15/01/18
Siamo, come prima, sempre dalla parte di Claudia.
Alleghiamo un appello per il boicottaggio di un'assemblea a Parma per lo stupro di Claudia da parte della Raf.
Siamo, come prima, sempre dalla parte di Claudia.
Rilanciamo il comunicato che facemmo un anno fa.
MFPR
COMUNICATO
Sul bestiale stupro di gruppo, avvenuto nel 2010 al centro sociale RAF di Parma, la cui violenza è poi proseguita facendo girare le immagini riprese e, in ultimo, attaccando vigliaccamente la ragazza che finalmente aveva raccontato come erano andati i fatti, noi siamo dalla parte della ragazza senza se e senza ma. E, come hanno denunciato alcune compagne, ciò che va fortemente condannato è l'atteggiamento omertoso, complice tenuto all'epoca e in questi anni da compagni e compagne dell'area.
Su questo, come su tanti altri bruttissimi fatti simili avvenuti e che possono continuare ad avvenire dobbiamo scatenare apertamente la ribellione, la furia delle ragazze, delle compagne.
Solo questo permette di non delegare alle forze dello Stato l'intervento su episodi di violenza fascista/sessista contro le donne.
Si tratta di una nefasta ideologia, figlia dell'abbruttimento ideologico che la borghesia spande a piene mani, che corrode anche nei movimenti antagonisti e opprime le energie di tante compagne.
Tra le ragazze, le compagne chi sottovaluta questo, non comprende il carattere di "guerra" a tutti i livelli che la borghesia porta avanti; non lo comprendono anche quelle compagne che nei movimenti, nei centri sociali sottovalutano la necessità sempre e comunque di darsi organizzazione e di portare avanti la lotta delle donne.
(su questo significativo fu anni fa la battaglia fatta da compagne di un centro sociale di Modena, allora del Mfpr, su cui è possibile avere il loro lungo documento).
Non ci può essere un movimento delle donne che non lotti contro ogni violenza sessuale, sempre e dovunque.
La lotta delle donne deve rompere, cambiare i centri sociali, le organizzazioni politiche, i sindacati, i movimenti. Questo è anche il significato dello "sciopero delle donne", che porta anche una "rottura" di concezione, di atteggiamento tra gli operai, il sindacalismo.
Sulla questione femminile, sugli atteggiamenti maschilisti presenti anche in organizzazioni di compagni, in passato si sono giustamente sfasciate intere organizzazioni rivoluzionarie - l'esempio più grande fu Lotta continua verso la fine degli anni 70.
E' solo la lotta rivoluzionaria delle donne a 360° il "vaccino", altrimenti nessuno a priori può e deve considerarsi immune dall'ideologia fascista de "gli uomini che odiano le donne".
21.12.2016
MFPR
COMUNITÀ PER STUPRARE UNA DONNA. SULL'ASSEMBLEA IN PROGRAMMA A PARMA. https://coordinamenta.noblogs.org/post/2018/01/09/19-gennaio-2018-a-parma/ Nel settembre del 2010 in via Testi a Parma dentro la sede della RAF (rete antifascista) un numero imprecisato di individui (da 4 a 6) ha preso parte attivamente e/o come spettatore ad uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza, che da poco aveva compiuto diciotto anni. Lo stupro viene ripreso con un cellulare ed il video prodotto gira per molto tempo tra decine e decine di persone fino a che nell’agosto del 2013 un ordigno rudimentale scoppia a pochi passi dalla sede di Casa Pound a Parma e partono delle indagini che come prevedibile, vanno a colpire il movimento anti-fascista e anarchico parmense e delle zone limitrofe. Gli inquirenti a questo punto vengono a conoscenza di quel video, convocano la compagna in questura e da lì Claudia si ritrova ad affrontare un processo mai voluto che si va a sommare alla già precedente violenza. Cominciano a quel punto gli schieramenti. La rete antifascista parmense si pronuncia immediatamente denunciando esclusivamente l'uso strumentale dei giornali per attaccare le sedi dei compagni. Da allora attacchi sempre più espliciti si susseguono e il comportamento di Claudia diviene oggetto di critiche e denigrazione. La accusano di essersi resa complice della polizia nella loro manovra tesa a criminalizzare il movimento antifascista. Il Kas (collettivo antisessista di Parma) mentre in pubblico condanna lo stupro, nella vita quotidiana impegna molte delle sue energie per creare un clima di sospetto e diffidenza nei confronti di Claudia. Claudia si trova sempre più isolata, molti spazi occupati la cacciano via quando prova ad andare alle iniziative o ad un semplice concerto. Tutto questo per molto tempo finché una rete di compagne solidali inizia con lei un percorso di autosostegno e lotta, affrontando insieme tutte le udienze del processo. Da tante situazioni di lotta di tutta Italia arrivano comunicati e prese di posizione chiare che condannano lo stupro senza se e senza ma. Esce il già noto comunicato delle 4 crepe https://www.wumingfoundation.com/4crepe.pdf Ma l'atteggiamento delle suddette organizzazioni politiche non cambia anzi: 4 persone vengono denunciate per minacce e inquinamento di prove. L'attività della nuova rete antifascista e del Kas continua ad essere la stessa: cercare di delegittimare la parola di Claudia e delle compagne solidali arrivando addirittura a girare per le assemblee degli spazi occupati per richiedere che fossero tutte allontanate o considerate persone non gradite. Nessuno-a di loro si è mai presentato ad una