12/11/15

Intervista: la lotta per la tuta delle operaie di Melfi

INTERVISTA ALL'OPERAIA DELLA FCA-SATA DI MELFI: PINA IMBRENDA, PROMOTRICE DELLA CAMPAGNA CONTRO LE TUTE BIANCHE

L'11 DICEMBRE LE LAVORATRICI DELLO SLAI COBAS per il sindacato di classe E DEL MFPR SARANNO ALLE PORTINERIE DELLA SATA DI MELFI
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Qual'è la situazione alla Sata?
"Alla Sata, passate le pause, è passato di tutto. Ma occorreva ripartire, cominciare a far vedere che c'eravamo, dare fiducia.
Noi pensavamo, a differenza della segreteria Fiom (Pina con altri operai Sata - tra cui 2 dei tre ex licenziati - è parte della sinistra Fiom: Il sindacato è un'altra cosa - ndr) che era necessario prima fare gli scioperi esterni per farci nuovamente riconoscere dalle operaie e operai, che esistevamo. Poi abbiamo fatto anche gli scioperi interni che sono riusciti.
Ad agosto abbiamo fatto lo sciopero in verniciatura per le condizioni insopportabili di caldo (in verniciatura i condizionatori ci sono ma non mettono l'acqua refrigerante). Mentre in lastratura abbiamo fatto l'”uscita di sicurezza” perchè all'interno vi erano 40° ed era pericoloso per la salute lavorare; questo ci ha permesso anche di superare l'ostacolo della Fiom che non voleva che noi dichiarassimo sciopero.
Sia in Verniciatura che in Lastratura abbiamo ottenuto per il periodo estivo di emergenza un aumento delle pause.
Questo ha dimostrato che se ti dai da fare, acquisti fiducia.

Raccontami come è andata sulla questione tute
La questione della macchiatura della tuta è cominciata a diventare un problema di tante operaie e quasi quotidiano. Fino ad allora, anche se c'era non se ne parlava. In Basilicata le donne hanno ancora riserva a parlare su certi temi. Per questo all'inizio anche io non ero convinta. Poi vi è stato un episodio in particolare che ha fatto superare i dubbi. Vi erano le operaie che per non uscire con la tuta macchiata rimanevano chiuse nei bagni, poi dovevano chiamare il capo per avere un'altra tuta, questi lo diceva ad un altro, che quando veniva con la tuta cominciava a dire in presenza di tutti: per chi è...? Quindi, tutti sapevano...

Come è la reazione degli operai a questa iniziativa?
L'iniziativa che stiamo facendo ha cambiato l'atteggiamento verso le operaie anche degli operai. Prima quando si parlava dei problemi delle donne vi era un atteggiamento di sottovalutazione, di vederli, anche da parte dei delegati, come problemi secondari, al massimo da essere inseriti in un punto delle richieste all'azienda, ora invece è diverso. E' stata la mobilitazione diretta delle operaie a far cambiare le cose.
Abbiamo scelto di affrontare la questione della tuta anche per incastrare la Fiat su una cosa su cui non può dire niente.

Come sta andando la campagna?
Abbiamo cominciato in due a raccogliere le firme sulla tuta. Ma via via vedevamo che tutte le operaie firmavano. Venivano loro a chiederci di firmare. Noi, perchè fosse una cosa seria anche per le operaie, abbiamo voluto che mettessero a fianco della firma il numero del tesserino identificativo. E l'hanno messo senza difficoltà.
Dopo abbiamo consegnato le firme alla Fiat, che finora non ha risposto.
Le abbiamo consegnate anche alla Fiom Basilicata, proprio il giorno in cui è venuto Landini. Ma anche qui silenzio.
Solo dietro richiesta nostra il segretario della Cgil ci ha dato una mano a far pubblicare un articolo sul Il Quotidiano della Basilicata. Il giorno dopo abbiamo saputo che l'azienda ci voleva dare le culotte...
Dopo questo primo articolo ho provato direttamente ad insistere verso la stampa nazionale. Repubblica ha risposto.
Abbiamo cominciato la raccolta firme anche alla Fiat di Termoli, Pratola Serra, Sevel.

