12/10/13

Taranto verso lo sciopero delle donne






Riuscita ieri sera l'iniziativa di informazione/organizzazione delle compagne del MFPR di Taranto, fatta in una strada popolare e popolosa della città, con al centro l'avvio della preparazione dello sciopero delle donne del 25 novembre, ma anche la denuncia/controinformazione del decreto sul femminicidio.


Grandi striscioni, cartelli che prendevano tutto un isolato, volantinaggio e banchetto organizzativo. C'è stata molta attenzione. Il presidio l'abbiamo voluto dedicare a Ilaria (uccisa a Statte - TA - dal fidanzato) e a tutte le donne immigrate, morte per la "strage di Stato" a Lampedusa.

Durante l'iniziativa tante ragazze, tante donne si sono avvicinate al banchetto dove abbiamo raccolto in meno di due ore decine e decine di nominativi di donne, studentesse che hanno lasciato i loro riferimenti perchè vogliono partecipare alla costruzione a Taranto dello sciopero delle donne, sui posti di lavoro, nelle scuole, nei quartieri - decidendo insieme le varie forme di iniziative.


Molto forte è stata la denuncia che veniva da questa ragazze, donne dello Stato, del governo, della magistratura che nulla fa contro gli assassini, stupratori, ed è responsabile dell'insieme delle condizioni di oppressione delle donne.

Verso la fine del presidio, si è fatto un momento di discussione con le compagne che avevano contribuito al presidio per cominciare a vedere quali posti di lavoro, quali scuole e quartieri toccare per preparare lo sciopero delle donne, per coinvolgere il maggior numero di lavoratrici, studentesse, casalinghe, ecc. e non per fare iniziative solo di compagne, femministe, già, come si dice, "addette ai lavori".

Per questo ci si è date appuntamento ai primi di novembre.


Le compagne del MFPR di Taranto
12.10.13

10/10/13

Perchè NO al "pacchetto sicurezza"/femminicidio

Le norme sul femminicidio sono passate alla Camera con 343 voti a favore. In realtà queste sono state ficcate dentro un "pacchetto sicurezza" dove c'è anche: l'esercito in Val Susa, lamilitarizzazione del territorio delle grandi opere, il commissariamento delle Province, norme sui furti di rame e sui Vigili del fuoco, e, all'ultimo momento, anche il risarcimento dello Stato dei danni subiti dalle aziende impegnate nella realizzazione della Tav, colpite da atti vandalici e terroristici.
Già questo dà una precisa impronta alle norme sul femminicidio. Ma anche queste norme, nel merito, non solo, in larga parte, non servono a contrastare la guerra di bassa intensità contro le donne, ma sono in contrasto nella loro filosofia e lo saranno ancora di più nella loro applicazione con quanto ha richiesto e richiede il movimento delle donne.
Per questo, nel ripubblicare stralci di un commento che abbiamo fatto quest'estate sul decreto femminicidio, diventa ancora più importante la mobilitazione, la lotta delle donne.
Invitiamo tutte ai due appuntamenti di assemblea nazionale a Roma del 18 (ore 17) e del 19 (ore 10,30) in piazza S. Giovanni per discutere insieme su come far diventare effettivamente forte e non solo testimonianza lo SCIOPERO DELLE DONNE del 25 novembre e sulla continuazione della mobilitazione dopo il 25/11.


MFPR

NORME SU FEMMINICIDIO E STALKING O PACCHETTO SICUREZZA?
Non in nostro nome! Fiducia nello Stato non ne abbiamo. No alla delega
Si alla lotta e all'autorganizzazione delle donne.

… LA FILOSOFIA DI FONDO - nelle norme su femminicidio e stalking, la logica generale che le guida è all'insegna del potenziamento del ruolo di controllo dello Stato...
Questo decreto crea un clima e una politica non di difesa e aumento dei diritti da parte delle donne, non di rispetto per le scelte, la vita, l'autodeterminazione delle donne, non di più libertà, ma di messa sotto controllo e "tutela" delle donne, quindi di minore libertà. Questo rende questo decreto - al di là di singole misure che in parte già erano presenti ma inapplicate, in parte sono inevitabili di fronte a un'emergenza oggettiva - non accettabile...
Nella mobilitazione nazionale del 6 luglio a Roma le donne hanno detto: "NO all'intensificazione della presenza/controllo di Forze dell'ordine: polizia, carabinieri, ecc. nelle città, nelle strade - non vogliamo che gli stessi che contro i movimenti sociali, nelle carceri, nei Cie, usano anche stupri e molestie, offese sessuali contro le donne, che ci manganellano nelle lotte, siano messi a "difenderci"; NO a Task force che alimentano un clima securitario, di controllo sociale nelle città che si traduce in minore libertà, meno diritti per le donne...

