18/07/19

FORMAZIONE RIVOLUZIONARIA DELLE DONNE - KOLLONTAJ: "Il lavoro femminile nel periodo di espansione della grande industria capitalistica


Da www.resistenze.org

1921
Conferenze all'università Sverdlov sulla liberazione della donna

Nell'ultima conferenza abbiamo affrontato il primo periodo di accumulazione del capitale. E' stata un'epoca di interminabili e sanguinose lotte tra la crescente borghesia e il mondo feudale in declino.

Abbiamo analizzato la situazione della donna in questo periodo transitorio, dall'economia naturale all'economia monetaria, dal lavoro a domicilio alla manifattura. Come ricorderete abbiamo constatato che la maggior parte delle donne, povere e lavoratrici, dopo l'introduzione del lavoro non qualificato, sono migrate verso l'industria. Tuttavia non dobbiamo perdere di vista il fatto che durante il periodo della manifattura e del lavoro a domicilio, la grande maggioranza delle donne non era particolarmente interessata a garantirsi un reddito proprio attraverso il lavoro. Queste donne non svolgevano un lavoro socialmente produttivo. Naturalmente all'epoca il lavoro domestico manteneva un valore importante e completava l'economianazionale, dato che l'industria era ancora scarsamente sviluppata. Ma di fatto il lavoro domestico non contava per l'economia nazionale. Nonostante questo compito relativamente pesante, la donna non era utile né alla società, né allo Stato. Il suo lavoro serviva solo alla sua famiglia. E il reddito nazionale non si calcolava in funzione del lavoro di ogni membro di questa, ma soltanto in funzione del risultato di questo lavoro, cioè in funzione del reddito globale della famiglia stessa, cosa che la rendeva l'unità di base dell'economia.

In campagna, era uguale; si valutava il lavoro "del padrone di casa", mentre si ometteva completamente di menzionare quello degli altri membri della famiglia. In altre parole, (la famiglia) è considerata un'unità economica indivisibile. E dal momento che il lavoro femminile non era assolutamente significativo per tutta la ricchezza nazionale, la donna rimase come in passato, una serva sottomessa e priva di diritti.

L'avvento della manifattura e del grande capitale non portò alla liberazione della donna, ma piuttosto a nuove forme di oppressione sotto l'aspetto del lavoro salariato al servizio del capitale. Ricordiamo che la manifattura è derivata dal lavoro artigianale a domicilio. Perché lo sviluppo delle forze produttive, grazie allo sfruttamento sotto forma di lavoro a domicilio, ha subito una così forte accelerazione rispetto al ritmo lento di sviluppo del periodo della produzione artigianale? La spiegazione di ciò è relativamente semplice: i lavoratori a domicilio sono stati obbligati ad aumentare la loro produttività più degli artigiani, se non altro per garantirsi il minimo vitale e questo perché dovevano cedere una parte del reddito del loro lavoro all'appaltatore. Gli artigiani consegnavano i loro prodotti direttamente ai loro clienti e quindi ricevevano l'intero plusvalore. Un intermediario, l'imprenditore-acquirente, assicurava il collegamento tra l'operaio a domicilio e la clientela. Con l'espansione del commercio il divario tra il produttore e il mercato è cresciuto, se non altro per ragioni geografiche e l'importanza dell'intermediario, del negoziante o del commerciante è cresciuta di conseguenza. Il plusvalore si divide così tra il produttore e il commerciante, ma sempre a vantaggio di quest'ultimo, poiché quest'ultimo è stato in grado di sfruttare la povertà e la posizione svantaggiata del lavoratore domestico. In questo modo il commerciante raccoglieva una grande somma di denaro e si arricchiva a vista d'occhio, mentre il popolo lavorava sempre di più e diventava sempre più povero. Ma l'aggravarsi dello sfruttamento è andato di pari passo con l'accelerazione di questo processo di impoverimento. Alla fine la totalità dei membri delle famiglie di contadini e di artigiani rovinati - uomini, donne e bambini - furono costretti a vendere la loro forza lavoro sul mercato.

Fu un'epoca d'oro per i profittatori, cioè i primi produttori e imprenditori della manifattura.