udienza in tribunale, usando il giochetto del tribunale borghese e delle infantilizzazione delle vittime. Nessuno-a ha mai espresso solidarietà a Claudia. Ora, dopo che il processo ai tre stupratori si è concluso, usano queste stesse parole per ripulirsi la facciata e presentarsi con una nuova immagine organizzando a Parma una assemblea il 19 gennaio sui temi della violenza maschile sulle donne. La firma è un po' diversa, semplicemente “assemblea antisessista” , mentre la Raf si trasforma in Rete Antifascista Parma 2.0. E' inaccettabile lo svolgimento di questa assemblea come è inaccettabile avallarla in alcun modo. Noi stiamo con Claudia e in nessum modo ci renderemo complici del misero tentativo di ripulitura di soggetti-e che, non solo non hanno mai preso posizione chiara su tutta la vicenda, ma che nell'ombra hanno lavorato affinché una qualsiasi forma di solidarietà a Claudia non si venisse a creare. Noi stiamo con Claudia e chiediamo a tutti e tutte di boicottare questa assemblea e di esprimere ancora una volta la nostra rabbia per una violenza che non finisce mai. Una assemblea le cui organizzatrici-tori e sostenitori nulla hanno di differente con i processi borghesi con cui si riempiono la bocca, essendo essi stessi complici di aver perpetuato una cultura dello stupro fatta di processi ai comportamenti, isolamento, minacce e creazione di un clima insicuro e ostile verso quella che chiamano la “vittima infantilizzata”, una teoria usata ad hoc in questi anni per mettere lei sul banco degli imputati. Non ci stupisce che le compagne che hanno lottato con Claudia non siano state interpellate, essendo considerate complici dello stato borghese. Molto meglio rimanere puri-e e lasciare da sola una compagna stuprata in un contesto di movimento ad affrontare un processo da lei mai richiesto (tra l'altro) perchè in fondo è una facile, un pò fuori di testa, inaffidabile, che in definitiva non ha le stellette necessarie per essere accettata nel mondo dorato dei veri e delle vere antifascisti-e. Quello che ci stupisce è come mai dei collettivi e delle soggettività che si definiscono femministe si prestino a questo gioco e prendano parola per altre, dando voce a chi, invece di solidarizzare con Claudia, l'ha di fatto processata e condannata. Invitiamo collettivi, gruppi, singole-i a diffondere questo appello e a boicottare l'assemblea in programma a Parma. #NOISTIAMOCONCLAUDIA
Da qui non ce ne andiamo. La città femminista non si sgombera! Martedi 23 gennaio ore 16 a Piazza del Campidoglio
I NOSTRI DESIDERI NON SONO TRASPARENTI.
LA CITTA' FEMMINISTA NON SI SGOMBERA!
Roma
da troppo tempo ormai vive nel pericolo di perdere luoghi essenziali di
autonomia, solidarietà e cultura nella città. In particolare è in atto
un chiaro e feroce attacco ai luoghi del femminismo, frutto di battaglie
storiche e più recenti. Questi luoghi - la Casa Internazionale delle
Donne, la Casa delle donne Lucha y Siesta, Il Centrodonna L.I.S.A., il
Centro donne DALIA, lo spazio delle Cagne Sciolte…- hanno consentito a
moltissime donne di uscire dalla spirale della violenza e reso possibile
la costruzione di percorsi di autonomia e liberazione. Oggi questi
spazi, ed altri ancora, sono minacciati da procedimenti di chiusura o di
richiesta di risorse economiche esose, conseguenza di un sistema
economico e politico che tenta di monetizzare e mettere a profitto ogni
aspetto dell'esistente.
E oggi, dopo la Casa Internazionale delle Donne, anche la casa delle donne Lucha y Siesta rischia la chiusura.
Le
donne di Roma rischiano di perdere non solo dei luoghi fisici in cui
incontrarsi, ma ciò che sono diventati nel tempo: dei punti di
riferimento irrinunciabili in città, spazi di condivisione, autotutela e
autodeterminazione conquistati con la lotta, nati per modificare un contesto sociale e culturale che era e resta pesantemente segnato dalla violenza maschile sulle donne.
Le
sorti della Casa delle Donne Lucha y Siesta vengono legate a quelle di
Atac, proprietaria dello stabile, che ne minaccia il futuro. Il
piano di risanamento di Atac non devono pagarlo le donne: Lucha y
Siesta va salvaguardata e stralciata dalla lista dei beni immobili da
svendere, subito!
E’
una idea di legalità che non corrisponde ai diritti, ai bisogni e a
desideri di vite migliori che una democrazia matura dovrebbe invece
garantire. A fronte di questa emergenza per le donne e per tutta la città, la proverbiale trasparenza della Giunta Raggi si fa vera e propria invisibilità: la sindaca scompare, le assessore si smaterializzano, le richieste restano senza risposta, i problemi senza soluzione...
Facciamo
vivere i nostri desideri e i nostri bisogni dandogli corpo e dignità,
attraversando e ridisegnando la città, riappropriandoci di spazi
abbandonati, sostituendo al calcolo finanziario l'inestimabile ricchezza
delle relazioni e dei saperi differenti che produciamo quotidianamente.
Da qui non ce ne andiamo. La città femminista non si sgombera!
Martedi 23 gennaio ore 16
Tutte e tutti a Piazza del Campidoglio
Le donne in lotta non hanno da difendersi da un processo, ma hanno da ribellarsi contro una "giustizia" che continua la violenza sulle donne
Il
22 gennaio, vi sarà l'avvio del processo a L'Aquila contro 3 compagne,
accusate di "diffamazione" dall'avvocato dello stupratore Tuccia.
