29/01/16

Le operaie dello Sri Lanka pagano il prezzo più alto per vestire il mondo

Anche nel nostro "civile" paese, le grandi marche sfruttano le operaie per il minimo costo del lavoro e il loro massimo profitto.orari di lavoro alti, salari bassissimi e niente diritti, nè rispetto per la loro vita - da Barletta alle fabbriche tessili di Parma, ai bassifondi di Martina Franca (TA), ecc.
Prepariamo il nuovo sciopero delle donne nella settimana dell'8 marzo, con al centro le operaie e le lavoratrici più sfruttate e discriminate, dalle immigrate alle braccianti

MFPR
Operaie di una fabbrica di abbigliamento a Katunayake, Sri Lanka


Di Marina Forti
Gli abiti che indossate probabilmente sono stati cuciti in un posto molto simile a Katunayake, alle porte di Colombo, nello Sri Lanka. È un villaggio di modeste case a un piano, galline che chiocciano nei cortili tra banani e alberi di mango, quasi nascosto dal verde intenso della vegetazione. Però siamo in una periferia urbana, a due passi dall’aeroporto internazionale della capitale srilanchese.

Soprattutto, siamo accanto a una “zona speciale per l’esportazione”, agglomerato di un’ottantina di
stabilimenti in cui lavorano quasi 40mila persone: qualche azienda di componenti elettroniche, manifatture varie, ma per lo più fabbriche di abbigliamento che lavorano per committenti stranieri. Sfornano abiti che saranno venduti in tutta Europa e negli Stati Uniti, spesso con marche molto note.
Gocce di sudore

Il villaggio dall’aspetto rurale dunque è un sobborgo operaio a ridosso delle fabbriche. Qui alloggiano i lavoratori della zona speciale, mi spiega Chamila Tushari mentre scendiamo dall’autobus, sulla trafficatissima strada nazionale, e ci addentriamo tra i viottoli. “Zona speciale” significa che le aziende godono di esenzioni fiscali e altri benefici, concessi dal governo per favorire gli investimenti; quella di Katunayake, fondata nel 1978, è tra le prime del paese.

Richiama manodopera dalle campagne più lontane: “Sono per lo più donne, spesso molto giovani; arrivano da località distanti anche più di un centinaio di chilometri”. Chamila Tushari lavora in questo sobborgo da una ventina d’anni. Coordina il collettivo Dabindu, che significa “goccia di sudore”, organizzazione un po’ sindacale, un po’ sociale. Mi indica case adibite a pensionato: “Le operaie lavorano tra le 12 e le 14 ore al giorno, poi spendono buona parte del salario per pagarsi una stanza e il cibo”.

Le note marche occidentali hanno smesso da tempo di avere fabbriche proprie

Le lavoratrici di Katunayake però alimentano una delle principali industrie dello Sri Lanka. Tessili e abbigliamento sono la prima voce dell’export del paese, hanno generato oltre 4,7 miliardi di dollari di reddito nel 2014. Sono anche la seconda fonte di valuta straniera (la prima sono le rimesse degli emigranti). Secondo l’ente nazionale per gli investimenti, le prime tre aziende del paese esportano da sole merci per più di tre miliardi di dollari all’anno, quasi tutto negli Stati Uniti e in Europa, e sono tra i 50 maggiori fornitori di abbigliamento sul mercato mondiale.

La parola “fornitori” è appropriata. L’industria dell’abbigliamento è un sistema globale in cui, da un lato, ci sono imprese di paesi industrializzati che vendono abiti e abbigliamento sportivo, di solito con marchi noti; dall’altro, ci sono i produttori di quegli abiti.

Le note marche occidentali in effetti non producono più nulla. Hanno smesso da tempo di avere fabbriche proprie; si limitano a commissionare i loro modelli a fabbricanti sparsi in paesi a basso reddito e basso costo del lavoro, per lo più in Asia (una decina di paesi dell’Asia meridionale e del sudest oggi sforna il 60 per cento dell’abbigliamento mondiale, secondo dati dell’Organizzazione mondiale del commercio). Questo significa che l’impresa europea o statunitense non ha alcuna responsabilità verso gli operai che cuciono i suoi vestiti: non sono suoi dipendenti.