NEL MERITO - … questo decreto introduce, oltre l'aggravante se l'autore della violenza è il coniuge, anche se separato o divorziato, o il partner pure se non convivente, altre aggravanti - se alla violenza assiste un minore di 18 anni o se la donna è incinta - che guardano non alla gravità del reato nei confronti della donna ma di fatto al ruolo di madre delle donne, derubricando oggettivamente le violenze sessuali in tutti gli altri ambiti (posti di lavoro, "strade", carceri, ecc.) e sulle altre donne non inquadrabili nel sistema famiglia...
Altre misure sono necessarie, come: le forze di polizia potranno buttare fuori di casa, con urgenza, il coniuge violento, impedendogli di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla donna; l'arresto obbligatorio in flagranza per maltrattamenti contro familiari e conviventi o per stalking; la corsia preferenziale; il gratuito patrocinio; la protezione dei testimoni; la procedibilità anche su denuncia di terzi; il permesso di soggiorno per motivi umanitari ai cittadini stranieri che subiscano violenzedi questo tipo.
MA SU QUESTO LE DONNE NON POSSONO AVERE FIDUCIA E DELEGARE ALLO STATO.
Già ora alcune misure utili vi erano, ma gestite da questo Stato, dalle forze dell'ordine, da questa Magistratura, da centri antiviolenza istituzionali o non vengono applicate o diventano anch'essi strumenti di violenza della volontà delle donne - vedi l'andamento dei processi.
Le donne vengono considerate come "vittime" al massimo da "tutelare" e non come soggetti attivi, principali nella battaglia contro femminicidi e stupri; anzi quando lo sono, con le lotte, le si vuole riportare ad una condizione di "delega" alle istituzioni o le si reprime. Si vuole soffocare, impedire il protagonismo delle donne, la ribellione delle donne, e nascondere che "gli uomini che odiano le donne" sono una reazione oggi anche al fatto che le donne, come donne, vogliano decidere della propria vita...
sulla questione dei processi, si parla di "corsia preferenziale" ma nulla si dice su come vengono svolte le udienze, sulla doppia violenza che vi devono subire le donne, e soprattutto nulla si dice per impedire le scandalose condanne anche di questi ultimi mesi, non considerando esplicitamente le violenze sessuali contro le donne tra i reati più gravi.
In altri casi, la "tutela" diventa uno strumento di oppressione, vedi il divieto del ritiro della querela, che potrà avere come risultato la rinuncia delle donne a farla.
Nel decreto si parla, poi, di potenziare i centri antiviolenza e i servizi di assistenza, formare gli operatori. Questo nel momento in cui si tagliano le risorse ai centri autogestiti direttamente da associazioni di donne, fa capire, lì dove dalla parole, per ora generiche, si passasse ai fatti, che verrebbero incrementati e finanziati solo i centri istituzionali.
Infine il governo, andando indietro anche alla stessa Convenzione di Istanbul, nulla dice contro le discriminazioni, oppressioni, contro le condizioni di vita che sono alla base delle violenze sessuali e femminicidi.
Il 6 luglio noi abbiamo parlato di: lavoro per tutte le donne; reddito minimo garantito a tutte le donne perchè la dipendenza economica non sia di ostacolo alla rottura di legami familiari; trasformazione a tempo indeterminato dei contratti precari; pari salario a pari lavoro; nessuna persecuzione delle prostitute, diritti di tutte ai servizi sociali e al reddito minimo garantito; divieto di indagine su condizione matrimoniale, di maternità, di orientamento sessuale, per assunzioni o licenziamenti; diritto di cittadinanza e uguali diritti lavorativi, salariali e normativi per le donne immigrate; riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario - abbassamento dell'età pensionabile delle donne, come riconoscimento del doppio lavoro; accesso gratuito per le donne ai servizi sanitari e sociali; socializzazione/gratuità dei servizi domestici essenziali: asili, sanità,servizi di assistenza per anziani; "case" de
lle donne autogestite, ecc.
Su questo non solo Letta come gli altri che lo hanno preceduto non dice niente, ma i governi sono direttamente responsabili della condizione di doppio sfruttamento e oppressione delle donne...

Perché Paestum porta con sé un’aria pesante e stantia che sa di borghesia.