Grazie alla divisione del lavoro la manifattura ha aperto le porte ai lavoratori non qualificati e quando l'imprenditore assumeva produttori inesperti, sceglieva ovviamente la "forza lavoro" che era più economica e conveniente per sé. E quella forza lavoro erano donne e bambini. Tra il XVI e il XVIII secolo possiamo pertanto registrare, parallelamente allo sviluppo delle imprese manifatturiere, una rapida crescita del lavoro femminile. Per l'imprenditore non era tanto la qualità del singolo lavoratore ad essere redditizia (come nel caso della forma di produzione artigianale) quanto il numero dei lavoratori da lui impiegati, cioè la quantità. Egli beneficiava della somma totale delle ore di lavoro non retribuite fornite dai suoi operai e dalle sue operaie. La quantità di ore di lavoro non retribuite aumentava in proporzione al numero di lavoratori e alla durata delle giornate di lavoro, il che andava a tutto vantaggio dell'imprenditore, che si arricchiva senza vergogna.

L'epoca della prima accumulazione del capitale era definitivamente superata e l'umanità stava entrando ad un ritmo folle nel sistema di produzione del grande capitale. Il mondo cambiò aspetto. Già da tempo le città avevano preso il posto dei castelli feudali ed erano diventate i nuovi centri di artigianato e produzione. I principi e i conti cessarono di combattere tra loro per sottomettersi al potere assoluto di un re, mentre le tribù isolate si riunirono per formare nazioni. Come in passato l'agricoltura rimaneva essenziale per l'economia, ma nel corso del tempo il baricentro si spostò a favore dell'impresa industriale, che era diventata la fonte più importante di qualsiasi ricchezza. Alla fine del XIX secolo, paesi come l'Olanda, l'Inghilterra e la Francia - in seguito la Germania, l'Austria e infine la Russia - aderirono uno dopo l'altro alla grande produzione capitalistica.

Noi, figli di questo secolo del capitale, siamo così abituati a vedere la produzione costruirsi sulla grande impresa capitalistica che ci è difficile immaginare che tutti questi giganteschi laboratori, fabbriche, stabilimenti, che occupano migliaia e migliaia di operai, sono comparsi solo in epoca molto tarda. Infatti il tipo di officine e di fabbriche che conosciamo esiste solo da 150 anni e in Russia da ancora meno. Nel XVI secolo le fabbriche non erano ancora entrate in concorrenza con l'industria a domicilio e la manifattura. Anche in America, dove il capitalismo era altamente sviluppato, si dibatteva ancora a metà del XIX secolo sul fatto se gli Stati Uniti dipendessero per la loro economia dalla grande industria o dall'agricoltura.

Meno di cento anni fa l'umanità ancora non conosceva le regole e le leggi che governano lo sviluppo economico e molti paesi arretrati hanno quindi mantenuto l'illusione di poter proseguire il proprio cammino. Basta guardare la crescita estremamente rapida del capitalismo in paesi come Giappone, Cina e India per poter prevedere con sicurezza che anche in questo caso l'industria su larga scala sostituirà presto il lavoro a domicilio e che le città annetteranno le periferie per soddisfare le loro esigenze.

Le grandi invenzioni scientifiche e tecniche del XIX e XX secolo hanno contribuito in gran parte al successo del sistema capitalista. E mentre ora troviamo difficile immaginare un mondo senza ferrovie, ciminiere, elettricità e telefoni, i nostri antenati da parte loro sarebbero stati molto sorpresi da queste invenzioni, non senza mostrare un certo scetticismo nei loro confronti.

A causa di una serie di invenzioni che migliorano la produttività del lavoro, la produzione capitalistica nel XVIII secolo intraprese un aumento prodigioso. La macchina a vapore di Watt per esempio fu una grande invenzione. Essa pose le basi per la meccanizzazione della produzione nella manifattura e i lavori fin'ora eseguiti dagli uomini, furono d'ora in poi eseguiti dalle macchine. Allo stesso tempo tutte le operazioni di lavoro poterono essere semplificate fino all'estremo e ridotte ad alcuni movimenti manuali elementari. Così il telaio meccanico, la maglieria, la cardatrice e le innumerevoli altre invenzioni si succedettero una dopo l'altra e dalla fine del XVIII secolo, incoraggiarono fortemente lo sviluppo della produzione industriale. Il miglioramento della tecnica è stato un fattore essenziale per ottenere il massimo profitto.

