23/05/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Il lavoro domestico nel sistema capitalista - Da Produzione e Riproduzione - 1


Torniamo sul tema "Produzione e Riproduzione" - analizzando il lavoro domestico nel sistema capitalista.
Questo è chiaramente un importante tema su cui da sempre il movimento delle donne, le sue principali teoriche hanno dibattuto, analizzato, preso posizione perchè ha a che fare con l'analisi di fondo del ruolo e condizione delle donne nel sistema capitalista e le sue implicazioni nella lotta di liberazione delle donne.
Questo tema riemerge periodicamente anche nel nostro paese, sia pur in maniera non approfondita e in generale con posizioni non classiste e non rivoluzionarie e/o anche con un uso distorto di Marx/Engels.
La stragrande maggioranza delle donne svolge lavoro domestico, che lavori fuori casa o sia disoccupata. Il carico della cura della famiglia, dei figli, del marito è sulle spalle delle donne.
Questa attività che apparentemente sembra privata, in realtà ha un fondamentale ruolo sociale per la riproduzione/conservazione della forza lavoro (compresa la nascita di nuove braccia produttive) perchè torni ad essere sfruttata il giorno dopo dal padrone.
In che senso però la riproduzione è parte della produzione capitalista; qual è il suo valore? 
Senza la lotta rivoluzionaria per l'abbattimento del sistema capitalista ci può essere liberazione dal lavoro domestico? 
E' possibile che una nuova società metta fine alla riproduzione come fonte di oppressione per le donne?
Di questo abbiamo cominciato a parlare nelle scorse settimane, a porre degli spunti, da approfondire successivamente facendo anche chiarezza su alcune posizioni che vanno per la maggiore nel movimento femminista.
Sia la produzione che la riproduzione dei lavoratori sono legate nel sistema capitalista, ma per il capitale hanno un valore diverso. 
Tutta la riproduzione della forza-lavoro, che vuol dire far da mangiare, vestire, assistere, curare, ecc. per conservare e far tornare il giorno dopo i lavoratori a lavorare per il capitale, ma anche reintegrare le forze-lavoro sottratte al mercato dalla morte e dal logoramento con forze-lavoro nuove e, quindi, con la nascita di nuovi esseri umani, tutto questo avviene a spese di un altro essere umano, la donna. 
Questo enorme, quotidiano lavoro di riproduzione non appare nella produzione, perchè avviene fuori dalla produzione. Il lavoro della donna, che è utile socialmente, non appare come tale, non appare come lavoro.
Perchè? Il lavoro domestico, la riproduzione della forza-lavoro pur essendo un'attività indispensabile al capitale non è un lavoro produttivo per il capitale, perchè per il capitale è produttivo solo ciò che produce plusvalore, il lavoro che produce merci che hanno un valore di scambio, possono essere vendute e realizzare il profitto. 
Il lavoro domestico invece produce valori d’uso e non di scambio, quindi non dà profitto, quindi per il padrone, per la classe capitalista non è nel “libro paga”, non ha valore. Anche una macchina per il padrone è necessaria, ma in sé non produce pluslavoro se non mette al lavoro gli operai o le operaie. 
Qui non stiamo parlando dell'importanza per il sistema sociale del lavoro domestico come lavoro riproduttivo della forza-lavoro, e che tale lavoro pesi enormemente sulla donna, comporti un alto grado di fatica, logoramento fisico e psichico, che “mangia” la vita intera di una donna. Qui quello che si vuole chiarire è che è illusoria una lotta che, fermo restando questo sistema capitalista, basato sul profitto privato, ponga come centrale il riconoscimento del lavoro domestico e pensi che con la lotta sul lavoro domestico si assesti un colpo fondamentale al sistema. 
Nel movimento delle donne vi sono posizioni che affermano: ma la donna produce una merce, la forza-lavoro. Siccome questa “merce” ha un valore d’uso per il capitale, avrebbe di conseguenza un valore di scambio per la donna, che vendendo questa merce dovrebbe ricevere denaro. Ma c’è un particolare: la donna non è proprietaria della forza-lavoro merce e quindi non può venderla o scambiarla. E’ il possessore della forza lavorativa – l’uomo o anche la donna - che può vendere la sua forza-lavoro.
La donna a questo punto potrebbe dire: sì, ma senza il mio lavoro domestico quella merce forza-lavoro non starebbe sul mercato. Ma questo lavoro domestico rientra, ripetiamo, in un lavoro di servizio che il capitalista indirettamente paga calcolandolo nel pagamento del salario, con cui l'operaio può acquistare i mezzi di sussistenza necessari a farlo tornare il giorno dopo al lavoro. 
