21/05/20

Muore cadendo dal quarto piano della ASL lavoratrice delle pulizie. Ecco la sicurezza che questo stato borghese garantisce e contro cui bisognava e bisogna lottare!

Non una di meno non solo a chiacchiere, ma con la solidarietà attiva con le lavoratrici che hanno difeso e difendono il diritto di sciopero contro le sanzioni dello stato dei padroni!

Un’addetta delle pulizie è morta dopo essere caduta dal quarto piano del palazzo della Asl in via Finocchieto. La donna sarebbe precipitata per diversi metri e trovata ai piedi di una scala antincendio mentre stava lavorando. Sul posto per i rilievi scientifici i carabinieri, che indagano sul caso.

di Alessia Rabbai

Tragedia a Poggio Mirteto (Rieti), dove un'addetta delle pulizie è morta dopo essere precipitata dal quarto piano del palazzo della Asl in via Finocchieto. L'incidente sul lavoro, che ha avuto esiti drammatici, è accaduto nel pomeriggio di oggi, martedì 19 maggio. Come riporta IlMessaggero, la vittima è R.L., una cinquantenne del posto. Secondo le informazioni apprese erano circa le ore 14, poco dopo pranzo, quando un collega della donna ha udito un rumore improvviso, come un tonfo e si è allarmato. Affacciandosi dalla scala antincendio ha visto la donna a terra. Pensando subito al peggio viste le sue condizioni parse gravissime, ha dato l'allarme, chiedendo l'intervento urgente di un'ambulanza. Ricevuta la telefonata al Numero Unico delle Emergenze 112, sul posto è arrivato il personale sanitario del 118.

I paramedici una volta arrivati in via Finocchieto purtroppo non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso. A risultarle fatali le ferite e i traumi riportati a seguito del violento impatto con il suolo, dopo un volo di diversi metri che non le ha lasciato scampo. Inutile la corsa a sirene spiegate. Presenti per gli accertamenti necessari al caso i carabinieri della Compagnia di Poggio Mirteto, che indagano sull'accaduto e che dovranno ricostruire l'esatta dinamica dei fatti. Appresa la tragica notizia la comunità si è stretta intorno alla famiglia della donna, per la drammatica scomparsa. Presente sul posto anche il sindaco Giancarlo Micarelli, che sta seguendo il caso. Terminati gli accertamenti, la salma è stata trasferita in obitorio, dove resta a disposizione dell'Autorità Giudiziaria e che sarà sottoposta ad ulteriori esami.

Fonte: fanpage.it

Rinnovo del blog femminismorivoluzionario

Stiamo rinnovando il blog femminismorivoluzionario, per renderlo più in sintonia con le battaglie odierne su tutti i fronti e più agile.
Chiediamo anche vostri suggerimenti, proposte, cosa va e cosa non va...
Un forte saluto rosso a tutte!
Scriveteci

MFPR
mfpr.naz@gmail.com

18/05/20

Vogliono processare chi manifestò contro il G7 - nel corteo in prima fila tante donne

Il 14 ottobre si apre un processo, dopo 3 anni, contro 41 compagne e compagni che manifestarono al Giardini Naxos/Taormina contro il vertice G7 che si teneva proprio a maggio.
Tra gli imputati varie compagne, tra cui compagne del Mfpr di Taranto.
L'MFPR fu l'ala più combattiva delle donne nel corteo.
 
Questo che riportiamo fu il volantino che demmo alla manifestazione.

Facciamo appello alla massima solidarietà verso tutti i processati
 
MFPR

A TAORMINA CONTRO I NEMICI DELLA LIBERAZIONE DELLE DONNE - Da Mfpr

Andiamo a Taormina a manifestare contro il G7, per opporre al loro doppio sfruttamento, alla doppia (e spesso, soprattutto per le donne dei paesi oppressi, per le immigrate, tripla, quadrupla) oppressione, alle loro doppie catene, la nostra doppia determinazione a ribellarci e lottare contro questo sistema imperialista, i suoi Stati, i suoi governi, a Taormina rappresentati dai capi dei paesi partecipanti al G7, tra i più nemici della liberazione delle donne, in testa il fascista, razzista, schifoso maschilista, Trump.
Noi donne l'8 marzo, in Italia e in 50 paesi del mondo abbiamo fatto uno storico sciopero delle donne. Uno sciopero che è una sfida verso i padroni, verso i governi, gli Stati, gli uomini che odiano le donne, in cui soprattutto le donne proletarie hanno gridato: tutta la vita deve cambiare! E quando le donne si muovono, hanno sempre una marcia in più, quando le donne prendono coscienza che la propria condizione non è inevitabile, ma frutto di questo sistema capitalista, non tornano indietro e comprendono che la lotta non può essere parziale, ma rivoluzionaria!
Allora, prendetevi paura!
Non andiamo a Taormina per “chiedere”, ai responsabili del moderno medioevo in cui ci costringono a vivere, una realtà fatta di subordinazioni, discriminazioni, negazione del lavoro, dei diritti, di stupri e femminicidi, a chi fa morire di fame milioni di bambini nel mondo, a chi fa strage con le sue bombe di donne e bambini, a chi fa annegare tante vite di migranti nei nostri mari, aggiustamenti in senso “umanitario” di un sistema che di umano non ha nulla. Noi andiamo a dire che alla loro violenza reazionaria è giusto organizzare e opporre la nostra violenza rivoluzionaria!
Non sono certo le donne, che subiscono tutto di questa marcia società imperialista, a poter/dover essere “pacifiste”; per rompere le nostre catene è necessaria una lotta senza tregua, noi donne dobbiamo imporre i nostri diritti con la forza; perchè noi abbiamo mille ragioni e loro sono mille volte fuori dalla storia futura dell'umanità; perchè loro vogliono imporre la “morte” e noi vogliamo la vita; perchè loro “affogano” nelle ricchezze strappate ai popoli e ai proletari che le producono e noi vogliamo un mondo senza guerre, miseria, oppressione, uccisioni delle donne.
Per questo, a Taormina ci sentiamo parte del grande “esercito” delle donne che resistono e combattono in tutto il mondo, con le donne della Palestina, con le rivoluzionarie comuniste turche/curde, del Brasile, Filippine, Perù, ecc., con le tantissime ed eroiche combattenti maoiste in prima fila nella guerra popolare in India.
La ribellione, la lotta delle donne è una forza poderosa della rivoluzione proletaria, per rovesciare questo putrido mondo e per cambiarlo dalla terra al cielo!

