15/01/18

Siamo, come prima, sempre dalla parte di Claudia.


Alleghiamo un appello per il boicottaggio di un'assemblea a Parma per lo stupro di Claudia da parte della Raf.
Siamo, come prima, sempre dalla parte di Claudia.

Rilanciamo il comunicato che facemmo un anno fa.
MFPR

COMUNICATO
Sul bestiale stupro di gruppo, avvenuto nel 2010 al centro sociale RAF di Parma, la cui violenza è poi proseguita facendo girare le immagini riprese e, in ultimo, attaccando vigliaccamente la ragazza che finalmente aveva raccontato come erano andati i fatti, noi siamo dalla parte della ragazza senza se e senza ma. E, come hanno denunciato alcune compagne, ciò che va fortemente condannato è l'atteggiamento omertoso, complice tenuto all'epoca e in questi anni da compagni e compagne dell'area.
Su questo, come su tanti altri bruttissimi fatti simili avvenuti e che possono continuare ad avvenire dobbiamo scatenare apertamente la ribellione, la furia delle ragazze, delle compagne.
Solo questo permette di non delegare alle forze dello Stato l'intervento su episodi di violenza fascista/sessista contro le donne.
Si tratta di una nefasta ideologia, figlia dell'abbruttimento ideologico che la borghesia spande a piene mani, che corrode anche nei movimenti antagonisti e opprime le energie di tante compagne.

Tra le ragazze, le compagne chi sottovaluta questo, non comprende il carattere di "guerra" a tutti i livelli che la borghesia porta avanti; non lo comprendono anche quelle compagne che nei movimenti, nei centri sociali sottovalutano la necessità sempre e comunque di darsi organizzazione e di portare avanti la lotta delle donne.
(su questo significativo fu anni fa la battaglia fatta da compagne di un centro sociale di Modena, allora del Mfpr, su cui è possibile avere il loro lungo documento).

Non ci può essere un movimento delle donne che non lotti contro ogni violenza sessuale, sempre e dovunque.
La lotta delle donne deve rompere, cambiare i centri sociali, le organizzazioni politiche, i sindacati, i movimenti. Questo è anche il significato dello "sciopero delle donne", che porta anche una "rottura" di concezione, di atteggiamento tra gli operai, il sindacalismo.
Sulla questione femminile, sugli atteggiamenti maschilisti presenti anche in organizzazioni di compagni, in passato si sono giustamente sfasciate intere organizzazioni rivoluzionarie - l'esempio più grande fu Lotta continua verso la fine degli anni 70.
E' solo la lotta rivoluzionaria delle donne a 360° il "vaccino", altrimenti nessuno a priori può e deve considerarsi immune dall'ideologia fascista de "gli uomini che odiano le donne".
21.12.2016
MFPR