Avete ricevuto appoggio a livello nazionale?
Ho ricevuto telefonate da tutt'Italia, meno in un primo tempo che dalla Fiom. La consigliera delle pari opportunità della Basilicata e quella del Governo hanno fatto loro la nostra istanza; la consigliera del governo ha fatto un documento, che è stato trasmesso e letto a Rai-Radio1, e ha fatto una lettera/appello alla direzione Fiat, perchè accolga le nostre istanze.
Solo dopo la Fiom è intervenuta, ponendo alla Fiat l'alternativa: o cambio della tuta o non assegnarcela, ma questo darebbe all'azienda una via d'uscita.
Ora la Fiom cerca di appropriarsi della nostra iniziativa, ma per affossarla.
Negli altri stabilimenti sta facendo la raccolta di firme senza che le operaie mettano il numero identificativo.
La Fiom non ha delegate donne, l'unica sono io, che sono in contrasto con la Fiom, infatti la Fiom sta cercando di mandare avanti un'altra operaia iscritta Fiom con l'intento di sostituirmi.

A livello parlamentare. devo dire che Barozzino (l'altro operaio delegato Fiom licenziato e ora parlamentare di Sel) ha fatto un'interrogazione parlamentare, ha parlato di tutto e la tuta è stata semplicemente uno dei tanti punti. Tutti possono parlare delle tute ma non queste persone, che quando noi abbiamo lottato sulle pause non ci hanno dato copertura politica. Ora che stiamo facendo l'iniziativa sulla tuta, guarda caso, parlano delle pause, dei carichi di lavoro, ma solo per mettere in ombra la nostra iniziativa.
Hanno avuto un atteggiamento migliore alcune senatrici del Pd e del M5S.

Qual'è il valore di questa battaglia?
Questa iniziativa sulla tuta ha permesso di riparlare delle donne alla Sata, ha riaperto la questione.
Le operaie l'hanno vista come una questione di dignità.

MFPR

Palestina: dolore e rabbia per Qalqiliya

Qalqiliya, una giovane palestinese è uccisa dalle forze israeliane mentre impugna un coltello. In borsa, la lettera che annuncia il suicidio

Cisgiordania.

Martedì mattina, al check-point di Qalqiliya, nei pressi dell’insediamento illegale di Alfei Menashe, una giovane palestinese di 24 anni, Rasha Ahmad Hamed ‘Oweissi, è stata uccisa dai soldati israeliani, mentre si avvicinava impugnando un coltello. Nella borsa aveva una lettera (vedi allegato) in cui annunciava il suicidio.

La città è circondata dal Muro dell’Apartheid con un check-point controllato dalle forze israeliane.

La lettera di suicidio: “Il ringraziamento sia reso a Dio, i migliori auguri e saluti. Cara madre, non so che cosa stia accadendo. So solo che ho raggiunto la fine della strada. E questa è la strada che ho scelto in piena coscienza, a difesa della mia terra, dei giovani e delle giovani. Non sopporto più ciò che vedo. Tuttavia ciò che so è che non lo tollererò più. Famiglia, padre, fratelli, perdonatemi per tutto. So solo che vi amo davvero, in particolare il mio fidanzato. Perdonatemi, non ho altro che il mio cammino, e sono dispiaciuta per questo addio”.

Rasha non ha tentato di attaccare nessuno. Testimoni hanno riferito che ella non ha posto minaccia alcuna. Semplicemente è rimasta in piedi, tenendo un coltello e aspettando che i soldati le sparassero.

Diversi recenti attacchi dei “coltelli” dei Palestinesi contro gli Israeliani si sono rivelati organizzati dalle forze israeliane dopo che queste avevano ucciso persone inermi e che non rappresentavano alcun pericolo.