Nel corso degli stati precedenti dello sviluppo la massima produttività fu raggiunta dal lavoro manuale, organizzato nel modo più razionale. Per aumentare i suoi profitti l'imprenditore cercò di modificare i principi che erano alla base della manifattura. Il profitto massimo non dipendeva più esclusivamente dal numero di operai che lavoravano in fabbrica, ma anche dalle macchine. La tecnica aumentava la produttività in modi che in passato sarebbero stati impensabili: invece di una bobina, l'operaia poteva avvolgerne e arrotolarne fino a 1.200 a macchina. Una bobinatrice che fino ad ora era riuscita a montare solo poche bobine al giorno, era in grado di produrne quasi un centinaio. Una singola operaia che produceva 600.000 aghi al giorno alla macchina, sostituiva 135 lavoratrici. Grazie alla macchina per la lavorazione a maglia, la resa di un'operaia è passata da 20 a 1200 paia. Le macchine sostituivano una forma di lavoro manuale dopo l'altra. La produttività è aumentata in modo prodigioso e il mercato è stato presto invaso da prodotti fabbricati in modo meccanico e destinati al consumo in massa. Il ritmo di produzione, lo stoccaggio e la ricchezza degli imprenditori, dei padroni e dei baroni industriali è cresciuto in modo sproporzionato.

Tuttavia l'aumento della produttività del lavoro attraverso i macchinari non ha migliorato il tenore di vita dei lavoratori. Al contrario la loro schiavitù e il loro sfruttamento da parte del capitale diventarono ancora più grandi. Naturalmente la meccanizzazione della produzione avrebbe potuto migliorare la situazione dell'intera popolazione, se ad esempio un'operaia che in precedenza realizzava 20 calze al giorno e che ora con l'aiuto della macchina ne produceva 60 volte di più, fosse stata effettivamente pagata per le 1.200 paia di calze che aveva prodotto. Non dobbiamo dimenticare che l'umanità viveva in un mondo in cui la proprietà privata era profondamente radicata. Il capitalista considerava la macchina che aveva comprato come parte della sua azienda, parte del suo inventario. Quando assumeva un operaio questo era obbligato ad usare gli strumenti da lavoro che erano messi a sua disposizione. L'imprenditore avrebbe fatto un buon affare se fosse stato in grado di procurarsi un dispositivo che fosse riuscito ad aumentare di sei volte la produttività del suo lavoratore. Il padrone non pagava l'operaio in base alla sua produttività, ma sulla base della propria forza lavoro. Era quindi nel suo interesse sfruttare al massimo la forza lavoro che aveva comperato. Questo è il motivo per cui la meccanizzazione della produzione, che ha aumentato drasticamente la produttività degli schiavi salariati, uomini e donne, non ha portato ad un miglioramento delle loro condizioni di vita, ma piuttosto al loro peggioramento. La meccanizzazione ispirò gli economisti e gli imprenditori della borghesia e li condusse all'idea "brillante" che la forza lavoro viva dell'uomo non fosse in alcun modo indispensabile per la produzione e la creazione di ogni ricchezza, mentre la forza morta e meccanica della macchina era assolutamente indispensabile. Se un imprenditore possedeva dei macchinari, sapeva perfettamente che sarebbe stato facile per lui procurarsi manodopera. Ma se invece, non avesse avuto le attrezzature necessarie, non avrebbe avuto alcuna possibilità di competere sul mercato con il solo vantaggio ottenuto dalla forza lavoro viva di cui disponeva. Per questo il capitalista si è abituato a considerare la manodopera come accessoria e complementare alle macchine.

Vi ricordate che avevamo già constatato che il lavoro della donna non aveva alcun valore per le tribù dei pastori nomadi? Il gregge (o la mandria) era considerata la principale fonte di ricchezza per la tribù e la donna che la governava era considerata come accessorio e senza valore. La stessa cosa accadde con la meccanizzazione delle fabbriche: il lavoro si svalorizzò. Nonostante l'introduzione dei macchinari gli operai e le operaie non migliorarono in alcun modo il loro reddito. Al contrario, il tenore di vita della classe operaia continuava a diminuire e l'imprenditore che possedeva le macchine era l'unico a beneficiare della straordinaria crescita dei profitti.