La riproduzione, per il capitale, è contemperata nei costi del salario. - Marx scrive: ”Il valore della forza lavorativa... (è) determinato non solo dal tempo di lavoro necessario per mantenere il singolo operaio adulto, ma anche da quello necessario per mantenere la sua famiglia”. 
Per il capitalista è come il servizio del negoziante, senza il suo lavoro la merce non starebbe sul mercato, ma questo non vuol dire che è il negoziante che l’ha prodotta o che dal lavoro del negoziante il capitalista ottiene plusvalore.
Nel sistema del capitale la riproduzione della forza-lavoro è privatizzata; al capitale interessa che tu operaio/forza-lavoro sia riprodotto per essere disponibile, bello e pronto da sfruttare, ma non gli interessa come questa riproduzione avvenga – dice il capitalista: io ti pago col salario il valore dei mezzi di sussistenza occorrenti a che tu domani torni a lavoro (compreso anche i mezzi di sussistenza delle forze di ricambio, le nuove forze-lavoro), dopo di chè non mi interessa altro. 
Marx scrive: “Il consumo dell'operaio è di duplice natura. Nella produzione egli, tramite il suo lavoro consuma mezzi di produzione convertendoli in prodotti di un valore più elevato di quello del capitale anticipato. Questo è il suo consumo produttivo. Esso è allo stesso tempo consumo della sua forza lavorativa da parte del capitalista che l'ha acquistata (io ti ho acquistato, ho pagato per il tuo uso tot euro che coprono 4 ore di lavoro, le altre 4 ore che tu continui a lavorare sono lavoro gratis per me, pluslavoro non pagato). D'altro lato l'operaio converte in mezzi di sussistenza il denaro che gli è stato pagato per l'acquisto della propria forza lavorativa: questo è il suo consumo individuale. Il consumo produttivo e il consumo individuale dell'operaio sono perciò del tutto diversi. Nel primo funge da forza motrice del capitale ed è proprietà del capitalista, nel secondo appartiene a sé stesso e svolge funzioni vitali che prescindono dal processo di produzione. Il risultato dell'uno è la vita del capitalista, quello dell'altro la vita dell'operaio stesso”. 
La donna attraverso il lavoro domestico fornisce all’operaio quei mezzi di sussistenza di cui ha bisogno per presentarsi il giorno dopo a lavorare per il capitalista; cosa ha in cambio la donna? Parte del salario del lavoratore. 
Le leggi del capitale permeano tutta la società. I suoi confini non si fermano sulla “soglia della casa”. Il capitale, modifica, funzionalizza al suo sistema tutto. E il lavoro domestico è dentro questa legge. 
Quindi. Per il capitale il lavoro domestico non fa parte del processo produttivo: non produce plusvalore, non produce merce di scambio. Nello stesso tempo il lavoro domestico, come lavoro riproduttivo di forza-lavoro, è essenziale per la società capitalista, non ci può essere produzione senza riproduzione. Questo lavoro domestico, lo ripetiamo, comporta un alto grado di fatica, logoramento fisico e psichico, ma senza la lotta per l’abbattimento del capitalismo non ci può essere abolizione del lavoro domestico. 
La questione non va rovesciata, vedendo come centrale la lotta contro il lavoro domestico. Perchè affermare che il ruolo delle donne nella sfera della riproduzione è l'aspetto centrale e dovrebbe essere l'obiettivo principale, in realtà vuol dire accettare l'argomento della classe dominante che il ruolo sociale delle donne nella riproduzione è quello più importante, essenziale e nient'altro. 
Paradossalmente, al posto di “liberarci dal lavoro domestico” si chiede di dare riconoscimento al lavoro domestico – che, a parte la fatica, l'alienazione che comporta, porta oggettivamente un altro enorme danno per la lotta rivoluzionaria di liberazione delle donne; le individualizza, non le pone in una condizione oggettiva di collettivismo, di unità che invece la presenza delle donne nella produzione comporta (chiaramente questo non vuol dire non fare le lotte contro l'aumento, lo scarico dei servizi sociali, ecc.)
Noi pensiamo che solo nel socialismo il lavoro domestico può e deve essere abolito. Il socialismo mette fine al lavoro domestico, riproduttivo, come fatto privato, perchè esso viene socializzato. Che significherà in termini concreti non lo possiamo mettere a punto a tavolino. Ma sarà anche questo importante campo fattore di rivoluzione nella rivoluzione che ha nelle donne il fattore determinante.
(CONTINUA)

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