L'Mfpr non riconosce questo
processo a donne che hanno espresso concretamente la solidarietà
attiva verso "Rosa" stuprata orribilmente e quasi assassinata dall'ex
militare Tuccia.
L'Mfpr utilizzerà il
processo per ribadire la legittimità della lotta delle donne,
rivendicando tutta la mobilitazione fatta.
Noi vogliamo che nessuno dimentichi l'orribile crimine perpetrato contro "Rosa"; esso ha colpito e colpisce tutte le donne
Noi vogliamo che nessuno faccia finta di non sapere dell'aumento di stupri e femminicidi, di questa strage di bassa intensità contro le donne, che il più delle volte non trovano giustizia ma, anzi, si ritrovano loro messe sotto accusa
Noi vogliamo ricordare che "Rosa" ha continuato ad essere violentata per tutto il processo. Invece di trovare
Noi vogliamo che nessuno dimentichi l'orribile crimine perpetrato contro "Rosa"; esso ha colpito e colpisce tutte le donne
Noi vogliamo che nessuno faccia finta di non sapere dell'aumento di stupri e femminicidi, di questa strage di bassa intensità contro le donne, che il più delle volte non trovano giustizia ma, anzi, si ritrovano loro messe sotto accusa
Noi vogliamo ricordare che "Rosa" ha continuato ad essere violentata per tutto il processo. Invece di trovare
nelle aule di giustizia un clima sereno, dalla
parte delle donne , è entrata nel girone infernale di un "processo
per stupro"! Rosa, ma anche le donne nei presidi fuori e dentro il Tribunale, ha dovuto sentire e subire
offese indegne, da parte di un avvocato che è andato ben oltre anche
lo stesso diritto di difesa, facendo vivere a "Rosa" un'altra pesante
violenza durante il processo
Noi
rivendichiamo la piena
legittimità della mobilitazione di solidarietà di tante donne, e
intendiamo dare voce alla denuncia di questa seconda violenza che si
perpetua oggi nel Tribunale. Non si può parlare della violenza sessuale
verso le donne il
25 novembre da parte anche di rappresentanti Istituzionali, e poi
trovarsi anche imputate per aver difeso i nostri diritti!
Oggi sono le donne che hanno reclamato un elementare diritto democratico (che si impedisse all'avvocato di Tuccia di intervenire nella Casa Internazionale delle Donna, infangando anche questo luogo) ad essere messe sotto processo; sono le tante, troppe donne offese, violentate, discriminate, oppresse, ma ribelli e sempre in lotta, ad essere "accusate" di diffamazione, perchè un "ometto" si è sentito "colpito nella sua dignità, professionalità"; quando ogni giorno le donne subiscono non una ma mille offese, fino agli attacchi alla loro vita.
Oggi sono le donne che hanno reclamato un elementare diritto democratico (che si impedisse all'avvocato di Tuccia di intervenire nella Casa Internazionale delle Donna, infangando anche questo luogo) ad essere messe sotto processo; sono le tante, troppe donne offese, violentate, discriminate, oppresse, ma ribelli e sempre in lotta, ad essere "accusate" di diffamazione, perchè un "ometto" si è sentito "colpito nella sua dignità, professionalità"; quando ogni giorno le donne subiscono non una ma mille offese, fino agli attacchi alla loro vita.
Volete cercare di zittirci, cancellare la solidarietà e la lotta delle donne... Non ci riuscirete!
Pensiamo che ben altro dovrebbe essere "condannato": quelle parole indegne che "continuano ad uccidere" la stessa vita delle donne; che uccidono, così, anche la giustizia.
Pensiamo che ben altro dovrebbe essere "condannato": quelle parole indegne che "continuano ad uccidere" la stessa vita delle donne; che uccidono, così, anche la giustizia.
Questo processo sarà una "pietra che ricadrà sui piedi" di chi l'ha sollevata.
Questo, come tanti altri processi, farà comprendere
più chiaramente a tante donne cosa è questo Stato borghese, farà
comprendere la necessità di rendere più forte la lotta delle donne, per
affermare una reale giustizia per le donne, perchè tutta la vita e tutta
la società devono cambiare!
Non
abbiamo nulla da cui difenderci!
Noi non dimentichiamo e continueremo a denunciare le atrocità commesse sul corpo di Rosa.
Noi non dimentichiamo e continueremo a denunciare le atrocità commesse sul corpo di Rosa.
Noi
continueremo a mettere sotto "processo" le complicità e
coperture verso chi stupra e uccide le donne!
Noi continueremo la
lotta dando voce a tutte le donne!
MFPR
11/01/18
Iniziativa il 14 GENNAIO a Bologna, sul processo a L'Aquila contro tre compagne femministe
Ciao a tutte,
vi invitiamo Domenica 14 gennaio alle 17 in via Emilia Levante 138, ad una chiacchierata con una delle compagne denunciate per diffamazione dall'avvocato Antonio Valentini, difensore del militare stupratore Francesco Tuccia.
Fermiamo questo attacco alla solidarietà tra donne!
Vi aspettiamo per approfondire ed organizzare la solidarietà attiva contro questo processo vergognoso che si terrà a L'Aquila il 22 gennaio sotto il tribunale.
Diffondete alle amiche e compagne.
Perché se toccano una...ci ribelliamo tutte!
Amazora
Vai qui per scaricare il volantino
vi invitiamo Domenica 14 gennaio alle 17 in via Emilia Levante 138, ad una chiacchierata con una delle compagne denunciate per diffamazione dall'avvocato Antonio Valentini, difensore del militare stupratore Francesco Tuccia.