 COMUNITÀ PER STUPRARE UNA DONNA. SULL'ASSEMBLEA  IN  PROGRAMMA  A  PARMA. https://coordinamenta.noblogs.org/post/2018/01/09/19-gennaio-2018-a-parma/ Nel  settembre  del  2010  in  via  Testi  a  Parma  dentro  la  sede  della  RAF  (rete  antifascista)  un  numero imprecisato  di  individui  (da  4  a  6)  ha  preso  parte  attivamente  e/o  come  spettatore  ad  uno  stupro  di gruppo  ai  danni  di  una  ragazza,  che  da  poco  aveva  compiuto  diciotto  anni. Lo  stupro  viene  ripreso  con  un  cellulare  ed  il  video  prodotto  gira  per  molto  tempo  tra  decine  e decine  di  persone  fino  a  che  nell’agosto  del  2013  un  ordigno  rudimentale  scoppia  a  pochi  passi  dalla sede  di  Casa  Pound  a  Parma  e  partono  delle  indagini  che  come  prevedibile,  vanno  a  colpire  il movimento  anti-fascista  e  anarchico  parmense  e  delle  zone  limitrofe. Gli  inquirenti  a  questo  punto  vengono  a  conoscenza  di  quel  video,  convocano  la  compagna  in questura  e  da  lì  Claudia  si  ritrova  ad  affrontare  un  processo  mai  voluto  che  si  va  a  sommare  alla  già precedente  violenza.  Cominciano  a  quel  punto  gli  schieramenti.  La  rete  antifascista  parmense  si pronuncia  immediatamente  denunciando  esclusivamente  l'uso  strumentale  dei  giornali  per  attaccare le  sedi  dei  compagni.  Da  allora  attacchi  sempre  più  espliciti  si  susseguono  e  il  comportamento  di Claudia  diviene  oggetto  di  critiche  e  denigrazione.  La  accusano  di  essersi  resa  complice  della polizia  nella  loro  manovra  tesa  a  criminalizzare  il  movimento  antifascista.  Il  Kas  (collettivo antisessista  di  Parma)  mentre  in  pubblico  condanna  lo  stupro,  nella  vita  quotidiana  impegna  molte delle  sue  energie  per  creare  un  clima  di  sospetto  e  diffidenza  nei  confronti  di  Claudia.  Claudia  si trova  sempre  più  isolata,  molti  spazi  occupati  la  cacciano  via  quando  prova  ad  andare  alle  iniziative o  ad  un  semplice  concerto. Tutto  questo  per  molto  tempo  finché  una  rete  di  compagne  solidali  inizia  con  lei  un  percorso  di autosostegno  e  lotta,  affrontando  insieme  tutte  le  udienze  del  processo.  Da  tante  situazioni  di  lotta  di tutta  Italia  arrivano  comunicati  e  prese  di  posizione  chiare  che  condannano  lo  stupro  senza  se  e senza  ma.  Esce  il  già  noto  comunicato  delle  4  crepe   https://www.wumingfoundation.com/4crepe.pdf Ma  l'atteggiamento  delle  suddette  organizzazioni  politiche  non  cambia  anzi:  4  persone  vengono denunciate  per  minacce  e  inquinamento  di  prove.  L'attività  della  nuova  rete  antifascista  e  del  Kas continua  ad  essere  la  stessa:  cercare  di  delegittimare  la  parola  di  Claudia  e  delle  compagne  solidali arrivando  addirittura  a  girare  per  le  assemblee  degli  spazi  occupati  per  richiedere  che  fossero  tutte allontanate  o  considerate  persone  non  gradite.  Nessuno-a  di  loro  si  è  mai  presentato  ad  una  udienza in  tribunale,  usando  il  giochetto  del  tribunale  borghese  e  delle  infantilizzazione  delle  vittime. Nessuno-a  ha  mai  espresso  solidarietà  a  Claudia. Ora,  dopo  che  il  processo  ai  tre  stupratori  si  è  concluso,  usano  queste  stesse  parole  per  ripulirsi  la facciata  e  presentarsi  con  una  nuova  immagine  organizzando  a  Parma  una  assemblea  il  19  gennaio sui  temi  della  violenza  maschile  sulle  donne.  La  firma  è  un  po'  diversa,  semplicemente  “assemblea antisessista”  ,  mentre  la  Raf  si  trasforma  in  Rete  Antifascista  Parma  2.0.  E'  inaccettabile  lo svolgimento  di  questa  assemblea  come  è  inaccettabile  avallarla  in  alcun  modo. Noi  stiamo  con  Claudia  e  in  nessum  modo  ci  renderemo  complici  del  misero  tentativo  di  ripulitura di  soggetti-e  che,  non  solo  non  hanno  mai  preso  posizione  chiara  su  tutta  la  vicenda,  ma  che nell'ombra  hanno  lavorato  affinché  una  qualsiasi  forma  di  solidarietà  a  Claudia  non  si  venisse  a creare. Noi  stiamo  con  Claudia  e  chiediamo  a  tutti  e  tutte  di  boicottare  questa  assemblea  e  di  esprimere ancora  una  volta  la  nostra  rabbia  per  una  violenza  che  non  finisce  mai. Una  assemblea  le  cui  organizzatrici-tori  e  sostenitori  nulla  hanno  di  differente  con  i  processi borghesi  con  cui  si  riempiono  la  bocca,  essendo  essi  stessi  complici  di  aver  perpetuato  una  cultura dello  stupro  fatta  di  processi  ai  comportamenti,  isolamento,  minacce  e  creazione  di  un  clima insicuro  e  ostile  verso  quella  che  chiamano  la  “vittima  infantilizzata”,  una  teoria  usata  ad  hoc  in questi  anni  per  mettere  lei  sul  banco  degli  imputati. Non  ci  stupisce  che  le  compagne  che  hanno  lottato  con  Claudia  non  siano  state  interpellate,  essendo considerate  complici  dello  stato  borghese.  Molto  meglio  rimanere  puri-e  e  lasciare  da  sola  una compagna  stuprata  in  un  contesto  di  movimento  ad  affrontare  un  processo  da  lei  mai  richiesto  (tra l'altro)  perchè  in  fondo  è  una  facile,  un  pò  fuori  di  testa,  inaffidabile,  che  in  definitiva  non  ha  le stellette  necessarie  per  essere  accettata  nel  mondo  dorato  dei  veri  e  delle  vere  antifascisti-e.  Quello che  ci  stupisce  è  come  mai  dei  collettivi  e  delle  soggettività  che  si  definiscono  femministe  si prestino  a  questo  gioco  e  prendano  parola  per  altre,  dando  voce  a  chi,  invece  di  solidarizzare  con Claudia,  l'ha  di  fatto  processata  e  condannata.  Invitiamo  collettivi,  gruppi,  singole-i  a  diffondere questo  appello  e  a  boicottare  l'assemblea  in  programma  a  Parma. #NOISTIAMOCONCLAUDIA

