sfruttamento, oppressione, di violenza sessuale, una lotta quasi quotidiana, non è “femminista”. D’altra parte è solo nelle lotte che le donne prendono coscienza che la propria condizione non è ineluttabile, eterna, “biologica”; nelle lotte si uniscono e vedono che attraverso l’unione è possibile cambiare questa condizione.
Ma deve essere un movimento femminista. E su questo dobbiamo fare un po' di chiarezza. “Femminista” nel senso che raccoglie tutte le espressione di ribellione delle donne su tutti gli aspetti di oppressione, sfruttamento, e in tutti gli ambiti. Quando i borghesi attaccano (per loro in senso dispregiativo) come “femminista” ogni manifestazione di ribellione, di protesta delle donne, di controtendenza, di denuncia della propria condizione di oppressione senz’altro, allora “siamo tutte femministe”.
Le rivoluzionarie, le comuniste non sono su una montagna, devono raccogliere ogni forma di ribellione al sistema capitalista esistente. In questo senso diciamo che proprio le donne proletarie devono essere “più femministe delle femministe”, perchè è interesse nostro, della maggioranza delle donne sviluppare, far avanzare la ribellione delle donne su ogni aspetto di oppressione.
Femminismo significa rivendicare l’imprescindibilita’ del protagonismo delle donne, della loro marcia in più. Poi torneremo su questa questione della “marcia in più”.
Il problema non è solo di lotta. Tutti lottano, i proletari lottano, i giovani lottano, però il problema assolutamente necessario è che nella lotta le donne, le ragazze siano protagoniste, siano anche dirigenti nel movimento proletario, anticapitalista.
In questo senso dire il capitalismo sfrutta sia le donne che gli uomini (benchè anche su questo non è la stessa cosa, anche se la radice è uguale), dire che abbiamo interessi comuni, di classe a lottare contro questo sistema sociale, è vero, però come avviene questo, cosa è necessario perchè le donne siano effettivamente protagoniste di questa lotta? Noi diciamo che è necessario un’organizzazione delle donne, specifica delle donne; un’organizzazione che permetta quelle condizioni pratiche, ideologiche in cui le donne possano riconoscere la loro condizione di doppia oppressione, non individuale ma collettiva, frutto di questa societa' capitalista, e quindi sentirsi forti. E in questo portare nel movimento proletario più generale una ricchezza, quella marcia in più, di cui parlavamo prima.
Le donne senza una propria organizzazione, le lavoratrici senza una propria organizzazione come proletarie donne non possono pesare realmente nella lotta di classe.
E' necessaria un'organizzazione delle compagne nelle organizzazioni rivoluzionarie, nei partiti comunisti marxisti-leninisti-maoisti. Non è un caso che li’ dove ci sono state, negli anni passati in cui era in corso una guerra popolare in Perù, in Nepal, o oggi in India, il ruolo delle donne è enormemente cresciuto.
Su
questo, diceva una compagna comunista del Nepal, quando c’era la
guerra popolare in corso: “Noi dobbiamo criticare le femministe
piccolo borghesi che, dato il loro retroterra di classe, sono più
sensibili alla rivendicazione dei diritti di sesso che a quelli di
classe, arrivando inevitabilmente al riformismo, o, nella versione
moderna, al femminismo post modernista.
Ma
aggiungeva, e aggiungiamo anche noi, nello stesso tempo, bisogna
stare attenti a che la questione delle donne non venga posposta a
causa di un eccesso di zelo nell'applicazione della contraddizione di
classe – non
una sottovalutazione della contraddizione di classe ma un “eccesso
di zelo” - questo
porterebbe ad un settarismo di “sinistra” verso l’intero
movimento femminista.
Così come è necessaria un’organizzazione specifica delle donne anche nei sindacati, di base, nei sindacati classisti e combattivi, dove senza che le lavoratrici affrontino e portino l’insieme della loro condizione, e del loro protagonismo positivo in termini di ricchezza, vediamo quello che succede: nelle assemblee anche di questi sindacati sono pochissime le lavoratrici che prendono in mano le assemblee, che intervengono, che decidono sulle varie questioni.
Per la condizione che subiscono, le donne portano nella lotta l’insieme della loro condizione; partono dalla condizione che vivono sul posto di lavoro, ma poi inevitabilmente parlano della loro vita in famiglia, della questione dei figli, dei problemi col marito, sessuali. Per questo alle proletarie non basta ottenere un risultato dalla lotta, che comunque è poca cosa rispetto all’odio verso tutto quello che subiscono, rispetto al fatto che tutta la vita deve cambiare. Allora non ci si può fermare anche se si sono ottenuti alcuni risultati. Questo deve essere riconosciuto anche dai lavoratori maschi, anche dalle organizzazioni sindacali combattive e di classe, anche dalle organizzazioni rivoluzionarie, comuniste
Ma serve non un generico “femminismo” ma un femminismo proletario. Perchè non si tratta di una specificita’ femminile come astratto problema di genere, ma di un femminismo espressione della maggioranza delle donne che sono proletarie, lavoratrici, precarie di oggi e di domani, che sono oppresse dentro e fuori la famiglia, donne che non hanno nulla da difendere ma hanno doppie catene da spezzare. Un femminismo che non ha da migliorare questo sistema capitalista - o, come dice Nudm: da perseguire una “trasformazione radicale del sistema produttivo capitalista” - ma da rovesciare questo sistema; un femminismo che afferma l'incompatibilità, inconciliabilità delle donne con ogni aspetto, economico, politico, sociale, culturale, ideologico di questo sistema e lotta perchè “tutta la vita deve cambiare”. Un femminismo proletario perchè questo sistema sociale capitalista è di classe, questo Stato è di classe, questo Governo, questi partiti parlamentari sono di classe, la loro politica si fonda sulla lotta di classe quotidiana, perchè il maschilismo, il clericalismo, il fascismo sono espressione di una classe capitalista, imbarbarita e putrefatta. E' soprattutto tra le proletarie che si pone l'emergenza di fondere la lotta di classe con la lotta di genere.