Perché Paestum porta con sé un’aria pesante e stantia che sa di borghesia.

La borghesia vuole che le donne siano e si considerino soggetti individuali, nel male e nel “bene”, ciò che teme e contrasta è quando le donne si considerano soggetto collettivo, perchè lì è che ci sono le avvisaglie della lotta; la borghesia accetta anche che le donne singolarmente esprimano un proprio “libero” pensiero, ciò che teme e cerca in tutti i modi di impedire è quando le donne  organizzate esprimono una precisa concezione, linea di scontro con questo sistema sociale e che su questo uniscono le loro forze per combattere il sistema, per passare da “vittime” a “guerrigliere”; la borghesia accetta che le donne si riuniscano, prendano la parola “liberamente” su argomenti vari, ma ciò che non vuole assolutamente è che le donne dalle parole passino ai fatti; la borghesia accetta che le donne della sua classe o aspiranti tali occupino, sia pur per pochissimo tempo la “scena”, limitandosi tra l’altro a parlare, ma non gradisce quando a riunirsi sono donne proletarie, ragazze che vogliono cambiare il presente e risponde anche con i manganelli, i gas lacrimogeni della polizia, il carcere, quando queste donne, ragazze “pretendono” pure di lottare per cambiarlo.   

Bene, se leggiamo quello che è successo a Paestum da parte delle organizzatrici e delle, come vengono definite, “storiche” è proprio quello che vuole la borghesia.
Non ne avremmo parlato, perchè ci sono cose ben più importanti che stanno riguardando le donne in questo periodo, lo facciamo perchè a Paestum, al di là delle “matrone” ci sono andate ancora tante ragazze, compagne, di nome e di fatto – anche se la metà dello scorso anno. E chiediamo loro di dire quello che gli è stato impedito di dire a Paestum e che pensano dopo Paestum.

Appena delle ragazze hanno cercato di parlare, dicendo con tutto il loro entusiasmo: «Non siamo ereditiere, siamo precarie», «Il tempo presente ci fa orrore. Vogliamo agire per cambiarlo». Un piano d’azione che sembra una iniezione di vitalità per la maggior parte delle presenti in sala che con scrosci di applausi gridano «brave! siete tutte noi!» (da la cronaca di L. Betti su Il Manifesto dell’8/10).
Subito sono state bacchettate: “Un entusiasmo che però non dura perché subito dopo un intervento ci tiene a precisare che quella non è la modalità, che non si tratta di spettacolarizzare l’incontro e che qui si parla a partire da sé” (idem).
Come vi permettete – strillano “le matrone” – di esprimere questa voglia di cambiare, col rischio di trasformare un tranquillo incontro, che deve rimanere tranquillo, in volontà di azione collettiva!? Ma soprattutto come vi permettete di parlare non a titolo individuale (che non può impressionare più di tanto) ma a titolo collettivo, a nome anche di altre che si riconoscono nell’intervento!?“Qui si parla  a partire da sè”.
Guai, quindi, a considerarsi soggetto collettivo, sociale – “Ognuna per sè”, e “Dio (le rappresentanti “femministe” borghesi) per tutte”?

Certo, apparentemente, c’è la “libertà di parola”, ognuna si alza e, a titolo strettamente individuale -   mi raccomando (!) – dice quello che vuole. Lo dice anche il titolo di Paestum 2013: “libera ergo sum”, salvo poi stoppare chiunque osi proporre anche una mozione innocua contro le norme sul femminicidio o chi disturba la “tranquilla riunione” ricordando la strage di Lampedusa.
D’altra parte questo titolo “libera ergo sum”, da un lato sembra della serie “fare lo spirito ad un funerale”, in una situazione in cui la libertà delle donne viene schiacciata, con 100 donne assassinate solo quest’anno, con centinaia di altre stuprate, con migliaia di donne licenziate costrette a tornare a casa, o con salari e contratti miserabili e offensivi, con donne a cui viene negata la libertà di vivere in salute e la libertà di lottare contro un futuro di morte – come alle donne in prima fila nel No Tav e No Muos, e potremmo continuare…; dall’altro è un concetto che, a maggior ragione per le donne che hanno doppie catene, che hanno catene sia materiali che ideologiche da spezzare, è profondamente borghese: di quale “libertà” si parla? Chi è libera, oggi? Tutte le donne che non sono libere allora “non sono”?
“Senza rivoluzione non c’è liberazione delle donne – senza liberazione delle donne non c’è rivoluzione” è un vecchio ma quanto mai attuale slogan del movimento delle donne. Parlare di libertà senza parlare e lavorare per la rivoluzione, parlare di “libertà” individuale, non è altro che parlare della “libertà borghese”, una misera “libertà” che al massimo è concessa a pochissime donne – che poi a volte la usano contro la maggioranza delle donne.
E questo è avvenuto a Paestum. Si è parlato di “libertà” ma poi è la libertà delle “matrone” che si è imposta sulle altre, della serie il fumo per molte, l’arrosto per poche (ma questo ha un retrogusto amaro che sa di nero).
Chi parla di “libertà” usa poi i metodi della imposizione, della intimidazione:
…un’avvocata di Bologna che si presenta come Teresa, mi intima con un tono perentorio, che questo non è il luogo, che qui non si parla del decreto (sul femminicidio – ndr) e che qui si parla di altro e in altro modo… la Teresa del giorno prima, prende le scale scende vicino il palco e mi strappa il microfono dalle mani…”(idem).

