Dalla
Corea arriva la solidarietà alle donne di tutto il mondo; non siamo
sole, la nostra lotta non si ferma! Insieme possiamo abbattere il
maschilismo e il sessismo di questa società patriarcale, senza aspettare
concessioni!
04/11/16
Con Nicoletta Dosio sempre
Nicoletta Dosio fermata al presidio in solidarietà agli imputati del maxi processo
Nicoletta Dosio è ormai da mesi sottoposta a misure cautelari
ingiuste e che come tali ha da subito scelto di non rispettare. E così
dall’obbligo di firma quotidiano si trova agli arresti domiciliari che
ha deciso di evadere sin dal primo momento, ed è ora più di un mese che
si trova alla Credenza sostenuta dal movimento tutto.
Una scelta fatta con cuore e testa, portata avanti grazie al sostegno di tutto il movimento che con lei condivide una lotta che va avanti da 25 anni, un passo indispensabile per far tornare al centro dell’attenzione del governo e dei media una situazione che rasenta l’assurdo, quella che tutti i giorni viviamo in Val di Susa e in tutto il Paese.
Ci troviamo infatti in un momento in cui è sempre più evidente la necessità delle messa in sicurezza di tutti quei territori colpiti da calamità naturali e quelli che sono a rischio, in cui è sempre più chiara a tutti l’emergenza sociale in cui l’intera popolazione è costretta a vivere, e come risposta ci troviamo soltanto ridicole soluzioni proposte dai soliti politici dall’alto delle loro calde poltrone.
Questa mattina abbiamo accompagnato Nicoletta all’udienza del maxi processo, dove era in programma un presidio in solidarietà agli imputati. Dopo aver letto un comunicato, ha provato ad entrare in tribunale per assistere all’udienza, ma in quel momento è stata intercettata dalla digos di Torino e trasferita in questura per il reato di evasione.
Anche dall’aula 6 del palazzo di giustizia torinese si enunciano comunicati di solidarietà per Nicoletta da parte degli imputati che fanno mettere agli atti e che in segno di protesta, si alzano ed escono dal tribunale.
Nicoletta non è stata trasferita in carcere, ma le sono stati dati nuovamente gli arresti domiciliari presso la sua abitazione a Bussoleno. E’ palese la difficoltà in cui versano tribunale e procura nella gestione di questa situazione, e questo non può che essere una soddisfazione per noi, perchè dimostra ancora una volta che siamo dalla parte giusta.
La lotta prosegue, e per questo questa sera ci si è dati appuntamento alla Credenza alle ore 18 per discutere sui prossimi passi da fare. Nicoletta Libera! Liberi Tutti! Avanti No Tav!
Una scelta fatta con cuore e testa, portata avanti grazie al sostegno di tutto il movimento che con lei condivide una lotta che va avanti da 25 anni, un passo indispensabile per far tornare al centro dell’attenzione del governo e dei media una situazione che rasenta l’assurdo, quella che tutti i giorni viviamo in Val di Susa e in tutto il Paese.
Ci troviamo infatti in un momento in cui è sempre più evidente la necessità delle messa in sicurezza di tutti quei territori colpiti da calamità naturali e quelli che sono a rischio, in cui è sempre più chiara a tutti l’emergenza sociale in cui l’intera popolazione è costretta a vivere, e come risposta ci troviamo soltanto ridicole soluzioni proposte dai soliti politici dall’alto delle loro calde poltrone.
Questa mattina abbiamo accompagnato Nicoletta all’udienza del maxi processo, dove era in programma un presidio in solidarietà agli imputati. Dopo aver letto un comunicato, ha provato ad entrare in tribunale per assistere all’udienza, ma in quel momento è stata intercettata dalla digos di Torino e trasferita in questura per il reato di evasione.
Anche dall’aula 6 del palazzo di giustizia torinese si enunciano comunicati di solidarietà per Nicoletta da parte degli imputati che fanno mettere agli atti e che in segno di protesta, si alzano ed escono dal tribunale.
Nicoletta non è stata trasferita in carcere, ma le sono stati dati nuovamente gli arresti domiciliari presso la sua abitazione a Bussoleno. E’ palese la difficoltà in cui versano tribunale e procura nella gestione di questa situazione, e questo non può che essere una soddisfazione per noi, perchè dimostra ancora una volta che siamo dalla parte giusta.
La lotta prosegue, e per questo questa sera ci si è dati appuntamento alla Credenza alle ore 18 per discutere sui prossimi passi da fare. Nicoletta Libera! Liberi Tutti! Avanti No Tav!
Questo di seguito è il testo letto da Nicoletta fuori dal tribunale prima di entrare essere arrestata
Quanto tempo è passato da quando i Padri costituenti, ancora
animati dal vento di Liberazione che spazzò via il nazifascismo e accese
nuove, ahimè disattese speranze, dichiaravano che
«La resistenza, individuale e collettiva, agli atti dei pubblici
poteri che violino le libertà fondamentali
e i diritti garantiti dalla
presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino».
Quei diritti, quei doveri, per noi, per me, non sono un semplice slogan, ma ispirazione di vita e di azione.
Dalla prima misura cautelare inflittami, l’obbligo di firma, sono
passati ormai quattro mesi. Ora, attraverso i successivi aggravamenti,
sono giunta agli arresti domiciliari, che non sto rispettando.
Continuo la mia consapevole, condivisa, felice evasione contro
provvedimenti preventivi che sono più che mai strumento di
intimidazione, tentativo di minare una lotta giusta e collettiva, per
questo irriducibile.
Evidentemente, il mio gesto di ribellione, che sono determinata a
portare avanti fino in fondo, ha rotto lo schema di repressione che
umilia le persone e le rende subalterne alle decisioni vendicative dei
tribunali. La palese difficoltà del tribunale di Torino ad applicare
quella che chiamano “l’obbligatorietà dell’azione penale” di fronte al
mio pubblico e rivendicato “reato” di evasione è il maggior
riconoscimento della forza di popolo che mi sostiene e insieme un
messaggio attivo di fiducia e incoraggiamento per quanti subiscono
arbitrii giudiziari che sembrano incontrastabili.
Un’evasione che vuole essere nuova tappa della lunga resistenza
collettiva praticata dal movimento NO TAV contro i grandi, sporchi
interessi del partito trasversale degli affari.
In questo mondo dove il dominio dei più forti sui più deboli si fa
guerra, razzismo, sfruttamento, devastazione sociale e ambientale,
gravissima emergenza democratica contro chi non si adegua, si aprono
tribunali e carceri.
Oggi, nel vostro Palazzo, per l’ennesima volta, si processano,
insieme ai cinquantatre compagni imputati, la Libera Repubblica della
Maddalena e tutto il popolo NO TAV.
Anch’io sono parte di questo popolo, perciò sono qui, a testimoniare, come ho sempre fatto, complicità a compagne e compagni
Ho vissuto le giornate intense della Libera Repubblica, in cui si
rafforzarono le radici della liberazione di Venaus e sperimentammo
l’utopia realizzabile del ricevere da ognuno secondo le sue possibilità e
del dare ad ognuno secondo i suoi bisogni.
Ero sulla barricata Stalingrado il 27 giugno 2011, a praticare la
resistenza popolare contro gli armati e le ruspe giunte a sgomberarci.
Ho visto e subìto la violenza poliziesca. Ho percorso i sentieri della
Clarea il 3 luglio. Ho praticato l’assedio collettivo al cantiere; con
donne, uomini, anziani e bambini ho respirato le migliaia di lacrimogeni
lanciati quel giorno.
Il ricordo e l’indignazione per tanta ingiustizia sono, insieme
alle ragioni della opposizione comune contro le grandi male opere e il
modello di vita e di sviluppo che le genera, alimento potente di una
lotta che dura, si rafforza, si allarga e vincerà.
Non sono qui per costituirmi o per fiducia nella vostra giustizia: sarà la storia che ci assolverà.
Torino, 3 novembre 2013
Nicoletta Dosio
Le operaie di Stradella si ribellano a H&M
Operaie in lotta contro sfruttamento, discriminazioni e violenza padronale - uniamoci per portare il 25 novembre a Roma tutte le rivendicazioni e il protagonismo di operaie, lavoratrici, precarie disoccupate - info mfpr.naz@gmail.com
Marina Forti, giornalista
Un giorno ti alzi alle 2 del mattino per arrivare al lavoro alle 4. Altre volte entri alle 6. Non sai ancora se alle 11 ti diranno di andare a casa o se andrai avanti fino al pomeriggio. Il giorno dopo magari fai il turno di notte: entri a mezzanotte per uscire alle sei del mattino, ma forse anche a mezzogiorno.