Rasha è l’80a persona a essere uccisa dalle forze israeliane dal 1° ottobre.


http://www.infopal.it/qalqiliya-una-giovane-palestinese-e-uccisa-dalle-forze-israeliane-mentre-impugna-un-coltello-in-borsa-la-lettera-che-annuncia-il-suicidio/

09/11/15

Vietato scioperare! cosi i padroni ricattano le lavoratrici Coop

“Se domani scioperi sei licenziata”, benvenuti nel Lager Coop.

Prima la beffa: “Dovreste baciare a terra dove è più sporco e dire grazie se avete un lavoro” dice il dirigente della Coop ai lavoratori. Poi l’intimidazione: “Se domani scioperi rischi il posto”. Ed è così, tra “avvertimenti” e ricatti, che i lavoratori della Coop – e delle altre catene della Grande Distribuzione – si preparano allo sciopero nazionale di domani contro la riduzione dei salari e il taglio delle maggiorazioni per il lavoro festivo e domenicale. Ma non solo: “Vogliono intervenire anche sul trattamento di malattia”, spiega un lavoratore intervistato da Post Viola. “Ci chiedono di lavorare le domeniche e i giorni festivi e pretendono pure di non pagarceli. E, quel che è più sconcertante, è che non possiamo nemmeno ammalarci”. Benvenuti nel “Lager Coop”. Quello che un tempo era il simbolo dell’emancipazione imprenditoriale della sinistra in chiave cooperativa oggi è diventato un tempio dello sfruttamento più cinico e sfrenato. “Non saranno i ricatti ad impedirmi di scioperare domani”.
Non va meglio nemmeno nelle altre multinazionali della Grande Distribuzione. Per esempio Auchan. Anche da quelle parti piovono ricatti: “Mi hanno detto di stare attenta a scioperare che un altro posto di lavoro in Sicilia non lo trovo facilmente” racconta una lavoratrice del colosso francese. “Ma se pensano che me ne stia zitta e buona mentre mi tolgono i diritti non hanno capito niente. Domani sciopero e come me tutti miei colleghi. Siamo determinati e non abbasseremo la testa”.
La posta in gioco è altissima: la difesa dei salari e dei diritti come quello, appunto, a potersi ammalare senza essere penalizzati, puniti. Ma anche la richiesta del rinnovo contrattuale di Federdistribuzione che è fermo, ormai, a 22 mesi fa. Il clima nei luoghi di lavoro è caldissimo. Si prevede un’adesione pressoché totale allo sciopero. “Ai cittadini, ai clienti – dice un lavoratore – chiediamo per domani di supportare la nostra lotta evitando i centri commerciali e restando a manifestare con noi, fuori dal centro commerciale. Tutti fuori!”. E “Tutti fuori” è, infatti, il titolo della mobilitazione di domani oltreché un invito a disertare i negozi. E c’è da scommettere, a sentire i lavoratori, che così sarà.

Teleperformance Taranto: lavoratrice in malattia viene pedinata dall'azienda

Teleperformance - In malattia, esce e viene pedinata. SI tratta di fascismo padronale. Ma le organizzazioni sindacali interne non sono innocenti, sono sempre pronte a correre in aiuto all'azienda in questi anni, facendole ottenere da Governo, Regione, sostegni di ogni tipo. Mentre lì continua sempre come prima la dittatura padronale.