Le compagne del mfpr di Taranto conoscono l’andazzo dei cosiddetti “liberi e pensanti”.
Quei compagni, che mimetizzandosi dietro il termine generico di “cittadini e lavoratori” (quando in realtà si trattava e si tratta di realtà sociali, ambientaliste ed ex delegati, iscritti Fiom dell’Ilva) imponevano agli altri di non portare “bandiere”, di non osare di parlare come realtà organizzate o in rappresentanza di altri ma strettamente a titolo individuale, come appunto “cittadini” (meglio se potevi iniziare l’intervento parlando di un tuo famigliare o amico morto), mentre loro via via si costruivano le loro evidenti e identitarie “bandiere” e agivano come “gruppo compatto”.
Conosciamo bene questa idea che ha come effetto dire agli altri (non a sé): niente organizzazione e nello specifico: niente sindacato di classe degli operai Ilva, ognuno deve vedersela da sé. Un messaggio non troppo dissimile a quello che dice l’azienda: restate singoli, e quindi impotenti verso l’azione di padroni/sindacati confederali e governo.

Ciò che doveva essere assolutamente scongiurato a Paestum era “l’azione”, era “guardare oltre sé, come singola individua”, era “guardare il mondo”. Come diceva una compagna. “Dire che la pratica femminista è solo la presa di coscienza è un gesto ingeneroso… noi dobbiamo avere a che fare con quanto accade nel mondo…”. Ma queste semplici e di buon senso parole sembravano bestemmie a Paestum. Non viene fatto un documento finale, perchè? Altrimenti c’è il rischio che alcune vogliano passare dalle parole ai fatti – o metterci del loro in un impianto che deve essere quello prefissato (ma sempre, per carità!, apparentemente “libero”).
Si dice:“Nel femminismo non c’è una linea da seguire: la politica delle donne si sostanzia nella relazione viva tra loro… incontrarsi in presenza, parlarsi nel rispetto delle differenti strade politiche, la cui pluralità è un elemento di forza del movimento…” (dal commento di I.Durigon, L. Capuzzo, C. Melloni su Il Manifesto dell’8/10).
Ma se non c’è una linea comune da seguire, scusate, che si riuniscono a fare le donne? – per parlarsi? Ma non stiamo in un Bar…
“Rispetto delle differenze”? Ma, come abbiamo visto, basta che qualche “differenza” non sia gradita alle storiche e il rispetto va a carte 48. Poi va bene anche partire da “differenze” ma poi se rimangono tali vuol dire che ognuna continua anche dopo a dire e fare come singolo soggetto. E il “manovratore” ringrazia.
“Pluralità politiche” sono un elemento di forza? Ma di quale”politiche” stiamo parlando? Non vi nascondete, chiamatele con nome e cognome: RC, Sel, PD, o anche altro?

Unica cosa decisa a Paestum (e non a caso) è stata: “la costituzione di un Fondo di mutualità femminista dedicato alle donne che, per precise scelte di libertà e di pratica, si trovano in difficoltà economica e prive di sostegni…”. (dal commento di I.Durigon, L. Capuzzo, C. Melloni su Il Manifesto dell’8/10).
L’anima borghese delle “storiche” si fa eccome sentire. Non si decide nulla sulle battaglie femministe, ma sui soldi sì!
Poi, scusate, chi sarebbero queste “donne che, per precise scelte di libertà e di pratica, si trovano in difficoltà economica e prive di sostegni”? Se, il problema è la difficoltà economica, allora i soldi dovrebbero andare a milioni di donne… che non fanno affatto “scelte libere” per avere la vita che hanno; se invece si tratta di donne che hanno fatto “precise scelte di libertà e di pratica”, perchè mai i soldi dovrebbero andare a queste e non a un fondo per le lotte, per solidarietà con le donne arrestate per le lotte?
Ma si da che delle lotte a Paestum non si deve parlare…