Da qui non ce ne andiamo. La città femminista non si sgombera! Martedi 23 gennaio ore 16 a Piazza del Campidoglio

I NOSTRI DESIDERI NON SONO TRASPARENTI.
LA CITTA' FEMMINISTA NON SI SGOMBERA!

Roma da troppo tempo ormai vive nel pericolo di perdere luoghi essenziali di autonomia, solidarietà e cultura nella città. In particolare è in atto un chiaro e feroce attacco ai luoghi del femminismo, frutto di battaglie storiche e più recenti. Questi luoghi - la Casa Internazionale delle Donne, la Casa delle donne Lucha y Siesta, Il Centrodonna L.I.S.A., il Centro donne DALIA, lo spazio delle Cagne Sciolte…- hanno consentito a moltissime donne di uscire dalla spirale della violenza e reso possibile la costruzione di percorsi di autonomia e liberazione. Oggi questi spazi, ed altri ancora, sono minacciati da procedimenti di chiusura o di richiesta di risorse economiche esose, conseguenza di un sistema economico e politico che tenta di monetizzare e mettere a profitto ogni aspetto dell'esistente.
oggi, dopo la Casa Internazionale delle Donne, anche la casa delle donne Lucha y Siesta rischia la chiusura.
Le donne di Roma rischiano di perdere non solo dei luoghi fisici in cui incontrarsi, ma ciò che sono diventati nel tempo: dei punti di riferimento irrinunciabili in città, spazi di condivisione, autotutela e autodeterminazione conquistati con la lotta, nati per modificare un contesto sociale e culturale che era e resta pesantemente segnato dalla violenza maschile sulle donne.
 Le sorti della Casa delle Donne Lucha y Siesta vengono legate a quelle di Atac, proprietaria dello stabile, che ne minaccia il futuro. Il piano di risanamento di Atac non devono pagarlo le donne: Lucha y Siesta va salvaguardata e stralciata dalla lista dei beni immobili da svendere, subito!
E’ una idea di legalità che non corrisponde ai diritti, ai bisogni e a desideri di vite migliori che una democrazia matura dovrebbe invece garantire.  A fronte di questa emergenza per le donne e per tutta la città, la proverbiale trasparenza della Giunta Raggi si fa vera e propria invisibilità: la sindaca scompare, le assessore si smaterializzano, le richieste restano senza risposta, i problemi senza soluzione...
Facciamo vivere i nostri desideri e i nostri bisogni dandogli corpo e dignità, attraversando e ridisegnando la città, riappropriandoci di spazi abbandonati, sostituendo al calcolo finanziario l'inestimabile ricchezza delle relazioni e dei saperi differenti che produciamo quotidianamente.

Da qui non ce ne andiamo. La città femminista non si sgombera!
Martedi 23 gennaio ore 16
Tutte e tutti a Piazza del Campidoglio

Le donne in lotta non hanno da difendersi da un processo, ma hanno da ribellarsi contro una "giustizia" che continua la violenza sulle donne


Il 22 gennaio, vi sarà l'avvio del processo a L'Aquila contro 3 compagne, accusate di "diffamazione" dall'avvocato dello stupratore Tuccia.

