Anche nel nostro "civile" paese, le grandi marche sfruttano le
operaie per il minimo costo del lavoro e il loro massimo
profitto.orari di lavoro alti, salari bassissimi e niente diritti,
nè rispetto per la loro vita - da Barletta alle fabbriche tessili di
Parma, ai bassifondi di Martina Franca (TA), ecc.
Prepariamo il nuovo sciopero delle donne nella settimana dell'8 marzo, con al centro le operaie e le lavoratrici più sfruttate e discriminate, dalle immigrate alle braccianti
MFPR
Prepariamo il nuovo sciopero delle donne nella settimana dell'8 marzo, con al centro le operaie e le lavoratrici più sfruttate e discriminate, dalle immigrate alle braccianti
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| Operaie di una fabbrica di abbigliamento a Katunayake, Sri Lanka |
Dal blog Proletari Comunisti:
Di Marina Forti
Gli abiti che indossate probabilmente sono stati cuciti in un posto molto simile a Katunayake, alle porte di Colombo, nello Sri Lanka. È un villaggio di modeste case a un piano, galline che chiocciano nei cortili tra banani e alberi di mango, quasi nascosto dal verde intenso della vegetazione. Però siamo in una periferia urbana, a due passi dall’aeroporto internazionale della capitale srilanchese.
Soprattutto, siamo accanto a una “zona speciale per l’esportazione”, agglomerato di un’ottantina di stabilimenti in cui lavorano quasi 40mila persone: qualche azienda di componenti elettroniche, manifatture varie, ma per lo più fabbriche di abbigliamento che lavorano per committenti stranieri. Sfornano abiti che saranno venduti in tutta Europa e negli Stati Uniti, spesso con marche molto note.
Gocce di sudore
Il villaggio dall’aspetto rurale dunque è un sobborgo operaio a ridosso delle fabbriche. Qui alloggiano i lavoratori della zona speciale, mi spiega Chamila Tushari mentre scendiamo dall’autobus, sulla trafficatissima strada nazionale, e ci addentriamo tra i viottoli. “Zona speciale” significa che le aziende godono di esenzioni fiscali e altri benefici, concessi dal governo per favorire gli investimenti; quella di Katunayake, fondata nel 1978, è tra le prime del paese.
Richiama manodopera dalle campagne più lontane: “Sono per lo più donne, spesso molto giovani; arrivano da località distanti anche più di un centinaio di chilometri”. Chamila Tushari lavora in questo sobborgo da una ventina d’anni. Coordina il collettivo Dabindu, che significa “goccia di sudore”, organizzazione un po’ sindacale, un po’ sociale. Mi indica case adibite a pensionato: “Le operaie lavorano tra le 12 e le 14 ore al giorno, poi spendono buona parte del salario per pagarsi una stanza e il cibo”.
Le note marche occidentali hanno smesso da tempo di avere fabbriche proprie
Le lavoratrici di Katunayake però alimentano una delle principali industrie dello Sri Lanka. Tessili e abbigliamento sono la prima voce dell’export del paese, hanno generato oltre 4,7 miliardi di dollari di reddito nel 2014. Sono anche la seconda fonte di valuta straniera (la prima sono le rimesse degli emigranti). Secondo l’ente nazionale per gli investimenti, le prime tre aziende del paese esportano da sole merci per più di tre miliardi di dollari all’anno, quasi tutto negli Stati Uniti e in Europa, e sono tra i 50 maggiori fornitori di abbigliamento sul mercato mondiale.
La parola “fornitori” è appropriata. L’industria dell’abbigliamento è un sistema globale in cui, da un lato, ci sono imprese di paesi industrializzati che vendono abiti e abbigliamento sportivo, di solito con marchi noti; dall’altro, ci sono i produttori di quegli abiti.
Le note marche occidentali in effetti non producono più nulla. Hanno smesso da tempo di avere fabbriche proprie; si limitano a commissionare i loro modelli a fabbricanti sparsi in paesi a basso reddito e basso costo del lavoro, per lo più in Asia (una decina di paesi dell’Asia meridionale e del sudest oggi sforna il 60 per cento dell’abbigliamento mondiale, secondo dati dell’Organizzazione mondiale del commercio). Questo significa che l’impresa europea o statunitense non ha alcuna responsabilità verso gli operai che cuciono i suoi vestiti: non sono suoi dipendenti.
Connessioni opache
Tra le belle vetrine in Europa e le fabbriche asiatiche dunque c’è una rete complicata. L’impresa occidentale fa la sua ordinazione a un certo numero di imprenditori con cui ha un rapporto diretto; questi producono in proprio, in grandi stabilimenti con migliaia di operai, oppure subappaltano a piccole fabbriche. Un singolo marchio occidentale dunque può avere centinaia di fornitori. In mezzo ci sono intermediari, la catena si allunga, le connessioni sono opache.