“Fare dodici ore non è raro. Una volta è capitato per 26 giorni consecutivi, neppure una domenica di riposo. Volevo piangere”, ricorda Simona Carta. “Torni a casa, mangi qualcosa e crolli addormentata. Poi nella notte ti alzi e riparti. E avanti così due, tre, quattro settimane: non è una vita”. “Nulla è sicuro, turni, ore, paga”, aggiunge Serena Frontino. “Se rallenti, ti rimbrottano davanti a tutti. Ti dicono: se non ti sta bene, quella è la porta”.
Le mie interlocutrici sono giovani donne. Lavorano per un’azienda del polo logistico di Stradella,
provincia di Pavia, un insieme di capannoni in posizione strategica proprio accanto all’uscita dell’autostrada Piacenza-Torino. Gestiscono il commercio online per una delle marche “globali” dell’abbigliamento, H&M, azienda svedese nota soprattutto nel nord Europa ma entrata di recente anche nel mercato italiano.
Sono donne molto giovani, perché ci vuole energia per arrampicarsi tra gli scatoloni e spingere carrelli carichi
Sono la faccia meno visibile di un settore dell’economia oggi in grande espansione: la logistica che sta dietro alla grande distribuzione, e in particolare all’ecommerce, le vendite online. Attraverso internet si può acquistare di tutto, dai libri al vino, elettrodomestici, mobili in scatola di montaggio, vestiti. “Ordini con un clic, recapitiamo a casa tua”, promettono invariabilmente le pubblicità. Tutto sta nelle consegne rapide, precise e a basso costo: sempre più rapide, sempre più a basso costo. E dietro a tanta efficienza ci sono capannoni come quello di Stradella, dove prima dell’alba le lavoratrici ricevono le ordinazioni, confezionano i pacchi e li passano ai camion delle consegne.
Dunque queste operaie lavorano per H&M. Non direttamente però: in mezzo ci sono diversi passaggi. La marca svedese ha un magazzino a Casalpusterlengo, provincia di Lodi, per gestire in proprio i rifornimenti alla sua rete di negozi in Europa meridionale. Invece, ha affidato le vendite online a una ditta esterna. XpoLogistics è una delle maggiori aziende della logistica internazionale (sede centrale nel Connecticut negli Stati Uniti, sede europea a Lione in Francia, 88mila dipendenti in 34 paesi, dichiara 5,4 miliardi di euro di fatturato nel 2015).
Offre supporto logistico per ogni attività che implichi “movimentare” merci (di recente, per esempio, ha vinto l’appalto per gestire stoccaggio e rifornimenti di tutti gli esercizi commerciali nell’aeroporto di Fiumicino). In Italia ha 25 siti, 2.800 collaboratori diretti e indiretti, 700mila metri quadri di depositi. Qui a Stradella garantisce che le ordinazioni di H&M fatte via internet siano evase “in modo pronto, affidabile, flessibile, personalizzato”, come si legge sul suo sito web (la parola “flessibile” è essenziale, e vedremo perché).
Flessibilità
Il capannone di XpoLogistics a Stradella ha aperto poco più di due anni fa, nel 2014, con poche decine di lavoratrici. Oggi sono quasi trecento: in gran parte donne, per lo più straniere – romene, albanesi, alcune polacche, poi dominicane, senegalesi, ivoriane – ma anche un certo numero di italiane. Gli uomini sono pochi, per lo più addetti al carico e scarico dei camion o a manovrare bancali (le piattaforme su cui sono sistemati gli scatoloni). Donne soprattutto molto giovani, perché ci vuole una certa energia ad arrampicarsi tra gli scatoloni e spingere carrelli carichi.
Queste lavoratrici quindi non sono dipendenti della H&M, anche se impacchettano abiti con questo marchio. Ma non sono neppure dipendenti di XpoLogistics, anche se il loro lavoro fa funzionare il suo magazzino. Loro sono assunte da Easy Coop, cooperativa di servizi “specializzata in processi di terziarizzazione dei magazzini”, a cui la multinazionale della logistica ha dato in appalto la gestione della manodopera. Nel suo settore, Easy Coop è un’azienda di dimensioni ragguardevoli: ha 700 soci-dipendenti in tutta Italia, lavora in 15 siti e dichiara un fatturato di 18 milioni.
È qui che la parola “flessibilità” torna utile.
Ogni giorno la stessa lavoratrice può essere spostata qua e là. Quando l’orario si allunga ci sono pause per pranzo e cena
“Il primo giorno mi hanno detto ‘metti un paio di scarpe comode e prendi una tuta’. Pensavo di fare una prova, invece sono tornata a casa ormai a notte fatta”, ricorda una giovane donna che parla con un bell’accento emiliano (ma viene dall’Europa orientale, e preferisce omettere il suo nome).
Visto dal capannone di Stradella, l’ecommerce funziona così. “Alle 4 del mattino entrano gli addetti al picking e al sorting”, spiegano Simona, Serena e alcune loro colleghe, a più voci. Sono quelli che devono raccogliere (picking) i pezzi che compongono le ordinazioni e quelli che li devono smistare (sorting). “Ti danno un rotolino con tutte le etichette che identificano i pezzi, ogni rotolino è una missione. Lo ‘spari’ con il lettore ottico, un computer registra chi sei e a che ora hai cominciato. Poi parti col tuo carrello”. L’etichetta dice dove si trova il pezzo e indica un numero di serie: “Sono tredici cifre, anche una sola cifra diversa significa che hai preso il pezzo sbagliato e devi andare a cercare quello giusto”. Qui non ci sono lettori ottici, “ti cavi gli occhi a confrontare quei numerini e guai se sbagli”.
Le proteste dei lavoratori dell’hub logistico di Stradella, nel luglio del 2016. - Simona Carta
Le proteste dei lavoratori dell’hub logistico di Stradella, nel luglio del 2016. (Simona Carta)
Dunque picking significa andare su e giù tra corsie di scaffalature su tre piani, e pescare da grandi scatoloni – pantaloni, maglie, giacche, scarpe, tutto incellofanato ed etichettato. Magari il pezzo sta in alto e bisogna arrampicarsi. Oppure manca il pezzo giusto e bisogna avvertire gli addetti ai mezzanini di controllo, che andranno a recuperare gli scatoloni occorrenti.
I pezzi vanno messi in quattro ceste, secondo un certo simbolo stampato sull’etichetta. Una “missione” da 130 pezzi va completata in 25 minuti, quella da 160 al massimo in 40 minuti: “Ti controllano i tempi, se tardi ti dicono che non lavori bene. E rischi che quando scade il contratto non te lo rinnovano”. Infine il carrello va portato al sorting, dove i pezzi saranno smistati alle postazioni dove ogni singola ordinazione viene verificata e impacchettata (e questo è il packing, che attacca a lavorare intorno alle 6 del mattino). “Dobbiamo sbrigarci prima con le ordinazioni per la Svizzera, i camion devono arrivare alla dogana entro le 10. Poi tutte le altre”. Infine comincia il ricevimento, cioè scaricare e immagazzinare le merci in arrivo.
“Missioni”, carrelli e pacchi continuano tutto il giorno, almeno finché ci sono ordinazioni da evadere. Ogni giorno la stessa lavoratrice può essere spostata qua e là, un po’ raccogliere, un po’ confezionare, un po’ compattare scatoloni vuoti o riordinare i carrelli. Quando l’orario si allunga ci sono pause per pranzo e cena: “Ci portiamo il cibo da casa, non abbiamo i ticket per la mensa aziendale”.
Il ritmo del lavoro dipende dal flusso delle ordinazioni. Di conseguenza, anche l’orario è imprevedibile
Così, ogni giorno dai due capannoni della XpoLogistics a Stradella arrivano scatoloni pieni di abiti e accessori targati H&M, e ripartono camion che recapitano merci ordinate online in Italia e in tutta l’Europa meridionale, Svizzera, Balcani. In termini logistici, siamo nel più importante hub d’Italia: Stradella è a breve distanza da Piacenza, snodo tra le direttrici autostradali che vanno a sud, a Genova, al porto della Spezia, a Torino e verso la Francia, Milano e la Svizzera, o verso Brescia, Verona e il Brennero, e l’est europeo.