Come si vede Paestum è e si è confermata una brutta cosa. Noi lo avevamo anche detto in tempi non sospetti ad alcune compagne.
Ora, stendiamo un velo pietoso. Ora diciamo anche alle donne, ragazze, compagne che sono state a Paestum e ne sono rimaste deluse, o arrabbiate che vogliono pensare e agire come soggetto collettivo di lotta per rovesciare dalla terra al cielo questo sistema sociale borghese: venite, c’è molto da fare, a partire da costruire lo SCIOPERO DELLE DONNE.

10.10.13

09/10/13

PAESTUM IL “FEMMINISMO” DELLE MATRONE

PAESTUM IL “FEMMINISMO” DELLE MATRONE
Pubblichiamo stralci da un articolo apparso ieri su Il Manifesto sull'incontro di Paestum (che quest'anno ha visto quasi la metà delle partecipanti dell'anno scorso) che mostra uno spaccato esemplificativo di come questo, rituale, "incontro di donne" è tutt'altra cosa della battaglia delle donne, anche se quest'anno hanno (ma solo pro forma) detto che lo consegnavano alle giovani generazioni, che però appena hanno tentato di "alzare la testa" sono state messe subito a tacere, senza tanti complimenti.
Chiaramente questo articolo è anche un pò fuori tono, visto che altri commenti, e ieri stesso in un altro articolo sempre nella stessa pagina de Il Manifesto, cantano le lodi di Paestum 2013: "...uno straordinario incontro di pratiche femministe..." (!?) - solo un piccolo neo "E' invece mancata ancora la presenza delle donne migranti...". E che ci sarebbero venute a fare, visto che in questo "incontro" le "matrone" hanno persino impedito di esprimere una denuncia e una solidarietà, una vicinanza con le donne immigrate, la maggiorparte morte, a Lampedusa?
Torneremo sulla filosofia delle "egregie signore" di Paestum, che porta con sè un'aria pesante che sa di borghesia.
ABBIAMO BISOGNO DELL'ARIA FRESCA DELLO SCIOPERO DELLE DONNE!!
***********
Femminismo, la sfida giovane - Scritto da LUISA BETTI
Martedì 08 Ottobre 2013
"È stato all'insegna dello scontro generazionale l'incontro di Paestum che quest'anno è dedicato alla libertà... Divise su femminicidio e sulla legge Bossi-Fini...
... sono curiosa di vedere come va dopo che tra le giovani femministe e le storiche si è dato avvio a un confronto che è proseguito fino a qui con l'incip «andate avanti voi». Le belle speranze che ripongo in questo Paestum partono dal fatto che sono le nuove leve ad aver organizzato tutto, giovani che dovrebbe essere le protagoniste assolute, con le più anziane soprattutto in ascolto.
(MA) Sabato mattina... Verso le 11 sul palco salgono le F9 (femministe nove)... per leggere il loro manifesto dove ci sono frasi come «Non siamo ereditiere, siamo precarie», o «Il tempo presente ci fa orrore. Vogliamo agire per cambiarlo». Un piano d'azione che sembra una iniezione di vitalità per la maggior parte delle presenti in sala che con scrosci di applausi gridano «brave! siete tutte noi!». Un entusiasmo che però non dura perché subito dopo un intervento ci tiene a precisare che quella non è la modalità, che non si tratta di spettacolarizzare l'incontro e che qui si parla a partire da sé. Così, dopo la bacchettata della madre simbolica, la riunione prosegue con interventi che camminano cauti in un campo minato, perché qui una scintilla potrebbe diventare una bomba.
Certo, ognuna parla come vuole, dice quello che vuole, all'insegna della vera libertà di parola e di pensiero ma sempre all'interno della scolastica del femminismo...
Arrivano le tre del pomeriggio e ci si divide in gruppi, anche quest'anno nove... Il nostro è il gruppo su «Sesso, amore e violenza»...
...Poi, tra le altre Oria Gargano, ricorda come «nefasto» il decreto femminicidio, e si dichiara stufa di sentir dire che la donna è la vittima: «Non ne posso più di questa narrazione non solo nella sfera pubblica ma anche dentro il centro antiviolenza. Non c'è bisogno di far sentire la donne vittime, perché è come considerarle come lebbrose, delle poverette, che è lo zoccolo duro del pregiudizio di chi vive la violenza».