Lavoratrici MFPR Taranto

(dalla stampa locale) - Orario di uscita da scuola. Una mamma, dipendente di Teleperformance, va a prendere i suoi bambini. Si accorge di essere pedinata. Impaurita, decide di allertare le forze dell’ordine per capire chi fossero quei malintenzionati. La scoperta è ancora più sconvolgente: alle sue calcagna, c’erano investigatori privati assoldati dal suo datore di lavoro.
La denuncia arriva dalla Slc Cgil e fa comprendere il clima teso che si è raggiunto in azienda. La multinazionale francese ha scelto una linea durissima contro assenteismo e cali di produttività. In questo caso valicando tutti i diritti e la dignità di una persona, secondo il duro attacco dei sindacati.
«Accade anche questo quando si lavora per Teleperformance a Taranto - contesta la nota della Slc Cgil - Dopo le bandierine per andare in bagno, le lettere di licenziamento per scarso rendimento e altre iniziative che hanno dell’incredibile, la multinazionale di call center ha deciso di utilizzare investigatori privati per controllare i dipendenti in malattia. La giovane lavoratrice, dopo essersi insospettita della presenza di un’auto fuori dalla sua abitazione, ha avuto seriamente paura in quanto il veicolo la seguiva nei suoi spostamenti. Qualche giorno dopo si è ritrovata destinataria di un provvedimento disciplinare per una presunta infrazione commessa dopo il termine dell’orario di reperibilità per la malattia».
Secondo il sindacato, la donna era al di fuori dell’orario di visita fiscale. Quindi, sostanzialmente, in regola. Non è tutto perché il seguito amaro sta nella replica dell’azienda. Dopo essere stata informata dell’accaduto, Teleperformance ha risposto alla giovane mamma di aver preso atto “di quanto comunicato in ordine alla richiesta di intervento della Polizia, riservandoci ogni azione a tutela dei nostri diritti, ove da ciò derivassero conseguenze pregiudizievoli per nostra società”. «Riteniamo tutto questo fuori legge e contrario alla normativa vigente, oltre che lesivo della privacy e della dignità della lavoratrice – ha tuonato Andrea Lumino, segretario della Slc Cgil Taranto – e, ritenendo questa modalità con cui Teleperformance controlla i dipendenti che sono in malattia assolutamente vessatoria, abbiamo deciso di denunciare tutta la vicenda prima alla Procura della Repubblica e poi all’intera opinione pubblica»

Teleperformance ammette che la notizia è vera
In una nota, Teleperformance chiarisce che «in seguito alle notizie riportate oggi (ieri - ndr) da alcuni organi di stampa, la Società precisa che tutte le azioni svolte a favore di una migliore organizzazione aziendale sono sempre state effettuate nel pieno rispetto della Legge, seguendo pertanto le disposizioni previste dalla normativa in materia».
Frasi sibilline che non chiariscono del tutto la vicenda e lasciano ampie zone d’ombra sul caso. Ma per avere un background di questa storia, è forse utile fare un passo indietro. Le parole dell’amministratore delegato della multinazionale, Gabriele Piva, erano state premonitrici. Nel pieno di una trattativa complicatissima che portò, quest’estate, al ritiro in extremis della societarizzazione, il dirigente ammonì: «Abbiamo raggiunto un assenteismo pari all’8%, a Roma è il 3% e questo ci costa 200 mila euro in più al mese. Abbiamo anche scritto ai medici più propensi alla firma: ci sono malattie strategiche prima dei week end o in occasione delle feste e dei ponti. Non vedo iniziative sindacali che evidenzino questi comportamenti. Bisogna capire che, così, un’azienda non può sopravvivere».

Una campagna aziendale contro le donne lavoratrici
L’assenteismo è stato da sempre uno dei fattori negativi che proprio non scende giù all’azienda. Il problema ha però diverse sfaccettature e generalizzare diventa un problema. Una delle spiegazioni sta in una percentuale: il 75% dei dipendenti di Teleperformance è costituito da donne. Meglio ancora, da mamme. Nelle ultime settimane si sono poi ripetute azioni che hanno indispettito sindacati e lavoratori. Alle bandierine esposte per poter andare in bagno sono susseguite lettere di licenziamento o di richiamo per scarsa produttività.

07/11/15

Contro il 41 bis, solidarietà e mobilitazione per la prigioniera politica rivoluzionaria Nadia Lioce!