Il ritmo del lavoro però dipende dal flusso delle ordinazioni. Ci sono i picchi degli acquisti di Natale o dei saldi. Oppure le offerte speciali, le promozioni. Di conseguenza, anche l’orario è imprevedibile: “In questo momento ci danno perfino due turni di riposo in una settimana. Poi d’improvviso sono dodici ore, i riposi saltano e torni a casa solo per dormire”. Imprevedibili i turni: “Quando fai la notte, arrivare alle 6 del mattino non è un problema. Poi però crolli. Ti danno una pausa, gli spogliatoi sembrano un campo profughi, tutti buttati a cercare di riposare”.
Reperibilità non pagata
Insomma, il lavoro ha un andamento discontinuo. Serve flessibilità. È proprio per questo che XpoLogistics appalta il lavoro a Easy Coop, che si incarica di fornire la manodopera necessaria, solo quando serve, per le ore che servono. Un po’ come intermediatori di manodopera.
Alla base della piramide ci sono loro, lavoratrici e lavoratori. Di solito sono soci-dipendenti: “Il più delle volte sono associati d’ufficio, la quota sociale diventa quasi una tassa per l’assunzione”, riassume Marco Villani, responsabile del sindacato Si Cobas di Pavia. Alle cooperative sono permesse alcune deroghe ai contratti di lavoro, “e qui il regolamento interno prevede che il lavoratore garantisca la reperibilità, naturalmente non pagata”. In altre parole, il lavoratore deve essere sempre pronto. Ci sono orari prestabiliti, ma possono cambiare secondo necessità, e infatti cambiano spesso.
I messaggi arrivano nel tardo pomeriggio, le mie interlocutrici mostrano gli sms sui loro smartphone: “Domani ingresso alle 4”. “Cambio orario, domani ore 10,30, packing”. Oppure: “domani [domenica] è da considerarsi lavorativo”. Sembra lavoro a chiamata.
Gli orari si dilatano, ma le lavoratrici nel magazzino di Stradella hanno quasi tutte contratti part-time. Assunte per 30 ore alla settimana, ne possono lavorare 180, 200, anche 250 in un mese.“Siamo tutte in part-time, e tutte assunte al livello più basso, 6 junior, come gli apprendisti e gli addetti alle pulizie”, spiega Simona Carta.
Con le ore normali “non fai più di 1.200 euro lordi mensili. Se hai figli e bollette da pagare come fai? Accetti tutte le ore straordinarie che ti danno. E devi anche ringraziare: dicono ‘ti ho fatto fare delle ore’, ti fanno un favore. In aprile, quando ho fatto 250 ore, tutti i giorni di filato senza riposi, Pasqua e pasquetta incluse, ho preso 1.560 euro. Mi sono detta, così non vado avanti”.
Insomma: tutte disponibili a passare da un reparto all’altro, tutte con contratti a termine, tutte part-time, ma spremute fino all’osso, turni che si dilatano, orari incerti. C’è chi ha resistito un anno, due.
Finché sono esplose.
Easy Coop deve rispondere al suo committente, ma anche Xpo deve rispondere al suo, cioè H&M
“Mi dicevo: così non è vita”, racconta Simona Carta. Un giorno di giugno è andata al sindacato Si Cobas, a Pavia. “Eravamo in due, ci hanno detto che dovevamo almeno formare un gruppo”.
Loro hanno parlato con le compagne di lavoro. “Abbiamo raccolto 17 deleghe. Con il sostegno del sindacato abbiamo chiesto una riunione all’azienda, cioè la cooperativa. Ce l’hanno negata. Allora abbiamo deciso: l’indomani avremmo fatto un’ora di sciopero per tenere l’assemblea fuori dei cancelli”. Era il 21 luglio. Hanno stampato un volantino (“l’abbiamo appiccicato in azienda, ma qualcuno lo ha strappato subito”). Hanno parlato con colleghe e colleghi. “Pensavo: non uscirà nessuno. Invece sono usciti, all’assemblea c’era una sessantina di persone.
Il 28 luglio c’è stato il primo sciopero alla H&M – cioè, alla XpoLogistics di Stradella. Allora finalmente la direzione aziendale ha accettato di discutere con le lavoratrici e il sindacato. Simona Carta è andata parecchie volte come delegata a incontrare i rappresentanti della cooperativa. Chiedevano contratti a tempo indeterminato, al livello delle mansioni svolte, e di trasformare quei contratti part-time in tempo pieno.
Facevano osservare che su trecento dipendenti, tre quarti erano a termine: secondo le norme dovrebbe essere l’inverso. Che quasi tutte le mansioni in quel capannone corrispondono al quinto livello. Chiedevano pause retribuite, ticket per la mensa. E il rispetto delle norme di sicurezza: mostrano foto di corsie con le assi del pavimento sconnesse, dove è facile inciampare; parlano di carrelli deformati. “Se qualcuno si fa male lo mandano a casa, ma non chiamano l’ambulanza: sospetto che vogliano evitare che venga fatto un verbale”, dicono le mie interlocutrici.
Al terzo piano del capannone d’estate si soffoca dal caldo “e quest’estate parecchie persone sono svenute: solo alla fine hanno messo la ventilazione e i distributori d’acqua”.
Nel frattempo anche nel magazzino di Casalpusterlengo sono cominciati gli scioperi (ma formalmente è un’altra vertenza, con altri interlocutori). L’agitazione è proseguita per tutto agosto, tra blocchi dei magazzini, cortei e volantinaggi davanti ai negozi H&M di Milano.
“Senza sfruttamento non funziona”
Alla fine qualcosa hanno ottenuto, le lavoratrici e i lavoratori della Easy Coop, cioè della XpoLogistics , ovvero della H&M. Entro fine anno gli assunti entro il 2015 avranno il contratto a tempo indeterminato: alla fine dovrebbero essere 190 lavoratori fissi, di cui 145 a tempo pieno. C’è qualche pausa pagata, stanno discutendo dei ticket per la mensa e di inquadramento professionale. “In definitiva abbiamo ottenuto alcune migliorie sul contratto”, dice Marco Villani.
Non sono cambiati invece gli orari, i turni che si dilatano, l’obbligo di presentarsi al lavoro con preavviso minimo. Villani spiega che la controparte diretta è Easy Coop, ma il sindacato è riuscito a coinvolgere il “vero” datore di lavoro, XpoLogistics (l’azienda statunitense conferma: ci ha dichiarato che a Stradella mantiene “un dialogo costante con EasyCoop e tutti i soggetti interessati, comprese le sigle sindacali rappresentative e le autorità locali”).
“Il fatto è che anche la loro autonomia aziendale è limitata”, continua il sindacalista. “Easy Coop deve rispondere al suo committente, ma anche XpoLogistics deve rispondere al suo, cioè H&M. Così, di fronte a richieste salariali può anche cedere qualcosa, ma non quando si parla di orari e di turni a chiamata. A quello non possono rinunciare: altrimenti, dicono, il cliente se ne va. Così alla fine si scarica tutto sui lavoratori. Senza sfruttamento dei lavoratori il sistema non funziona più”.
Le fabbriche sparse in Asia e i magazzini di Stradella sono come i due poli di questa industria globale
In qualche modo i capannoni di Stradella ricordano le fabbriche del Bangladesh o della Cambogia che sfornano abiti con il marchio H&M (e di molte altre marche occidentali: il meccanismo è lo stesso).
Non che la pianura padana somigli alla periferia di Dhaka o di Phnom Penh, ma anche là la marca svedese è solo il “cliente”. L’azienda proprietaria del marchio non possiede fabbriche; le costa molto meno far produrre i propri modelli in paesi dove il lavoro è pagato meno (quasi sempre in Asia), da aziende locali che competono tra loro per aggiudicarsi le commesse offrendo prezzi più bassi.
Anche là, la corsa a comprimere i costi si scarica sulle lavoratrici sfruttate, salari bassi, contratti precari, orari infiniti: ma H&M può esimersi da responsabilità dirette, le operaie che cuciono i suoi abiti non sono sue dipendenti. L’industria globale dell’abbigliamento funziona così. Da qualche tempo si parla di codici di condotta, ma non è cambiato molto. Solo di recente l’Organizzazione internazionale del lavoro ha cominciato a discutere un quadro di norme e responsabilità per tutte le imprese coinvolte in questa industria globale.