Connessioni opache

Tra le belle vetrine in Europa e le fabbriche asiatiche dunque c’è una rete complicata. L’impresa occidentale fa la sua ordinazione a un certo numero di imprenditori con cui ha un rapporto diretto; questi producono in proprio, in grandi stabilimenti con migliaia di operai, oppure subappaltano a piccole fabbriche. Un singolo marchio occidentale dunque può avere centinaia di fornitori. In mezzo ci sono intermediari, la catena si allunga, le connessioni sono opache.

Quando il 24 aprile del 2013 in Bangladesh è crollato il Rana Plaza (guarda il reportage Il vero prezzo della moda), uccidendo più di 1.100 persone (oltre a 300 ancora disperse, e più di 2.400 ferite), in quell’edificio lavoravano cinque imprese su commissione di alcune grandi marche occidentali (tra cui l’italiana Benetton): ma non è stato semplice individuare i nomi dei committenti, e in ogni caso questi non avevano nessuna responsabilità diretta.

27/01/16

"I diritti non fanno nessun tipo di rivoluzione", una lettera

Uno spunto di dibattito sulla questione delle unioni civili che ci riporta alla necessità, per le donne, di riappropriarsi di una teoria rivoluzionaria per rimettere nella giusta concezione la questione femminile.
 
La condizione delle donne in generale viene totalmente rovesciata, o facendola discendere da analisi e posizioni anti-storico-materialiste, che mettono al centro la contraddizione di genere in termini riduttivi biologisti, o che rovesciano la questione: prima ci deve essere il pensiero e poi questo pensiero deve produrre una pratica, facendo discendere l'ideologia, le concezioni dal cielo, o quasi considerandole innate, non invece legate ad un processo storico.
Ricordiamo che la nostra formazione on line su questo blog inizierà il 30 gennaio e sarà un appuntamento fisso, ogni fine mese.
Cominceremo dallo studio/riflessione sul libro di Engels "L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato".
Vogliamo che sia una formazione a cui partecipino altre donne, compagne, con interventi, contributi, approfondimenti

