Squarciare il velo, alzare la denuncia sul genocidio a Gaza e il ruolo complice della fascista Meloni "donna, madre, cristiana"
La mortalità neonatale è raddoppiata e tra le madri malnutrite il 90% dei parti è prematuro. Le storie di Shar, Mahmoud e Samar raccontano il calvario di chi sopravvive senza cibo né cure
La storia l’avete già sentita, ma non in questi termini, non con questi dettagli. Con nomi, cognomi, destini interi di chi è scampato alla morte a Gaza. Storie che sono prova della “malnutrizione artificiosa” provocata da Israele nella Striscia, delle sue conseguenze “devastanti” per la salute materna e neonatale su madri e neonati. Di questa fame parla l’ultimo report di Medici senza Frontiere – tra i pochi ad essere arrivati dove a tutti gli altri è stato impedito l’accesso. In 4 strutture sanitarie dell’organizzazione, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026, “i team di Msf hanno registrato livelli più elevati di prematurità e mortalità tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione durante la gravidanza, alti livelli di aborti spontanei, e un forte aumento delle interruzioni delle cure tra i bambini malnutriti”, si legge nel documento. “La crisi di malnutrizione è interamente artificiale”. Lo ha affermato Mercè Rocaspana, referente medico dell’organizzazione per le emergenze: “Prima della guerra, la malnutrizione a Gaza era praticamente inesistente”.
Con i bombardamenti a tappeto degli israeliani è arrivata la morte per migliaia: ma per chi restava vivo rimaneva l’insicurezza, gli sfollamenti, le restrizioni agli aiuti e l’accesso limitato al cibo e alle cure mediche. I crampi della fame e il panorama di un assedio negli occhi. Quando la Striscia ruggisce, lo fa per sopravvivere al blocco di beni essenziali dopo che è finita in macerie dopo le esplosioni.
Oggi non restano in piedi che pochissime infrastrutture civili, comprese quelle mediche, ma restano i dati raccolti da Msf su 201 madri di neonati in cura nelle unità di terapia intensiva neonatale degli ospedali Al Nasser e Al Helou, a Khan Younis e Gaza City, tra giugno 2025 e gennaio 2026. Malnutrite le madri durante la gravidanza, malnutrite durante il parto, malnutriti bambini nella crescita. “Il 90% dei bambini nati da madri affette da malnutrizione è nato prematuro e l’84% presentava un basso peso alla nascita”, mentre “la mortalità neonatale era doppia tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione rispetto a quelli nati da madri non malnutrite” si legge ancora nel report. Tra ottobre 2024 e dicembre 2025 i dottori si accorgono che nelle strutture di Al Mawasi e Al Attar a Khan Younis il 91% dei neonati che riescono a curare è a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo. A dicembre, “ solo il 48% di loro era guarito, il 7% era deceduto, il 7% era stato indirizzato a un programma per bambini più grandi e un incredibile 32% aveva interrotto il trattamento, principalmente a causa dell’insicurezza e dello sfollamento”.
Sulla pelle dei bambini di Gaza si è consumata l’ingiustizia, una brutalità dopo l’altra. Dopo le bombe, o sotto le bombe, progressivamente è stato anche ridotto l’accesso al cibo: file su file di camion sono rimaste ferme per giorni senza poter arrivare a chi tendeva le braccia in cerca di pane. I punti di distribuzione alimentare sono passati da circa 400 a 4 quando solo alla Gaza Humanitarian Foundation è stato concesso entrare nella Striscia. “Le famiglie hanno adottato meccanismi di adattamento, spesso dando la priorità agli uomini e ai bambini rispetto alle madri nella distribuzione del cibo limitato”, spiega Marina Pomares, coordinatrice medica di Msf; “I punti erano militarizzati e pericolosi, funzionavano a malapena o erano aperti in orari sfalsati”.
Rimangono ancora oggi uomini, donne e bambini, pulci e insetti, sotto le tende degli sfollati di Khan Younis. Tra loro Shar Nafez Salem, 24 anni: la sua vita si è congelata ormai lì da un anno. “Dipendiamo dalla mensa solidale. Pranziamo lì e conserviamo un po’ di cibo per la cena” dice: “Quando ho fatto i test di gravidanza, hanno anche scoperto che ero malnutrita. Le condizioni di vita nelle tende sono difficili sotto ogni aspetto: pulci e insetti si sono diffusi molto e c’è sabbia ovunque”. Acqua, cibo, bevande, pannolini e latte per il bambino: manca tutto. “Non c’era pane, né farina, nulla”, racconta Mahmoud Hamza Badr Shabana, 29 anni. Racconta: “Non posso permettermi di comprare da mangiare perché è troppo costoso. Oggi un giovane come me non può portare a casa nulla per i propri figli, né cibo né bevande”. Questa è la vita non-vita a Khan Younis. Di tenda in tenda, di storia in storia. Samar Abu Mustafa, 32 anni, vive in un magazzino con altre cinque famiglie in uno spazio ristretto: “Da molto tempo non mangiamo nulla di nutriente e il bambino non riceve abbastanza latte da me, quindi sono costretta a dargli il latte artificiale, ma non ho i soldi per comprarlo. Mi è rimasto solo un cartone di latte”.

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