23/04/26

Continuano ad arrivare contributi per la sanzione contro lo sciopero delle donne della Commissione garanzia scioperi

Una dimostrazione di solidarietà che ci incoraggia nel lavoro, nelle lotte, e che dimostra che il nemico vuole tentare di fermarci, di frenare il movimento delle donne, ma non ci potrà mai riuscire! 
Ci stanno arrivando anche dei brevi commenti di accompagnamento ai contributi.
Ne vogliamo pubblicare uno, che dice:
"Grazie a voi per avermi permesso di scioperare quando nessun altro sindacato convocava lo sciopero. Un abbraccio con sorellanza"
Antonella Berté, docente FEM (Fisica E Matematica).

Rinnoviamo l'appello a difendere il diritto di sciopero sempre e dovunque; e a continuare ad aiutarci a pagare questa ingiusta sanzione di 3200 euro.
Via via continueremo a pubblicare i contributi che arrivano.
Per inviarli: 
(per chi vuole e può, il contributo può essere mandato su c/c bancario UNICREDIT BANCA ROMA agenzia Taranto via Marche, 52 intestato a SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE, avente le seguenti coordinate bancarie: IT 49 W - ABI 02008 - CAB 15807 n. conto 000011056357 - con la motivazione: contributo per sanzione della CGS a sciopero delle donne marzo 2020).
Lavoratrici Slai cobas sc

22/04/26

L'Antifascismo non è negoziabile... Un commento

Ho letto proprio in questi giorni l'opuscolo "Donne Fascismo Resistenza" e mi ha colpito molto la frase di Irene Pivetti che apre l' opuscolo.
A parte le giuste considerazioni ben documentate che sono presenti nel suddetto opuscolo, utili per smentire le considerazioni scellerate e strumentali dell'allora Presidente della Camera, mi sono venute in mente anche altre considerazioni, che voglio condividere per capire perche' siamo a questo punto.
Negli anni ’90, mentre l’Italia usciva traumatizzata dal crollo della Prima Repubblica, si è aperta una stagione in cui tutto sembrava improvvisamente negoziabile: la memoria storica, i valori costituzionali, perfino il giudizio sul fascismo. Si creo' un vuoto politico e culturale dove molti hanno tentato di riscrivere il passato per costruirsi un’identità nuova, spesso a costo di distorcere fatti storici consolidati.
È in questo clima che si colloca l’affermazione di Irene Pivetti del 27 aprile 1994, allora Presidente della Camera, secondo cui “le cose migliori per le donne e la famiglia le ha fatte Mussolini”. Una frase che non solo contraddice decenni di studi storici, ma che appare oggi come un esempio lampante di strumentalizzazione del passato: un tentativo di presentare il fascismo come un fenomeno “a due facce”, con presunti aspetti positivi.
La storiografia, però, è chiarissima: il fascismo ha imposto alle donne un modello di subordinazione, ha limitato i loro diritti civili e lavorativi, ha promosso politiche coercitive e ha escluso sistematicamente le donne dalla vita pubblica. Parlare di “legislazione all’avanguardia” significa ignorare tutto questo e cancellare il ruolo fondamentale che le donne hanno avuto nella Resistenza e nella costruzione della Repubblica, una cancellazione che ha aperto "un autostrada" a tutto l' arretramento delle donne e del Paese, fino ad arrivare a questo moderno medioevo con il Governo Meloni.
Il paradosso è che proprio dopo la Liberazione le donne conquistarono diritti reali: il voto, la partecipazione alla Costituente, l’affermazione del principio di uguaglianza. È lì che nasce l’Italia moderna, non certo nel ventennio.
Rileggere oggi quelle dichiarazioni degli anni ’90 significa riconoscere quanto quel decennio abbia contribuito a indebolire la memoria collettiva, aprendo la strada a un linguaggio pubblico in cui fascismo e antifascismo vengono messi sullo stesso piano, come se fossero semplici “opinioni”. Una deriva che continua a produrre effetti, soprattutto quando si avvicina il 25 aprile e tornano a emergere tensioni, raduni identitari e tentativi di normalizzare ciò che la storia ha già giudicato.
Rimettere ordine nella memoria non è nostalgia: è un atto di responsabilità. Perché ogni volta che si accetta una lettura distorta del passato, si apre uno spazio per ripetere errori che pensavamo superati.
Per questo
EVVIVA IL 25 APRILE,
ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Bari, all’ospedale San Paolo spuntano manifesti antiabortisti. Il personale: “Forma di pressione” - Via gli "obiettori di coscienza dagli ospedali"! Via la feccia dei pro-vita!