Fermiamo questo attacco alla solidarietà tra donne!
Vi aspettiamo per approfondire ed organizzare la solidarietà attiva contro questo processo vergognoso che si terrà a L'Aquila il 22 gennaio sotto il tribunale.
Diffondete alle amiche e compagne.
Perché se toccano una...ci ribelliamo tutte!
Amazora
Vai qui per scaricare il volantino
Sempre peggiore la condizione delle lavoratrici sui posti di lavoro - prepariamo e organizziamo lo sciopero delle donne proletarie - 8 marzo - Mfpr
Attenzione: l’assunzione prolungata può provocare
attacchi di panico, tachicardia, insonnia, nausea, tremori,
dermatiti, cefalee e pianto nervoso. Non sono gli effetti
collaterali di un farmaco ma quelli di un lavoro. Un impiego
come venditrice di mobili a Mondo Convenienza.
“C’era questo gioco, la Master Seller. Il torneo dei
venditori. Ognuno era una pedina. Doveva risalire la strada fino
alla cima della montagna e superare gli altri, o finiva maglia
nera”. Maglia nera?! Quale Montagna? “Quella disegnata sulla
parete. Se non superavi le prime due curve eri maglia nera, un
gregario”.
C’era scritto proprio così, sulla grande lavagna,
accanto al nome e cognome: “gregario”. Con tanto di esortazione:
“Noi crediamo in te.. tu no? Forza!”. Era pieno di
“esortazioni”, sulle pareti del punto vendita di Prato. Moniti
per spronare i dipendenti a lavorare di più, per ricordargli che
la loro permanenza in negozio non era scontata “Esserci ≠
Rimanerci”.
E allora, anche se il contratto a tempo indeterminato
prevede una paga fissa e la sicurezza dello stipendio, ci si
affanna a vendere ogni singola cassettiera come un lavoratore a
cottimo per passare maglia bianca: “Fai del tuo meglio… scendi
in campo da protagonista!”, poi maglia ciclamino, azzurra, verde
e rosa, all’ultima curva: “Sei il numero uno… non ti fermare
ora!”. E vincere il premio previsto dal regolamento. “Un
prestigiosissimo trofeo di Vincitore della master Seller
Challenge”. Un sistema per mettere i venditori in competizione
misurandone “la produttività oraria” attraverso “il ranking
settimanale”.
Lucia che non si chiama così, ma non vuole che il suo
nome venga associato a quello dell’azienda dove si è ammalata,
non riesce a star ferma sulla sedia del dottore mentre lo
racconta. Non regge più i ritmi le pressioni, non sopporta più i
motti alle pareti “Non c’è mai una seconda occasione per fare
una prima buona impressione” e Benjamin Franklin piegato a
vendere cucine componibili: “Dimmi e io dimentico, mostrami e io
ricordo, coinvolgimi e io imparo”.
Si licenzia e ottiene dall’Inail il riconoscimento per
malattia professionale. Un fatto raro per una venditrice, che
non fa un lavoro “usurante”: non solleva carichi, non è esposta
al caldo dell’altoforno o al freddo delle celle frigo, eppure si
ammala di lavoro, per le condizioni sempre più spesso imposte a
commessi e cassieri, tenuti a domandare, per contratto, a chi
ordina un caffè se non vuole anche un cornetto, a piazzare il
secondo paio di calzini a chi compra il primo, a lavorare a
tempo pieno con un part-time e durante le feste con
l’indeterminato.
Parte l’indagine della Asl, che raccoglie per mesi le
testimonianze dei dipendenti. “È dal 2014 che i lavoratori si
rivolgono a noi raccontandoci delle pressioni psicologiche che
hanno provocato in molti di loro stati di stress, nausea,
insonnia”, racconta Simona
Baldanzi, della Camera del Lavoro di Prato, che con
Filcams Cgil ha presentato un esposto in procura: “Abbiamo
capito che queste condizioni di salute precaria sono dovute ai
richiami verbali e scritti aggressivi, ai controlli ossessivi,
al carico eccessivo di lavoro”.
L’azienda replica che è il contrario: “Nei nostri punti vendita rispettiamo tutte le prescrizioni previste in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e l’analisi Stress Lavoro Correlato non ha mai evidenziato alcuna criticità sul punto”. I lavoratori raccontano la loro versione su una pagina Facebook, “Mondo sofferenza” facendo il verso alla ditta che si vanta di “crescere con serenità” grazie al “senso di responsabilità” ma che, come altri colossi della grande distribuzione da Ikea a Amazon, è finita sotto inchiesta per le pesanti condizioni di lavoro.
L’azienda replica che è il contrario: “Nei nostri punti vendita rispettiamo tutte le prescrizioni previste in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro e l’analisi Stress Lavoro Correlato non ha mai evidenziato alcuna criticità sul punto”. I lavoratori raccontano la loro versione su una pagina Facebook, “Mondo sofferenza” facendo il verso alla ditta che si vanta di “crescere con serenità” grazie al “senso di responsabilità” ma che, come altri colossi della grande distribuzione da Ikea a Amazon, è finita sotto inchiesta per le pesanti condizioni di lavoro.
Ad Agosto l’azienda nega a un dipendente di Bologna il
permesso di partecipare al battesimo di suo figlio: la Cgil
proclama uno sciopero. Arrivano due condanne del tribunale che
annulla le sanzioni disciplinari a dieci lavoratori: si erano
rifiutati di lavorare a Ferragosto e l’8 dicembre. Il giudice
punisce l’azienda per aver punito i lavoratori, condannando La
Primula Mobili srl, che gestisce il negozio di Bologna, a
restituire la paga trattenuta e pagare le spese.