L'Mfpr non riconosce questo processo a donne che hanno espresso concretamente la solidarietà attiva verso "Rosa" stuprata orribilmente e quasi assassinata dall'ex militare Tuccia. 

L'Mfpr utilizzerà il processo per ribadire la legittimità della lotta delle donne, rivendicando tutta la mobilitazione fatta.

Noi vogliamo che nessuno dimentichi l'orribile crimine perpetrato contro "Rosa"; esso ha colpito e colpisce tutte le donne
Noi vogliamo che nessuno faccia finta di non sapere dell'aumento di stupri e femminicidi, di questa strage di bassa intensità contro le donne, che il più delle volte non trovano giustizia ma, anzi, si ritrovano loro messe sotto accusa
Noi vogliamo ricordare che "Rosa" ha continuato ad essere violentata per tutto il processo. Invece di trovare
nelle aule di giustizia un clima sereno, dalla parte delle donne , è entrata nel girone infernale di un "processo per stupro"! Rosa, ma anche le donne nei presidi fuori e dentro il Tribunale, ha dovuto sentire e subire offese indegne, da parte di un avvocato che è andato ben oltre anche lo stesso diritto di difesa, facendo vivere a "Rosa" un'altra pesante violenza durante il processo
Noi rivendichiamo la piena legittimità della mobilitazione di solidarietà di tante donne, e intendiamo dare voce alla denuncia di questa seconda violenza che si perpetua oggi nel Tribunale. Non si può parlare della violenza sessuale verso le donne il 25 novembre da parte anche di rappresentanti Istituzionali, e poi trovarsi anche imputate per aver difeso i nostri diritti!
Oggi sono le donne che hanno reclamato un elementare 
diritto democratico (che si impedisse all'avvocato di Tuccia di intervenire nella Casa Internazionale delle Donna, infangando anche questo luogo) ad essere messe sotto processo; sono le tante, troppe donne offese, violentate, discriminate, oppresse, ma ribelli e sempre in lotta, ad essere "accusate" di diffamazione, perchè un "ometto" si è sentito "colpito nella sua dignità, professionalità"; quando ogni giorno le donne subiscono non una ma mille offese, fino agli attacchi alla loro vita. 
Volete cercare di zittirci, cancellare la solidarietà e la lotta delle donne... Non ci riuscirete!

Pensiamo che ben altro dovrebbe essere "condannato": quelle parole indegne che "continuano ad uccidere" la stessa vita delle donne; che uccidono, così, anche la giustizia.

Questo processo sarà una "pietra che ricadrà sui piedi" di chi l'ha sollevata.
Questo, come tanti altri processi, farà comprendere più chiaramente a tante donne cosa è questo Stato borghese, farà comprendere la necessità di rendere più forte la lotta delle donne, per affermare una reale giustizia per le donne, perchè tutta la vita e tutta la società devono cambiare!  
Non abbiamo nulla da cui difenderci!
Noi non dimentichiamo e continueremo a denunciare le atrocità commesse sul corpo di Rosa.
Noi continueremo a mettere sotto "processo" le complicità e coperture verso chi stupra e uccide le donne! 
Noi continueremo la lotta dando voce a tutte le donne!

MFPR

11/01/18

LA GROSSA MOBILITAZIONE DELLE MAESTRE NELLA SCUOLA CONTINUA PER ESTENDERE LA LOTTA A TUTTI I LAVORATORI DELLA SCUOLA


Iniziativa il 14 GENNAIO a Bologna, sul processo a L'Aquila contro tre compagne femministe

Ciao a tutte,

vi invitiamo Domenica 14 gennaio alle 17 in via Emilia Levante 138, ad una chiacchierata con una delle compagne denunciate per diffamazione dall'avvocato Antonio Valentini, difensore del militare stupratore Francesco Tuccia.
Fermiamo questo attacco alla solidarietà tra donne!
Vi aspettiamo per approfondire ed organizzare la solidarietà attiva contro questo processo vergognoso che si terrà a L'Aquila il 22 gennaio sotto il tribunale.
Diffondete alle amiche e compagne.
Perché se toccano una...ci ribelliamo tutte!