Da Repubblica - di Vincenzo Pellico

Almeno in due occasioni affissi sul cancello dell’Unità di pianificazione familiare e Ivg. L’iniziativa dell’associazione antiabortista Ora et Labora in difesa della vita. Il fondatore, Giorgio Celsi, spiega: "Eravamo lì non per fare pressione su nessuno, ma per pregare"
“Non fermare il suo cuore. Avrà il tuo sguardo, il tuo sorriso. Sarà coraggioso, perché tu lo sei stata”. Parole stampate su un cartellone, affisso due volte nel giro di un mese ai cancelli dell'ingresso carrabile dell'Unità di pianificazione familiare e Ivg (Interruzione volontaria di gravidanza) dell'ospedale San Paolo di Bari. In calce, la firma: Ora et Labora in difesa della vita.
Fondata nel 2008 dall'infermiere Giorgio Celsi, l'associazione di antiabortisti è presente con 28 gruppi in quasi 50 città italiane e organizza ogni mese veglie di preghiera e testimonianza davanti agli ospedali, generalmente nei giorni in cui vengono praticati gli aborti. Nel corso degli anni ha già affisso cartelloni analoghi davanti ad altri ospedali: alcuni sono stati rimossi in seguito a contestazioni, altri su richiesta delle direzioni sanitarie.
Il primo manifesto è comparso il 20 marzo, il secondo sabato scorso (18 aprile). Secondo alcune ricostruzioni, nei pressi dell'ingresso, al momento dell'affissione, ci sarebbero state anche alcune donne con il volto parzialmente coperto da cappelli e foulard. Versione che però Celsi smentisce categoricamente. "Eravamo lì - spiega - non per fare pressione su nessuno, ma per pregare, come abbiamo sempre fatto".
La segnalazione alla direzione sanitaria ha portato alla rapida rimozione dei cartelloni, ma il personale del reparto non ha nascosto preoccupazione. Il timore diffuso fra alcuni operatori è che la presenza ripetuta — stesso ingresso, stessa firma, due volte in un mese — non sia soltanto una forma di protesta estemporanea ma l'avvio di una pressione sistematica. E che dai cartelloni, col tempo, si possa passare a forme di intimidazione più dirette verso il personale o verso le donne che entrano.
Un timore che si inserisce in un contesto già piuttosto fragile. Secondo una statistica diffusa da Cgil Puglia a fine 2024, 4 ginecologi su 5 fra quelli in organico al San Paolo sarebbero obiettori di coscienza, dato in linea con una situazione diffusa su scala regionale: in Puglia l'80 per cento dei ginecologi in organico è obiettore, e in diverse strutture l'Ivg non è di fatto praticabile per assenza di personale disponibile.

20/04/26

Dall’Italia all’India: le “mamme no PFAS” contro le fabbriche di veleni - verso la costruzione di una iniziativa internazionalista in italia - Il MFPR sostiene e parteciperà

Dal blog proletari comunisti

Un filo invisibile di solidarietà e resistenza lega la popolazione del Veneto, vittima della più grande contaminazione di acqua potabile in Europa, con i residenti di Ratnagiri, distretto indiano dello Stato federato del Maharashtra.

«L’8 marzo scorso abbiamo incontrato le comunità indiane del vicentino, nel tempio sikh di Lonigo», racconta Michela Piccoli, infermiera, mamma e figura storica del movimento delle Mamme No PFAS. «Le donne indiane ci hanno accolte calorosamente, abbiamo spiegato che gli impianti della Miteni responsabili della contaminazione delle nostre acque, che prima stavano qui a Trissino, sono stati ora portati nella regione di Lote Parshuram nel Maharashtra a 200 km da Mumbai. Abbiamo condiviso pratiche di resistenza per difendere i nostri figli dall’avvelenamento e per chiedere giustizia. Dall’India si è collegato Varrun Sukhraj, un bravissimo giornalista che sta aiutando la popolazione locale a prendere consapevolezza e agire».

La fabbrica Miteni, di Trissino (VI), fallita nel 2018, con i suoi ex manager condannati in primo grado per disastro ambientale e altri reati (sentenza del 26 giugno 2025) è stata infatti smontata e ricostruita bullone dopo bullone in India. È quanto emerge dalla inchiesta Factories on the Run di Gianluca Liva, Filippo Tommasoli, Anna Violato e Marta Frigerio pubblicata a novembre 2025 su La Repubblica e su The Guardian: in pratica dopo il fallimento questo impianto è stato smontato, venduto all’asta, trasferito e ricostruito pezzo dopo pezzo a Lote Parshuram. Gli impianti, i brevetti e i processi produttivi dei PFAS di Miteni sono stati tutti acquistati da Viva Life Sciences Private Limited di Mumbai, del gruppo Laxmi Organic Industries, azienda indiana leader nella produzione di solventi e prodotti per i settori farmaceutico e agrochimico. Viva Life Sciences è stata l’unica offerente con circa 4,6 milioni di euro. 