Report denuncia lo sfruttamento dei magazzinieri ai
quali viene ridotta la paga di 300 euro grazie a un cambio di
contratto e di cooperativa. L’azienda si difende spiegando che
gli autotrasportatori e i montatori non sono alle dirette
dipendenze di Mondo Convenienza, che si avvale di ditte esterne.
“Attendiamo il pronunciamento del Tribunale – dice Simona
Baldanzi – che deve verificare la relazione tra malattia
professionale e responsabilità aziendali, ma continuiamo a
ricevere segnalazioni da ex dipendenti che si licenziano per i
ritmi e le pressioni”. “Ex” perché lottare per i diritti sul
posto di lavoro è troppo oneroso: “Due iscritti Cgil, una coppia
di genitori, venivano sistematicamente ostacolati
nell’organizzazione dei turni, il che rendeva impossibile la
vita familiare”.
Tra gli ex, anche una delle firmatarie della lettera in
difesa dell’azienda che trenta venditori – meno della metà –
hanno sottoscritto e inviato al Tirreno, per riscattare la
reputazione di Mondo Convenienza dopo la malattia professionale:
“Noi siamo parte di questa azienda, crediamo nel rispetto, nella
responsabilità, nella lealtà, nello spirito di iniziativa”,
scrivono citando nell’ordine i capisaldi della filosofia
aziendale riportati sul sito della ditta alla voce “valori”. “Il
restyling ci ha dato la possibilità di veder rinnovare non
soltanto l’ambiente ma anche noi stessi, Il recap ha regalato
nuove motivazioni. Quando un uomo ha posto un limite a quanto
farà ha posto un limite a quanto può fare. Grazie per aver
rinnovato il nostro limite.”
Via così, con altre citazioni stile “maestro che apre
la porta ma tu devi entrarci da solo”. “Ero arrivata da poco, mi
hanno chiesto di firmare e ho detto ok. Poi ho chiesto una
domenica libera e mi hanno detto no”.
10/01/18
Denunciata e minacciata di finire in strada perché rivendica i suoi diritti: una donna richiedente asilo e il suo bambino
Buongiorno a tutti,
vi scrivo per segnalarvi un grave sopruso commesso da una coop. dell'accoglienza ai danno di una giovane donna richiedente asilo e del suo bambino qui a Modena.
vi scrivo per segnalarvi un grave sopruso commesso da una coop. dell'accoglienza ai danno di una giovane donna richiedente asilo e del suo bambino qui a Modena.
Anche qui nella "rossa" Emilia, non mancano ahimè violenze e
soprusi.
Ieri Giulia Ognibene, una donna impegnata a fianco dei migranti, ha scritto questo articolo per Melting Pot, che molto gentilmente lo ha diffuso.
Ieri Giulia Ognibene, una donna impegnata a fianco dei migranti, ha scritto questo articolo per Melting Pot, che molto gentilmente lo ha diffuso.
Leggendo
l'articolo, potrete trovare tutti i particolari di questa storia tragica che
grida vendetta.
E' veramente triste e assurdo che una giovane donna e madre richiedente asilo che rivendica i diritti negati per lei e per suo figlio (tra l'altro diritti tutelati dalla legge, come la residenza e i diritti sociali ad essa connessi) si trovi ad essere maltrattata, denunciata penalmente e messa sulla strada.
E' veramente triste e assurdo che una giovane donna e madre richiedente asilo che rivendica i diritti negati per lei e per suo figlio (tra l'altro diritti tutelati dalla legge, come la residenza e i diritti sociali ad essa connessi) si trovi ad essere maltrattata, denunciata penalmente e messa sulla strada.
Urge continuare a lottare per la dignità dei migranti e delle migranti, in
poche parole per la dignità di tutti.
Mattia
Mattia
Denunciata e minacciata di finire in strada perché rivendica i suoi diritti: una donna richiedente asilo e il suo bambino vittime della cattiva accoglienza a Modena
di Giulia Ognibene
Precious è una giovanissima madre, di 23anni, che è giunta in Italia da oltre un anno e mezzo, insieme a suo marito.
Precious è nigeriana; il viaggio verso l’Europa è stato, come per tutti coloro che sono costretti a lasciare la propria terra, pieno di traversie, soprusi e rischi di morte, con l’aggravante, nel suo caso, della condizione di donna gestante. Suo figlio è nato in Italia, dopo pochi giorni dal suo arrivo e oggi ha un anno e mezzo.
Dopo essere approdata a Taranto e poi "smistata" all’hub Mattei di Bologna, nell’estate del 2016 Precious e suo marito insieme al figlio neonato sono giunti a Modena e affidati in accoglienza alla cooperativa Caleidos.
Il nucleo familiare è stato prima assegnato al Tiby Hotel di Modena, poi all’hotel Giardini di Fomigine e, infine, in appartamento singolo a Modena all’interno di un condominio, i cui mono e bilocali sono per gran parte utilizzati da Caleidos come accoglienza straordinaria.
Sin dall’iniziale inserimento presso l’ente gestore, anche la famiglia di Precious ha ricevuto da parte di Caleidos un trattamento inadeguato ai prescritti standard di accoglienza e violativo dei diritti che la legge espressamente riconosce a chi presenta una domanda di protezione internazionale.