 ****
I diritti non fanno nessun tipo di rivoluzione.

Riandiamo indietro nella memoria.
Per capire da dove siamo partiti e purtroppo dove siamo approdati.
"Il personale è politico" è lo slogan che più illumina e ha illuminato sulla stretta relazione politica tra la dialettica fra generi.
Essa coglie chiaramente la divisione del lavoro famigliare: il maschio a produrre il plus-valore in fabbrica, la donna a riprodurre la forza lavoro in casa, il tutto incastonato in una catena gerarchica la cui subordinazione femminile appare come il necessario presupposto dello sfruttamento della forza lavoro.
Politicizzare il personale in quel contesto significava mettere in discussione l'esistenza di una barriera fra il carattere pubblico/politico della sfera del lavoro e il carattere personale della sfera delle relazioni famigliari, unificando le due sfere sul terreno della lotta anticapitalistica.
La postdemocrazia e la modernizzazione liberista dell'economia e della politica hanno provocato uno slittamento semantico che, decontestualizzando lo slogan del significato originale di lotta, lo ha fatto divenire sinonimo di personalizzazione/privatizzazione della politica: dalla messa in gioco di ciò che del personale può essere politico, si è passati alla teorizzazione di una riconversione immediata del privato in pubblico. Scrive Anna Simone (Sessismo democratico. L'uso strumentale delle donne nel neoliberismo) "La sfera privata scoppia nella sfera pubblica spargendosi in mille pezzi e inserendosi come chiacchiera spettacolarizzata, commercializzata, mentre la seconda implode su se stessa, svuotata dall'elemento della formazione attiva delle opinioni da parte di pubblici che sembrano aver perso la propria capacità di critica".
Attraverso i dispositivi paralleli di femminilizzazione del lavoro e omologazione della comunicazione politica e mediatica ai canoni della neoligua politica, non sono le donne a essere incluse nella vita pubblica bensì la loro immagine, ridotta a componente di un corpo sociale "identificabile attraverso le ripartizioni semantiche: le donne, i disabili, i gay e le lesbiche, i neri, i trans, ecc." Non c'è dubbio che oggi- almeno sul piano culturale e simbolico - si vive in un mondo post patriarcale, ma ciò non ha sancito l'egemonia politica del movimento femminista, né tanto meno il crollo della democrazia neoliberale.
Questo sistema si è dimostrato ampiamente in grado di adattarsi alla nuova realtà; anzi se ne è fatto il più zelante ed entusiasta sostenitore nella misura in cui interpreta le "nuove libertà "come una nuova forma di schiavitù rispetto ai valori consumistici di tipo neoliberale e rispetto ai dispositivi messi a punto per gestire pubblicamente le soggettività.
Il sessismo non può più essere inteso e combattuto nella sua forma classica- ormai defunta-, ma va riconosciuto e contrastato in quanto dispositivo che non ha più la funzione di escludere le donne o altri generi, dalla scena pubblica, bensì di promuovere "l'inclusione differenziale".
Nel frattempo la "vittoria" del patriarcato produce una serie di effetti che non si rivoltano solo contro le donne, ma contro l'intero corpo sociale a partire da un disordine simbolico che rischia di divenire ingovernabile, come nota Ida Dominijanni commentando sarcasticamente la rielezione di Giorgio Napolitano: "mi chiedo a quale cornice simbolica corrisponda la mossa del più giovane e femminilizzato parlamento della storia italiana che si consegna mani e piedi a un padre raddoppiato nell'età e nell'incarico"( Il "Raddoppio" Rivista Alfabeta).
Da questo parlamento giovanilista e femminizzato giunge la proposta di legge sulle coppie di fatto.
Ora, tutti noi siamo favorevoli e tuttavia sollecito una riflessione più approfondita e critica sui risvolti dei diritti, i quali non sempre hanno un codice progressivo.
Come la storia insegna il procedere ha sempre dei risvolti ambivalenti.
Dopo il tramonto dei grandi soggetti storici pare che solo il diritto resta a opporsi alla naturalizzazione delle leggi economiche, le quali si riducono, di fatto alla legge del più forte.
Quindi per tenere insieme i vecchi diritti sociali conquistati con decenni di dure lotte di clesse, insieme con i nuovi diritti civile dovremmo ridefinire quali soggetti sociali e politici possano far valere ambedue i diritti.
Qualora così non fosse rischiamo che tutto scivoli  verso una omologazione della personalizzazione del diritto che è omologo alla personalizzazione della politica.
A conti fatti bisogna riconoscere che il liberalesimo con tutti i suoi archetipi culturali è riuscito a sfondare alla grande dentro il nostro territorio.
E in verità in molte varianti è stato aiutato da noi stessi

Tempera (AQ), 25.1.2016
Alfonso De Amicis

25/01/16

Nuovo Lavoro su "donne e Resistenza" a cura del Mfpr - presentazione e introduzione



Nel seminario di Palermo del 6- 7 giugno 2015 per il 20° anniversario del movimento femminista proletario rivoluzionario ci siamo rese conto di aver prodotto poco sulle donne nella Resistenza antifascista, considerazione che non poteva sfuggirci proprio nel 70° anniversario della Liberazione dal nazifascismo.Pertanto, abbiamo deciso di colmare questa lacuna partendo da un lavoro di ricerca della pubblicistica disponibile “perché per la nostra lotta è essenziale, perché una parte delle cose che diciamo si sono già fatte. Quindi è una ricchezza e ce la dobbiamo riprendere tutta e riconsegnarla” (vedi gli atti del seminario di Palermo del 6-7 giugno 2015)
Iniziamo, quindi, a presentare un lavoro su donne e Resistenza, una sorta di work in progress. Certamente un lavoro  non ordinato, in questa prima fase, ma necessario per non ricominciare sempre da zero. Senza memoria non c’è futuro e questo, per le donne, vale doppiamente. Ci baseremo su raccolte di testimonianze orali, atti di convegni, memorialistica delle operaie, studentesse, casalinghe, intellettuali che hanno dato il loro contributo nella lotta contro il fascismo e nella Resistenza partigiana, testi che, oggi, a 70 anni di distanza dalla Liberazione sono di fondamentale importanza per la ricchezza di elementi di conoscenza, la comprensione anche delle contraddizioni interne, la doppia, tripla  lotta che le donne hanno dovuto fare sia all’interno della famiglia e contro le convezioni sociali sia contro  la diffidenza nell’accettarle nella lotta partigiana. Del resto le concezioni oscurantiste e reazionarie contro le donne profuse a piene mani dal regime fascista avevano avuto tutto il tempo di attecchire e permeare profondamente la società.
In molti dei racconti orali si dipana un filo rosso da inizio secolo con le lotte contro la guerra, la miseria, i bassi salari, le condizioni di lavoro, insomma un forte conflitto di classe sia nelle campagne che nelle fabbriche, sfociato nelle occupazioni delle fabbriche- il biennio rosso-, con una successiva forte repressione con licenziamenti delle avanguardie e le “liste nere”, gli attacchi squadristi, la repressione fino a carcere, confino, messa fuori legge dei partiti, censura della stampa, il lavoro clandestino durante il fascismo con un grosso sforzo di propaganda. Ritroveremo le comuniste, le donne comunque che avevano riferimenti ideologici ed organizzativi prima del fascismo attive e instancabili nell’ attività clandestina e poi, appena uscite dal carcere o “liberate” dal confino o rientrate dall’estero, nell’organizzare la Resistenza. A tante di loro dobbiamo il lavoro teorico fatto negli anni successivi la Liberazione sul ruolo delle donne nella Resistenza.


