19/10/15

Essere donne antifasciste per il comune di Lecce è evidentemente un demerito

Pubblichiamo di seguito un comunicato della Casa delle donne di Lecce
La Casa delle Donne di Lecce, che da sette anni è impegnata nel lavoro di costruzione di momenti e luoghi di libertà femminile nel nostro territorio, di organizzazione e sensibilizzazione delle donne e della società civile sui temi della violenza contro le donne, difesa della legge 194 ed altri, non può essere iscritta, a parere del Comune di Lecce, nel Registro regionale delle associazioni di promozione sociale, in quanto le politiche sociali e culturali descritte nel suo Statuto, ispirate ai valori dell’antifascismo, la assimilerebbero ad un partito politico.

La LFD – Casa delle donne di Lecce ha fatto a suo tempo domanda all’Ufficio regionale competente di iscrizione al Registro regionale delle associazioni  di promozione sociale (APS). Tale inclusione, secondo normativa corrente, è subordinata al parere dell’Ufficio servizi sociali della città di Lecce, il quale si è espresso negativamente, con la motivazione che il nostro statuto non sarebbe conforme alla Legge n. 383/2000. A giustificazione del diniego l’Ufficio cita il passo di tale legge di riferimento, dove si dice: “non sono considerate associazioni di promozione sociale, ai fini e per gli effetti della seguente legge, i partiti politici, le organizzazioni sindacali…” e si estrapolano, a dimostrazione, alcuni passi del nostro Statuto: in breve, la LFD sarebbe assimilabile ad un partito, perché in esso ricorrono termini quali: “antifascismo”, , “spazio politico”, “attività politiche” (!).

Abbiamo espresso la nostra più viva protesta di fronte al diniego dell’Ufficio suddetto...
La LFD, che è iscritta dal 2010 all’albo delle Associazioni e movimenti femminili della Regione Puglia -Servizio Politiche di benessere sociale e pari opportunità, non è con ogni evidenza né un partito politico né una organizzazione sindacale, per le finalità e modalità della sua azione sociale.
Quanto al ricorrere nel suo Statuto delle parole “antifascismo”, “attività politiche”, “spazio politico”, abbiamo obiettato che: – con il riferimento all’antifascismo, lo statuto della LFD non fa altro che ispirarsi ai valori costituzionali fondativi della Repubblica italiana. – il termine “politica” viene evidentemente utilizzato nella sua accezione più ampia, alta e originaria (da polis = città), che è quella di “agire nella città”, promuovere la cittadinanza attiva (nel caso della LFD soprattutto delle donne), costruire reti sociali di donne, attivare processi di democrazia e di autoconsapevolezza....

Manuela Miglietta, presidente LFC – Casa delle Donne di Lecce

Dopo il seminario di Palermo, continua la nostra doppia lotta

Invito a partecipare

DOPO LA STRAORDINARIA FESTA/CELEBRAZIONE DEL 20° ANNIVERSARIO DEL MFPR DEL 6 GIUGNO 2015 A PALERMO

CONTINUA LA FESTA E LA NOSTRA DOPPIA LOTTA- L’INTRECCIO CLASSE E GENERE- VERSO IL NUOVO SCIOPERO DELLE DONNE

DOMENICA 25 OTTOBRE 2015 ore 16
 
C/O il Comitato Molise/Calvairate
v. Degli Etruschi, 1
(90-91, Passante Porta Vittoria,tram 12)
 
Per contatti:mfpr.mi1@gmail.com cell:3339415168

Siamo come i salmoni che risalgono la corrente quando cerchiamo di recuperare la postazione; siamo i robot instancabili che non devono conoscere le festività; siamo i topolini di un nuovo esperimento. Siamo le fortunate operaie di Melfi.

Da clashcityworkers 

Ripubblichiamo questo racconto di alcune operaie della Sata (FCA) di Melfi. La produttività tanto decantata da Marchionne cosa significa per la vita dei lavoratori, e delle donne in particolare, dato il doppio carico di lavoro cui sono sottoposte? Cosa significa lavorare anche la domenica? Cambiare continuamente turno? Essere costretti a lavorare a ritmi sempre maggiori? 