Lo sviluppo della grande industria ha portato da un lato una maggiore accumulazione di capitale e dall'altro una maggiore concorrenza tra gli imprenditori stessi. In definitiva ogni industriale cercava di ottenere il massimo profitto. Per questo motivo ha aumentato il suo fatturato, ha sommerso il mercato dei suoi prodotti vendendoli a prezzi inferiori rispetto ai concorrenti che non erano ancora riusciti a dotarsi delle macchine più moderne. I piccoli imprenditori e soprattutto gli artigiani, fallirono e furono costretti a chiedere lavoro ai grandi industriali che erano responsabili della loro rovina. La concentrazione del capitale, vale a dire l'accumulo dei mezzi di produzione nelle mani dei grandi industriali che si arricchirono molto rapidamente e l'impoverimento degli operai sono i due più importanti processi che caratterizzano lo sviluppo delle grandi imprese capitaliste verso la fine del XIX secolo. Nel XX secolo i capitalisti, per lottare efficacemente contro la cieca concorrenza, costituirono un nuovo potere: l'associazione di molti imprenditori, cioè i trust. La lotta tra lavoro e capitale si intensificò.

L'impoverimento e il fallimento dei piccoli imprenditori travolse il mercato del lavoro con una manodopera a basso costo. La voracità del grande proprietario terriero, le tasse troppo pesanti e il sottosviluppo dell'agricoltura, cacciarono i contadini dalle loro terre. Questo esodo rurale ha ulteriormente aumentato il numero dei disoccupati. La disoccupazione assunse proporzioni così allarmanti nel XIX secolo che diede origine ad una scuola teorica di un tipo speciale, il malthusianismo. Malthus predicava il controllo delle nascite della classe operaia per tentare di arginare così l'afflusso di nuovi lavoratori sul mercato del lavoro. Ciò avrebbe comportato un indebolimento della concorrenza e condotto a migliorare la situazione della classe operaia stessa. Ma questa teoria non ha naturalmente trovato alcuna eco. È tuttavia esemplare nella misura in cui ci mostra a quale punto le idee degli uomini sono dipendenti dalla loro situazione economica. Al tempo dell'economia naturale e della manifattura, quando il successo economico dipendeva al massimo dal numero di lavoratori disponibili, una grande famiglia era considerata un "dono del cielo ". Più braccia c'erano, più ricchezza c'era. La produzione meccanica fu all'origine della concezione che le macchine erano creatrici di ogni ricchezza. Pertanto l'intenzione era di eliminare il lavoro manuale riducendo la prole del lavoratore. Questa teoria è profondamente reazionaria e d'altra parte completamente sbagliata e da tempo confutata dalla storia stessa. E' proprio il pericolo opposto che ci minaccia oggi: la mancanza di lavoratori è attualmente una minaccia per l'ulteriore sviluppo della forza lavoro ed è per questo che la limitazione delle nascite non può in nessun caso essere la preoccupazione degli uomini. Al contrario, ora si tratta di stimolarle.

Passiamo ora ad un'analisi più approfondita del lavoro nella produzione industriale. Il mercato del lavoro è stato quindi, come abbiamo già detto, costantemente sommerso da lavoratori disponibili. Dal XVIII secolo ci siamo anche noi, tra i disoccupati, un numero crescente di donne. Queste cercavano di vendere l'unica cosa che possedevano - la loro forza lavoro - all'imprenditore. E se quest'ultimo si fosse rifiutato di assumerle? C'era solo una soluzione: la prostituzione. Ecco perché la prostituzione femminile seguiva il lavoro salariato come un'ombra. L'aumento della curva di questo tipo di commercio basata sul corpo della donna è andata di pari passo con la normalizzazione del lavoro salariato per le donne.