Serve, quindi, inquadrare brevemente, per comprendere l’enorme contributo che le donne diedero alla lotta contro il fascismo, come il regime fascista abbia intrecciato la difesa degli interessi della borghesia con l’impianto ideologico dell’inferiorità delle donne, la centralità della famiglia e il ruolo, in essa delle donne, di mere riproduttrici della razza italica (si veda anche il dossier Donne fascismo Resistenza a cura del mfpr). Le donne della Resistenza portano un forte vento di ribellione contro l’odiosa oppressione subita durante il fascismo e istanze di un mondo migliore, contro le discriminazioni, vita misera dal punto di vista economico e sociale, negazione di accesso alla cultura, orizzonti angusti in cui sprecare le proprie vite.
Naturalmente, il fascismo organizzò anche il consenso femminile. Inizialmente “attrae” il femminismo democratico con l’ accoglimento delle istanze del diritto di voto alle donne e del divorzio: con le leggi speciali successive viene definitivamente smentito; sarà soprattutto con l’ Unione delle massaie rurali, prima, e della Sezione Operaie e Lavoratrici a Domicilio poi, che il regime “irreggimenta” le grandi masse femminili, ma, soprattutto, sarà l’opera del femminismo cattolico con la mistica della “missione materna” a dare al fascismo  un pieno sostegno assumendo un ruolo attivo di diffusione degli “ideali fascisti”. “L’ organizzazione”, l’indottrinamento dei giovani, invece, avviene attraverso la scuola.