Da qualche settimana è iniziata la sperimentazione dei nuovi turni alla Fca di Melfi ed è già possibile descrivere una situazione tutt’altro che felice per noi donne.
Si lavora 6 mattine, dalle 6 alle 14, da lunedì a sabato; poi si riattacca domenica sera alle 22, per 4 notti di seguito; poi due giorni di riposo, 3 pomeriggi di lavoro (compresa una domenica), due giorni di riposo, 3 notti di lavoro, due riposi e altri 4 pomeriggi di lavoro. Finalmente una domenica di sosta, ma lunedì alle 6 si ricomincia daccapo. E' come vivere in un continuo cambio di fuso orario.
Già i primi 10 giorni ci hanno sfinite, le ore in fabbrica si trascorrono in piedi davanti a una catena sempre più veloce perché, grazie al “sistema migliorativo Ergo uas”, tutto il materiale ci arriva direttamente in postazione su carrellini trainati dai robot automatizzati che spesso perdono pezzi per strada o si fermano e non vogliono saperne di ripartire. Loro non sentono le minacce dei capi, decidono di non lavorare più e così è se vi pare.
Le operazioni sono tutte cronometrate e le postazioni saturate; in teoria dovremmo star ferme ad assemblare comodamente tutto ciò che ci arriva ma in realtà si cammina, anzi, si insegue la linea e ci si “imbarca”, ossia ci si allontana sempre di più dai confini della postazione disegnati sul pavimento. Basta un qualunque imprevisto, una vite sfilettata o un semplice starnuto, per rendere spasmodica la risalita. A volte ci paragoniamo ai salmoni e speriamo che non ci attenda la stessa sorte.
Quando si avvicina la pausa c’è il conto alla rovescia dei minuti e scherzando ci chiediamo cosa riusciremo a fare in quei 10 minuti: andiamo al bagno, fumiamo o mangiamo qualcosa? Magari potremmo fare la fila davanti al bagno mangiando il panino, nella peggiore delle ipotesi almeno una cosa l’avremo fatta!
I bagni sono pochi rispetto al numero delle persone, così anche i distributori di caffè e merende circondati da sei o sette sedie – pochissime – a creare una piccola area relax; le file sono lunghe e il caffè conviene dividerlo con uno o due colleghi. Abbiamo chiesto più bagni o qualche minuto in più di pausa: qualche capo spiritoso ci ha suggerito di non bere per ridurre le esigenze fisiologiche. Chi trascorre la pausa in postazione si appoggia ai cassoni o si siede su una cassettina vuota e, anche se non si potrebbe fare, mangia qualcosa.
I primi dieci giorni consecutivi di lavoro sono stati devastanti, avevamo i polsi, i polpastrelli e tutti i muscoli indolenziti. I due giorni di riposo li avremmo dedicati alle faccende di casa, in teoria, ma la stanchezza era tanta e non siamo riuscite a fare tutto. Al rientro in fabbrica avevamo la sensazione di non esserne mai uscite, nessuna di noi è riuscita a realizzare tutti i propositi in quei due giorni e qualche capo, sempre più spiritoso, ha suggerito di mettere “un aiuto in casa”... Magari che si occupi anche dei nostri affetti? No grazie!
Seguire i bambini e aiutarli nei compiti è un’altra impresa: durante il turno di pomeriggio non riusciamo quasi a vederli, mentre con i turni di mattina e notte cerchiamo di recuperare e di dare il massimo. A volte tentiamo di colmare l’assenza facendo loro dei regali, oppure siamo eccessivamente tolleranti, altre volte invece ci si arrabbia per poco o niente a causa del nervosismo e della stanchezza. Sono molti i casi di coniugi che si sono separati e lavorano in squadre diverse per far sì che uno dei due sia a casa in assenza dell’altro, ma con la nuova turnazione ci ritroviamo a fare anche due turni diversi nella stessa settimana e se uno dei coniugi è stato posizionato sulla linea di produzione della Grande Punto, dove si lavora una settimana di mattina e una di pomeriggio, capita di ritrovarsi nello stesso turno per cui bisogna cercare una persona affidabile che accudisca i bambini in nostra assenza e che abbia la possibilità seguire questi nuovi orari.
Intanto sono arrivati i nuovi assunti, tanti ragazzi e ragazze che potrebbero avere l’età dei nostri figli; alcuni hanno iniziato con entusiasmo, altri con rassegnazione: tutti hanno portato una ventata di freschezza e di novità. I loro giovani volti sono già segnati dalle occhiaie, spesso l’auto dell’infermeria passa per soccorrerli, qualcuno ha già mollato, qualcun altro è stato più fortunato e si trova a svolgere un lavoro meno faticoso. Lavorare con questi ragazzi in difficoltà mette una grande tristezza e la voglia di aiutarli in qualche modo, ma non poterlo fare ci da un senso di impotenza.
E’ opinione comune che noi topolini di questo grande laboratorio siamo fortunati: a Melfi si lavora! E in effetti ci sentiamo stanche e indolenzite ma anche fortunate. Viene da chiedersi se non sarebbe più giusto ripartire questa “grande fortuna” con altri operai, diminuendo le ore di lavoro e aggiungendo altri turni come hanno fatto i nostri colleghi tedeschi in passato, con ottimi risultati.
Siamo come i salmoni che risalgono la corrente quando cerchiamo di recuperare la postazione; siamo i robot instancabili che non devono conoscere le festività; siamo i topolini di un nuovo esperimento. Siamo le fortunate operaie di Melfi.