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario

16/05/20

La testimonianza di una compagna. Per costruzione di una piattaforma unica per la Sanità Allegata sotto la piattaforma dello Slai cobas per il sindacato di classe Sanità Milano

 
Covid19 – No, non è andato tutto bene
Mia mamma ha i primi sintomi il 20 marzo. Lavora come operatrice socio-sanitaria in una RSD, quel giorno è di riposo, si prova la febbre a casa e ha 37,5. Il 21 marzo chiama la guardia medica per richiedere il certificato e la visita domiciliare, in quanto la comunicazione della Regione Lombardia e del Governo è quella di rimanere a casa se si ha la febbre uguale o superiore a 37,5. La risposta ricevuta è di recarsi direttamente alla loro sede ambulatoriale, incuranti di qualsiasi regola istituita per contenere il contagio. Le danno solo due giorni di malattia, consigliandole di sentire in seguito il suo medico di famiglia per eventuali giorni in più. Tra il 22 e il 26 marzo mia madre continua ad avere la febbre fino a 38,6 con assenza di gusto e olfatto. Dal 27 marzo fortunatamente la febbre comincia a calare fino a 37,2. La sintomatologia viene curata con Tachipirina su prescrizione esclusivamente telefonica del medico curante.

Durante questi giorni di malattia la persona che si prende cura di mia madre è mio padre, un uomo di
75 anni senza particolari patologie ma che due anni fa aveva avuto una lunga polmonite. Il medico curante, già a conoscenza dello stato di salute dei miei genitori avendoli in cura da diverso tempo, raccomanda l’isolamento domestico e la limitazione dei contatti tra di loro, difficilmente attuabile in
un appartamento di piccole dimensioni e con tutte le difficoltà date dalla mancanza di adeguati presidi sanitari, più volte propagandati dalla Regione Lombardia e invece non ancora forniti dal sistema sanitario regionale. Nonostante il medico curante abbia richiesto il tampone non arriva nessuna risposta, nessun supporto medico né una soluzione per separare temporaneamente i miei genitori. Vengono letteralmente lasciati da soli in casa con il virus. Inizialmente provano a fare i “separati in casa”: dormono in stanze diverse, cercano di stare sempre con le mascherine, tengono gli asciugami in due punti diversi del bagno e lavano tutto in lavastoviglie. Purtroppo tutto questo non basta e mio padre inizia ad avere la febbre il 28 marzo. E’ lui stesso a dirmelo al telefono mentre sono occupata a fare loro la spesa. Io scoppio in lacrime, sono spaventata. Mio padre cerca di consolarmi dicendomi che visto come è andata a mia madre, anche a lui sarebbe passato tutto in una decina di giorni…io provo a crederci e smetto di piangere.