La vita quotidiana delle lavoratrici al tempo del declino dell'artigianato e della manifattura era assolutamente priva di gioia e di diritti e il lavoro che svolgevano era particolarmente faticoso. Erano la preda designata delle truffe dei potenti. E le sofferenze che sopportavano nell'inferno della fabbrica hanno superato in intensità quelle dei secoli precedenti. Basta studiare il libro di Engels: la situazione della classe operaia in Inghilterra, per rendervene conto. Anche se è stato scritto nel 1840, molte delle condizioni descritte in questo libro non sono ancora state eliminate nei paesi capitalisti. Possiamo riassumere la vita dell'operaio della fabbrica nella prima metà del XIX secolo come segue: una giornata lavorativa interminabile, di solito superiore a dodici ore, salari bassi, abitazioni malsane - gli uomini vivevano in stretta promiscuità, stoccati come animali - senza nessuna protezione del lavoro o assicurazione sociale, un aumento delle malattie professionali, alti tassi di mortalità e costante paura della disoccupazione. Queste sono dunque le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia prima che cominciasse ad organizzarsi all'interno del partito e dei sindacati per difendere i propri interessi di classe.

I padroni preferivano assumere le donne perché erano pagate meno degli uomini. I produttori semplicemente affermavano che il lavoro femminile non è qualitativamente paragonabile al lavoro maschile. Gli ideologi borghesi, inoltre, hanno prontamente fornito loro le argomentazioni desiderate, affermando spudoratamente che le donne erano per natura inferiori agli uomini in tutti i campi. Tuttavia, le cause della sottovalutazione del lavoro femminile fino ad oggi non sono affatto di natura biologica e devono essere ricercate piuttosto sul piano sociale.

Nella prima metà del XIX secolo la maggior parte delle donne non lavorava nella produzione per il mercato mondiale, ma come in passato, in casa, ad occuparsi di compiti improduttivi, il che consentiva di concludere erroneamente che il lavoro femminile sarebbe stato meno produttivo. Il fatto che, nella valutazione del reddito da lavoro, si tenga conto degli obblighi del marito di provvedere alla sua famiglia, ha contribuito a sottopagare la manodopera femminile. Non appena il salario non garantiva più il minimo vitale della famiglia operaia, si assisteva o alla massiccia disaffezione degli operai di questo ramo della produzione o al calo della qualità di vita per questi operai e le loro famiglie. Fu allora che donne e bambini furono costretti al lavoro salariato. Ma, poiché il suo mantenimento è rimasto responsabilità di suo marito - il capofamiglia - la moglie lavorava "occasionalmente" per migliorare il bilancio familiare. In breve, il suo lavoro è stato considerato solo come un lavoro secondario e complementare. Naturalmente gli imprenditori non hanno avuto difficoltà a sostenere e incoraggiare questo concetto condiviso dagli stessi operai, che non avevano ancora capito dove si trovassero i loro veri interessi. Gli operai non si rendevano conto da un giorno all'altro che il lavoro femminile era ormai inseparabile dall'economia capitalistica. Essi compresero solo molto lentamente che le donne che lavoravano in modo produttivo nella grande industria non sarebbero mai tornate ai loro fornelli e che avevano definitivamente abbandonato la casa e il lavoro domestico. Durante tutto il XIX secolo, il lavoro femminile era estremamente sottovalutato rispetto al lavoro maschile, nonostante il numero di donne impegnate in attività professionali fosse in costante aumento e il loro salario sufficiente a sostenere i figli, i genitori anziani e talvolta anche il marito, disoccupato e malato. Tali anomalie continuano ad esistere negli attuali Stati capitalisti, nonostante l'attività dei sindacati su questo tema che chiede invano un salario uguale per un lavoro uguale senza discriminazione di sesso.

Tuttavia, la mancanza di qualifiche lavorative della donna contribuì anche al suo sfruttamento, soprattutto prima del 1850. In passato solo una piccola minoranza di donne aveva praticato un mestiere che ne garantiva il mantenimento. Senza transizione, la maggior parte delle donne in cerca di lavoro ha dovuto entrare nelle aziende manifatturiere. Non avevano, naturalmente, una formazione professionale o professioni alternative. E poiché soffrivano la fame e la miseria, poiché non avevano mai conosciuto un'esistenza autonoma ed inoltre, essendo abituate da millenni ad una cieca obbedienza, accettavano senza esitazione le peggiori condizioni di lavoro. Nonostante le teorie degli imprenditori sulla naturale inferiorità delle donne rispetto agli uomini, non hanno esitato a gettare per strada i lavoratori maschi e ad assumere le donne che avrebbero pagato meno. L'accumulo di profitti non soffriva affatto di questo tipo di operazioni. Possiamo quindi concludere che il lavoro femminile, in termini di produttività, non ha in alcun modo ceduto al lavoro maschile. Con lo sviluppo della produzione meccanica, la qualificazione del lavoro diventa sempre più priva di significato. In particolari settori di produzione (tessile, industria del tabacco, chimico, ecc.), il lavoro femminile non qualificato aveva assunto proporzioni tali da essere percepito dagli operai come una minaccia diretta. Non solo le donne hanno cacciato gli uomini dai laboratori vendendo a buon mercato la loro forza di lavoro, ma hanno anche offerto agli imprenditori l'opportunità di ridurre globalmente i salari. E più donne erano occupate in un'industria, più basso era il salario degli uomini. Ma man mano che crollavano i salari degli uomini, le donne - le figlie e le mogli dei proletari - erano costrette a cercare altro lavoro supplementare e ad impegnarsi nella produzione. Era nato un circolo vizioso.