Queste brevi note basterebbero già da sole a far comprendere la necessità, oggi, di riprendere gli insegnamenti che ci vengono dalla Resistenza: gli attacchi ai diritti al lavoro e sul lavoro non hanno precedenti; gli attacchi al diritto d’aborto non si sono mai fermati; la centralità della famiglia viene tutti i giorni evocata e il suo ruolo di ammortizzatore sociale è un fatto materiale, “normale”, ancora una volta, soprattutto in tempi di crisi.
Nel primo dopoguerra, al ritorno dei soldati dal fronte, si scatena la prima “guerra” contro le operaie, lavoratrici che avevano sostituito gli uomini nelle fabbriche, nelle campagne, in diversi comparti. La disoccupazione, anche per effetto della crisi, oltre che per il ritorno dei soldati dal fronte si cerca di “risolverla” prima con il dimezzamento del salario delle operaie che, in questo modo venivano spinte a lasciare il lavoro agli uomini poi con le famose leggi discriminatorie verso il lavoro delle donne, ma, soprattutto, con la centralità della famiglia e la divisione dei ruoli in essa. Non è un caso che, durante il regime fascista, si hanno scioperi nelle fabbriche tessili, delle tabacchine e delle mondariso. Ricordiamo, pertanto, l’ esclusione delle donne dall’insegnamento delle lettere e della filosofia nei licei, perché non idonee alla formazione ideologica della nuova gioventù littoria, a cui farà seguito l’esclusione delle donne dal ruolo di preside e direttore delle scuole; l’aumento delle tasse universitarie per le donne che contribuirà ad aumentare il divario nell’ accesso all’ istruzione; il Codice Rocco che istituzionalizza l’inferiorità della donna e il suo ruolo subordinato nella famiglia, introducendo la distinzione tra adulterio e concubinato con cui le donne che tradivano venivano condannate a pene molto più severe dell’uomo; ma, soprattutto nell’ambito della politica demografica, l’aborto viene considerato un crimine contro lo Stato. Un insieme di eventi contribuiscono a creare malcontento, a incrinare il consenso al fascismo.
Le leggi razziali, la partecipazione alla guerra di Spagna prima e alla seconda guerra mondiale poi con i soldati morti, ma anche i bombardamenti delle città con morti, fame, mancanza di legna e carbone-tutte le risorse devono essere canalizzate al sostegno dello “sforzo bellico”- mancanza di case…sempre più il fascismo viene riconosciuto come responsabile del disastro verso cui sempre più rapidamente stava precipitando un intero paese.
Ma sono soprattutto gli scioperi del marzo 1943, le proteste di gruppi di donne sempre più numerosi contro la penuria di viveri danno visibilità, diremmo oggi, alla volontà di farla finita col fascismo. Il 10 luglio 1943 gli americani sbarcano in Sicilia e in breve tempo la conquistano. Il 16 luglio il re chiama Badoglio e gli prospetta la possibilità di sostituire Mussolini. Il 24 luglio viene presentato, durante la riunione del Gran Consiglio l’ordine del giorno per chiedere le dimissioni di Mussolini. Il 25 luglio il governo viene affidato a Badoglio, Mussolini arrestato. Le manifestazioni di gioia popolare sono immediate con assalti alle case del fascio. I fascisti cercano di rendersi invisibili. Cortei, manifestazioni per chiedere la liberazione immediata dei detenuti politici. In tutte c’è una grande partecipazione delle donne. Già il 27 luglio il generale Roatta emana una circolare contro queste manifestazioni e si hanno arresti di manifestanti, in alcuni casi la forza pubblica spara contro i dimostranti.
Partiamo dal lavoro di Bianca Guidetti Serra e la sua preziosissima raccolta di testimonianze orali di partigiane, tutte proletarie e che hanno vissuto ed operato in Piemonte. “Nei libri di Storia della Resistenza, e sono ormai molti, si legge che nel dicembre del 1943 si costituirono i Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti per la libertà. Non si dice però che cosa fossero, che cosa facessero, quali finalità perseguissero…” (1)



17/01/16

Raccontiamo la "marcia in più'..." del MFPR con orgoglio

Dal nuovo Foglio speciale del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario - che si può richiedere da Lunedì prossimo anche on line scrivendo a mfpr.naz@gmail.com.

Il foglio comprende: 
- La 1° tappa a Melfi tra le operaie della Sata
- L'incontro con Pina e operai della Sata
- Con le compagne e i compagni dell'ex OPG occupato di Napoli
- Un'interessante assemblea con le compagne di Je sò pazzo
- Un singolare incontro a Napoli sulla questione della Teoria rivoluzionaria
- La marcia arriva alla festa/inaugurazione della libreria Metropolis
- Raccontiamo questa marcia con orgoglio
- Colonia: De te fabula narratur



Da "Raccontiamo questa marcia con orgoglio...
perché è stato un evento nuovo, una marcia che ha attraversato in 2gg tre realtà importanti del nostro paese. La marcia è stata la concretizzazione di quello che una studentessa ha detto nel seminario a Palermo sul 20° anniversario del Mfpr: “colpiscono le vostre azioni”, di un piccolo gruppo che con coraggio mette in campo fatti e con questi coinvolge anche le altre.
Lo spirito, la forma, il carattere di questa marcia sono stati quelli di un “piccolo esercito rivoluzionario” di donne che va dove serve, che si pone obiettivi e li raggiunge, che conquista delle “basi” dove mettere paletti per il lavoro futuro. “Armiamoci e partiamo - ha detto una lavoratrice che ha partecipato alla marcia - questo abbiamo fatto”.
L'Mfpr con la marcia ha lanciato una sfida a tutto campo, non solo verso il
padronato, lo Stato, ma anche sulla questione del rapporto donne/uomini, compagne/compagni, e sulle questioni teoriche.
Abbiamo affrontato alcune difficoltà, problemi organizzativi, ma la soluzione dei problemi è stato stato l'aspetto principale non il problema.
Pina, l'operaia, delegata Fiom della Fca/Sata di Melfi ci ha detto: “Mi sono emozionata nel vedere che 10 compagne si sono mosse da tutta Italia per venire da noi”. Certo a Melfi abbiamo trovato un clima generale di timore, di sfiducia, insieme a rabbia e insopportabilità delle condizioni di lavoro e di vita che questo sistema padronale impone. Perché non dovrebbe essere così? Ma noi riusciremo a smuovere questo stato di cose. La raccolta firme sulle tute è un bagliore di ribellione. Ora noi con le operaie combattive vogliamo essere la miccia per farla infiammare. Chi non ha capito ancora questo spirito occorre che rilegga meglio la storia.
La stessa sorpresa e contentezza è stata espressa nel comunicato di 'Je so pazzo' di Napoli.