Quando il 24 aprile del 2013 in Bangladesh è crollato il Rana Plaza (guarda il reportage Il vero prezzo della moda), uccidendo più di 1.100 persone (oltre a 300 ancora disperse, e più di 2.400 ferite), in quell’edificio lavoravano cinque imprese su commissione di alcune grandi marche occidentali (tra cui l’italiana Benetton): ma non è stato semplice individuare i nomi dei committenti, e in ogni caso questi non avevano nessuna responsabilità diretta.
Gli abiti che indossate probabilmente sono stati cuciti in un posto molto simile a Katunayake, alle porte di Colombo, nello Sri Lanka. È un villaggio di modeste case a un piano, galline che chiocciano nei cortili tra banani e alberi di mango, quasi nascosto dal verde intenso della vegetazione. Però siamo in una periferia urbana, a due passi dall’aeroporto internazionale della capitale srilanchese.
Soprattutto, siamo accanto a una “zona speciale per l’esportazione”, agglomerato di un’ottantina di stabilimenti in cui lavorano quasi 40mila persone: qualche azienda di componenti elettroniche, manifatture varie, ma per lo più fabbriche di abbigliamento che lavorano per committenti stranieri. Sfornano abiti che saranno venduti in tutta Europa e negli Stati Uniti, spesso con marche molto note.
Gocce di sudore
Il villaggio dall’aspetto rurale dunque è un sobborgo operaio a ridosso delle fabbriche. Qui alloggiano i lavoratori della zona speciale, mi spiega Chamila Tushari mentre scendiamo dall’autobus, sulla trafficatissima strada nazionale, e ci addentriamo tra i viottoli. “Zona speciale” significa che le aziende godono di esenzioni fiscali e altri benefici, concessi dal governo per favorire gli investimenti; quella di Katunayake, fondata nel 1978, è tra le prime del paese.
Richiama manodopera dalle campagne più lontane: “Sono per lo più donne, spesso molto giovani; arrivano da località distanti anche più di un centinaio di chilometri”. Chamila Tushari lavora in questo sobborgo da una ventina d’anni. Coordina il collettivo Dabindu, che significa “goccia di sudore”, organizzazione un po’ sindacale, un po’ sociale. Mi indica case adibite a pensionato: “Le operaie lavorano tra le 12 e le 14 ore al giorno, poi spendono buona parte del salario per pagarsi una stanza e il cibo”.
Le note marche occidentali hanno smesso da tempo di avere fabbriche proprie
Le lavoratrici di Katunayake però alimentano una delle principali industrie dello Sri Lanka. Tessili e abbigliamento sono la prima voce dell’export del paese, hanno generato oltre 4,7 miliardi di dollari di reddito nel 2014. Sono anche la seconda fonte di valuta straniera (la prima sono le rimesse degli emigranti). Secondo l’ente nazionale per gli investimenti, le prime tre aziende del paese esportano da sole merci per più di tre miliardi di dollari all’anno, quasi tutto negli Stati Uniti e in Europa, e sono tra i 50 maggiori fornitori di abbigliamento sul mercato mondiale.
La parola “fornitori” è appropriata. L’industria dell’abbigliamento è un sistema globale in cui, da un lato, ci sono imprese di paesi industrializzati che vendono abiti e abbigliamento sportivo, di solito con marchi noti; dall’altro, ci sono i produttori di quegli abiti.
Le note marche occidentali in effetti non producono più nulla. Hanno smesso da tempo di avere fabbriche proprie; si limitano a commissionare i loro modelli a fabbricanti sparsi in paesi a basso reddito e basso costo del lavoro, per lo più in Asia (una decina di paesi dell’Asia meridionale e del sudest oggi sforna il 60 per cento dell’abbigliamento mondiale, secondo dati dell’Organizzazione mondiale del commercio). Questo significa che l’impresa europea o statunitense non ha alcuna responsabilità verso gli operai che cuciono i suoi vestiti: non sono suoi dipendenti.
Connessioni opache
Tra le belle vetrine in Europa e le fabbriche asiatiche dunque c’è una rete complicata. L’impresa occidentale fa la sua ordinazione a un certo numero di imprenditori con cui ha un rapporto diretto; questi producono in proprio, in grandi stabilimenti con migliaia di operai, oppure subappaltano a piccole fabbriche. Un singolo marchio occidentale dunque può avere centinaia di fornitori. In mezzo ci sono intermediari, la catena si allunga, le connessioni sono opache.
Quando il 24 aprile del 2013 in Bangladesh è crollato il Rana Plaza (guarda il reportage Il vero prezzo della moda), uccidendo più di 1.100 persone (oltre a 300 ancora disperse, e più di 2.400 ferite), in quell’edificio lavoravano cinque imprese su commissione di alcune grandi marche occidentali (tra cui l’italiana Benetton): ma non è stato semplice individuare i nomi dei committenti, e in ogni caso questi non avevano nessuna responsabilità diretta.