Amazora


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Sempre peggiore la condizione delle lavoratrici sui posti di lavoro - prepariamo e organizziamo lo sciopero delle donne proletarie - 8 marzo - Mfpr


Attenzione: l’assunzione prolungata può provocare attacchi di panico, tachicardia, insonnia, nausea, tremori, dermatiti, cefalee e pianto nervoso. Non sono gli effetti collaterali di un farmaco ma quelli di un lavoro. Un impiego come venditrice di mobili a Mondo Convenienza.
“C’era questo gioco, la Master Seller. Il torneo dei venditori. Ognuno era una pedina. Doveva risalire la strada fino alla cima della montagna e superare gli altri, o finiva maglia nera”. Maglia nera?! Quale Montagna? “Quella disegnata sulla parete. Se non superavi le prime due curve eri maglia nera, un gregario”.
C’era scritto proprio così, sulla grande lavagna, accanto al nome e cognome: “gregario”. Con tanto di esortazione: “Noi crediamo in te.. tu no? Forza!”. Era pieno di “esortazioni”, sulle pareti del punto vendita di Prato. Moniti per spronare i dipendenti a lavorare di più, per ricordargli che la loro permanenza in negozio non era scontata “Esserci ≠ Rimanerci”.
E allora, anche se il contratto a tempo indeterminato prevede una paga fissa e la sicurezza dello stipendio, ci si affanna a vendere ogni singola cassettiera come un lavoratore a cottimo per passare maglia bianca: “Fai del tuo meglio… scendi in campo da protagonista!”, poi maglia ciclamino, azzurra, verde e rosa, all’ultima curva: “Sei il numero uno… non ti fermare ora!”. E vincere il premio previsto dal regolamento. “Un prestigiosissimo trofeo di Vincitore della master Seller Challenge”. Un sistema per mettere i venditori in competizione misurandone “la produttività oraria” attraverso “il ranking settimanale”.
Lucia che non si chiama così, ma non vuole che il suo nome venga associato a quello dell’azienda dove si è ammalata, non riesce a star ferma sulla sedia del dottore mentre lo racconta. Non regge più i ritmi le pressioni, non sopporta più i motti alle pareti “Non c’è mai una seconda occasione per fare una prima buona impressione” e Benjamin Franklin piegato a vendere cucine componibili: “Dimmi e io dimentico, mostrami e io ricordo, coinvolgimi e io imparo”.
Si licenzia e ottiene dall’Inail il riconoscimento per malattia professionale. Un fatto raro per una venditrice, che non fa un lavoro “usurante”: non solleva carichi, non è esposta al caldo dell’altoforno o al freddo delle celle frigo, eppure si ammala di lavoro, per le condizioni sempre più spesso imposte a commessi e cassieri, tenuti a domandare, per contratto, a chi ordina un caffè se non vuole anche un cornetto, a piazzare il secondo paio di calzini a chi compra il primo, a lavorare a tempo pieno con un part-time e durante le feste con l’indeterminato.
Parte l’indagine della Asl, che raccoglie per mesi le testimonianze dei dipendenti. “È dal 2014 che i lavoratori si rivolgono a noi raccontandoci delle pressioni psicologiche che hanno provocato in molti di loro stati di stress, nausea, insonnia”, racconta Simona Baldanzi, della Camera del Lavoro di Prato, che con Filcams Cgil ha presentato un esposto in procura: “Abbiamo capito che queste condizioni di salute precaria sono dovute ai richiami verbali e scritti aggressivi, ai controlli ossessivi, al carico eccessivo di lavoro”.
L’azienda replica che è il contrario: “Nei nostri punti vendita rispettiamo tutte le prescrizioni previste in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e l’analisi Stress Lavoro Correlato non ha mai evidenziato alcuna criticità sul punto”. I lavoratori raccontano la loro versione su una pagina Facebook, “Mondo sofferenza” facendo il verso alla ditta che si vanta di “crescere con serenità” grazie al “senso di responsabilità” ma che, come altri colossi della grande distribuzione da Ikea a Amazon, è finita sotto inchiesta per le pesanti condizioni di lavoro.
Ad Agosto l’azienda nega a un dipendente di Bologna il permesso di partecipare al battesimo di suo figlio: la Cgil proclama uno sciopero. Arrivano due condanne del tribunale che annulla le sanzioni disciplinari a dieci lavoratori: si erano rifiutati di lavorare a Ferragosto e l’8 dicembre. Il giudice punisce l’azienda per aver punito i lavoratori, condannando La Primula Mobili srl, che gestisce il negozio di Bologna, a restituire la paga trattenuta e pagare le spese.
Report denuncia lo sfruttamento dei magazzinieri ai quali viene ridotta la paga di 300 euro grazie a un cambio di contratto e di cooperativa. L’azienda si difende spiegando che gli autotrasportatori e i montatori non sono alle dirette dipendenze di Mondo Convenienza, che si avvale di ditte esterne. “Attendiamo il pronunciamento del Tribunale – dice Simona Baldanzi – che deve verificare la relazione tra malattia professionale e responsabilità aziendali, ma continuiamo a ricevere segnalazioni da ex dipendenti che si licenziano per i ritmi e le pressioni”. “Ex” perché lottare per i diritti sul posto di lavoro è troppo oneroso: “Due iscritti Cgil, una coppia di genitori, venivano sistematicamente ostacolati nell’organizzazione dei turni, il che rendeva impossibile la vita familiare”.
Tra gli ex, anche una delle firmatarie della lettera in difesa dell’azienda che trenta venditori – meno della metà – hanno sottoscritto e inviato al Tirreno, per riscattare la reputazione di Mondo Convenienza dopo la malattia professionale: “Noi siamo parte di questa azienda, crediamo nel rispetto, nella responsabilità, nella lealtà, nello spirito di iniziativa”, scrivono citando nell’ordine i capisaldi della filosofia aziendale riportati sul sito della ditta alla voce “valori”. “Il restyling ci ha dato la possibilità di veder rinnovare non soltanto l’ambiente ma anche noi stessi, Il recap ha regalato nuove motivazioni. Quando un uomo ha posto un limite a quanto farà ha posto un limite a quanto può fare. Grazie per aver rinnovato il nostro limite.”
Via così, con altre citazioni stile “maestro che apre la porta ma tu devi entrarci da solo”. “Ero arrivata da poco, mi hanno chiesto di firmare e ho detto ok. Poi ho chiesto una domenica libera e mi hanno detto no”.