Solo nella seconda metà del XIX secolo la classe operaia tentò di spezzare questo circolo impegnandosi in lotte politiche e sindacali. La coscienza di classe degli operai ha mostrato chiaramente agli uomini che le operaie non erano semplicemente "concorrenti dannose ", ma che anche loro appartenevano alla classe operaia. Ed era solo organizzandosi insieme che il proletariato poteva respingere le aggressioni sempre più sanguinose del capitale contro la classe operaia. Nella prima metà del XIX secolo, l'operaio affrontò la sua rivale sul mercato del lavoro con disgusto e ostilità. Le organizzazioni, destinate a difendere gli interessi di tutto il proletariato, vietarono generalmente il loro accesso a membri femminili.

Alla fine del XIX secolo, i salari delle lavoratrici non superavano nella maggior parte dei casi la metà dei salari dei loro colleghi maschi. Solo all'inizio del XX secolo i primi tentativi di riadattamento e di equiparazione dei salari dei lavoratori apparvero negli Stati capitalisti più sviluppati e sotto la forte pressione dei sindacati. Tuttavia, in Russia, alla vigilia della Rivoluzione, la donna guadagnava ancora solo due terzi o addirittura un terzo di quanto toccava all'operaio. E la donna continua a lavorare in queste condizioni in Asia, in Giappone, India e Cina.

Le condizioni di vita delle operaie nel periodo di sviluppo del capitalismo industriale sono state caratterizzate da un lato, da salari da miseria e dall'altro da condizioni di lavoro particolarmente insalubri che hanno provocato gravi danni al corpo e alla salute della donna (aborti, bambini nati morti e tutta una serie di malattie femminili). Mentre le prospettive per il futuro del capitalismo si annunciavano radiose, quelle del proletariato si oscuravano e la vita della donna divenne sempre più insopportabile. Ma il lavoro produttivo al di fuori della casa, che crea ricchezza per l'intera società e quindi riconosciuto dall'economia nazionale, è stato comunque la forza che ha spianato la strada alla liberazione della donna.

Sappiamo che la situazione della donna nella società è determinata dal suo ruolo nella produzione.

Finché la maggior parte delle donne è rimasta a casa, occupata da compiti improduttivi per tutta la società, tutti i tentativi e le iniziative delle donne di raggiungere la libertà e l'uguaglianza sono stati condannati al fallimento. Questi tentativi non avevano alcuna base nell'economia. Eppure la produzione industriale nelle fabbriche, che inghiottiva migliaia di operai, modificò in modo significativo l'ordine delle cose. Da allora in poi il lavoro domestico passò in secondo piano e il lavoro della donna fuori della casa, che fino ad ora aveva assunto un carattere secondario, divenne la regola, in breve, una condizione normale e necessaria.