Un dialogo ricco, che s'incardina anche su sessualità e stereotipi, in cui mi inserisco per ricordare che martedì approda in aula alla camera il decreto sul femminicidio per la conversione in legge, e su cui, oltre i 700 emendamenti di cui 300 da esaminare in aula, la commissione giustizia, pur avendo fatto alcuni cambiamenti al testo, permane nel presentare il pacchetto sicurezza con un concetto di fondo che vede la donna come «soggetto debole»... Una negazione dell'autodeterminazione delle donne esplicita nella irrevocabilità della querela la cui remissione, secondo il DL, può avvenire solo in fase processuale e comunque rimane «irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate», una messa in discussione della libertà della donna a decidere il proprio percorso anche dalla liberazione dalla violenza, e su cui forse le donne che sono qui a Paestum, potrebbero pronunciarsi.
Ma come se avessi tirato una bestemmia in chiesa, un'avvocata di Bologna che si presenta come Teresa, mi intima con un tono perentorio, che questo non è il luogo, che qui non si parla del decreto, e che qui si parla di altro e in un altro modo. Scolastica femminista docet. Una strana maniera di intendere il dialogo, soprattutto tra donne, ma anche la libertà del titolo di questo Paestum: piccoli particolari che faccio notare andando avanti nel discorso, che alla fine trova l'appoggio di un certo numero di donne che sono lì e che vogliono far arrivare una dichiarazione, anche generica ma convinta, su questo decreto, chiedendo di riportarlo in plenaria il giorno dopo.
Ma la mattina seguente, a Paestum, l'aria è tesa, troppo tesa... E come due filoni separati, ci sono le proposte delle giovani e le dichiarazioni delle storiche: la voglia di agire e quella di rifletterci sopra. Poi arriva il turno mio e con Gabriella facciamo il report del gruppo che abbiamo seguito, ma non a tutte va bene. Quando poi qualcuna chiede di appoggiare la sindaca di Lampedusa che ha chiesto la
cancellazione della Bossi-Fini, e quando Maria Luisa Boccia sostiene questa proposta e dice che sul decreto femminicidio si può semplicemente dire «Non nel mio nome», ovvero non nel nome delle donne, scoppia il caos.
A quel punto una giovane mi dà il microfono, e anch'io cerco di spiegare che può essere un'adesione libera a un concetto di massima, generico, ma mi rendo conto che è quasi impossibile esporre qualcosa di sensato in quel momento, perché l'aria è densa. E allora parto da me, dichiarando un indicibile disagio di fronte alla mancanza di una reale relazione positiva tra donne e con una resistenza così totale su questioni che qui, proprio qui, dovrebbero essere quasi scontate. E mentre dichiaro questo mio sconcerto, ecco che si realizza la rottura, si spezza l'incantesimo, si squarcia il velo: la Teresa del giorno prima, prende le scale, scende vicino il palco e mi strappa il microfono dalle mani. Si realizza il conflitto, lì, davanti a tutte noi, sul mio di corpo questa volta, e quello che non si può dire viene finalmente agito.
A quel punto me ne vado, dicendo che «se le giovani non vi danno retta, fanno bene». Ma ormai è troppo tardi, chi urla, chi inveisce, chi mi abbraccia...
Poi qualcuna della mia età ma con più esperienza, mi spiega... Dire che la pratica femminista è solo la presa di coscienza è un gesto ingeneroso... noi dobbiamo avere a che fare con quanto accade nel mondo...".
Mfpr – 9.10.13

Ancora attacchi contro le donne, la loro autodeterminazione, la loro stessa vita

In Regione Lombardia un nuovo attacco contro le donne, la loro autodeterminazione, la loro salute e la loro stessa vita con lo snaturamento della funzione dei consultori.


Infatti, attraverso il cosiddetto Sportello welfare previsto dal DGR 37/2013, di cui qui diamo una prima lettura, si intende trasformare i consultori in Centri per la famiglia. A premessa, viene annunciato l'intento di ulteriore sviluppo della “...Legge regionale sulla famiglia, con il particolare intento di promuovere il suo valore sociale...”. ; nel progetto si dice:”..ottimizzeremo il sostegno alla natalità, alla maternità e alla paternità, con l'evoluzione dei consultori familiari in centri per la famiglia e con la prosecuzione di interventi anche economici a sostegno della maternità e paternità..”. Questo mentre il numero dei consultori pubblici ha subito negli anni una significativa riduzione, quindi, le donne sempre meno dispongono di un servizio pubblico gratuito( e quanto particolarmente importante sia questo per le donne in generale, ma sopratutto oggi con perdita di lavoro, precarietà), un servizio per la “cura di sè”, in autonomia, sopratutto in tema di Interruzione Volontaria di Gravidanza.