Tra il 29 e il 31 marzo la temperatura di mio padre comincia a salire fino a 38,7. Anche in questo caso la terapia prescritta, esclusivamente al telefono, è costituita da Tachipirina e Plasil per combattere il senso di nausea. Tra i sintomi non si rileva tosse, ma un continuo abbassamento della voce che viene imputato alla stanchezza e alla spossatezza provocata dall’infezione. Continua senza sosta e senza esito la richiesta di tamponi per acclarare la natura della malattia ed eventualmente poterla gestire evitando il suo possibile aggravarsi. Il primo di aprile facciamo la prima chiamata al 112 , su suggerimento del medico, perché la temperatura continua a salire e mio padre è sempre più debole. La chiamata porta ad uno screening telefonico con l’indicazione di trattenere il respiro e contare fino a 10. Non ritengono necessario nessun intervento, né propongono indagini più approfondite. Lasciano nuovamente da soli i miei genitori ad affrontare un nemico invisibile e insidioso. Il giorno dopo la salute di mio padre si aggrava ulteriormente e la febbre arriva a 39,5: mia madre estremamente preoccupata chiama di nuovo il 112 per avere supporto medico ma la domanda che le fanno è sempre la stessa: “Il signore ha problemi respiratori?”. Così anche la seconda volta dal 112 non riusciamo ad ottenere l’attenzione e la cura per un uomo che sta ormai lottando tra la vita e la morte. Il 3 aprile la temperatura continua ad essere alta, mia madre chiama per l’ennesima volta il medico di base che le prescrive un antibiotico, senza alcuna visita medica sul paziente. In mattinata arriva tramite corriere un saturimetro che i miei parenti DA ROMA hanno comprato e spedito, in quanto estremamente preoccupati e consci del fatto che al di là dei problemi respiratori, con questo virus è assolutamente necessario tenere sotto controllo la saturazione di ossigeno nel sangue. Cosa che invece durante le chiamate con il 112 non è mai stata presa in considerazione o anche banalmente accennata. Mia madre con estrema paura prova ad utilizzare questo apparecchio. Non sapendo bene come interpretare i due numeri che vengono fuori richiama l’operatore del 112, che dopo aver ascoltato i valori rilevati invia un’ambulanza che arriva in 10 minuti e dopo una prima visita decidono di ricoverarlo d’urgenza. Mio padre viene così calato dal balcone con una difficilissima operazione da parte dei Vigili del Fuoco, perché sulle scale del palazzo sono state lasciate le impalcature per la costruzione dell’ascensore e da lì la barella non riesce a passare. Dopo ore riescono a metterlo sull’ambulanza e a portarlo al San Paolo di Milano. Prima di andare via mio padre chiede a mia mamma di mettergli le scarpe in un sacchetto perché lui ci credeva che sarebbe tornato a casa sulle sue gambe. Insieme alle scarpe si porta dietro i vari documenti e il cellulare, che mai utilizzerà per contattarci, evidentemente perché troppo debole. In ospedale gli fanno il tampone a cui risulta positivo. Viene così trasferito al reparto di malattie infettive. Dal 4 al 7 aprile mia madre viene aggiornata dai medici di turno con brevi telefonate. Ci dicono che mio padre è sotto casco di ossigeno, alternato alla maschera. Ci dicono che la febbre rimane alta ma che l’ossigenazione costante tiene la saturazione sotto controllo. Ci dicono che è stabile, che dobbiamo sperare, ma anche prepararci al peggio…la versione varia a seconda del medico che chiama. Al secondo giorno di somministrazione del medicinale sperimentale dicono che non sta reagendo, cosa che mi sembra particolarmente strana da dire dopo solo due giorni di cura. Uno dei polmoni di mio padre è compromesso dall’infezione e l’altro fa fatica a funzionare doppiamente, ma continuano a dire che è stabile, non migliora e non peggiora. L’8 aprile verso le 13.30 mia mamma viene chiamata dall’ospedale e mi aggiunge alla telefonata con la dottoressa di turno che ci comunica che mio padre è deceduto.
In soli 12 giorni di malattia, dopo 3 chiamate al 112, svariate chiamate al medico di base e al call center della Regione Lombardia, dopo appena 5 giorni di ricovero in ospedale, mio padre ci ha lasciati e non è più potuto tornare a casa sulle sue gambe e con le sue scarpe.