10/01/18

Denunciata e minacciata di finire in strada perché rivendica i suoi diritti: una donna richiedente asilo e il suo bambino

Buongiorno a tutti,
vi scrivo per segnalarvi un grave sopruso commesso da una coop. dell'accoglienza ai danno di una giovane donna richiedente asilo e del suo bambino qui a Modena.
Anche qui nella "rossa" Emilia, non mancano ahimè violenze e soprusi.
Ieri Giulia Ognibene, una donna impegnata a fianco dei migranti, ha scritto questo articolo per Melting Pot, che molto gentilmente lo ha diffuso.
Leggendo l'articolo, potrete trovare tutti i particolari di questa storia tragica che grida vendetta.
E' veramente triste e assurdo che una giovane donna e madre richiedente asilo che rivendica i diritti negati per lei e per suo figlio (tra l'altro diritti tutelati dalla legge, come la residenza e i diritti sociali ad essa connessi) si trovi ad essere maltrattata, denunciata penalmente e messa sulla strada.

Urge continuare a lottare per la dignità dei migranti e delle migranti, in poche parole per la dignità di tutti.
Mattia

Denunciata e minacciata di finire in strada perché rivendica i suoi diritti: una donna richiedente asilo e il suo bambino vittime della cattiva accoglienza a Modena

di Giulia Ognibene

Precious è una giovanissima madre, di 23anni, che è giunta in Italia da oltre un anno e mezzo, insieme a suo marito.
Precious è nigeriana; il viaggio verso l’Europa è stato, come per tutti coloro che sono costretti a lasciare la propria terra, pieno di traversie, soprusi e rischi di morte, con l’aggravante, nel suo caso, della condizione di donna gestante. Suo figlio è nato in Italia, dopo pochi giorni dal suo arrivo e oggi ha un anno e mezzo.
Dopo essere approdata a Taranto e poi "smistata" all’hub Mattei di Bologna, nell’estate del 2016 Precious e suo marito insieme al figlio neonato sono giunti a Modena e affidati in accoglienza alla
cooperativa Caleidos.
Il nucleo familiare è stato prima assegnato al Tiby Hotel di Modena, poi all’hotel Giardini di Fomigine e, infine, in appartamento singolo a Modena all’interno di un condominio, i cui mono e bilocali sono per gran parte utilizzati da Caleidos come accoglienza straordinaria.