Le fabbriche sparse in Asia e i magazzini di Stradella sono come i due poli di questa industria globale: là gli abiti vengono prodotti, qui distribuiti attraverso una complessa organizzazione logistica.
“A volte mi chiedo come ho fatto a resistere due anni”, dice A. G. Lei è una veterana nel capannone di Stradella.
“Dopo due anni mi sono resa conto che non sarebbe mai cambiato nulla”, continua. “Per questo mi sono unita al sindacato. Ho 25 anni: come potremo mai andare via di casa dei genitori, pagare le bollette, farci una vita, se continuiamo a lavorare dodici ore senza neppure sapere se ci rinnoveranno il contratto?”.
da internazionale.it
tratto da operai contro
Un giorno ti alzi alle 2 del mattino per arrivare al lavoro alle 4. Altre volte entri alle 6. Non sai ancora se alle 11 ti diranno di andare a casa o se andrai avanti fino al pomeriggio. Il giorno dopo magari fai il turno di notte: entri a mezzanotte per uscire alle sei del mattino, ma forse anche a mezzogiorno.
“Fare dodici ore non è raro. Una volta è capitato per 26 giorni consecutivi, neppure una domenica di riposo. Volevo piangere”, ricorda Simona Carta. “Torni a casa, mangi qualcosa e crolli addormentata. Poi nella notte ti alzi e riparti. E avanti così due, tre, quattro settimane: non è una vita”. “Nulla è sicuro, turni, ore, paga”, aggiunge Serena Frontino. “Se rallenti, ti rimbrottano davanti a tutti. Ti dicono: se non ti sta bene, quella è la porta”.
Le mie interlocutrici sono giovani donne. Lavorano per un’azienda del polo logistico di Stradella,
provincia di Pavia, un insieme di capannoni in posizione strategica proprio accanto all’uscita dell’autostrada Piacenza-Torino. Gestiscono il commercio online per una delle marche “globali” dell’abbigliamento, H&M, azienda svedese nota soprattutto nel nord Europa ma entrata di recente anche nel mercato italiano.
Sono donne molto giovani, perché ci vuole energia per arrampicarsi tra gli scatoloni e spingere carrelli carichi
Sono la faccia meno visibile di un settore dell’economia oggi in grande espansione: la logistica che sta dietro alla grande distribuzione, e in particolare all’ecommerce, le vendite online. Attraverso internet si può acquistare di tutto, dai libri al vino, elettrodomestici, mobili in scatola di montaggio, vestiti. “Ordini con un clic, recapitiamo a casa tua”, promettono invariabilmente le pubblicità. Tutto sta nelle consegne rapide, precise e a basso costo: sempre più rapide, sempre più a basso costo. E dietro a tanta efficienza ci sono capannoni come quello di Stradella, dove prima dell’alba le lavoratrici ricevono le ordinazioni, confezionano i pacchi e li passano ai camion delle consegne.
Dunque queste operaie lavorano per H&M. Non direttamente però: in mezzo ci sono diversi passaggi. La marca svedese ha un magazzino a Casalpusterlengo, provincia di Lodi, per gestire in proprio i rifornimenti alla sua rete di negozi in Europa meridionale. Invece, ha affidato le vendite online a una ditta esterna. XpoLogistics è una delle maggiori aziende della logistica internazionale (sede centrale nel Connecticut negli Stati Uniti, sede europea a Lione in Francia, 88mila dipendenti in 34 paesi, dichiara 5,4 miliardi di euro di fatturato nel 2015).
Offre supporto logistico per ogni attività che implichi “movimentare” merci (di recente, per esempio, ha vinto l’appalto per gestire stoccaggio e rifornimenti di tutti gli esercizi commerciali nell’aeroporto di Fiumicino). In Italia ha 25 siti, 2.800 collaboratori diretti e indiretti, 700mila metri quadri di depositi. Qui a Stradella garantisce che le ordinazioni di H&M fatte via internet siano evase “in modo pronto, affidabile, flessibile, personalizzato”, come si legge sul suo sito web (la parola “flessibile” è essenziale, e vedremo perché).
Flessibilità
Il capannone di XpoLogistics a Stradella ha aperto poco più di due anni fa, nel 2014, con poche decine di lavoratrici. Oggi sono quasi trecento: in gran parte donne, per lo più straniere – romene, albanesi, alcune polacche, poi dominicane, senegalesi, ivoriane – ma anche un certo numero di italiane. Gli uomini sono pochi, per lo più addetti al carico e scarico dei camion o a manovrare bancali (le piattaforme su cui sono sistemati gli scatoloni). Donne soprattutto molto giovani, perché ci vuole una certa energia ad arrampicarsi tra gli scatoloni e spingere carrelli carichi.
Queste lavoratrici quindi non sono dipendenti della H&M, anche se impacchettano abiti con questo marchio. Ma non sono neppure dipendenti di XpoLogistics, anche se il loro lavoro fa funzionare il suo magazzino. Loro sono assunte da Easy Coop, cooperativa di servizi “specializzata in processi di terziarizzazione dei magazzini”, a cui la multinazionale della logistica ha dato in appalto la gestione della manodopera. Nel suo settore, Easy Coop è un’azienda di dimensioni ragguardevoli: ha 700 soci-dipendenti in tutta Italia, lavora in 15 siti e dichiara un fatturato di 18 milioni.
È qui che la parola “flessibilità” torna utile.
Ogni giorno la stessa lavoratrice può essere spostata qua e là. Quando l’orario si allunga ci sono pause per pranzo e cena
“Il primo giorno mi hanno detto ‘metti un paio di scarpe comode e prendi una tuta’. Pensavo di fare una prova, invece sono tornata a casa ormai a notte fatta”, ricorda una giovane donna che parla con un bell’accento emiliano (ma viene dall’Europa orientale, e preferisce omettere il suo nome).
Visto dal capannone di Stradella, l’ecommerce funziona così. “Alle 4 del mattino entrano gli addetti al picking e al sorting”, spiegano Simona, Serena e alcune loro colleghe, a più voci. Sono quelli che devono raccogliere (picking) i pezzi che compongono le ordinazioni e quelli che li devono smistare (sorting). “Ti danno un rotolino con tutte le etichette che identificano i pezzi, ogni rotolino è una missione. Lo ‘spari’ con il lettore ottico, un computer registra chi sei e a che ora hai cominciato. Poi parti col tuo carrello”. L’etichetta dice dove si trova il pezzo e indica un numero di serie: “Sono tredici cifre, anche una sola cifra diversa significa che hai preso il pezzo sbagliato e devi andare a cercare quello giusto”. Qui non ci sono lettori ottici, “ti cavi gli occhi a confrontare quei numerini e guai se sbagli”.
Le proteste dei lavoratori dell’hub logistico di Stradella, nel luglio del 2016. - Simona Carta
Le proteste dei lavoratori dell’hub logistico di Stradella, nel luglio del 2016. (Simona Carta)
Dunque picking significa andare su e giù tra corsie di scaffalature su tre piani, e pescare da grandi scatoloni – pantaloni, maglie, giacche, scarpe, tutto incellofanato ed etichettato. Magari il pezzo sta in alto e bisogna arrampicarsi. Oppure manca il pezzo giusto e bisogna avvertire gli addetti ai mezzanini di controllo, che andranno a recuperare gli scatoloni occorrenti.
I pezzi vanno messi in quattro ceste, secondo un certo simbolo stampato sull’etichetta. Una “missione” da 130 pezzi va completata in 25 minuti, quella da 160 al massimo in 40 minuti: “Ti controllano i tempi, se tardi ti dicono che non lavori bene. E rischi che quando scade il contratto non te lo rinnovano”. Infine il carrello va portato al sorting, dove i pezzi saranno smistati alle postazioni dove ogni singola ordinazione viene verificata e impacchettata (e questo è il packing, che attacca a lavorare intorno alle 6 del mattino). “Dobbiamo sbrigarci prima con le ordinazioni per la Svizzera, i camion devono arrivare alla dogana entro le 10. Poi tutte le altre”. Infine comincia il ricevimento, cioè scaricare e immagazzinare le merci in arrivo.
“Missioni”, carrelli e pacchi continuano tutto il giorno, almeno finché ci sono ordinazioni da evadere. Ogni giorno la stessa lavoratrice può essere spostata qua e là, un po’ raccogliere, un po’ confezionare, un po’ compattare scatoloni vuoti o riordinare i carrelli. Quando l’orario si allunga ci sono pause per pranzo e cena: “Ci portiamo il cibo da casa, non abbiamo i ticket per la mensa aziendale”.