La telefonata con la dottoressa è stata molto breve e nella difficoltà di accettare una notizia simile abbiamo chiuso la comunicazione senza pensare di chiedere come muore esattamente una persona sotto ossigeno. L’ospedale non ci ha più chiamati per spiegarci precisamente cosa è successo. Nonostante abbia richiesto la cartella clinica il giorno dopo, ad oggi non sono ancora riuscita ad ottenerla per sapere esattamente la causa del decesso. So solo che mio padre, un uomo di 75 anni con un evidente stato di polmonite avanzata, non è MAI stato messo in terapia intensiva. In questo momento estremamente doloroso per una figlia, assalita dai sensi di colpa sapendo che mio padre è morto da solo e spaventato, trovo la forza di concentrarmi su mia madre, che deve rimanere in quarantena a casa da sola nel momento più doloroso della sua vita. Inizio a chiamare compulsivamente il 112, il 118, il numero verde della Regione e il medico di base per avere risposte e un tampone immediato per mia madre, in quanto malata e sicuramente venuta in contatto con una persona positiva. Ci dicono che dovrebbe avere un canale preferenziale, anche perché operatrice sanitaria, ma il rimbalzo delle responsabilità di chi deve materialmente farle questo tampone sembra una voce registrata che si ripete all’infinito. Il 112 dice che è il medico di base a doverlo richiedere, oppure il direttore sanitario della sua struttura. Il medico di base dice che è responsabilità di ATS o dell’ospedale e che lui non può assolutamente farlo. Il direttore sanitario continua a chiamare ATS ma nessuno risponde al telefono. Gli ospedali fanno il tampone solo ai pazienti ricoverati in situazioni già critiche (ancora oggi mi chiedo quale sia la logica, se il tampone serve proprio per individuare i malati prima che siano all’ultimo stadio). Ultima notizia dalla Regione Lombardia: mancano i reagenti, dobbiamo aspettare! Aspettare…aspettare… Dopo ben 33 giorni dal primo sintomo e 15 dalla morte di mio padre, mia mamma riesce finalmente a farsi fare il primo tampone, a cui risulta positiva, solo ed esclusivamente grazie alla battaglia del suo direttore sanitario per ottenere i tamponi per i suoi pazienti e per i suoi dipendenti. Da quel momento ATS decide di contattarla, sapendo SOLO ALLORA della sua esistenza, così come la Polizia per registrarla nel loro data base. Ormai mia mamma si trascina una lieve febbre da settimane ma non ha altri sintomi, le uniche cose che riescono a dirle al telefono sono di restare a casa e di stare tranquilla…ma come fa una donna malata, che ha appena perso il marito per lo stesso male, e che sta vivendo da sola il suo dolore (perché io non posso materialmente entrare in casa), a stare tranquilla? Come può lo Stato lasciare le persone così da sole, abbandonate a loro stesse? L’unica consolazione di mia madre, oltre alla rete familiare che continua a chiamarla cercando di farle compagnia, è una psicologa volontaria che contatta tutte le persone che hanno subito un lutto, recuperando i numeri direttamente dall’ospedale. Le telefona una volta alla settimana. Ad aggiungersi al dolore del lutto e ai sensi di colpa per non aver mentito al 112 dicendo che mio padre aveva problemi respiratori (cosa siamo costretti a fare!?) intorno a mia mamma nel suo palazzo si crea una rete di indifferenza e di isolamento per paura del contagio. Viene trattata come un’appestata, un essere che deve rimanere rinchiuso senza far pesare il suo dolore, viene addirittura aggredita verbalmente e fisicamente dalle sue stesse vicine di casa perché accusata INGIUSTAMENTE di passare l’aspirapolvere alle 2 di notte e perchè considerata “pazza”. Anche il semplice gesto di buttare la spazzatura (con guanti e mascherina ffp2) suscita polemiche e nonostante non sia contro le direttive di ATS, a mia madre viene impedito di farlo. Sono io ad occuparmene quando vado da lei a portarle la spesa. A questo punto nella mia testa si accumulano un milione di domande e di se… Io resto a casa, ma se è proprio in casa mia il virus? Lavarsi le mani, indossare mascherine, restare a non meno di 1 metro di distanza, gestire i pazienti da casa… Ma come fanno dei semplici cittadini malati e impauriti a gestire la profilassi per la protezione dei parenti sani durante l’isolamento domestico? Come fanno a trovare quel minimo di serenità necessaria a curarsi quando la maggior parte del tempo la si passa cercando di ottenere risposte che non arrivano mai? Se avessero fatto i tamponi ai miei genitori, subito dopo i primi sintomi di mia madre, mio padre sarebbe ancora vivo?? Sarebbero riusciti a curarlo al meglio? Perché la Regione Lombardia ha fatto così pochi tamponi se per contrastare una pandemia è necessario avere i dati reali dei contagiati?? Come si fa a curare la gente in questo modo??

“Non recatevi al pronto soccorso ma chiamate il 112”…per due volte siamo stati ignorati! Se fossero arrivati prima mio padre si sarebbe salvato??? Bisogna arrivare al punto di dover mentire, dicendo di avere problemi respiratori??? Dobbiamo arrivare a comprarci da soli i saturimetri?? Perché omettere un dato tanto rilevante come la saturazione del sangue?? Perché hanno puntato solo sugli ospedali e non sui medici di base? Perchè nessuno è venuto a visitare i miei genitori??? Come si fa a curare al meglio una persona malata di COVID, che ha 75 anni e 39 di febbre per telefono??? Sono consapevole che la mia storia assomiglia purtroppo a tante altre che sono successe in questi mesi. Provo solo tanta rabbia e dolore, perché sono convinta che potevano essere evitate.

Mio padre era un uomo e un artista meraviglioso, mi manca immensamente.

Chiara Giordana

La piattaforma/proposta dello Slai Cobas per il sindacato di classe Sanità – Milano
cobasint@tiscali.it; cobasdiclasse.mi@gmail.com; cell. 338-7211377

NELLA FASE 2
NOI OPERATORI SANITARI CONOSCIAMO BENE QUAL’È LA REALTA IN CUI CI HANNO FANNO LAVORARE E NELLA QUALE CONTINUANO. CI HANNO ESPOSTI AL CONTAGIO E CONTINUANO A FARLO. A MORIRE E FARCI MORIRE!
SANTI ED EROI SUI GIORNALI, CARNE DA MACELLO IN CORSIA!

Medici e infermieri e tutti i lavoratori della sanità non si possono permettere di aspettare risorse che non arrivano; non possono permettersi di continuare a stare zitti e a farsi zittire.
ABBIAMO IL DIRITTO DI CHIEDERE E PRETENDERE QUELLO CHE SERVE PER LA NOSTRA PROTEZIONE, PER QUELLA DEI PAZIENTI E PER NON CONTAGIARE I NOSTRI CARI: QUI E ORA!

QUESTA LA PIATTAFORMA IMMEDIATA DELLO Slai COBAS Sindacato di classe
PER OPPORSI E RESISTERE ADESSO!
lavorando per UNIRE TUTTI I LAVORATORI E COSTRUIRE LA PROSPETTIVA, DI UN MODELLO DI SANITÀ AL SERVIZIO DELLA COLLETTIVITÀ E NON DEL PROFITTO!