Sin dall’iniziale inserimento presso l’ente gestore, anche la famiglia di Precious ha ricevuto da parte di Caleidos un trattamento inadeguato ai prescritti standard di accoglienza e violativo dei diritti che la legge espressamente riconosce a chi presenta una domanda di protezione internazionale.
In particolare, le violazioni da parte dell’ente gestore sono consistite nell’impedire la loro iscrizione anagrafica, con conseguente preclusione ad accedere ai Servizi Sociali del Comune e alle prestazioni sociali connesse alla residenza e all’inserimento del minore negli asili nido comunali, nel notevole ritardo ovvero nella mancata completa erogazione del “pocket money” e del “food money”, nell’inadempimento dell’obbligo formativo e nell’assenza di alcun percorso per l’inserimento lavorativo, nell’utilizzo di personale non qualificato a gestire condizioni di disagio e di particolare vulnerabilità.
Va detto che si tratta in generale di violazioni che non riguardano solo Precious e la sua famiglia, bensì diffusamente estese alla gran parte delle persone che Caleidos gestisce, come hanno denunciato e tuttora denunciano molti richiedenti asilo, e come anche evidenzia il crescente numero degli abbandoni del progetto prima della conclusione del procedimento di riconoscimento della protezione internazionale.
A proposito dei disagi vissuti dai richiedenti asilo nel progetto della Caleidos si vedano le rivendicazioni mosse dai 300 richiedenti asilo scesi in piazza a Modena il 15 maggio scorso [1], come pure la lettera pubblica indirizzata dagli stessi richiedenti asilo alla cittadinanza il 20 luglio [2].
Nel caso di Precious, a questa condizione di generale invisibilizzazione si è aggiunta anche l’incapacità del marito di sostenere l’enorme carico di frustrazioni connesse a tale condizione (mancanza di un lavoro, delusione rispetto al miglioramento delle condizioni di vita per sé e i propri familiari...), al punto che in alcune occasioni è giunto a picchiare sua moglie, e la Prefettura ha quindi disposto il suo allontanamento dal nucleo familiare.
Da Febbraio 2017, dunque, Precious è rimasta sola con suo figlio nell’appartamento in cui era ospitata, mentre il marito è stato dapprima collocato in altro centro di accoglienza e poi rimpatriato in Nigeria.
Tuttavia a partire da tale momento, le difficoltà per Precious e suo figlio non sono affatto diminuite, anzi sono state aggravate dalla loro condizione di particolare vulnerabilità, di cui Caleidos non ha affatto tenuto conto, ponendo così in essere ulteriori violazioni delle norme che la legge sull’accoglienza destina a tutela di soggetti vulnerabili.
Va ricordato, infatti, che l’art. 17 del d.lgs. n. 142/2015 individua (fra l’altro) i minori e i genitori singoli con figli minori come persone vulnerabili e prescrive l’obbligo di tenere conto della loro specifica situazione, anche utilizzando per la loro assistenza personale adeguato; inoltre, con specifico riguardo ai minori, è prescritto che nell’applicazione delle misure di accoglienza “assume carattere di priorità il superiore interesse del minore in modo da assicurare condizioni di vita adeguate alla minore età, con riguardo alla protezione, al benessere ed allo sviluppo anche sociale del minore” (art. 18) e, altre sì, che "anche i figli minori di richiedenti protezione sono soggetti all’obbligo scolastico" (art. 21).
Ebbene nessuna di tali misure è stata adottata da Caleidos a tutela di Precious e di suo figlio: non solo non le è stato fornito nessun supporto psicologico in relazione alle violenze domestiche subite, né sono stati attivati i servizi sociali per l’inserimento del minore al nido, e tanto meno sono mai state effettuate attività ricreative in favore del bambino, ma in ripetute occasioni la madre ha fatto fatica a dare da mangiare a suo figlio e a cambiarlo, in quanto Caleidos non le erogava il contributo per i beni alimentari e di prima necessità. Peraltro a causa della mancata iscrizione anagrafica, quando Precious si è autonomamente recata in Comune per richiedere l’inserimento del bambino all’asilo nido, le è stato detto che non poteva essere attivato alcun servizio, essendo priva di residenza!