Il ritmo del lavoro dipende dal flusso delle ordinazioni. Di conseguenza, anche l’orario è imprevedibile
Così, ogni giorno dai due capannoni della XpoLogistics a Stradella arrivano scatoloni pieni di abiti e accessori targati H&M, e ripartono camion che recapitano merci ordinate online in Italia e in tutta l’Europa meridionale, Svizzera, Balcani. In termini logistici, siamo nel più importante hub d’Italia: Stradella è a breve distanza da Piacenza, snodo tra le direttrici autostradali che vanno a sud, a Genova, al porto della Spezia, a Torino e verso la Francia, Milano e la Svizzera, o verso Brescia, Verona e il Brennero, e l’est europeo.
Il ritmo del lavoro però dipende dal flusso delle ordinazioni. Ci sono i picchi degli acquisti di Natale o dei saldi. Oppure le offerte speciali, le promozioni. Di conseguenza, anche l’orario è imprevedibile: “In questo momento ci danno perfino due turni di riposo in una settimana. Poi d’improvviso sono dodici ore, i riposi saltano e torni a casa solo per dormire”. Imprevedibili i turni: “Quando fai la notte, arrivare alle 6 del mattino non è un problema. Poi però crolli. Ti danno una pausa, gli spogliatoi sembrano un campo profughi, tutti buttati a cercare di riposare”.
Reperibilità non pagata
Insomma, il lavoro ha un andamento discontinuo. Serve flessibilità. È proprio per questo che XpoLogistics appalta il lavoro a Easy Coop, che si incarica di fornire la manodopera necessaria, solo quando serve, per le ore che servono. Un po’ come intermediatori di manodopera.
Alla base della piramide ci sono loro, lavoratrici e lavoratori. Di solito sono soci-dipendenti: “Il più delle volte sono associati d’ufficio, la quota sociale diventa quasi una tassa per l’assunzione”, riassume Marco Villani, responsabile del sindacato Si Cobas di Pavia. Alle cooperative sono permesse alcune deroghe ai contratti di lavoro, “e qui il regolamento interno prevede che il lavoratore garantisca la reperibilità, naturalmente non pagata”. In altre parole, il lavoratore deve essere sempre pronto. Ci sono orari prestabiliti, ma possono cambiare secondo necessità, e infatti cambiano spesso.
I messaggi arrivano nel tardo pomeriggio, le mie interlocutrici mostrano gli sms sui loro smartphone: “Domani ingresso alle 4”. “Cambio orario, domani ore 10,30, packing”. Oppure: “domani [domenica] è da considerarsi lavorativo”. Sembra lavoro a chiamata.
Gli orari si dilatano, ma le lavoratrici nel magazzino di Stradella hanno quasi tutte contratti part-time. Assunte per 30 ore alla settimana, ne possono lavorare 180, 200, anche 250 in un mese.“Siamo tutte in part-time, e tutte assunte al livello più basso, 6 junior, come gli apprendisti e gli addetti alle pulizie”, spiega Simona Carta.
Con le ore normali “non fai più di 1.200 euro lordi mensili. Se hai figli e bollette da pagare come fai? Accetti tutte le ore straordinarie che ti danno. E devi anche ringraziare: dicono ‘ti ho fatto fare delle ore’, ti fanno un favore. In aprile, quando ho fatto 250 ore, tutti i giorni di filato senza riposi, Pasqua e pasquetta incluse, ho preso 1.560 euro. Mi sono detta, così non vado avanti”.
Insomma: tutte disponibili a passare da un reparto all’altro, tutte con contratti a termine, tutte part-time, ma spremute fino all’osso, turni che si dilatano, orari incerti. C’è chi ha resistito un anno, due.
Finché sono esplose.
Easy Coop deve rispondere al suo committente, ma anche Xpo deve rispondere al suo, cioè H&M
“Mi dicevo: così non è vita”, racconta Simona Carta. Un giorno di giugno è andata al sindacato Si Cobas, a Pavia. “Eravamo in due, ci hanno detto che dovevamo almeno formare un gruppo”.
Loro hanno parlato con le compagne di lavoro. “Abbiamo raccolto 17 deleghe. Con il sostegno del sindacato abbiamo chiesto una riunione all’azienda, cioè la cooperativa. Ce l’hanno negata. Allora abbiamo deciso: l’indomani avremmo fatto un’ora di sciopero per tenere l’assemblea fuori dei cancelli”. Era il 21 luglio. Hanno stampato un volantino (“l’abbiamo appiccicato in azienda, ma qualcuno lo ha strappato subito”). Hanno parlato con colleghe e colleghi. “Pensavo: non uscirà nessuno. Invece sono usciti, all’assemblea c’era una sessantina di persone.
Il 28 luglio c’è stato il primo sciopero alla H&M – cioè, alla XpoLogistics di Stradella. Allora finalmente la direzione aziendale ha accettato di discutere con le lavoratrici e il sindacato. Simona Carta è andata parecchie volte come delegata a incontrare i rappresentanti della cooperativa. Chiedevano contratti a tempo indeterminato, al livello delle mansioni svolte, e di trasformare quei contratti part-time in tempo pieno.
Facevano osservare che su trecento dipendenti, tre quarti erano a termine: secondo le norme dovrebbe essere l’inverso. Che quasi tutte le mansioni in quel capannone corrispondono al quinto livello. Chiedevano pause retribuite, ticket per la mensa. E il rispetto delle norme di sicurezza: mostrano foto di corsie con le assi del pavimento sconnesse, dove è facile inciampare; parlano di carrelli deformati. “Se qualcuno si fa male lo mandano a casa, ma non chiamano l’ambulanza: sospetto che vogliano evitare che venga fatto un verbale”, dicono le mie interlocutrici.
Al terzo piano del capannone d’estate si soffoca dal caldo “e quest’estate parecchie persone sono svenute: solo alla fine hanno messo la ventilazione e i distributori d’acqua”.
Nel frattempo anche nel magazzino di Casalpusterlengo sono cominciati gli scioperi (ma formalmente è un’altra vertenza, con altri interlocutori). L’agitazione è proseguita per tutto agosto, tra blocchi dei magazzini, cortei e volantinaggi davanti ai negozi H&M di Milano.
“Senza sfruttamento non funziona”
Alla fine qualcosa hanno ottenuto, le lavoratrici e i lavoratori della Easy Coop, cioè della XpoLogistics , ovvero della H&M. Entro fine anno gli assunti entro il 2015 avranno il contratto a tempo indeterminato: alla fine dovrebbero essere 190 lavoratori fissi, di cui 145 a tempo pieno. C’è qualche pausa pagata, stanno discutendo dei ticket per la mensa e di inquadramento professionale. “In definitiva abbiamo ottenuto alcune migliorie sul contratto”, dice Marco Villani.
Non sono cambiati invece gli orari, i turni che si dilatano, l’obbligo di presentarsi al lavoro con preavviso minimo. Villani spiega che la controparte diretta è Easy Coop, ma il sindacato è riuscito a coinvolgere il “vero” datore di lavoro, XpoLogistics (l’azienda statunitense conferma: ci ha dichiarato che a Stradella mantiene “un dialogo costante con EasyCoop e tutti i soggetti interessati, comprese le sigle sindacali rappresentative e le autorità locali”).
“Il fatto è che anche la loro autonomia aziendale è limitata”, continua il sindacalista. “Easy Coop deve rispondere al suo committente, ma anche XpoLogistics deve rispondere al suo, cioè H&M. Così, di fronte a richieste salariali può anche cedere qualcosa, ma non quando si parla di orari e di turni a chiamata. A quello non possono rinunciare: altrimenti, dicono, il cliente se ne va. Così alla fine si scarica tutto sui lavoratori. Senza sfruttamento dei lavoratori il sistema non funziona più”.
Le fabbriche sparse in Asia e i magazzini di Stradella sono come i due poli di questa industria globale
In qualche modo i capannoni di Stradella ricordano le fabbriche del Bangladesh o della Cambogia che sfornano abiti con il marchio H&M (e di molte altre marche occidentali: il meccanismo è lo stesso).
Non che la pianura padana somigli alla periferia di Dhaka o di Phnom Penh, ma anche là la marca svedese è solo il “cliente”. L’azienda proprietaria del marchio non possiede fabbriche; le costa molto meno far produrre i propri modelli in paesi dove il lavoro è pagato meno (quasi sempre in Asia), da aziende locali che competono tra loro per aggiudicarsi le commesse offrendo prezzi più bassi.