A Roma, anche la Casa internazionale delle Donne, distante chiaramente da noi, e che pochi giorni prima avevamo criticato per presenze reazionarie in un Convegno che ospitava e che per questo aveva fatto un passo indietro, ha rilanciato l’informazione della Marcia e una compagna ha partecipato all’iniziativa alla libreria.


Tutto questo ci dà più fiducia e forza, che anche un piccolo gruppo, ma in sintonia col
momento, le necessità, i bi/sogni delle donne, può fare tanto.
Una marcia che ha segnato il cambio di passo annunciato nella celebrazione del 20°
anniversario del Mfpr: una “marcia in più”, che abbiamo messo in pratica, fatta non solo di parole, pubblicazioni,
ma di facce, di presenza diretta. Abbiamo cominciato a portare il nuovo “sciopero delle donne”, portandolo con coraggio anche lì dove non siamo presenti, facendo “nostre” anche le lotte in cui non ci siamo, facendole conoscere sul piano nazionale in termini affascinanti e vincenti.
Abbiamo emozionato. Questo è importante, perché ci si muove non solo perché si è d'accordo con una linea ma anche perchè si è coinvolte emozionalmente.

Il centro della Marcia era questa volta la Fiat Sata. Siamo andate a Melfi per portare una lotta che va oltre il “normale” sindacalismo. Perché il nuovo sciopero delle donne deve avere come riferimento le operaie e le donne più sfruttate. E attualmente la Fca Sata è non solo il concentrato del fascismo padronale ma anche la più grande fabbrica in Italia, dopo l’Ilva, e dove un terzo sono donne. Qui ci sono stati i primi bagliori di resistenza, in una situazione difficile. Certo, solo un bagliore, ma noi siamo materialiste, e vediamo e facciamo di una “lettera delle fortunate operaie di Melfi”, una espressione della denuncia di tutte le operaie, e di una raccolta firme contro le tute bianche, un primo atto di rivolta al sistema Marchionne.
La situazione resta difficile e pesante. Le operaie hanno paura. Ma la questione era di portare il sostegno diretto e dare un segnale. Siamo andate a dire che lo sciopero delle donne, la lotta delle donne, è la risposta; siamo andate a dire che sulla questione tuta ora si devono strappare risultati concreti. Lo sciopero delle donne è la strada che permette di sviluppare questa realtà, sia in termini di denuncia che di sviluppo del protagonismo delle operaie, per spazzare via “corvi” che prima hanno osteggiato e poi vogliono distorcere ed espropriare le operaie di questa campagna, dalla segreteria della Fiom a certe “corve” piccolo borghesi.

All’ex-OPG “Je so pazzo” abbiamo incontrato compagne e compagni. Qui la cosa più
importante sono state le domande che hanno posto anche una questione importante: quella del rapporto tra lavoratori e lavoratrici, tra donne e uomini, come tra compagne e i compagni; e alla fine le compagne, che avevano riserve, ascoltando esempi concreti che a volte ci fanno conoscere meglio delle parole, hanno iniziato a comprendere. È emersa la novità in termini ideologici e di prassi del movimento femminista proletario rivoluzionario. Una novità che vuole essere verso le compagne di stimolo, aiuto ma anche di critica sincera verso concezioni posizioni arretrate che sono di freno allo sviluppo della necessaria e non rinviabile autorganizzazione e lotta autonoma delle donne, per sviluppare la ribellione delle donne come forza poderosa della rivoluzione proletaria e di una rivoluzione nella rivoluzione che “rovesci la terra e il cielo”.