DALLA PARTE DEI RAGAZZI E DELLE RAGAZZE PALESTINESI - PER LA GUERRA POPOLARE - LA NOSTRA SOLIDARIETA' E' LOTTA CONTRO L'IMPERIALISMO ITALIANO.

Proletari comunisti e il Movimento femminista proletario rivoluzionario ancora una volta salutano col cuore  massima solidarietà ai giovani, alle ragazze palestinesi che stanno accerchiando e attaccando gli odiati coloni israeliani e che per questo stanno anche dando la loro giovane vita, uccisi o nelle prigioni.
gonfio di rabbia, dolore, ma anche di determinazione rivoluzionaria la rivolta del popolo palestinese. Ed esprimono in particolare la

I ragazzi e le ragazze palestinesi hanno pienamente ragione, sono le avanguardie, i martiri di una ribellione di tutto il popolo. Non si può nascere, vivere in una terra che è di fatto un immenso carcere, perennemente sotto il controllo armato dell'esercito israeliano, in cui tutto è negato, anche la stessa esistenza, muoversi, andare al lavoro, a scuola, e in cui ogni giorno si può morire per mano dello Stato sionista di Israele.
I ragazzi e le ragazze non possono accettare un futuro in cui per “legge” è negato il futuro.

Chi si meraviglia o, pur sostenendo la “causa palestinese”, prende le distanze e condanna la nuova intifada, è un ipocrita che vorrebbe sì i diritti del popolo palestinese ma portati avanti con una lotta “pulita” e “corretta”, lasciata nelle mano e nelle non “soluzioni” degli Stati imperialisti.

Come diceva Mao Tse Tung: “La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un'opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un'insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un'altra”.

La rivolta del popolo palestinese, dei giovani renderà inevitabilmente sempre più le strade delle trappole contro l'odiato occupante israeliano e i coloni.

Questa rivolta deve vincere e si deve trasformare in rivoluzione!

Ma per questo il popolo palestinese ha bisogno di una direzione che abbia la strategia vincente della guerra popolare; questa non è nella strategia di Hamas e delle forze nazionali e islamiche; né attualmente di altre forze, come lo stesso Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, che sostengono questa rivolta.

La forma di attacchi individuali dei giovani con cui si sta manifestando questa Intifada è anche il frutto di questa mancanza di una direzione che organizzi la guerra di popolo, e i giovani, le giovani combattenti in un esercito di liberazione popolare.

Per quanto ci riguarda, nelle nostre cittadelle degli Stati imperialisti che sono il puntello dello Stato di Israele, responsabili di tutti i suoi crimini, la nostra prima solidarietà ai giovani, a tutto il popolo palestinese è lottare contro il nostro imperialismo.
Il governo Renzi è il primo alleato e sponsor del boia Netanyau; il suo spudorato appoggio ad Israele e alle sue ragioni, la sua proclamata ”unione e amicizia” tra Israele e l'Italia non hanno paragoni neanche con i governi più a destra dei precedenti anni.
Dietro la “comune lotta al terrorismo” (che dice Isis ma vuole attaccare le rivolte dei popoli) stanno gli interessi economici, la sponsorizzazione dell'Italia imperialista, i profitti!
Dietro il pieno elogio di Netanyahu, che chiama Renzi “mio buon amico”, sta la sicurezza dell'appoggio dell'imperialismo italiano all'annientamento dei palestinesi in quanto popolo.
Per questo nel nostro paese essere dalla parte del popolo palestinese significa anche oggi combattere e rovesciare il governo Renzi.

proletari comunisti - PCm Italia
Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario
18 ottobre 2015

18/10/15

Non basta una coulotte a trattenere il sangue versato nella macelleria di Marchionne!