Anche là, la corsa a comprimere i costi si scarica sulle lavoratrici sfruttate, salari bassi, contratti precari, orari infiniti: ma H&M può esimersi da responsabilità dirette, le operaie che cuciono i suoi abiti non sono sue dipendenti. L’industria globale dell’abbigliamento funziona così. Da qualche tempo si parla di codici di condotta, ma non è cambiato molto. Solo di recente l’Organizzazione internazionale del lavoro ha cominciato a discutere un quadro di norme e responsabilità per tutte le imprese coinvolte in questa industria globale.
Le fabbriche sparse in Asia e i magazzini di Stradella sono come i due poli di questa industria globale: là gli abiti vengono prodotti, qui distribuiti attraverso una complessa organizzazione logistica.
“A volte mi chiedo come ho fatto a resistere due anni”, dice A. G. Lei è una veterana nel capannone di Stradella.
“Dopo due anni mi sono resa conto che non sarebbe mai cambiato nulla”, continua. “Per questo mi sono unita al sindacato. Ho 25 anni: come potremo mai andare via di casa dei genitori, pagare le bollette, farci una vita, se continuiamo a lavorare dodici ore senza neppure sapere se ci rinnoveranno il contratto?”.
da internazionale.it
tratto da operai contro
Ci riguarda tutte - La solidarietà di Samantha Comizzoli
La solidarietà della compagna Samantha Comizzoli, attivista sempre al fianco del popolo palestinese, arrestata dai militari israeliani e deportata in Italia
Novembre 2015:
al convegno organizzato presso la Casa Internazionale delle Donne di
Roma dall’associazione Ilaria Rambaldi Onlus di Lanciano, viene invitato
a parlare il noto avvocato di un efferato stupratore. Si attiva la rete
di solidarietà femminista per ricordare che la casa delle donne non è
un luogo neutro e che maschi del genere non devono entrarvi. Due donne
vengono querelate per aver diffuso una lettera in cui si denunciava la
condotta provocatoria del penalista, tutta tesa a screditare la parte
lesa, il pesante clima di ostilità nei confronti della solidarietà
femminista, la responsabilità di uno Stato che, con politiche emergenziali (non preventive) del sisma che ha colpito L’Aquila nel 2009 e la
militarizzazione del territorio si è reso complice della strage
dell’Aquila prima e dello stupro poi.
Novembre 2016: Lo stupro, il processo per stupro, la nostra criminalizzazione sono avvenuti a L’Aquila ed è per questo che vogliamo esserci in tante il 18 novembre con un presidio davanti al tribunale per ripetere che “se toccano una, toccano tutte!”
Novembre 2016: Lo stupro, il processo per stupro, la nostra criminalizzazione sono avvenuti a L’Aquila ed è per questo che vogliamo esserci in tante il 18 novembre con un presidio davanti al tribunale per ripetere che “se toccano una, toccano tutte!”
Per info. e per firmare la lettera incriminata: ciriguardatutte.noblogs.org
03/11/16
VERSO IL 25 NOVEMBRE - NELLE UCCISIONI DELLE DONNE OCCORRE SOTTOLINEARE LA CONDIZIONE ODIERNA DELLE DONNE - LE DONNE PROLETARIE DEVONO IMPUGNARE LA LOTTA CONTRO L'INTERO SISTEMA
Nella foto, il biglietto di ringraziamento della coraggiosa famiglia di Federica, uccisa insieme al figlio Andrea dal marito, a Taranto nel giugno scorso.
Questo femminicidio è stato un esempio non solo del perchè oggi gli uomini odiano e uccidono le donne, ma anche del clima fascista di complicità diffusa che spesso accompagna prima e dopo le uccisioni. Ricordiamo brevemente:
- Il funerale del marito Luigi pluriomicida viene fatto in una delle più centrali, storiche chiese della città, in pompa magna.
- Il parroco fa una omelia per riabilitare l'assassino come marito e padre amorevole.
- L'ANT – in cui presidente era la madre dell'assassino – non spende parole per Federica e Andrea, mentre fa un manifesto funebre in cui è scritto “ci uniamo al dolore che ha colpito la famiglia Alfarano”. Il femminicidio scompare... non sono state due persone distrutte ma la “famiglia” che era di “Alfarano”.
- La madre dell'assassino aggiunge anche la sua “chicca” macabra, e annuncia che donerà al ANT la villa in cui il figlio ha portato e ucciso il bambino Andrea, dopo aver ammazzato Federica, per curare i bambini malati di tumore, “certa che Luigi sarà felice di vedere giocare i bambini amati dai propri cari”.
- Ci sono, infine, gli applausi al feretro dell'assassino, sollecitati dal prete, da parte dei partecipanti.
Finchè le donne subiscono in famiglia senza ribellarsi all'oppressione, alle violenze sessuali, ai maltrattamenti, gli "uomini che odiano le donne" non hanno ragione di uccidere chi gli è subordinata.
Oggi i femminicidi avvengono quando le donne rompono rapporti, vogliono riprendere nelle mani la loro vita, si ribellano all'oppressione, violenza endemica. Le uccisioni sono una reazione di odio, fascista a tutto questo, esse trovano in questo sistema sociale e politico che va verso un moderno fascismo il loro humus più adatto.
Il moderno fascismo è l’edificazione a sistema di tutto ciò che è reazionario, compreso il maschilismo.
Vi è poi un legame tra crisi e femminicidi. La crisi, con tutte le sue conseguenze economiche, lavorative, di vita, non porta solo pesanti, drammatici effetti sulle condizioni dei lavoratori, delle famiglie, ma porta anche un elemento di frustrazione, di sofferenza/devastazione ideologica, che in alcuni casi si trasforma in imbarbarimento dei rapporti umani, e in scarico di queste frustrazioni nella famiglia e sulle donne.
La crisi quindi porta ad un intreccio più stretto tra le difficoltà materiali delle persone, la difficoltà di vivere e, verso gli uomini, la crescita dell'humus maschilista. Uomini a cui viene tolto tutto, scaricano la loro frustrazione sull'unica "cosa" che loro considerano rimasta come proprietà: la donna. Quando anche questa "proprietà" possono perderla, quando l'ammortizzatore sociale, sia pratico che ideologico, della famiglia si rompe, non lo accettano.
Alla disperazione materiale si aggiunge per alcuni uomini la disperazione di vedersi crollare la loro "dignità di maschi", e più vengono meno le meschine ragioni materiali di questa ideologia maschilista e più cresce l'humus rivendicativo, e l'odio verso le donne che vogliono rompere il loro "giocattolo", e che gli mettono in crisi quelle misere catene di proprietà, a cui si aggrappano.
Le uccisioni non si potranno fermare. Il moderno fascismo le alimenta a livello di massa, mentre nasconde le cause sociali, sistemiche. Lì dove invece i motivi di questa recrudescenza di uccisioni delle donne vanno visti sempre come espressione della condizione generale delle donne e della realtà sociale. Questo deve elevare la lotta contro i femminicidi a lotta combattiva, rivoluzionaria contro l'intero sistema, contro questo Stato capitalista, questi governi borghesi, contrastando apertamente il femminismo borghese o piccolo borghese che la riduce a mera lotta di cambiamento culturale, di riforme, di leggi a "favore delle donne". Per questo sono prima di tutto le donne proletarie, che sono la maggioranza, che devono prendere in mano questa battaglia, perchè non hanno solo una catena da rompere ma hanno un sistema intero da rovesciare e tutta una vita da cambiare!
QUESTO SPIEGA LE RAGIONI PERCHE' IL 25 NOVEMBRE - GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SESSUALE - LE DONNE LAVORATRICI, PRECARIE, DISOCCUPATE, LE MIGRANTI, BRACCIANTI, ECC. SCENDONO IN PIAZZA PER ASSEDIARE I PALAZZI DEL POTERE, PER AFFERMARE CHE E' NECESSARIA UNA LOTTA CONTRO TUTTE LE VIOLENZE, DEI PADRONI, DEI GOVERNI, DELLO STATO, DEL SISTEMA, DEGLI UOMINI CHE ODIANO LE DONNE, CHE E' NECESSARIO UNIRE LE LOTTE QUOTIDIANE DELLE DONNE E TRASFORMARLE IN UNA LOTTA RIVOLUZIONARIA.