L’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo nel distretto della Prefettura di Modena è stata a lungo impedita non do solo da Comuni che non intendevano provvedervi, così da rendere necessario l’intervento legale a mezzo diffida che, nel giugno 2017, ha aperto la breccia alla effettivo riconoscimento di tale diritto; ma anche la cooperativa Caleidos ne ha ostacolato l’esercizio: ha detto ripetutamente ai richiedenti asilo che nel modenese non era possibile per i richiedenti asilo nei progetti delle cooperative avere la residenza, ma questo è falso, perché la legge nazionale vale anche a Modena ed era già oltremodo certa a partire dal 18 agosto 2015!
Inoltre ci sono testimonianze di richiedenti asilo che sostengono che nei loro Comuni i sindaci erano disponibili a dare loro la residenza, ma sarebbero stati fermati da Caleidos, che avrebbe detto loro di non procedere: si veda ad esempio la testimonianza rilasciata da un richiedente asilo ai microfoni della Gazzetta di Modena. Anche ora che le convivenze anagrafiche sono state rese obbligatorie dalla legge n. 46 del 2017, la Caleidos va a rilento nella loro istituzione e nell’iscrizione degli ospiti, tanto che molti richiedenti asilo a Modena e provincia sono ancora senza residenza e carta d’identità. Anche Precious si trova in questa condizione: oltre a non essere tuttora in possesso del suo permesso di soggiorno in originale, né lei né suo figlio sono iscritti all’anagrafe!!!
Inoltre, il caso di Precious è particolarmente rappresentativo anche per il trattamento ricevuto da Caleidos quando ella ha rivendicato i suoi diritti. A ottobre, già esasperata dalle condizioni sopra descritte, in un’occasione essa si è recata nell’ufficio del coordinatore del progetto di accoglienza di Caleidos, per rivendicare i suoi diritti; è stata ancora una volta malamente messa a tacere, senza ricevere alcuna spiegazione, così che Precious, esausta per le continue umiliazioni subite, ha reagito con esasperazione; la cooperativa allora, nonostante la donna fosse sola e disarmata (aveva in mano solo un pennarello), ha richiesto l’intervento dei vigili (il comando è situato di fianco alla sede di Caleidos), i quali sono subito accorsi immobilizzandola a colpi di manganelli e l’hanno poi condotta in comando, dove è stata denunciata per resistenza a pubblico ufficiale e la stessa cooperativa ha sporto querela contro di lei.
Riguardo alle percosse subite, Precious porta ancora i postumi al braccio e dovrà subire ulteriore trattamenti medici. Come se non bastasse averla umiliata continuamente ed aver ripetutamente violato i suoi diritti, la Caleidos ha pure sporto denuncia contro di lei, per cui Precious dovrà affrontare due processi penali come imputata, e ha addirittura chiesto alla Prefettura di avviare nei suoi confronti un procedimento volto alla revoca delle misure di accoglienza, che significherebbe la messa in strada di lei e suo figlio!!!
Ma fortunatamente, Precious attraverso un’amica è riuscita a mettersi in contatto con un avvocato immigrazionista, che, intervenendo presso la Prefettura, è riuscito a far sospendere il provvedimento di revoca delle misure di accoglienza, in attesa che la Prefettura approfondisca più accuratamente l’intera vicenda.
Questo caso di mala-accoglienza grida vendetta sotto diversi profili e ancora una volta mostra come i richiedenti asilo finiscano vittima di questo sistema, perché l’aberrante vicenda subita da Precious e suo figlio ben avrebbe potuto essere evitata se, invece che continue umiliazioni, fosse stata loro assicurata un’accoglienza dignitosa ed effettiva come la legge prescrive.
Si spera che coloro che lottano per la dignità e i diritti di chi è oppresso non lascino sola Precious, ma ascoltino il grido che si leva da Modena come da tanti centri di accoglienza: piena dignità per i migranti e le migranti.
Links utili: - Collettivo Modena’s refugees