In particolare, le violazioni da parte dell’ente gestore sono consistite nell’impedire la loro iscrizione anagrafica, con conseguente preclusione ad accedere ai Servizi Sociali del Comune e alle prestazioni sociali connesse alla residenza e all’inserimento del minore negli asili nido comunali, nel notevole ritardo ovvero nella mancata completa erogazione del “pocket money” e del “food money”, nell’inadempimento dell’obbligo formativo e nell’assenza di alcun percorso per l’inserimento lavorativo, nell’utilizzo di personale non qualificato a gestire condizioni di disagio e di particolare vulnerabilità.
Va detto che si tratta in generale di violazioni che non riguardano solo Precious e la sua famiglia, bensì diffusamente estese alla gran parte delle persone che Caleidos gestisce, come hanno denunciato e tuttora denunciano molti richiedenti asilo, e come anche evidenzia il crescente numero degli abbandoni del progetto prima della conclusione del procedimento di riconoscimento della protezione internazionale.
A proposito dei disagi vissuti dai richiedenti asilo nel progetto della Caleidos si vedano le rivendicazioni mosse dai 300 richiedenti asilo scesi in piazza a Modena il 15 maggio scorso [1], come pure la lettera pubblica indirizzata dagli stessi richiedenti asilo alla cittadinanza il 20 luglio [2].
Nel caso di Precious, a questa condizione di generale invisibilizzazione si è aggiunta anche l’incapacità del marito di sostenere l’enorme carico di frustrazioni connesse a tale condizione (mancanza di un lavoro, delusione rispetto al miglioramento delle condizioni di vita per sé e i propri familiari...), al punto che in alcune occasioni è giunto a picchiare sua moglie, e la Prefettura ha quindi disposto il suo allontanamento dal nucleo familiare.
Da Febbraio 2017, dunque, Precious è rimasta sola con suo figlio nell’appartamento in cui era ospitata, mentre il marito è stato dapprima collocato in altro centro di accoglienza e poi rimpatriato in Nigeria.
Tuttavia a partire da tale momento, le difficoltà per Precious e suo figlio non sono affatto diminuite, anzi sono state aggravate dalla loro condizione di particolare vulnerabilità, di cui Caleidos non ha affatto tenuto conto, ponendo così in essere ulteriori violazioni delle norme che la legge sull’accoglienza destina a tutela di soggetti vulnerabili.
Va ricordato, infatti, che l’art. 17 del d.lgs. n. 142/2015 individua (fra l’altro) i minori e i genitori singoli con figli minori come persone vulnerabili e prescrive l’obbligo di tenere conto della loro specifica situazione, anche utilizzando per la loro assistenza personale adeguato; inoltre, con specifico riguardo ai minori, è prescritto che nell’applicazione delle misure di accoglienza “assume carattere di priorità il superiore interesse del minore in modo da assicurare condizioni di vita adeguate alla minore età, con riguardo alla protezione, al benessere ed allo sviluppo anche sociale del minore” (art. 18) e, altre sì, che "anche i figli minori di richiedenti protezione sono soggetti all’obbligo scolastico" (art. 21).
Ebbene nessuna di tali misure è stata adottata da Caleidos a tutela di Precious e di suo figlio: non solo non le è stato fornito nessun supporto psicologico in relazione alle violenze domestiche subite, né sono stati attivati i servizi sociali per l’inserimento del minore al nido, e tanto meno sono mai state effettuate attività ricreative in favore del bambino, ma in ripetute occasioni la madre ha fatto fatica a dare da mangiare a suo figlio e a cambiarlo, in quanto Caleidos non le erogava il contributo per i beni alimentari e di prima necessità. Peraltro a causa della mancata iscrizione anagrafica, quando Precious si è autonomamente recata in Comune per richiedere l’inserimento del bambino all’asilo nido, le è stato detto che non poteva essere attivato alcun servizio, essendo priva di residenza!
L’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo nel distretto della Prefettura di Modena è stata a lungo impedita non do solo da Comuni che non intendevano provvedervi, così da rendere necessario l’intervento legale a mezzo diffida che, nel giugno 2017, ha aperto la breccia alla effettivo riconoscimento di tale diritto; ma anche la cooperativa Caleidos ne ha ostacolato l’esercizio: ha detto ripetutamente ai richiedenti asilo che nel modenese non era possibile per i richiedenti asilo nei progetti delle cooperative avere la residenza, ma questo è falso, perché la legge nazionale vale anche a Modena ed era già oltremodo certa a partire dal 18 agosto 2015!
Inoltre ci sono testimonianze di richiedenti asilo che sostengono che nei loro Comuni i sindaci erano disponibili a dare loro la residenza, ma sarebbero stati fermati da Caleidos, che avrebbe detto loro di non procedere: si veda ad esempio la testimonianza rilasciata da un richiedente asilo ai microfoni della Gazzetta di Modena. Anche ora che le convivenze anagrafiche sono state rese obbligatorie dalla legge n. 46 del 2017, la Caleidos va a rilento nella loro istituzione e nell’iscrizione degli ospiti, tanto che molti richiedenti asilo a Modena e provincia sono ancora senza residenza e carta d’identità. Anche Precious si trova in questa condizione: oltre a non essere tuttora in possesso del suo permesso di soggiorno in originale, né lei né suo figlio sono iscritti all’anagrafe!!!