Come Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario abbiamo aderito al soccorso rosso proletario e lanciato un appello a tutte le compagne e donne proletarie a mobilitarsi per la fine della tortura bianca su Nadia Lioce. Nel seminario del 6 giugno a Palermo, l'assemblea del 20° anniversario del MFPR ha espresso solidarietà alla prigioniera politica, con l'impegno a mobilitarsi per porre fine alla sua attuale detenzione.
Da oltre 10 anni Nadia Lioce è sottoposta a un regime di "carcere duro, più duro degli altri": il carcere di L'Aquila in 41 bis, dove "le detenute sono trattate peggio dei boss mafiosi" e le condizioni di isolamento già gravi, riservate ai prigionieri politici, sono state per lei ulteriormente inasprite da oltre un anno, con la misura dell'isolamento disciplinare.
Particolarmente odioso e inaccettabile, già sotto il profilo costituzionale, è il limite imposto dal dipartimento di amministazione penitenziaria alla lettura/cultura per chi è sottoposto a un regime di 41 bis, come è avvenuto per Nadia Lioce, contro le stesse sentenze della magistratura.
Su questo è stata avviata la campagna "pagine contro la tortura", ma ciò che a noi, come compagne, donne proletarie, comuniste rivoluzionarie preme è denunciare con forza alle masse proletarie l'aspetto controrivoluzionario dell'applicazione del regime del 41 bis a Nadia Lioce e agli altri prigionieri rivoluzionari. Quello punitivo, disumano e degradante è innegabile, lo si è visto con la morte da Stato di Diana Blefari e noi non vogliamo ricordare queste donne, le donne combattenti, la loro vita, le loro scelte solo dopo morte o solo per il passato, ma guardando in prospettiva verso il futuro.
Queste donne, al di là di scelte di lotta alla fine perdenti poiché non basate sulla mobilitazione delle masse nella guerra di popolo contro questo sistema capitalista, hanno avuto il merito di riaffermare, dopo gli anni della Resistenza, contro una visione delle donne “pacifiche e non violente”, la necessità della lotta rivoluzionaria in cui le donne siano in prima fila per mettere fine all'unica vera violenza, quella reazionaria dello Stato borghese, fascista e maschilista.
Con l'applicazione del 41 bis ai comunisti rivoluzionari è proprio l'emergenza della necessità della lotta rivoluzionaria che si vuole colpire.
Che questa necessità sia diventata un'emergenza non è certo un mistero per chi ci governa ed è la naturale conseguenza delle politiche da macelleria sociale, attuate con la complicità di sindacati venduti.
Che questa necessità sia diventata un'emergenza non è neanche più un mistero per le stesse masse proletarie, sempre più a fare i conti con la repressione quando si battono per il diritto al lavoro, alla casa, alla salute.
Quello che forse è ancora un mistero per il proletariato è il nesso tra "lotta alla mafia", come la chiama lo Stato, e lotta alla classe proletaria, così come disciplinata dall'estensione, nel 2002, dell'applicazione del 41 bis ai prigionieri rivoluzionari.
Capire questo nesso non è facile, soprattutto se si fa della campagna contro il 41 bis una pura questione di civiltà, perché al di là delle approssimazioni giustizialiste che anche i proletari sono portati a fare, il 41 bis viene percepito dalle masse come una forma di protezione dei cittadini dalla mafia.

Ma il dubbio ci aiuta a dirimere ogni confusione:
Se la funzione del 41 bis è "ostacolare le comunicazioni dei detenuti con le organizzazioni criminali operanti all'esterno e interrompere i flussi comunicativi che rappresentano la linfa vitale delle organizzazioni criminali", perché accanirsi sui prigionieri politici se la loro organizzazione non esiste più? Quale "organizzazione criminale operante all'esterno" teme oggi lo Stato? Può "Il Capitale" o il "Manifesto del Partito Comunista" rappresentare "la linfa vitale" di una non più esistente "organizzazione criminale"?
Evidentemente sì ed è tutto qui il carattere oscurantista e controrivoluzionario dell'estensione del regime del 41 bis ai prigionieri e alle prigioniere politiche rivoluzionare. E' in quello spettro che si aggira per l'Europa "l'organizzazione criminale" da colpire ed è in quei 'Proletari di tutti i paesi, unitevi!' la "linfa vitale dell'organizzazione criminale" e uccidendo la conoscenza, la solidarietà di genere e di classe vogliono sterilizzare l'idea stessa di rivoluzione.