Questo femminicidio è stato un esempio non solo del perchè oggi gli uomini odiano e uccidono le donne, ma anche del clima fascista di complicità diffusa che spesso accompagna prima e dopo le uccisioni. Ricordiamo brevemente:
- Il funerale del marito Luigi pluriomicida viene fatto in una delle più centrali, storiche chiese della città, in pompa magna.
- Il parroco fa una omelia per riabilitare l'assassino come marito e padre amorevole.
- L'ANT – in cui presidente era la madre dell'assassino – non spende parole per Federica e Andrea, mentre fa un manifesto funebre in cui è scritto “ci uniamo al dolore che ha colpito la famiglia Alfarano”. Il femminicidio scompare... non sono state due persone distrutte ma la “famiglia” che era di “Alfarano”.
- La madre dell'assassino aggiunge anche la sua “chicca” macabra, e annuncia che donerà al ANT la villa in cui il figlio ha portato e ucciso il bambino Andrea, dopo aver ammazzato Federica, per curare i bambini malati di tumore, “certa che Luigi sarà felice di vedere giocare i bambini amati dai propri cari”.
- Ci sono, infine, gli applausi al feretro dell'assassino, sollecitati dal prete, da parte dei partecipanti.
Finchè le donne subiscono in famiglia senza ribellarsi all'oppressione, alle violenze sessuali, ai maltrattamenti, gli "uomini che odiano le donne" non hanno ragione di uccidere chi gli è subordinata.
Oggi i femminicidi avvengono quando le donne rompono rapporti, vogliono riprendere nelle mani la loro vita, si ribellano all'oppressione, violenza endemica. Le uccisioni sono una reazione di odio, fascista a tutto questo, esse trovano in questo sistema sociale e politico che va verso un moderno fascismo il loro humus più adatto.
Il moderno fascismo è l’edificazione a sistema di tutto ciò che è reazionario, compreso il maschilismo.
Vi è poi un legame tra crisi e femminicidi. La crisi, con tutte le sue conseguenze economiche, lavorative, di vita, non porta solo pesanti, drammatici effetti sulle condizioni dei lavoratori, delle famiglie, ma porta anche un elemento di frustrazione, di sofferenza/devastazione ideologica, che in alcuni casi si trasforma in imbarbarimento dei rapporti umani, e in scarico di queste frustrazioni nella famiglia e sulle donne.
La crisi quindi porta ad un intreccio più stretto tra le difficoltà materiali delle persone, la difficoltà di vivere e, verso gli uomini, la crescita dell'humus maschilista. Uomini a cui viene tolto tutto, scaricano la loro frustrazione sull'unica "cosa" che loro considerano rimasta come proprietà: la donna. Quando anche questa "proprietà" possono perderla, quando l'ammortizzatore sociale, sia pratico che ideologico, della famiglia si rompe, non lo accettano.
Alla disperazione materiale si aggiunge per alcuni uomini la disperazione di vedersi crollare la loro "dignità di maschi", e più vengono meno le meschine ragioni materiali di questa ideologia maschilista e più cresce l'humus rivendicativo, e l'odio verso le donne che vogliono rompere il loro "giocattolo", e che gli mettono in crisi quelle misere catene di proprietà, a cui si aggrappano.
Le uccisioni non si potranno fermare. Il moderno fascismo le alimenta a livello di massa, mentre nasconde le cause sociali, sistemiche. Lì dove invece i motivi di questa recrudescenza di uccisioni delle donne vanno visti sempre come espressione della condizione generale delle donne e della realtà sociale. Questo deve elevare la lotta contro i femminicidi a lotta combattiva, rivoluzionaria contro l'intero sistema, contro questo Stato capitalista, questi governi borghesi, contrastando apertamente il femminismo borghese o piccolo borghese che la riduce a mera lotta di cambiamento culturale, di riforme, di leggi a "favore delle donne". Per questo sono prima di tutto le donne proletarie, che sono la maggioranza, che devono prendere in mano questa battaglia, perchè non hanno solo una catena da rompere ma hanno un sistema intero da rovesciare e tutta una vita da cambiare!
QUESTO SPIEGA LE RAGIONI PERCHE' IL 25 NOVEMBRE - GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SESSUALE - LE DONNE LAVORATRICI, PRECARIE, DISOCCUPATE, LE MIGRANTI, BRACCIANTI, ECC. SCENDONO IN PIAZZA PER ASSEDIARE I PALAZZI DEL POTERE, PER AFFERMARE CHE E' NECESSARIA UNA LOTTA CONTRO TUTTE LE VIOLENZE, DEI PADRONI, DEI GOVERNI, DELLO STATO, DEL SISTEMA, DEGLI UOMINI CHE ODIANO LE DONNE, CHE E' NECESSARIO UNIRE LE LOTTE QUOTIDIANE DELLE DONNE E TRASFORMARLE IN UNA LOTTA RIVOLUZIONARIA.
Movimento femminista proletario rivoluzionario
Intervento del MFPR al 50° anniversario della GRCP in Brasile - Rio ottobre 2016
Saluto alle masse e ai martiri e alle martiri brasiliane
Nel 50° anniversario della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, in Cina, vogliamo rendere innanzitutto onore alla compagna Chiang Ching, militante e dirigente del partito Comunista Cinese, la cui vita è stata sempre al servizio della lotta rivoluzionaria delle masse popolari per la costruzione di una società libera dallo sfruttamento e dall’oppressione del sistema dominante, per avanzare lungo la via che porta al comunismo. Grande fu l'impegno di Chiang Ching sulla questione delle donne per svilupparne la lotta per una reale liberazione dall’oppressione sociale e familiare. Le classi dominanti hanno volutamente distorto il significato della vita e della morte di Chiang Ching e, in generale, su di lei si conoscono le menzogne e le calunnie riportate dalla stampa borghese. È ovvio che gli oppressori l’abbiano odiata, perché oggi, come allora, Chiang Ching è un vivo e luminoso faro per tutti, una compagna e dirigente comunista che ha incarnato pienamente cosa significa “Ribellarsi è giusto” e che in quanto donna ha anche concretamente messo in atto la parola d’ordine “scatenare la furia delle donne come forza poderosa per la rivoluzione’…” dimostrando che questo è possibile! Chiang Ching dovette combattere non solo contro l’oscurantismo ed il patriarcalismo nella società cinese, ma anche contro quello interno allo stesso PCC che, a lungo, fino agli anni ’60, le impedì di avere un ruolo politico pubblico.
Sempre al fianco di Mao, lottò duramente contro tutto ciò che voleva ostacolare e impedire lo sviluppo rivoluzionario delle masse in Cina, la costruzione del socialismo; e fu soprattutto nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, lanciata da Mao nel Maggio del 1966, che mise in luce la sua grande fermezza e combattività ideologica, difendendola sempre e strenuamente fino alla sua morte, contro i revisionisti, anche interni al Partito, che miravano di fatto alla restaurazione capitalista in Cina. Nella GRCP Chiang Ching fu in prima linea come compagna dirigente su diversi fronti. Animò e guidò i tantissimi giovani ribelli, le Guardie rosse, nella dura lotta contro i seguaci della via capitalista, difese sin nel più profondo il diritto delle masse a dare l’assalto al cielo, a sfidare la tradizione e spazzare via il vecchio della reazione in tutti i campi; lottò con grande ardore contro il revisionismo, intervenendo decisamente nel campo sovrastrutturale della cultura e dell’educazione, dando un grande contributo anche al rivoluzionamento delle arti, in particolare nell’ambito del teatro, secondo la linea proletaria e rivoluzionaria che poneva al centro l’azione delle masse contro la linea revisionista che dietro un apparente nuovo continuava a difendere i privilegi di classe. Dopo la morte di Mao per 15 lunghi anni venne imprigionata dai revisionisti che, con un colpo di Stato, avevano preso il potere. Ma pure in carcere Chiang Ching con grande forza e orgoglio continuò a ribellarsi e a rivendicare la giustezza della Grcp, tenendo alta la bandiera rossa del mlm, del comunismo, fino a quando i suoi aguzzini, non potendo piegare la sua volontà, l'hanno lasciata morire. Ma la sua morte non ne ha certo cancellato il suo incommensurabile valore ed esempio per le donne e l'umanità intera, il suo essere stata una delle maggiori dirigenti rivoluzionarie comuniste della nostra epoca, a cui bisogna che guardino le donne e soprattutto le compagne, le rivoluzionarie, le comuniste se davvero si vuole dare l'assalto al cielo. Oggi in Cina, la sinistra maoista che lavora per riprendere la strada tracciata da Mao, guarda e si riferisce a Chiang Ching, e migliaia sono le testimonianze di amore rivoluzionario che pur con molta difficoltà vengono alla luce. Chi non valorizza il ruolo di Chiang Ching nella Grcp, non riconosce in realtà il ruolo del movimento rivoluzionario delle donne
Nel 50° anniversario della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, in Cina, vogliamo rendere innanzitutto onore alla compagna Chiang Ching, militante e dirigente del partito Comunista Cinese, la cui vita è stata sempre al servizio della lotta rivoluzionaria delle masse popolari per la costruzione di una società libera dallo sfruttamento e dall’oppressione del sistema dominante, per avanzare lungo la via che porta al comunismo. Grande fu l'impegno di Chiang Ching sulla questione delle donne per svilupparne la lotta per una reale liberazione dall’oppressione sociale e familiare. Le classi dominanti hanno volutamente distorto il significato della vita e della morte di Chiang Ching e, in generale, su di lei si conoscono le menzogne e le calunnie riportate dalla stampa borghese. È ovvio che gli oppressori l’abbiano odiata, perché oggi, come allora, Chiang Ching è un vivo e luminoso faro per tutti, una compagna e dirigente comunista che ha incarnato pienamente cosa significa “Ribellarsi è giusto” e che in quanto donna ha anche concretamente messo in atto la parola d’ordine “scatenare la furia delle donne come forza poderosa per la rivoluzione’…” dimostrando che questo è possibile! Chiang Ching dovette combattere non solo contro l’oscurantismo ed il patriarcalismo nella società cinese, ma anche contro quello interno allo stesso PCC che, a lungo, fino agli anni ’60, le impedì di avere un ruolo politico pubblico.