MA IN QUESTA FASE 2 ABBIAMO, TUTTI QUANTI, IL DIRITTO-DOVERE DI CHIEDERE CONTO AI FONTANA/GALLERA/SALVINI DELLE STRAGI NELLE RSA E DI QUELLA CHE SI PROSPETTA NELLA SANITÀ PUBBLICA E NELLA SOCIETÀ, visto che dicono “che rifarebbero tutto quello che hanno fatto”, cioé distruggere un bene pubblico e ingrassare i profitti dei padroni della Sanità Privata, mettendo in conto quanti operatori sanitari-lavoratori-pazienti sono “sacrificabili”

* DOTAZIONE DI TUTTI I DPI secondo il TU 81/08 (maschere FFP2 e FFP3; facciali…), per tutti i lavoratori, adeguati al contesto in cui lavoriamo, in numero sufficienti e formazione sull’uso, vestizione e svestizione, di detti ausili, senza accettare il “disco rotto” che non ci sono e non arrivano e che il COVID-19 è entrato ovunque

* SCREENING DIAGNOSTICO, tamponi rinofarigeo, COVID19 A TUTTO IL PERSONALE, non solo per i sintomatici, per iniziare a tracciare e limitare il rischio di essere, per i lavoratori e pazienti ricoverati, veicolo di contagio e contagiarsi. Negati nella sanità pubblica e che invece si possono fare privatamente e a pagamento

* INFORMAZIONE, giornaliera, SUL NUMERO DEI LAVORATORI CONTAGIATI, che le Direzioni non forniscono con la scusa che si lede la privacy, questo è stata la “narrazione tossica” che hanno usato nelle RSA per coprire la strage di anziani e personale

* ASSUNZIONI di personale all’assistenza (medici – infermieri -oss) e dei lavoratori delle pulizie e ristorazione, che sono allo stremo e sott’organico

* SBLOCCO DELLE FERIE E DIRITTO AI RIPOSI perché i lavoratori sono super stressati e rischiano di fare errori a danno loro e dei pazienti

* RAFFORZAMENTO DELLE SANIFICAZIONI, ordinaria e covid19, con la dotazione a tutti i lavoratori dei DPI, che non son le mascherine chirugiche, di protezione monouso e attivazione della lavanderia interna, visto che i lavoratori sono costretti a portarsi le divise da lavare a casa e questo significa incentivazione alla diffusione di possibili contagi

* RICONOSCIMENTO COME INFORTUNIO SUL LAVORO DA CONTAGIO COVID19 cosa prevista dalla normativa vigente, mentre si mandano i lavoratori a casa con temperetura o che sono venuti a contatto sia con pazienti che colleghi positivi, facendo risultare “malattia generica”. Ed il tampone viene effettuato ma soltanto con l’obiettivo di farli rientrare al lavoro

* STABILIZZAZIONE DI TUTTO IL PERSONALE di ogni ruolo che in questo momento è anch’esso in prima linea e che non sa quale futuro l’attende, si veda la protesta dei medici specializzandi

* LE MASCHERINE CHIRURGICHE NON SON UN DISPOSITIVO DI PROTEZIONE ospedaliero dove il contatto coi pazienti è fisiologico e non si possono mantenere le distanze, per cui i lavoratori hanno tutto il diritto di rifiutarsi di lavorare senza le protezioni necessarie nell’emergenza covid19. Visto che sono state distribuite, e continuano a distribuirle, mascherine taroccate e sotto inchiesta, come quelle della Fippi e della Pivetti

* POTENZIAMENTO DELLA RETE TERRITORIALE riaprendo i presidi tagliati, per ridurre la pressione sugli ospedali, per contrastare il diffondersi dei contagi e poter rispondere alle altre patologie non covid. Rafforzando la medicina di base vero-basico-storico baluardo della conoscenza medica e delle soluzioni curative

* NO ALLO SPOSTAMENTO DEGLI OPERATORI DA UN REPARTO ALL’ALTRO perché questo rappresenta un’ulteriore veicolo di possibili contagi, che vanno contrastati e denunciati in quanto illegittimi. I cui autori vanno denunciati agli organi competenti

* ISOLAMENTO O QUARANTENA DEGLI OPERATORI SANITARI fuori dagli ambienti domestici a salvaguardia della salute dei conviventi, reperiti e a carico della Regione

13/05/20

La lotta delle lavoratrici di Dhaka - Bangladesh - dovunque i padroni sono una razza schifosa: il virus...

Perché protestano le lavoratrici di Dhaka: il virus... colpisce la filiera globale degli abiti

di Marina Forti, da La Bottega del Barbieri

A Gazipur, nella periferia industriale di Dhaka in Bangladesh, le lavoratrici di due fabbriche di abbigliamento protestano da due giorni consecutivi contro la decisione di pagargli solo il 60 per cento del salario di aprile. Altre operaie protestano perché i salari comunque non sono arrivati, e neppure quelli di marzo.
Da almeno un mese la periferia industriale di Dhaka è percorsa da proteste, sit-in improvvisati davanti a fabbriche dai cancelli chiusi. Migliaia di lavoratori e soprattutto lavoratrici: mascherine sul viso, cartelli scritti a mano. Molte hanno arretrati di diversi mesi. Altre si sono viste comunicare il licenziamento con un messaggio sul telefonino. Sono operaie
dell’abbigliamento, industria che fa l’83 per cento dell’export del loro paese, un fatturato di circa 40 miliardi di dollari nel 2019: ma ora non ricevono i salari.