Inoltre, il caso di Precious è particolarmente rappresentativo anche per il trattamento ricevuto da Caleidos quando ella ha rivendicato i suoi diritti. A ottobre, già esasperata dalle condizioni sopra descritte, in un’occasione essa si è recata nell’ufficio del coordinatore del progetto di accoglienza di Caleidos, per rivendicare i suoi diritti; è stata ancora una volta malamente messa a tacere, senza ricevere alcuna spiegazione, così che Precious, esausta per le continue umiliazioni subite, ha reagito con esasperazione; la cooperativa allora, nonostante la donna fosse sola e disarmata (aveva in mano solo un pennarello), ha richiesto l’intervento dei vigili (il comando è situato di fianco alla sede di Caleidos), i quali sono subito accorsi immobilizzandola a colpi di manganelli e l’hanno poi condotta in comando, dove è stata denunciata per resistenza a pubblico ufficiale e la stessa cooperativa ha sporto querela contro di lei.
Riguardo alle percosse subite, Precious porta ancora i postumi al braccio e dovrà subire ulteriore trattamenti medici. Come se non bastasse averla umiliata continuamente ed aver ripetutamente violato i suoi diritti, la Caleidos ha pure sporto denuncia contro di lei, per cui Precious dovrà affrontare due processi penali come imputata, e ha addirittura chiesto alla Prefettura di avviare nei suoi confronti un procedimento volto alla revoca delle misure di accoglienza, che significherebbe la messa in strada di lei e suo figlio!!!
Ma fortunatamente, Precious attraverso un’amica è riuscita a mettersi in contatto con un avvocato immigrazionista, che, intervenendo presso la Prefettura, è riuscito a far sospendere il provvedimento di revoca delle misure di accoglienza, in attesa che la Prefettura approfondisca più accuratamente l’intera vicenda.
Questo caso di mala-accoglienza grida vendetta sotto diversi profili e ancora una volta mostra come i richiedenti asilo finiscano vittima di questo sistema, perché l’aberrante vicenda subita da Precious e suo figlio ben avrebbe potuto essere evitata se, invece che continue umiliazioni, fosse stata loro assicurata un’accoglienza dignitosa ed effettiva come la legge prescrive.
Si spera che coloro che lottano per la dignità e i diritti di chi è oppresso non lascino sola Precious, ma ascoltino il grido che si leva da Modena come da tanti centri di accoglienza: piena dignità per i migranti e le migranti. Links utili:
Collettivo Modena’s refugees
Precious è nigeriana; il viaggio verso l’Europa è stato, come per tutti coloro che sono costretti a lasciare la propria terra, pieno di traversie, soprusi e rischi di morte, con l’aggravante, nel suo caso, della condizione di donna gestante. Suo figlio è nato in Italia, dopo pochi giorni dal suo arrivo e oggi ha un anno e mezzo.
Dopo essere approdata a Taranto e poi "smistata" all’hub Mattei di Bologna, nell’estate del 2016 Precious e suo marito insieme al figlio neonato sono giunti a Modena e affidati in accoglienza alla cooperativa Caleidos.
Il nucleo familiare è stato prima assegnato al Tiby Hotel di Modena, poi all’hotel Giardini di Fomigine e, infine, in appartamento singolo a Modena all’interno di un condominio, i cui mono e bilocali sono per gran parte utilizzati da Caleidos come accoglienza straordinaria.
Sin dall’iniziale inserimento presso l’ente gestore, anche la famiglia di Precious ha ricevuto da parte di Caleidos un trattamento inadeguato ai prescritti standard di accoglienza e violativo dei diritti che la legge espressamente riconosce a chi presenta una domanda di protezione internazionale.
In particolare, le violazioni da parte dell’ente gestore sono consistite nell’impedire la loro iscrizione anagrafica, con conseguente preclusione ad accedere ai Servizi Sociali del Comune e alle prestazioni sociali connesse alla residenza e all’inserimento del minore negli asili nido comunali, nel notevole ritardo ovvero nella mancata completa erogazione del “pocket money” e del “food money”, nell’inadempimento dell’obbligo formativo e nell’assenza di alcun percorso per l’inserimento lavorativo, nell’utilizzo di personale non qualificato a gestire condizioni di disagio e di particolare vulnerabilità.
Va detto che si tratta in generale di violazioni che non riguardano solo Precious e la sua famiglia, bensì diffusamente estese alla gran parte delle persone che Caleidos gestisce, come hanno denunciato e tuttora denunciano molti richiedenti asilo, e come anche evidenzia il crescente numero degli abbandoni del progetto prima della conclusione del procedimento di riconoscimento della protezione internazionale.
A proposito dei disagi vissuti dai richiedenti asilo nel progetto della Caleidos si vedano le rivendicazioni mosse dai 300 richiedenti asilo scesi in piazza a Modena il 15 maggio scorso [1], come pure la lettera pubblica indirizzata dagli stessi richiedenti asilo alla cittadinanza il 20 luglio [2].
Nel caso di Precious, a questa condizione di generale invisibilizzazione si è aggiunta anche l’incapacità del marito di sostenere l’enorme carico di frustrazioni connesse a tale condizione (mancanza di un lavoro, delusione rispetto al miglioramento delle condizioni di vita per sé e i propri familiari...), al punto che in alcune occasioni è giunto a picchiare sua moglie, e la Prefettura ha quindi disposto il suo allontanamento dal nucleo familiare.
Da Febbraio 2017, dunque, Precious è rimasta sola con suo figlio nell’appartamento in cui era ospitata, mentre il marito è stato dapprima collocato in altro centro di accoglienza e poi rimpatriato in Nigeria.
Tuttavia a partire da tale momento, le difficoltà per Precious e suo figlio non sono affatto diminuite, anzi sono state aggravate dalla loro condizione di particolare vulnerabilità, di cui Caleidos non ha affatto tenuto conto, ponendo così in essere ulteriori violazioni delle norme che la legge sull’accoglienza destina a tutela di soggetti vulnerabili.