La riunione sempre a Napoli con l'editore della 'Città del Sole, Manes e il professore marxista dell'università 'Federico II', Di Marco è stata molto interessante. “Pubblichiamo alcuni vostri opuscoli”, ci ha detto Manes; “Portiamo l'MFPR nell'Università”, ha detto Di Marco. Si è dimostrato che nel MFPR non solo le donne lavoratrici, disoccupate si organizzano per lottare, ma che diventano capaci di portare la battaglia anche a livello teorico - bellissimo è stato ad un certo punto sentire un dibattito tra una disoccupata e il prof. Di Marco.
E proprio nel 20° anniversario abbiamo assunto la “sfida” di perseverare ed elevare il livello del nostro lavoro teorico, principalmente marxista-leninista-maoista.
Certo, questo di entrare nelle università è una sfida impegnativa, non ci siamo abituate, ma con lo spirito del “piccolo esercito” la affronteremo con entusiasmo.

Roma, infine, è stata una festa che le compagne si sono presa. A Roma si è visto il senso alto della festa, la cameraderia, il festeggiare un risultato. Abbiamo creato un clima popolare nella strada, il clima giusto anche per l'inaugurazione della nuova libreria militante, 'Metropolis'. “Da tempo vi volevamo conoscere”, ci hanno detto alcune donne di Roma. Attricecontro ha detto che si può fare una piece teatrale sullo sciopero delle donne.



Questa marcia ora deve continuare e continuerà!
E anche il nuovo “Sciopero delle donne” sarà questa volta una specie di marcia, uno sviluppo a macchia di leopardo che durerà tutto l’anno, che trova un momento significativo intorno all’8 marzo prossimo, ma che proseguirà anche dopo.

Le disoccupate organizzate Slai Cobas lottano con una "marcia in più"

Le Disoccupate Organizzate slai cobas sc che lottano con una "marcia in più..." combattono ogni giorno e
vincono anche!
Hanno lottato in prima fila per il lavoro e il reddito e oggi tutto il gruppo più attivo delle Disoccupate Organizzate, diretto da Chiara, entrano nei "Cantieri di cittadinanza".
Anche una Disoccupata che era stata vergognosamente esclusa, nonostante abbia 4 figli ed è da sola, con la lotta delle donne che è proseguita nei giorni scorsi, con la solidarietà fattiva e la determinazione delle disoccupate già ammesse, alla fine l'ha/l'hanno "spuntata"!
Chiara ha sempre detto che "occorre lottare sempre tutte insieme, nessuna deve pensare solo a sè".
Certo, si tratta di una piccola "elemosina" di lavoro e reddito, a fronte di un "diritto" reale che invece viene negato. Ma le Disoccupate Organizzate Slai cobas già dicono ora: il lavoro nei "cantieri di cittadinanza" non deve essere di 6 mesi ma di 12 e poi... non torneremo più disoccupate, ma lotteremo per un lavoro vero
E non si fermano solo al lavoro. Giorni fa, diretti da Chiara, le donne hanno protestano e strappato immediati interventi in una scuola in cui i bambini erano costretti ad andare in bagni fatiscenti, rotti, in cui dovevano passare tra urina e liquami a terra, in cui ci cadeva di tutto dal soffitto, 
La scorsa settimana quelle mamme non se ne sono andate a casa, come gli altri giorni. Sono rimaste a scuola a pretendere una immediata soluzione, coinvolgendo le stesse maestre e personale della scuola, che fino ad allora erano state zitte.
Le Disoccupate Organizzate hanno detto "ribelliamoci"! Hanno fatto arrivare in fretta e furia emittenti televisive, il vicesindaco che si è dovuto impegnare a mandare Chiara alla Fiat SATA alla marcia delle donne mfpr

Odiosa repressione del regime fascista turco di Erdogan contro tutti i sostenitori delle ragioni del popolo kurdo - intensificare le manifestazioni di denuncia e solidarietà

Care Accademiche e Scenziate Italiane,
Cari Accademici e Scenziati Italiani,


Vi inviamo l’appello firmato da più di 1128 accademici e accademiche della Turchia che trovate qui di seguito in italiano e altre lingue europee.