Ecco un risvolto forse poco evidente della pandemia di coronavirus. Quando in Europa o negli Usa i negozi di abbigliamento hanno chiuso, per rispettare il “distanziamento sociale”, milioni di lavoratori sono rimasti senza salario in paesi lontani e a basso reddito: come il Bangladesh, secondo esportatore mondiale di abbigliamento dopo la Cina. Però, mentre i paesi occidentali si preparano a spendere centinaia di miliardi per sostenere le imprese e i lavoratori di casa propria, non ci sono “ammortizzatori sociali” per chi ha perso il reddito in questa industria globalizzata.
“Non abbiamo i soldi e neppure diritto a un sussidio. Cosa mangeremo?”, diceva una giovane donna, Alyea, al microfono di un cronista. “Mio marito guidava un motorisciò, ma da quando c’è il lockdown non guadagna più nulla. Ora la fabbrica ha chiuso, come sfameremo i nostri figli”, si chiedeva Sheuli, una sua collega. Un’indagine condotta dall’Università del Bangladesh ha constatato che quasi metà (il 47%) delle lavoratrici dell’abbigliamento in questo momento non ha alcun reddito.
A collegare i negozi chiusi in Europa alle lavoratrici senza salario in Bangladesh è la global supply chain, il meccanismo della “filiera globale”. I proprietari dei marchi di abbigliamento non producono nulla: fanno cucire i propri modelli a fabbricanti sparsi dal sub-continente indiano all’Indonesia. Una decina di paesi dell’Asia meridionale e sud-orientale producono oltre il 60 per cento degli abiti venduti in Europa, Giappone e Stati uniti (il resto è prodotto nell’est europeo, Turchia, Nord Africa, o in Centro America per il mercato americano). Il Workers Rights Consortium, organizzazione internazionale per il monitoraggio dei diritti del lavoro, stima che questa industria occupi almeno 50 milioni di persone in tutto il mondo.

Sit-in di operaie dell’abbigliamento a Dhaka
Si tratta di una relazione commerciale, in cui il marchio occidentale è il “compratore”, e chi produce gli abiti è il “fornitore”. Nel mezzo ci sono numerosi passaggi, spesso poco trasparenti. Il proprietario del marchio piazza la sua ordinazione per lo più attraverso intermediari; tra i fornitori si aggiudica la commessa chi offre il prezzo più basso. Se i tempi incalzano, il fornitore principale subappalta parte del lavoro a produttori più piccoli. Questo sistema garantisce ai marchi dell’abbigliamento flessibilità, costi bassi, e anche la possibilità di ignorare in che condizioni sono cuciti quegli abiti – come risultò evidente in modo drammatico sette anni fa, quando a Dhaka crollò un edificio industriale uccidendo 1.500 persone.
La crisi provocata dal Covid 19 però ha ingrippato la filiera. “Le marche internazionali che importano dal Bangladesh hanno cancellato le ordinazioni. E gli imprenditori locali dicono che poiché non sono stati pagati, non possono pagare i lavoratori”, osserva Kalpona Akter, la più nota leader sindacale del paese (operaia dell’abbigliamento da quando aveva 15 anni, oggi dirige il  Bangladesh Center for Workers Solidarity).
In altre parole: crollate le vendite di abbigliamento, le aziende occidentali hanno cercato di contenere il danno scaricandolo sui “fornitori”, i quali spesso non hanno margini. In Bangladesh l’Associazione nazionale dei produttori e esportatori di abbigliamento (Bgmea, che conta circa 4.000 imprese associate con oltre 4 milioni di dipendenti) afferma che da marzo a tutto aprile ordinazioni per 3,5 miliardi di dollari sono state cancellate causa il coronavirus. Lo stesso un po’ ovunque: la Federazione internazionale delle manifatture tessili (Itmf) a fine aprile stimava che le ordinazioni globali sono diminuite del 41 per cento.
Molti compratori hanno rifiutato di prendere (e pagare) ordinazioni già fatte, perfino già pronte alla consegna, invocando clausole di force majeure. I contratti di solito non contemplano l’emergenza sanitaria come “forza maggiore”, ma “pochi produttori possono permettersi di fare causa a clienti da cui sperano di ricevere ordinazioni in futuro”, osserva il Workers Rights Consortium (“Who will bail out the workers that make our clothes?”, marzo 2020 ). Dove le ordinazioni non sono cancellate, le grandi marche chiedono di rinegoziare: “In India, Bangladesh e Sri Lanka abbiamo notizia che chiedono ai fornitori sconti fino al 30 per cento”, osserva la Asia Floor Wage Alliance (Afwa), rete di organizzazioni sociali e di lavoratori fondata nel 2007 per unire le forze nei paesi produttori in una comune battaglia per salari decenti e per la libertà di associazione sindacale.
Le vittime “collaterali” sono i lavoratori. La rete Afwa segnala frequenti casi di salari non pagati, o pagati con grande ritardo; a volte invece del salario vengono offerti prestiti da restituire quando riapriranno le fabbriche, con o senza interessi. Alcuni paesi (India, Bangladesh, Sri Lanka, Cambogia) hanno annunciato aiuti per le imprese dell’abbigliamento, ma le garanzie per i lavoratori, quando ci sono, “sono solo per i dipendenti a tempo pieno, non per le lavoratrici con contratti temporanei”. In molti casi i lavoratori devono accettare sospensioni dal lavoro non pagate. Molti perdono il lavoro. In Sri Lanka il 30 per cento delle operaie dell’abbigliamento è stato licenziato; anche in Indonesia e Cambogia si segnalano licenziamenti massicci, segnala la Asia Floor Wage Alliance (“The emperor has no clothes: garment supply chain in the time of pandemic”, aprile 2020). Un’indagine condotta dall’Università del Bangladesh dice che quasi metà (il 47%) delle lavoratrici dell’abbigliamento in questo momento non ha alcun reddito.
Le marche dell’abbigliamento, le catene di distribuzione e i governi devono contribuire a “mitigare gli effetti della crisi provocata dal Covid 19 per i lavoratori della filiera globale”, sostiene la Clean Clothes Campaign (Campagna abiti puliti, rete internazionale di pressione per imporre alle marche dell’abbigliamento meccanismi di tutela dei lavoratori): in un appello diffuso in aprile chiede alle marche occidentali di onorare i contratti, assicurarsi che i propri fornitori paghino i salari, contribuire ai fondi di welfare, garantire che nelle fabbriche attive siano osservate misure sanitarie adeguate. In un blog, la Campagna raccoglie aggiornamenti quotidiani dai paesi produttori.
“Quando il movimento sindacale ha cominciato a citare per nome le marche che non hanno pagato le ordinazioni fatte, alcune si sono impegnate a onorare i contratti”, faceva notare Kalpona Akter. Il Workers Rights Consortium infatti ha avviato un osservatorio sulle maggiori marche di abbigliamento: risulta che nomi di peso come Adidas, H&M o Inditex (proprietario di Zara) si sono impegnate a pagare per intero ma molti altri, da Walmart a Arcadia (proprietario di molte marche note), non rispondono.
Il 29 aprile in Bangladesh alcune centinaia di fabbriche hanno riaperto, nonostante molti timori per la sicurezza. Ma centinaia di migliaia stanno ancora aspettando il salario.