Per questo noi donne proletarie, che lottiamo per spezzare le doppie catene di questo sistema, appoggiamo la campagna del Soccorso Rosso Internazionale (SRI) contro il 41 bis, ma con una nota di critica sull'appello trasmesso e di seguito riportato, della frase che non condividiamo e sottolineiamo in grassetto


L'appello del Soccorso Rosso Internazionale (SRI) nell'ambito della campagna SRI contro il 41-bis:

Contro il 41-bis! Solidarietà ai rivoluzionari prigionieri!

In Italia, dal 2005, tre rivoluzionari prigionieri, militanti delle BR-PCC, sono continuativamente sottoposti al regime di isolamento previsto dall’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario. Questo regime consiste in:
  • l’isolamento è previsto per 23 ore al giorno. Quasi sempre i compagni vengono reclusi in celle piccolissime, confinate in tunnel sotterranei. L’ora d’aria disponibile è una sola, nella quale i compagni sono costretti a muoversi dentro un cortiletto di cemento armato di pochi metri quadri e circondato da alti muri. La socialità prevede la possibilità di incontrare al massimo altri tre prigionieri (selezionati dalla direzione del carcere) con i quali vengono vietati scambi di libri, cibo, vestiti, corrispondenza, ecc…;
  • a partire dal 2011 i Governi italiani hanno disposto ulteriori restrizioni in tema di censura: viene vietato l’acquisto di stampa autorizzata al di fuori del carcere; viene vietato il ricevimento di libri e riviste da parte di familiari; viene vietato l’accumulo di libri in cella (massimo tre, più due riviste e tre giornali); viene vietato lo scambio di libri e riviste tra detenuti; è previsto scrivere lettere solo alle persone con le quali si fanno i colloqui;
  • una forma di punizione consiste nel divieto di parlare o salutare altri prigionieri;
  • i colloqui sono consentiti soltanto con familiari diretti (1 ora al mese) e per mezzo di vetri divisori, telecamere, microfoni, che impediscono ogni contatto diretto. Le ore di colloquio perse non sono più recuperabili nel corso dell’anno, ma sostituite con 10 minuti di telefonata;
  • il processo si svolge solo in videoconferenza, attraverso il quale lo Stato ricatta i compagni: o seguire il processo dietro un monitor nel carcere in cui si è detenuti oppure rifiutarsi.
  • all’interno delle sezioni per il 41-bis l’ordine interno è affidato nelle mani di corpi scelti della polizia penitenziaria, inquadrati nel Gruppo Operativo Mobile (GOM);
  • per quanto il 41-bis sia già un regime di detenzione speciale, al suo interno sono previste delle ulteriori aree riservate, nelle quali sono detenuti i compagni, allo scopo di aggravarne la condizione di isolamento.
Con il 41-bis lo Stato attua il tentativo di annientare l’identità politica dei compagni; con il 41-bis lo Stato tenta di spezzare il rapporto e la comunicazione tra i prigionieri e l’esterno e tra i compagni stessi; con il 41-bis lo Stato tenta di attuare una strategia di deterrenza contro chi all’esterno lotta per una prospettiva rivoluzionaria; per lo Stato il 41-bis è permanente e pone infami condizioni per uscirne: ovvero collaborare con lo Stato stesso.   
Questo progetto d’annientamento è fallito, in quanto i tre militanti delle BR-PCC continuano a mantenere salda e a rivendicare la propria identità rivoluzionaria e resistono a queste dure condizioni detentive.   
Nessun rivoluzionario, prima del 2005, era mai stato sottoposto al 41-bis. Uno dei motivi principali della sua applicazione, da parte dello Stato, contro i tre compagni è che essi hanno incarnato la ripresa –nella teoria e nella prassi- di un progetto rivoluzionario e, ancora oggi, rappresentano un’opzione rivoluzionaria che la Borghesia vuole a tutti i costi stroncare. (1)   
Contro il 41-bis e a sostegno dei compagni è necessario costruire e promuovere una grossa mobilitazione a livello internazionale. Questa mobilitazione non deve avere un carattere umanitario, ma politico: bisogna far conoscere i percorsi politici dei compagni prigionieri e sviluppare la solidarietà militante intorno ad essi.   
Infine, vogliamo ricordare la compagna Diana Blefari Melazzi, morta «di carcere» a seguito del 41-bis.
Costruire la solidarietà! Abbattere il capitalismo!