Le condizioni di lavoro imposte da Marchionne aumentano i rischi per la salute e la sicurezza. Pubblichiamo primi stralci dell'inchiesta FIOM Basilicata 

 
Dall’indagine promossa dalla FIOM CGIL Basilicata sulle condizioni di lavoro e i rischi per la sicurezza all’interno delle singole UTE dello stabilimento FCA SATA.

1. Gli investimenti alla SATA di Melfi e gli attuali livelli produttivi e occupazionali
A circa un anno dall’avvio della produzione della JEEP Renegade, cui ha fatto seguito all’inizio di quest’anno (febbraio) quella della 500X, nello stabilimento sono state prodotte alla fine di giugno poco più di 100 mila Renegade e circa 70 mila 500X. L’attuale produzione per turno è sulla nuova linea di 400 vetture (1.200 per giorno), ma l’obiettivo dell’azienda è di arrivare a 450.
Per questa linea ricordiamo che i turni di lavoro sono 20, considerato che la domenica mattina si svolgono attività di manutenzione (ma in alcuni casi si sono verificati anche attività di recupero produzione). Rispetto al mix produttivo attualmente la produzione è per metà di JEEP Renegade e per metà di 500X.
Sull’altra linea del Montaggio dove è ancora in produzione la Grande Punto, la produzione è di 360 vetture giornaliere su 2 turni (turni che nel complesso per questa linea sono 12). Dal primo settembre è cessata la produzione delle Grandi Punto con motore diesel euro 5, in attesa che nello stabilimento polacco di FCA entri a regime la produzione dell’euro 6. È ipotizzabile, tuttavia, che nei prossimi mesi l’azienda se la produzione della punto diminuisce possa accorpare le 2 squadre su una sola. I lavoratori non più utilizzati su questa linea finirebbero in questo modo per essere impiegati sulla linea della Jeep e della 500X.

Attualmente secondo nostre stime gli addetti dello stabilimento dovrebbero essere circa 8 mila, considerati i 7.400 a libro paga della SATA1 e i 400 trasfertisti di Cassino e Pomigliano, cui vanno aggiunti i circa 250 addetti assunti più di recente con contratto di somministrazione, considerato che l’impresa potrebbe rivedere la previsione di assunzione di altri 250 addetti entro l’anno, soprattutto se si dovesse verificare una riduzione del fabbisogno sulla linea della 1.
Questo numero comprende i 1.427 addetti entrati inizialmente con un contratto di somministrazione e poi rinnovati alla fine di luglio di quest’anno attraverso la nuova riformulazione del contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti per cui non si applicano le tutele per i licenziamenti di natura economica ancora validi per il resto dei dipendenti. Nello stesso modo non sono stati rinnovati 73 rapporti di lavoro sui 1.500 complessivi della prima tornata di nuove assunzioni.

2. Metodologia e obiettivi dell’indagine
Tra maggio e giugno di quest’anno i delegati Fiom della FCA SATA di Melfi hanno distribuito e successivamente raccolto nelle diverse UTE delle schede per la rilevazione dei principali rischi sulla sicurezza del lavoro.
Le schede sono state distribuite a singoli lavoratori per avere un quadro illustrativo per UTE e Unità Operativa (Stampaggio, Lastratura, Verniciatura e Montaggio). Nel complesso sono state raccolte alla fine della rilevazione circa 80 schede.
Contemporaneamente sono state realizzate circa 20 interviste in profondità con delegati e iscritti della Fiom al fine di indagare più nel dettaglio alcune delle problematicità emerse nel corso della rilevazione.

3. Primi risultati dell’indagine
Nonostante gli investimenti realizzati in occasione della messa in produzione della JEEP Renegade e della 500X... gli investimenti sulla nuova linea si sono concentrati principalmente su impianti e macchinari e meno sulle condizioni di lavoro. Gli stessi interventi che sono stati promossi dall’azienda, in occasione del fermo produttivo per la pausa estiva di quest’anno, sono stati alquanto marginali e non in grado di superare le problematicità che abbiamo raccolto nel corso dell’indagine.