Lavoratrici si lavano le mani prima di entrare in fabbrica. Dhaka, maggio 2020

12/05/20

Una corrispondenza dalle Marche di lavoratrici in lotta


"...Anche oggi giornata a metà tempo e salario. Ieri abbiamo fatto assemblea, pensate a 20 donne incacchiate da far persino infuriare le sindacaliste imbufalite perché si lavora a tappe alterne a rotazione, gli stipendi dimezzati: se riflettiamo 384€ è una miseria, così come le interne a stipendio pieno, con 780€, comunque non ci fanno assolutamente nulla. Tutte prendono il bonus perché, chi più chi meno, ciò che rimane è talmente poco che non sai come arrivare al prossimo mese; il ritardo dei pagamenti ha incrociato le proteste sulle misure di sicurezza sanitaria che noi espletiamo, i servizi all’impresa, le prestazioni straordinarie sono state pagate senza il riconoscimento del 28 % di maggiorazione, il malumore serpeggia.
Essendo la produzione nostra terzista sarà un casino dopo, perché si sceglierà quale stabilimento sacrificare e le esternalizzazioni dei servizi da tagliare.

La situazione diventerà incandescente perché metterà le une contro le altre: chi verrà buttata giù dalla torre?
Siamo in uno stabilimento in 200, quasi tutte donne, più le ditte esterne, più ciò che lo alimenta.

Quando si è in fabbrica la prima regola che impari è come reggere i contraccolpi e anticipare il padrone altrimenti sei fregata, di quello che ti viene detto devi sempre sapere che una metà è fuffa, il resto è parare i colpi, è così.
Vivi in perenne ansia e sempre guardando in avanti, devi anticipare, ecco perché già da adesso ne stiamo parlando e risulta a chi legge magari fuori luogo in questo periodo di chiusura parziale.

Gli imprenditori stanno calcolando le perdite già da adesso: sanno che dovranno fare dei riassetti produttivi e ristrutturazioni. Si profileranno altre crisi produttive, non solo nel tessuto industriale ma economico in toto, questo è chiaro a tutt*.

Su una cosa non hanno fatto i conti: in questo mese dove, seppure stavamo in ristrettezze, molti si sono rifiutati di riprendere a lavorare, il mio collega che fa carico e scarico merci ha rifiutato per ben una settimana, motivato per la sicurezza e perché a gratis non si lavora: no money, no work!

Noi che siamo servizio essenziale e ci stiamo alternando abbiamo subito il taglio delle ore, oltre che una decurtazione dello stipendio che si reggeva sulle prestazioni straordinarie extra, anche queste tagliate e rimesse in prestazione ordinaria. I riassetti ci sono ed è per questo che non è finita la lotta con il mese scorso, non è più una questione di misure di emergenza: la prossima lotta sarà un emergenza lavorativa, dobbiamo tenerlo presente per il futuro perché, se abbiamo tenuto il punto fino in fondo con le chiusure durante questa pandemia, dovremmo avere la stessa capacità di rimettere al centro una vita degna, salari adeguati, sicurezza, salute e tutele. Quattro punti da cui ripartire che riguardano tutta la classe lavoratrice, qualsiasi settore sia, perché è questo che ci ha fregato ragionare singolarmente e non capire che tutti/e ci siamo dentro.