Questo femminismo deve combattere ogni forma di interclassismo. Noi non siamo affatto partigiane delle donne che scalano il potere in questo sistema; anzi la storia e la realta’ ci dimostra che spesso le donne al potere sono “più realiste del re” in senso negativo.
E questo vale sicuramente oggi per le donne al potere che portano avanti gli interessi espliciti del capitale, dell’imperialismo; e quindi sostengono la guerra, lo scarico della crisi sui proletari e le masse popolari. Noi dobbiamo attaccare le donne dei partiti dell'opposizione che vogliono dare una veste nuova ad un riformismo vecchio, e in questo essere anche più pericolose delle fasciste per lo sviluppo delle lotte, perchè mascherano, dietro il discorso di "diritti sociali", che poi diventano diritti sociali essenzialmente per la piccola borghesia, la condizione della maggioranza delle donne che va sempre peggiorando.
Questo movimento femminista proletario non può che essere rivoluzionario: non c’è liberazione senza rivoluzione e la lotta delle donne possiamo dire che è la lotta più inconciliabile anche ora con qualsiasi aspetto del riformismo, anche quello apparentemente radicale; perchè la condizione delle donne è di un attacco a 360 gradi, di oppressione senz’altro – e qui torniamo al discorso di "uomini/donne, tutti siamo sfruttati, oppressi". Certo, ma per le condizioni storiche, economiche, su cui ora non possiamo soffermarci, l’oppressione verso le donne è come se sintetizza tutte le oppressioni, verso tutte le masse popolari. Per questo parliamo di oppressione senz’altro, perchè è totale, è una violenza “sistemica” di questa società capitalista, che non può essere riformata ma rovesciata con un processo rivoluzionario, in cui le donne – dall'inizio - siano l'anima e la forza più generalista, più coerente, più radicale di una rivoluzione che vada a fondo, una rivoluzione nella rivoluzione, che trasformi la terra e il cielo.
Non ce la siamo inventati noi, è una condizione storica e attuale delle donne, di attacco a 360 gradi e quindi di necessita’ di una lotta a 360 gradi. Per questo: non c’è liberazione senza rivoluzione, ma non c’è rivoluzione senza liberazione delle donne.
Le donne essendo le prime ad essere state soggiogate nella storia dell'umanità, saranno le ultime ad essere liberate, da qui la loro spinta a portare la rivoluzione a forme più alte, dalla rivoluzione socialista ad una rivoluzione nella rivoluzione. Perchè il veicolo della trasformazione dalla terra al cielo della società sono principalmente le donne. Per questo coloro che vogliono mantenere lo status quo cercano sempre di bloccare questo veicolo.
Occorre una Rivoluzione culturale proletaria - assumendo il grande esempio della Cina socialista - e che tocchi le questioni sovrastrutturali, che trasformi le idee patriarcali, che permangono nel sistema odierno capitalista o si vestono di "moderno patriarcalismo". - Le violenze sessuali non sono patrimonio solo dei borghesi, sono frutto di concezioni, pratiche che sono presenti anche tra i proletari. E ci sono anche tra i compagni – diceva il Partito Comunista dell’India maoista che decine e decine di atteggiamenti, concezioni maschiliste erano presenti anche tra i compagni comunisti, che pur morivano per la lotta.
Lo stesso Lenin, nel suo famoso discorso con Clara Zetkin diceva ad un certo punto parlando della sottovalutazione da parte dei compagni della donna e del suo lavoro: "Disgraziatamente si può ancora dire di molti compagni: "Gratta un comunista e troverai un filisteo!". Evidentemente dovete grattare il punto sensibile: la loro concezione della donna".
Quindi, è prima di tutto dalla condizione oggettiva che nasce la “marcia in più”. Non è un valore morale, è un’analisi scientifica.
Questa coscienza che le donne hanno una marcia in più spiega perchè la battaglia delle donne non è un’appendice della lotta di classe ma è parte della lotta di classe, del movimento proletario rivoluzionario, e porta una visione radicale.
MOVIMENTO FEMMINISTA PROLETARIO RIVOLUZIONARIO

Nessun commento:
Posta un commento