Sempre al fianco di Mao, lottò duramente contro tutto ciò che voleva ostacolare e impedire lo sviluppo rivoluzionario delle masse in Cina, la costruzione del socialismo; e fu soprattutto nella Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, lanciata da Mao nel Maggio del 1966, che mise in luce la sua grande fermezza e combattività ideologica, difendendola sempre e strenuamente fino alla sua morte, contro i revisionisti, anche interni al Partito, che miravano di fatto alla restaurazione capitalista in Cina. Nella GRCP Chiang Ching fu in prima linea come compagna dirigente su diversi fronti. Animò e guidò i tantissimi giovani ribelli, le Guardie rosse, nella dura lotta contro i seguaci della via capitalista, difese sin nel più profondo il diritto delle masse a dare l’assalto al cielo, a sfidare la tradizione e spazzare via il vecchio della reazione in tutti i campi; lottò con grande ardore contro il revisionismo, intervenendo decisamente nel campo sovrastrutturale della cultura e dell’educazione, dando un grande contributo anche al rivoluzionamento delle arti, in particolare nell’ambito del teatro, secondo la linea proletaria e rivoluzionaria che poneva al centro l’azione delle masse contro la linea revisionista che dietro un apparente nuovo continuava a difendere i privilegi di classe. Dopo la morte di Mao per 15 lunghi anni venne imprigionata dai revisionisti che, con un colpo di Stato, avevano preso il potere. Ma pure in carcere Chiang Ching con grande forza e orgoglio continuò a ribellarsi e a rivendicare la giustezza della Grcp, tenendo alta la bandiera rossa del mlm, del comunismo, fino a quando i suoi aguzzini, non potendo piegare la sua volontà, l'hanno lasciata morire. Ma la sua morte non ne ha certo cancellato il suo incommensurabile valore ed esempio per le donne e l'umanità intera, il suo essere stata una delle maggiori dirigenti rivoluzionarie comuniste della nostra epoca, a cui bisogna che guardino le donne e soprattutto le compagne, le rivoluzionarie, le comuniste se davvero si vuole dare l'assalto al cielo. Oggi in Cina, la sinistra maoista che lavora per riprendere la strada tracciata da Mao, guarda e si riferisce a Chiang Ching, e migliaia sono le testimonianze di amore rivoluzionario che pur con molta difficoltà vengono alla luce. Chi non valorizza il ruolo di Chiang Ching nella Grcp, non riconosce in realtà il ruolo del movimento rivoluzionario delle donne
01/11/16
Lavoratrici del Commercio attaccate da padroni e sindacati confederali
Contratto commercio: padroni e sindacati decidono insieme come diminuire gli stipendi dei lavoratori.
In questo settore la maggioranza sono donne, che lavorano spesso in condizioni precarie, o di vera e propria truffa - contratti ufficialmente part time, e salari da part time ma in realtà con lavori da 9/10 ore, che spesso non vengono pagati - con controlli e atteggiamenti vessatori, umilianti di padroni, padroncini e capi, che spesso per assumere fanno test personali vergognosi (stato matrimoniale, figli, ecc.) e che ti licenziano se sei in cinta.
Ora anche quel misero aumento viene decurtato, con l'accordo di Cgil, Cisl, Uil, per difendere i profitti dei padroni!
Questa cos'è se non violenza! Impediamolo!
Chiamiamo il 25 novembre le lavoratrici ad unirsi alle altre lavoratrici nella manifestazione a Roma (p.zza Montecitorio dalle ore 9,30), per dire NO a questa rapina sulle nostre condizioni di vita. In questa giornata andremo anche al Ministero del lavoro.
In questo settore la maggioranza sono donne, che lavorano spesso in condizioni precarie, o di vera e propria truffa - contratti ufficialmente part time, e salari da part time ma in realtà con lavori da 9/10 ore, che spesso non vengono pagati - con controlli e atteggiamenti vessatori, umilianti di padroni, padroncini e capi, che spesso per assumere fanno test personali vergognosi (stato matrimoniale, figli, ecc.) e che ti licenziano se sei in cinta.
Ora anche quel misero aumento viene decurtato, con l'accordo di Cgil, Cisl, Uil, per difendere i profitti dei padroni!
Questa cos'è se non violenza! Impediamolo!
Chiamiamo il 25 novembre le lavoratrici ad unirsi alle altre lavoratrici nella manifestazione a Roma (p.zza Montecitorio dalle ore 9,30), per dire NO a questa rapina sulle nostre condizioni di vita. In questa giornata andremo anche al Ministero del lavoro.
L’ Eco di Bergamo
I consumi non ripartono e il settore del commercio continua a soffrire: per questa ragione ieri da Roma è arrivato l’annuncio che Confcommercio Imprese per l’Italia ha concordato con Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil di sospendere l’erogazione della tranche di aumento prevista per il mese di novembre dal contratto nazionale rinnovato a marzo dell’anno scorso. L’accordo prevedeva un aumento complessivo di 80 euro spalmato su cinque aumenti da 16 euro ciascuno: l’intesa siglata mercoledì 26 ottobre prevede il congelamento del quarto aumento previsto a novembre e un nuovo incontro fra le parti a dicembre per decidere le future azioni.
«Questa è la dimostrazione – commenta Enrico Betti, responsabile lavoro dell’Ascom di Bergamo – di come la nostra associazione e i sindacati agiscano un grande senso di responsabilità. I commercianti nel 2015 hanno accettato di rinnovare un contratto nazionale benché il clima economico non fosse dei migliori; ora i sindacati hanno dimostrato la stessa sensibilità accettando la sospensione della tranche di aumento prevista per novembre».
I consumi non ripartono e il settore del commercio continua a soffrire: per questa ragione ieri da Roma è arrivato l’annuncio che Confcommercio Imprese per l’Italia ha concordato con Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil di sospendere l’erogazione della tranche di aumento prevista per il mese di novembre dal contratto nazionale rinnovato a marzo dell’anno scorso. L’accordo prevedeva un aumento complessivo di 80 euro spalmato su cinque aumenti da 16 euro ciascuno: l’intesa siglata mercoledì 26 ottobre prevede il congelamento del quarto aumento previsto a novembre e un nuovo incontro fra le parti a dicembre per decidere le future azioni.
«Questa è la dimostrazione – commenta Enrico Betti, responsabile lavoro dell’Ascom di Bergamo – di come la nostra associazione e i sindacati agiscano un grande senso di responsabilità. I commercianti nel 2015 hanno accettato di rinnovare un contratto nazionale benché il clima economico non fosse dei migliori; ora i sindacati hanno dimostrato la stessa sensibilità accettando la sospensione della tranche di aumento prevista per novembre».
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