Soccorso Rosso Internazionale (SRI)
rhi-sri.org
info@rhi-sri.org


(1) nota
L'incarnazione di un progetto rivoluzionario non può essere rappresentata da questi compagni. Progetto rivoluzionario significa PARTITO COMUNISTA RIVOLUZIONARIO, per noi marxista-leninista-maoista, FRONTE UNITO, FORZA COMBATTENTE nella strategia universale della guerra popolare. Nessuna rivoluzione è possibile senza questi 3 strumenti. I compagni in prigione sono interni al movimento rivoluzionario, ma non ne incarnano il progetto.
E' chiaro che la borghesia colpendo e incarcerando questi compagni, vuole colpire la rivoluzione e tutti i rivoluzionari, ma questo non può essere confuso con l'identificazione con la linea e percorso di questi compagni come 'l'opzione rivoluzionaria'

06/11/15

Disriminate fra i discriminati

IN QUESTI GIORNI STANNO USCENDO TANTE INCHIESTE SULLE DIFFERENZE SALARIALI TRA LAVORATRICI E LAVORATORI. VIENE CONFERMATA LA ODIOSA DIFFERENZA RETRIBUTIVA. DIFFERENZE DI GENERE (E DI SALARIO), COME RECITA L'INCIPIT DELL'ARTICOLO.
SCATENIAMO LA DOPPIA LOTTA DI CLASSE E DI GENERE!
Niente parità nemmeno tra i precari, gli uomini guadagnano il doppio delle donne.
di GIULIA DESTEFANIS