Il XX secolo segnò una svolta nella storia della donna. All'inizio del XIX secolo le donne, costrette a lavorare come "ragazze di fabbrica", sperimentarono questa situazione come una catastrofe personale - ma, dalla fine del XIX secolo e soprattutto nel XX secolo, il 30/45% delle donne negli stati capitalisti lavoravano. All'epoca della manifattura, le donne lavoratrici erano essenzialmente vedove, donne sole o donne abbandonate dai loro mariti. Nel XIX secolo, quasi la metà delle lavoratrici erano sposate. Perché? Naturalmente il salario del marito non era più sufficiente per coprire le esigenze della famiglia. La sicurezza del mantenimento che il matrimonio dava alla donna, era finalmente finita. Per sfamare le loro famiglie, sia gli uomini che le donne hanno dovuto mettersi al lavoro. L'uomo non era più l'unico capofamiglia; era spesso la donna che doveva sostenerla, soprattutto in tempi di crisi o durante i lunghi periodi di disoccupazione del marito. Nelle famiglie della classe operaia non era raro che la donna andasse al lavoro e l'uomo restasse a casa a prendersi cura dei bambini e a fare i lavori di casa. Queste condizioni erano temporaneamente comuni nelle regioni tessili degli Stati Uniti. In alcune città, gli industriali preferivano assumere manodopera a buon mercato, così accadeva che la donna lavorasse in una fabbrica di tessitura, per esempio, mentre l'uomo rimaneva a casa. Queste piccole città venivano periodicamente chiamate "she towns" (città delle donne). Nel corso del tempo, il riconoscimento generale del lavoro femminile costrinse tutta la classe operaia a rivedere la propria posizione nei confronti delle donne e ad accettarle come compagne di lotta e membri a pieno titolo nelle loro organizzazioni proletarie.

Nella seconda metà del XIX secolo, il lavoro femminile si sviluppa notevolmente. Tra il 1871 e il 1901, nel settore industriale in Inghilterra ad esempio, la percentuale di uomini è aumentata del 23%, e la quota delle donne del 25 %. Allo stesso tempo le donne fanno la parte del leone per quel che riguarda il tasso di crescita della classe operaia inglese nel suo complesso: il gruppo delle operaie è cresciuto del 21%, mentre il gruppo degli operai è cresciuto solo del 8%. Nel 1901 il 34% delle donne francesi erano occupate e nel 1906 erano il 39%. Nel 1881 il numero di lavoratrici tedesche era stimato a 5,5 milioni, dal 1890 al 1895 a 6,5 milioni e nel 1907 a 9,5 milioni. Durante la Prima guerra mondiale, in Germania vi erano oltre 10 milioni di donne che lavoravano. Ancora in Germania, nel 1882, il 23% delle donne lavorava nella produzione e nel 1907 tale percentuale era pari a 30. Durante la Prima guerra imperialista mondiale, il 30% delle donne lavorava nell'industria (prima della guerra il lavoro femminile era dominante in soli 17 settori industriali, durante la guerra in 30 rami industriali). In Russia, il numero di donne impegnate in una professione è aumentato di venti volte durante la Prima guerra mondiale. Se si calcola che in Europa e negli Stati Uniti il numero delle donne lavoratrici è di 60 milioni prima della Prima guerra mondiale, si può, senza esagerare, portarlo oggi a 70 milioni. A ciò si aggiunge un numero crescente di donne lavoratrici in Asia, che attualmente vive una forte industrializzazione.

Su 2 milioni di proletari giapponesi, si contano 750 000 operaie e i recenti censimenti in India ci dicono che le donne sono impiegate nelle fabbriche, nella metallurgia, nel lavoro domestico, nell'agricoltura e nelle piantagioni di tè, caffè e cotone. In Cina, si stima approssimativamente che 10 milioni di donne lavorino nelle fabbriche o a casa o nei servizi pubblici o privati. I paesi occidentali ora si uniscono ai paesi in via di sviluppo orientali e incontriamo così ovunque la donna lavoratrice e l'uomo che lavora fianco a fianco. L'economia capitalistica del mondo non può più fare a meno della partecipazione delle donne, il che significa che le donne sono state definitivamente riconosciute come forza lavoro.

Quasi la metà di queste donne sono sposate. Questo fatto è di particolare interesse per noi perché spazza via il vecchio pregiudizio che le donne una volta sposate possano rinunciare a guadagnarsi da vivere. In Germania, Inghilterra e Russia, il numero di donne sposate raggiunge un terzo di tutte le donne che lavorano. Nelle fasi più avanzate dello sviluppo del capitale quindi, la donna non è più solo un complemento vivente e un'appendice del marito. Ha cessato di occuparsi del solo lavoro domestico improduttivo ed è per questo che si può prevedere la fine della sua millenaria schiavitù...

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