In una Regione che ha già visto la riduzione del numero dei consultori pubblici, in perfetta continuità anche con le politiche familiste di Formigoni, di profusione a piene mani di concezioni oscurantiste che rendono la vita delle donne sempre più difficile. E, naturalmente, non manca il riferimento ai privati.

Ogni attacco ai consultori rappresenta un attacco materiale, concreto alla libertà di scelta delle donne, alla loro autodeterminazione e allude al ruolo di mogli e madri che le donne devono avere in questa società.

In diverse Regioni, EELL, a macchia di leopardo, si sono avuti attacchi all'autodeterminazione delle donne, prima la Lombardia di Formigoni, poi il Piemonte di Cota e il Lazio della Tarzia, contemporaneamente abbiamo assistito ad una campagna ideologica e mass mediatica di attacco alla contraccezione e per l'ampliamento dell'obiezione di coscienza ai farmacisti.

Ora è necessario e non rinviabile contrastare sul campo questo ulteriore attacco.

Per cominciare ad organizzare le iniziative ci incontriamo:

Giovedì 10 ottobre, c/o Chiamamilano, via Laghetto 9/11 alle ore 16.00

Incontro già previsto in preparazione delle assemblee a Roma il 18 e 19 Ottobre in piazza S. Giovanni a Roma. Di seguito l'appello


Le compagne del mfpr- Milano



Il 18 e il 19 ottobre a Roma, in piazza S. Giovanni, in occasione di 2 importanti appuntamenti nazionali (sciopero generale dei sindacati di base e sollevazione generale/abitare nella crisi),
vogliamo incontrare le lavoratrici, le compagne, le donne che con noi hanno partecipato alla manifestazione del 6 luglio a Roma, per un'assemblea nazionale delle donne in vista della giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Ci incontreremo in piazza S. Giovanni:
Il 18 ottobre alle ore 17,00
Il 19 ottobre alle ore 10,30

Segue appello
***

Sono oltre 100 le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno.

Il 6 luglio a Roma, il presidio delle donne in rosso ha denunciato la natura sistemica di questa mattanza, il suo carattere non solo culturale, ma strutturale e sovrastrutturale, toccando i punti nevralgici attraverso i quali questa violenza, a livello sistemico, si snoda: i centri del potere.

Come una scintilla che deve illuminare sempre più una realtà ancora in ombra, il presidio delle donne in rosso ha tracciato un sentiero, aperto una breccia nel muro del silenzio, che deve diventare un’autostrada per le donne che si autorganizzano contro“gli uomini che odiano le donne”, contro questa guerra subdola contro le donne di governo, padroni, stato, chiesa. Istituzioni che non sono la soluzione, ma il problema.
Abbiamo detto: no a task force, la nostra sicurezza sono le donne del mondo che si autorganizzano!
Nessun appello al governo, nessun governo può fare arretrare la guerra alle donne, senza la guerra delle donne…
E i fatti purtroppo ci hanno dato ragione. A 2 mesi da quella importante manifestazione, mentre il movimento femminista era in vacanza, questa guerra si è intensificata:
- altre decine di donne sono state uccise, tante stuprate (vedi gli stupri di gruppo nel Salento);
- l’operazione di imbroglio, compiuta dal governo delle larghe intese sulla pelle delle donne con il cosiddetto “decreto contro femminicidio e stalking” per reprimere i movimenti contro le cosiddette “grandi opere” e in generale i movimenti di lotta, anche sulla questione femminicidi pone l’accento essenzialmente su aumento di repressione e controllo

Per la nostra vita, la nostra libertà, i nostri diritti, il 6 luglio a Roma abbiamo presidiato i palazzi del potere e ci siamo date appuntamento in autunno per tornare a Roma per una grande manifestazione di donne, e per lavorare insieme per l’obiettivo decisivo e di rottura di uno sciopero delle donne, che partendo da femminicidi e stupri guardi a tutte le condizioni di vita delle donne.