Le principali criticità che emergono dall’indagine, al di là dell’insostenibilità della prestazione di lavoro nel suo complesso per quanto attiene al nuovo regime di turnazione (nel passaggio da 15 a 20 turni) sono risultate le seguenti (una loro illustrazione per Unità Operativa e per turno è contenuta nella tabella 1 – che pubblicheremo in seguito - ndr):

a) l’incremento della velocità delle linee ha frazionato maggiormente i tempi e aumentato la ripetitività delle mansioni (in prevalenza quelle del Montaggio) con il rischio di una maggiore probabilità del verificarsi di danni muscolo-scheletrici come epicondilite, tunnel carpale e cuffia rotatoria;
b) il layout della nuova linea evidenzia in alcuni casi una eccessiva concentrazione degli addetti su alcuni tratti, in particolare nelle prime UTE del Montaggio e alla Meccanica, dove si hanno difficoltà nello svolgimento del lavoro in spazi molto ridotti;
c) insufficienza dei sistemi di abbattimento dei fumi e di areazione in LASTRATURA e nella UTE FINAL del MONTAGGIO;
d) alcuni investimenti realizzati dall’azienda, migliorativi delle condizioni di lavoro, appaiono ad oggi sacrificati per gli obiettivi di produzione (superamento dei vincoli tecnici UTE TRIM 1 e 2 del Montaggio; mancato utilizzo partner, servo-mezzi e altri strumenti di supporto);
d) si è verificato un aumento delle saturazioni su molte postazioni del Montaggio, a causa dell’ERGO-UAS e dell’organizzazione della produzione, anche perché il MONTAGGIO non riesce a stare sempre dietro alla produzione della LASTRATURA e della VERNICIATURA;
e) la modifica del regime di TURNAZIONE risulta avere conseguenze particolarmente pesanti in relazione ai turni del sabato sera e della domenica pomeriggio; di fatto ogni lavoratore nell’arco del mese vede interessata la domenica per effetto dei turni che terminano con il sabato sera o la domenica sera, senza considerare il turno pomeridiano della domenica;
f) i giorni di riposo si collocano soprattutto nell’arco della settimana con il risultato di azzerare i momenti di socialità e quelli dedicati alla famiglia nel fine settimana, un sacrificio particolarmente gravoso per le lavoratrici.

16/10/15

Quando il ciclo produttivo conta più del ciclo delle donne!

Articolo di Dafne Anastasi


Sarà capitato a ciascuna di noi di aprire l’armadio, cercare un paio di pantaloni, sceglierne un paio chiari, magari di quelli di lino che ci ricordano l’estate al mare, e dire “mmmhhh…meglio di no. Aspetto le camurrie”. E chiudere l’armadio optando per i jeans. Preferire il jeans al pantalone bianco è possibile perché quel paio di pantaloni non è una divisa, non è un dress code, non è una scelta datoriale a cui adeguarsi senza tante storie. E che succede se invece la tuta bianca non è una scelta ma un obbligo aziendale?
Succede che un gruppo di operaie, oltre 400, abituate alla catena di montaggio, alle pause sempre più brevi, a fare la pipì solo se strettamente necessario per non interrompere il ciclo produttivo, si ribelli e chieda al proprio datore di lavoro di cambiare idea, di scegliere un colore meno a rischio del bianco, di avere rispetto di un legittimo disagio. Già.
Non deve essere stato facile per quelle operaie porre la questione ciclo mestruale. Così come non deve essere facile lavorare col pensiero di non essere macchiate e provocare risatine o rimanere in bagno a cercare di pulire la propria divisa da lavoro.
Stereotipi e perbenismi di italica connotazione certo non aiutano. Ma lo hanno fatto.
Hanno messo il loro corpo al centro della loro condizione lavorativa.

La risposta dell’azienda è stata, se possibile, ancora peggiore della divisa in tuta bianca: le “coulottes da indossare sotto la tuta per le donne alle prese con indisposizione mestruale”. Un pannolino sotto la divisa.

Non so se sia una pura coincidenza che il caso tuta bianca sia scoppiato alla FCA ( Fiat ) di Melfi , dove pochi mesi fa un’operaia si rifiutò di stringere la mano al Presidente del Consiglio nel bel mezzo del teatrino selfie style del duo Renzi- Marchionne e dove venne inscenato il ballo happy degli operai alla catena. Non so se la scelta della tuta bianca sia in qualche modo una forma di cancellazione dalla memoria collettiva delle mitiche tute blu che in tempi ben più gloriosi dei nostri dettavano la linea delle mobilitazioni nell’Italia che si conquistava lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Non so se effettivamente questa tuta bianca altro non sia che un modello di marketing culturale che deve dare l’idea del lindo, pulito, affidabile sebbene si maneggino catene, oli neri , grassi e chissenefrega se in tutto questo rossori e disagi siano dietro l’angolo.