Differenze di genere (e di salario) anche tra i precari QUELLI che… Il tempo è determinato, la vita pure, i progetti (sul lavoro e in famiglia) non si spingono oltre l’anno, che poi è un problema se il contratto scade, non viene rinnovato e il conto in banca langue. Quelli che, se sei giovane e soprattutto donna, è tutto ancora più difficile. Anche in Liguria.
È il popolo dei precari, dei collaboratori di enti, aziende e studi professionali, dei venditori porta a porta o dei dottori di ricerca. Chi sono, quanti sono e quanto guadagnano? Su di loro da ieri, con la pubblicazione degli ultimi dati Inps sul Lavoro parasubordinato, si sa qualcosa di più. Cgil Liguria e il centro studi Datagiovani hanno elaborato per noi i dati locali: e dicono che in Liguria i collaboratori sono in tutto (è il saldo di fine 2014) 29.399, in calo del 5,4% rispetto al 2013. In parte tramutati in contratti stabili, in parte però posti di lavoro persi.
Ma uno dei dati più rilevanti è lo squilibrio tra sessi: se il reddito medio del precario ligure è di 20.634 euro (più 675 euro rispetto al 2013, e un dato che è superiore alla media nazionale ma inferiore a quella del Nord), scorporando il dato si scopre che gli uomini guadagnano in media 25.699 euro l’anno, le donne meno della metà, 12.755 euro.
«Un divario abissale – commenta Marco De Silva, responsabile dell’Ufficio economico Cgil Liguria nella foto in basso a destra – Una possibile spiegazione sta nel fatto che gli uomini, anche nel mondo del precariato, ricoprono ruoli pagati meglio e hanno contratti di durata maggiore». Sono loro la maggioranza, ad esempio, nella categoria “amministratori o sindaci di società”, posti precari sì, ma in consigli d’amministrazione e con gettoni di presenza cospicui. Le donne hanno mediamente incarichi più modesti. Mentre c’è parità di sessi e di sti- pendi per quanto riguarda le categorie dei dottorandi e dei medici specializzandi, «che per altro sono le uniche due cresciute dal 2013», continua De Silva.
L’altra sorpresa viene dalle fasce d’età: mentre i giovanissimi faticano ad entrare nel mondo del lavoro e sono sempre di più quelli né studenti né occupati, a popolare la schiera dei precari sono gli “over”. La fascia più rappresentata in Liguria è quella tra i 40 e i 44 anni, seguita da quella 45-49. Più in generale, la fascia 35-54 anni rappresenta il 44,6% del totale, quella under 34 il solo 24,8%.
I giovani sono sempre meno: «In un quinquennio sono scomparsi in Liguria 6 mila parasubordinati, con un -17% - spiega Michele Pasqualotto, ricercatore di Datagiovani – Ma nella fascia degli under 30 il calo è stato del 30%. Quasi 4 parasubordinati su 10 usciti dai radar sono under 30». E questo non solo perché molti contratti, grazie al Jobs Act di Matteo Renzi e ai recenti sgravi fiscali sulle assunzioni, si trasformano in tempi indeterminati (che per la cronaca in Liguria quest’anno sono stati il 40% in più dello scorso anno, e sono destinati a moltiplicarsi). Il dato comprende anche i posti di lavoro persi, perché la crisi non è finita e in un mercato del lavoro ancora instabile a pagare sono spesso i più deboli.
Deboli anche, i giovani, in quanto a reddito: «Mentre i redditi medi degli “over” – continua Pasqualotto – sono veri e propri redditi di mantenimento, quelli degli “under” possono essere definiti “redditi da lavoretti”, mantenendosi intorno agli 8 mila euro annui». Dei 29 mila precari liguri – solo una parte degli autonomi, «perché aggiungendo artigiani, commercianti e voucher si arriva a 200 mila lavoratori autonomi in Liguria dei 590 mila occupati totali», precisa De Silva - il 90% ha un solo committente: «E questo non fa che confermare che una buona fetta di precariato è lavoro dipendente mascherato da autonomo, per essere pagato meno».

Dal Nord al Sud, dalle città alle campagne porci padroni!

E' l'ora di un nuovo sciopero delle donne contro doppia, tripla oppressione!
 
Cameriera denuncia: “Violentata dal titolare”.  La ragazza ha raccontato ai carabinieri di essere stata violentata più volte: solo dopo l’ultimo episodio ha trovato la forza di denunciare. E adesso un ristoratore dell’Eporediese finisce nei guai.
La Procura di Ivrea ha aperto un fascicolo per violenza sessuale. «È una brutta storia, le indagini sono in corso» conferma il procuratore della Repubblica, Giuseppe Ferrando. IL RACCONTO DELLA VITTIMA La presunta vittima è maggiorenne da poco. È italiana, fisico minuto. L’uomo contro il quale ora punta il dito è un sessantaquattrenne, anche lui italiano, vive nel stesso paese della ragazza, ad una manciata di chilometri da Ivrea. È l’uomo che, poco tempo fa, le aveva dato un posto di lavoro.
Di lui la donna si fidava, tanto che quei complimenti ricevuti durante l’orario di lavoro non l’avevano insospettita. Fino a quando non sarebbero arrivate le violenze. Sempre più pesanti. Secondo il racconto fatto dalla presunta vittima ai carabinieri, gli abusi sarebbero stati più d’uno. L’ultimo episodio è della settimana scorsa quando, al termine del turno di lavoro e con il locale ormai vuoto, l’uomo avrebbe approfittato di lei per l’ennesima volta. Dopo le violenze la ragazza, in lacrime, si sarebbe rivolta ad un’amica e soltanto a quel punto ha trovato la forza per andare dai carabinieri e a raccontare tutto. La donna ha ricostruito quei mesi di paura, fino all’ultimo episodio, avvenuto a notte fonda. «Non avevo il coraggio di denunciarlo, mi vergognavo - si è sfogata con i militari – Ora, però, quell’uomo dovrà pagare per ciò che ha fatto».