Va ricordato, infatti, che l’art. 17 del d.lgs. n. 142/2015 individua (fra l’altro) i minori e i genitori singoli con figli minori come persone vulnerabili e prescrive l’obbligo di tenere conto della loro specifica situazione, anche utilizzando per la loro assistenza personale adeguato; inoltre, con specifico riguardo ai minori, è prescritto che nell’applicazione delle misure di accoglienza “assume carattere di priorità il superiore interesse del minore in modo da assicurare condizioni di vita adeguate alla minore età, con riguardo alla protezione, al benessere ed allo sviluppo anche sociale del minore” (art. 18) e, altre sì, che "anche i figli minori di richiedenti protezione sono soggetti all’obbligo scolastico" (art. 21).
Ebbene nessuna di tali misure è stata adottata da Caleidos a tutela di Precious e di suo figlio: non solo non le è stato fornito nessun supporto psicologico in relazione alle violenze domestiche subite, né sono stati attivati i servizi sociali per l’inserimento del minore al nido, e tanto meno sono mai state effettuate attività ricreative in favore del bambino, ma in ripetute occasioni la madre ha fatto fatica a dare da mangiare a suo figlio e a cambiarlo, in quanto Caleidos non le erogava il contributo per i beni alimentari e di prima necessità. Peraltro a causa della mancata iscrizione anagrafica, quando Precious si è autonomamente recata in Comune per richiedere l’inserimento del bambino all’asilo nido, le è stato detto che non poteva essere attivato alcun servizio, essendo priva di residenza!
L’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo nel distretto della Prefettura di Modena è stata a lungo impedita non do solo da Comuni che non intendevano provvedervi, così da rendere necessario l’intervento legale a mezzo diffida che, nel giugno 2017, ha aperto la breccia alla effettivo riconoscimento di tale diritto; ma anche la cooperativa Caleidos ne ha ostacolato l’esercizio: ha detto ripetutamente ai richiedenti asilo che nel modenese non era possibile per i richiedenti asilo nei progetti delle cooperative avere la residenza, ma questo è falso, perché la legge nazionale vale anche a Modena ed era già oltremodo certa a partire dal 18 agosto 2015!
Inoltre ci sono testimonianze di richiedenti asilo che sostengono che nei loro Comuni i sindaci erano disponibili a dare loro la residenza, ma sarebbero stati fermati da Caleidos, che avrebbe detto loro di non procedere: si veda ad esempio la testimonianza rilasciata da un richiedente asilo ai microfoni della Gazzetta di Modena. Anche ora che le convivenze anagrafiche sono state rese obbligatorie dalla legge n. 46 del 2017, la Caleidos va a rilento nella loro istituzione e nell’iscrizione degli ospiti, tanto che molti richiedenti asilo a Modena e provincia sono ancora senza residenza e carta d’identità. Anche Precious si trova in questa condizione: oltre a non essere tuttora in possesso del suo permesso di soggiorno in originale, né lei né suo figlio sono iscritti all’anagrafe!!!
Inoltre, il caso di Precious è particolarmente rappresentativo anche per il trattamento ricevuto da Caleidos quando ella ha rivendicato i suoi diritti. A ottobre, già esasperata dalle condizioni sopra descritte, in un’occasione essa si è recata nell’ufficio del coordinatore del progetto di accoglienza di Caleidos, per rivendicare i suoi diritti; è stata ancora una volta malamente messa a tacere, senza ricevere alcuna spiegazione, così che Precious, esausta per le continue umiliazioni subite, ha reagito con esasperazione; la cooperativa allora, nonostante la donna fosse sola e disarmata (aveva in mano solo un pennarello), ha richiesto l’intervento dei vigili (il comando è situato di fianco alla sede di Caleidos), i quali sono subito accorsi immobilizzandola a colpi di manganelli e l’hanno poi condotta in comando, dove è stata denunciata per resistenza a pubblico ufficiale e la stessa cooperativa ha sporto querela contro di lei.
Riguardo alle percosse subite, Precious porta ancora i postumi al braccio e dovrà subire ulteriore trattamenti medici. Come se non bastasse averla umiliata continuamente ed aver ripetutamente violato i suoi diritti, la Caleidos ha pure sporto denuncia contro di lei, per cui Precious dovrà affrontare due processi penali come imputata, e ha addirittura chiesto alla Prefettura di avviare nei suoi confronti un procedimento volto alla revoca delle misure di accoglienza, che significherebbe la messa in strada di lei e suo figlio!!!
Ma fortunatamente, Precious attraverso un’amica è riuscita a mettersi in contatto con un avvocato immigrazionista, che, intervenendo presso la Prefettura, è riuscito a far sospendere il provvedimento di revoca delle misure di accoglienza, in attesa che la Prefettura approfondisca più accuratamente l’intera vicenda.
Questo caso di mala-accoglienza grida vendetta sotto diversi profili e ancora una volta mostra come i richiedenti asilo finiscano vittima di questo sistema, perché l’aberrante vicenda subita da Precious e suo figlio ben avrebbe potuto essere evitata se, invece che continue umiliazioni, fosse stata loro assicurata un’accoglienza dignitosa ed effettiva come la legge prescrive.
Si spera che coloro che lottano per la dignità e i diritti di chi è oppresso non lascino sola Precious, ma ascoltino il grido che si leva da Modena come da tanti centri di accoglienza: piena dignità per i migranti e le migranti. Links utili:
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