Come ben sapete, il governo dell’AKP, per mettere a tacere tutti coloro i quali non condividono la crudeltà e i massacri che sta commettendo, sta attaccando tutte e tutti con ogni mezzo.
Gli accademici e le accademiche che hanno firmato questo appello, il giorno stesso sono stati minacciati da Presindente Recep T. Erdogan e addirittura sono stati aperti procedimenti contro i loro e alcuni sono stati sollevati dal loro incarico e arrestati.

Facciamo appello a tutte le accademiche ea tutti accademici di firmare questo appello e di manifestare la propria solidarietà con gli accademici e le accademiche in Turchia.

Con preghiera di massima divulgazione per la raccolta una campagna di raccolta firme.
Inviare le adesioni a: info@retekurdistan.it

UIKI Onlus & Rete Kurdistan


APPELLO (
Firmato dal 1128 Accademic* in Turchia)
Noi, gli accademici e le accademiche e gli scienziati e le scienziate di questo paese non saremo parte di questo crimine!

Lo Stato turco, a Sur, Silvan, Nusaybin, Cizre e in molte altre località, attraverso coprifuoco della durata di settimane, condanna i suoi cittadini e le sue cittadine a morire di fame e di sete. In condizioni di guerra, interi quartieri e città vengono attaccati con armi pesanti.

Solidarietà alle lavoratrici della Cooperativa One Service

Le 8 compagne lavoratrici della cooperativa One Service in appalto alla Montrasio Italia srl iscritte al SI Cobas con dura decisione confermano lo sciopero di questo Lunedi 18 Gennaio nei magazzini di via Euclide s/n ad Agrate-Brianza, dimostrando la convinzione di battaglia degna  di una proletaria
appoggiare queste combattente e la miglior dimostrazione di unità di classe, di opporsi a tutti gli abusi e discriminazioni contro le donne proletarie, sapiamo delle azioni di ricatto e molestie sessuali che ci sono in quel magazzino, purtroppo non abbiamo delle prove concrete o denunce fatte in precedenza contro quel responsabile bastardo che viene aiutato dal padrone Montrasio che paga a quelle donne molestate o ricattate sessualmente, abbiamo la forza della unita e la battaglia, mettiamola subito in pratica in quelli cancelli.

NO, ALLE DISCRIMINAZIONI !!!     NO, ALLE MOLESTIE O RICATTI SESSUALI !!!!!!

NO, ALLO SFRUTTAMENTO  !!!     NO, AL  ALLONTANAMENTO ILLEGITTIMO DAL POSTO DI LAVORO !!!!

1.-   Reintegro immediato delle SI COBISTE  Monica Espinoza, Laura Verdura, Ana Seclèn, Sonia Grignola e Jessica Sardella
2.-   Riconoscere RSA SI Cobas
3.-   Applicazione del  CCNL integramente.
4.-   Restituzione del furto dei salari degli ultimi due anni (differnze salariale )

TOCCANO     UNA    TOCCANO     TUTTI   !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

***

GIU' LE MANI DALLE LAVORATRICI, SPORCHI PADRONI!!
RISPONDIAMO UNITE!
LO SCIOPERO DELLE DONNE DEVE ESSERE LA RISPOSTA CHE UNISCE LE VARIE REALTA' IN LOTTA (DA MELFI, ALLE LAVORATRICI DELLE PULIZIE, ALLE LAVORATRICI DELLE COOPERATIVE, ECC.) IN UN UNICA FORTE BATTAGLIA CONTRO TUTTI GLI ATTACCHI ALLE CONDIZIONI DI LAVORO MA ANCHE ALLA NOSTRA DIGNITA', FINO AI NOSTRI CORPI DEI PADRONI.
COSTRUIAMO INSIEME LO SCIOPERO DELLE DONNE INTORNO ALL'8 MARZO.
SIAMO CON VOI LUNEDI', ANCHE SE PURTROPPO NON FISICAMENTE.

LE LAVORATRICI DELLO SLAI COBAS
LE COMPAGNE DEL MOVIMENTO FEMMINISTA PROLETARIO RIVOLUZIONARIO