***

La situazione qua sta precipitando nelle fabbriche e negli appalti come chi lavora negli uffici smistamento logistica. Si lavora a tappe alterne senza una comunicazione chiara, mantenendo tutti un profilo basso.
Un’ora fa a pochi chilometri da qui un operaia si è messa in isolamento volontario, ieri le operaie hanno indossato la mascherina, la paura c’è: siamo in 300 in un capannone industriale e mentre ieri si cercava di placare l’agitazione, l’ordine era non fare uscire le notizie interne. 
10 minuti fa, il settore uno si è rifiutato di lavorare se non provvedevano al ricambio delle mascherine: chi può le ordina on line ma sono arrivate a costare 70 volte il prezzo di mercato.

Noi degli appalti eseguiamo sanificazione a rotta di collo: doppi turni compressati in poche giornate. 
Stiamo pressando per farci dare le mascherine ffp2, stiamo a contatto con detergenti ad alti volumi 75% sono irritanti, e cominciano a cedere i nervi perché le comunicazioni sono frammentate e non chiare, abbiamo paura di essere mandate allo sbaraglio: niente è sotto il nostro controllo, si ha un controllo capillare dall’alto su ogni minima protesta.  

Lunedì faranno 13 ore di lavoro le ditte di sanificazione e martedì le operaie rientrano. 
Se lunedì non arrivano le mascherine e avremo le stesse di questa settimana faremo l’ennesima mail di sollecito. 
Vogliamo tutele per tutt*!

Perché se è indispensabile la pulizia e la sanificazione,  le aziende delle multiservizi stanno facendo soldi a palate e ci sollecitano ad andare al lavoro perché stanno facendo i preventivi con le varie aziende per la sanificazione al ribasso, senza assumere altro personale esponendole ad un carico lavorativo e di rischio.
Abbiamo bisogno di ricambio continuo di mascherine e usiamo sempre le stesse. 
Si rivedono al ribasso le tutele: rischiamo che chi oggi sta lavorando nelle pulizie  domani saranno le prossime malate.
Ci minacciano di licenziamento e denuncia nel caso parlassimo all’esterno riguardo la situazione esterna; gli scioperi sono bloccati e chi li sta facendo sta rischiando il posto di lavoro. 

La tensione nelle fabbriche è massima, la gente sta letteralmente crollando perché vi è un controllo capillare su tutt*.

I fermi produttivi verranno recuperati con la flessibilità, ossia si prende lo stipendio stando a casa, ma nei mesi successivi si faranno ore straordinarie di recupero e sabati senza essere riconosciuto lo straordinario, già da tempo si utilizza questo metodo. Più ore stessa paga.
Se starai a casa adesso recupereranno più avanti se ciò non accadrà per la recessione, licenziamenti: una pistola puntata alla tempia.
Negli appalti la mancata assoluta di comunicazione chiara, se non due dispense per i protocolli di sicurezza sanitaria elargiti da Ministero della salute. 

Questo è ciò che chiediamo:

_Cig;
_Trasparenza nella comunicazione;
_Tutele nella sanificazione, tute occhiali e mascherine per la sanificazione;
_Informazioni adeguate in tutte le cooperative e obbligo dei D.I.P.;
_Aumento salariale della paga base da 6,88 a 10€ l’ora;
_Nei fermi produttivi, devono aprire la cig per tutt*, dalla cooperativa alle aziende delle multiservizi oltre 50 dipendenti.

Basta fare profitto usando l’emergenza per sfruttare la manodopera!

10/05/20

SANZIONE DELLA CGS - SOLIDARIETA' DALLE LAVORATRICI POSTE DEL SI.COBAS

Dalle lavoratrici delle Poste Milano del Si.Cobas (riportiamo sotto stralci dal volantino) la denuncia della azione di attacco al diritto di sciopero della Commissione Garanzia sciopero, che ha sanzionato per 2.500 euro lo Slai cobas sc che il 9 marzo aveva mantenuto lo sciopero delle donne (mentre gli altri sindacati di base lo avevano revocato o non lo avevano proprio indetto). 

Questa nuova sanzione della CGS (dopo quella sempre per lo sciopero delle donne del 2018), ha un significato più pesante e diverso. E auspichiamo che anche la risposta del movimento femminista e dei sindacati di base tutti sia diversa. 
Ora, non ci troviamo neanche di fronte ad una burocratica applicazione delle norme della legge 146, ma ad utilizzare l'emergenza pandemia per vietare lo sciopero in tutti i settori lavorativi (sia nei cosiddetti "servizi essenziali" che in quelli assolutamente non essenziali se non per i profitti dei padroni), e soprattutto per creare un pericoloso precedente per dare un nuovo strategico colpo al diritto di sciopero, come chiaramente ha dichiarato il presidente della CGS: "Il conflitto al tempo del coronavirus ci porta davanti ad uno scontro terribile e inedito..."; le astensioni dal lavoro "produrrebbero un incalcolabile danno alla collettività e aumenterebbero il senso di insicurezza dei cittadini".

Per questo questo provvedimento della CGS interessa tutte e tutti. 
La emergenza pandemia durerà a lungo da parte del governo e Istituzioni, ma con la linea: ai padroni grandi concessioni e libertà, ai lavoratori, alle donne, alle masse popolari continuazione dei divieti, controlli, repressione; in questo senso pensare ad un nuovo sciopero delle donne e respingere questo grave sono legati.

Le lavoratrici Slai cobas sc
Mfpr