So, però, che la risposta più bella l’hanno data gli uomini di quella fabbrica, che senza esitazione hanno preso carta e penna e si sono schierati a fianco delle loro compagne di lavoro. Considerando un problema “da donne” come un loro problema, superando la linea di genere per abbracciare la linea della dignità come condizione lavorativa. Eccoli, questi uomini con la U maiuscola. Ecco il loro comunicato:

La dignità non ha sesso. Solidarietà alle operaie

Alle colleghe della FCA di Melfi
Alla direzione aziendale
Agli organi di informazione

I lavoratori della FCA di Melfi sostengono con determinazione la battaglia intrapresa dalle colleghe in merito alla sostituzione del pantalone della tuta. Lavoratirici, compagne, amiche che conosciamo da più di vent’anni, con le quali abbiamo condiviso momenti difficili di duro lavoro, svolto sempre con estrema dignità, quella dignità che oggi viene messa in discussione da una culotte.. restiamo allibiti nel sapere che FCA , che annovera tra i propri dirigenti intelligenze di alto livello, possa aver pensato di sopperire alla sotituzione della tuta , dando in dotazione alle lavoratrici una mutanda di plastica una soluzione umiliante che lede l’immagine della donna , ma non solo di essa, questa scelta umilia la natura intelligente di cui l’essere umano è dotato. Le colleghe sappiano che un loro problema è un nostro problema… Qualsiasi iniziativa vorranno intraprendere per affrontare e risolvere la questione, noi saremo al loro fianco. All’azienda consigliamo di fare un passo indietro, di ascoltare le esigenze delle lavoratrici, di rinunciare all’idea delle culottes. Non offendiamo oltre le donne e l’intelligenza di tutti noi ostinandoci nella ricerca di opzioni complicate e imbarazzanti, sostituire il pantalone chiaro con uno di colore scuro è la legittima richiesta avanzata dalle lavoratrici, ed è l’unica alternativa possibile.


I lavoratori della FCA di Melfi

Solidarietà alle operaie della Sata di Melfi

Le lavoratrici, operaie, disoccupate del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario, danno tutto il loro sostegno alle operaie della Sata di Melfi nella loro battaglia di dignità, contro le "tute bianche" e l'insieme delle condizioni di lavoro che penalizzano e offendono ancor di più le donne.
Con il primo, storico sciopero delle donne del 25 novembre 2013 abbiamo acceso una scintilla ed è importante adesso che siano proprio le operaie di Melfi ad alimentarla, verso un secondo sciopero delle donne. Perché le operaie di Melfi stanno oggi diventando il simbolo del pesante attacco padronale che intreccia strettamente e inevitabilmente oppressione di classe e di genere.
Ma le operaie di Melfi sono anche un esempio di coraggio e autodeterminazione e vogliamo che in questo secondo sciopero delle donne, la loro condizione, la loro forte denuncia siano al centro, siano un riferimento e un esempio della necessità che le donne operaie siano in prima fila contro i padroni e il governo fascisti e maschilisti.

MFPR

***
Le operaie di Melfi hanno raccolto centinaia di firme per chiedere alla direzione aziendale di cambiare le tute bianche e sostituirle con quelle classiche di colore scuro. Il problema è che durante il ciclo, lavorando in condizioni di totale disagio dal punto di vista sia delle posizioni che della possibilità di fermarsi, capita che la tuta si sporchi. Leggi l’articolo su Repubblica Fermo restando ogni giusta rivendicazione su migliori condizioni di lavoro, è un fatto semplicemente di dignità! Alla valanga di firme che sono state raccolte, su iniziativa delle nostre compagne, l’azienda ha risposto in un modo che ha del ridicolo. Le tute restano bianche (perchè cambiarle costa troppo!), ma alle donne che hanno il ciclo verrà data una culotte! Non è uno scherzo! Farebbe sorridere, se non fosse una agghiacciante offesa al corpo e alla dignità di centinaia di operaie! Giustamente le promotrici dell’iniziativa hanno criticato la soluzione dell’azienda e vanno avanti nella loro protesta. A breve pubblicheremo una loro nota. Intanto, va a loro e a tutte le operaie di Melfi e degli altri stabilimenti la nostra solidarietà, ringraziandole perché stanno dando a tutte e a tutti una bella prova di autodeterminazione. Andate avanti e sappiate che sosterremo ogni iniziativa che voi deciderete di prendere su questa vicenda.

PS: Marchionne non faccia finta di non sapere che nei suoi stabilimenti donne e uomini lavorano in condizioni pessime e la smetta di mascherarli da sale operatorie a buon uso di spot televisivi!
 

Eliana Como