Sullo sciopero delle donne sta circolando la proposta, partita da alcune giornaliste, dello sciopero il 25 novembre.
Noi riteniamo importante che anche altri settori di donne abbiano ripreso questa indicazione, ma riteniamo che la partecipazione debba essere fatta in forme autonome

Per tutto questo è necessario incontrarci e discutere.
Invitiamo le compagne, tutti i collettivi femministi e lesbici, organismi, associazioni di donne, a partire da quelle che hanno aderito e sono venute a Roma il 6 luglio e facciamo appello a lavoratrici, precarie, disoccupate, ragazze, ecc., ad organizzare insieme quest'assemblea per discutere:
- contenuti, parole d’ordine e forme dello sciopero delle donne del 25 novembre
- manifestazione nazionale, quando e come

Fateci sapere - inviate e-mail a:
Luigia sommosprol at gmail.com

le compagne del MFPR

Da Taranto a Roma: le donne non delegano, lottano!! SCIOPERO DELLE DONNE!

Punto rosso di donne a Roma 18/19

Il 18 e il 19 ottobre facciamo un "punto rosso" di donne a Roma in piazza S. Giovanni.
Il 18 alle ore 17 - il 19 alle ore 10,30
per fare un'assemblea con le lavoratrici, precarie, compagne che verranno a  Roma sullo SCIOPERO DELLE DONNE.

A Taranto venerdì prossimo due presidi.

Al mattino al Tribunale per il processo di Carmela (violentata dagli uomini  e uccisa dallo Stato)
La sera in città.
A Statte Ilaria, è stata uccisa, 1 donna ogni 2 giorni viene uccisa
Basta con parole ipocrite, tavoli, leggi inutili, basta con uno Stato complice

LE DONNE non delegano, lottano!! SCIOPERO DELLE DONNE!

VENERDI' 11 OTT. ORE 18 V. LIGURIA vic. p.zza SICILIA
PRESIDIO INFORMATIVO E ASSEMBLEA  per preparare anche a Taranto lo SCIOPERO DELLE DONNE nazionale del 25 novembre
Se hai una mente e un cuore vieni Venerdì!

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario
Lavoratrici/disoccupate Slai cobas per il sindacato di classe via Rintone, 22 Taranto - mfpr.naz@gmail.com  

07/10/13

India, stuprata in ateneo dai colleghi si dà fuoco in piazza e muore

 
Un'assistente dell'università di Nuova Delhi è morta a causa delle ustioni riportate quando una settimana fa si è immolata davanti alla sede del Governo indiano. La donna era stata violentata dai suoi colleghi e dal capo, che l'ha poi costretta a licenziarsi. A nulla è servito denunciare l'accaduto alla polizia

NEW DELHI - È morta dopo sette giorni di agonia Pavitra Bhardwaj, l'assistente universitaria indiana che si è data fuoco davanti al palazzo del Governo a causa di uno stupro e della conseguenrte perdita del posto di lavoro.  

Pavitra Bhardwaj, 40 anni, assistente nel laboratorio di chimica del college Bhim Rao Ambedkar dell'Università di New Delhi, il 30 settembre si è immolata davanti alla sede del governo nella capitale, urlando di essere stata violentata dai colleghi tre anni fa. Ma oltre allo stupro, Pavitra ha subìto anche l'umiliazione di essere licenziata dopo aver dichiarato di voler denunciare i suoi aggressori.

È arrivata all'ospedale di Lok Nayak con il 90% del corpo ustionato: "Sapevamo che non ce l'avrebbe fatta", ha commentato un medico che si è occupato del caso. Secondo suo fratello Vinay, Pavitra aveva scelto di darsi fuoco come estremo atto di protesta: negli ultimi sette mesi aveva cercato invano di denunciare il caso alla polizia locale, al nucleo Crimini contro le donne, all'ufficio del capo di governo Sheila Dikshit, al vice-cancelliere dell'Università di Delhi. Nemmeno suo marito Dharmender Bhardwaj, che lavora come capo poliziotto a Delhi, è riuscito ad aiutarla. Nell'agonia, Pavitra ha riferito alla polizia di aver commesso il gesto perché "nessuno aveva ascoltato le sue grida d'aiuto in altri modi".

Pavitra è solo l'ultima vittima dell'ondata di violenza  che colpisce ogni giorno le donne indiane. Dopo la morte della ragazza brutalmente satuprata in un autobus, molte sono state le proteste contro le leggi che in India non tutelano le donne vittime di violenza. Per la prima volta l'opinione pubblica è scesa in piazza. E dalla tv alla tecnologia sono arrivati i primi segnali di una cultura che lentamente, passo dopo passo, vuole cambiare.