L’inchiesta evidenzia anche continuità tra le due realtà, cioè la presenza di ex dirigenti Miteni, come Antonio Nardone, ultimo amministratore delegato di Miteni, ma anche membro del consiglio di amministrazione di Laxmi Organics. Già nel marzo 2018 l’azienda indiana stava pianificando infatti di avviare la produzione di fluorochimici compatibili con la gamma di prodotti Miteni. Un trasferimento quindi probabilmente preparato in anticipo. L’acquisto è stato sicuramente molto favorito dal governo indiano, tramite la Maharashtra Industrial Development Corporation (MIDC), ente governativo dello Stato del Maharashtra che si occupa di attrarre investimenti, sviluppare e gestire le aree industriali. Il tutto però all’insaputa degli abitanti, che, solo grazie alle inchieste giornalistiche italiane, hanno scoperto di cosa si trattava. Il ministro dell’Ambiente Kirti Vardhan Singh, solo il 5 febbraio 2026, rispondendo all’interrogazione del deputato Rajya Sabha, ha confermato l’utilizzo di macchinari Miteni, ma ha negato che questi potessero provocare problemi ambientali, aggiungendo inoltre che l’impianto aveva già ricevuto autorizzazione ambientale statale e permessi per espandere la produzione.

«In India non è vietata nemmeno la produzione degli PFOA, dichiarati cancerogeni, non c’è nessun limite nazionale per la loro presenza in ambiente, e le analisi delle acque sono sporadiche. Qui la produzione può continuare con meno ostacoli», racconta a L’Indipendente Gianluca Liva, uno degli autori dell’inchiesta.

La produzione degli stessi composti fluorurati sintetizzati a Trissino è entrata a pieno regime nel 2025 e ora, secondo l’inchiesta, l’azienda sta esportando in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, ma anche in Europa, Italia compresa. I settori sono sempre quelli della farmaceutica, agrochimica, aerospazio e automotive.

Contestazioni in India 

Presidio davanti a una fabbrica in India.

Le prime contestazioni in India contro la fabbrica iniziano nel febbraio 2026: non sono molte persone, ma è già un segnale forte. Sono attivisti, residenti di Ratnagiri e politici di opposizione. L’azienda peraltro sorge su un distretto chimico già gravato da pesanti precedenti di inquinamento ambientale. Anche questa, come Trissino, è una zona molto ricca di corsi d’acqua. Qui la centralina di depurazione delle acque costruita dal MIDC per il distretto chimico è oggetto di varie criticità ambientali, in quanto non sempre funziona come dovrebbe, anche a causa dei blackout piuttosto frequenti. In questi casi le aziende sversano direttamente nel fiume. «L’impianto sorge vicino a un grande fiume, col rischio che una contaminazione di PFAS possa poi estendersi in tutto il distretto. La consapevolezza tra la gente però sta crescendo, così come l’insofferenza. Sempre più persone capiscono cosa sono queste sosanze e vogliono fare qualcosa», spiega il giornalista indiano Varrun Sukhray.

Le comunità europee colpite dai PFAS

Una rappresentanza del gruppo al Parlamento Europeo di Bruxelles.

Le Mamme No PFAS sono in rete non solo con l’India ma anche con gli altri territori colpiti. Con 26 delegazioni europee (da Francia, Germania, Italia, Belgio e Danimarca) con il supporto dello European Environmental Bureau, si sono recate al Parlamento Europeo per sensibilizzare sulla tematica e chiedere provvedimenti urgenti. Gli esperti della EuChems (European Chemical Society) hanno incontrato le delegazioni confermando che le alternative esistono già e sono valide, ma sono le aziende chimiche che spesso non sono propense a eliminare le produzioni, finché non sono obbligate. Secondo Michela Piccoli: «Servono interventi normativi urgenti e completi contro le “sostanze chimiche eterne”, più tempo perdiamo e più i costi sociali e sanitari aumentano, si tratta di centinaia di miliardi di euro persi. Per fortuna ci sono tante vertenze legali aperte in più Paesi che stanno indebolendo i colossi della chimica».

In Francia infatti 200 cittadini hanno fatto causa a due delle principali aziende produttrici di PFAS, Daikin Chemicals e Arkema, e così in altri Paesi. Sebbene la stessa Europa abbia stimato che la contaminazione da PFAS costi 1700 miliardi all’UE, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha rifiutato – per la terza volta dal 2023 – di incontrare le delegazioni delle comunità colpite. Non potendo incontrarla, queste hanno fatto sentire la loro voce con un’azione davanti alla Commissione Europea. Su uno degli striscioni si leggeva: «Von der Leyen incontra gli avvelenatori, ignora noi», facendo riferimento all’inchiesta Forever Lobbying Project, che svelava come le industrie della plastica e dei PFAS abbiano svolto un’aggressiva attività di lobbying per indebolire la proposta dell’UE di limitare i forever chemicals.

«In Francia, oltre 60mila persone non possono più bere l’acqua del rubinetto. In Belgio, gli abitanti di Ronse (a soli 54 km da Bruxelles) hanno scoperto una grave contaminazione del loro ambiente e dei loro corpi. In Germania uno studio recente ha rilevato che il 69% dei pesci è contaminato da PFAS», hanno ricordato le delegazioni, lamentando «un doppio standard della Commissione Europea, che ignora le vittime mentre mantiene un dialogo costante con l’industria chimica».

Il 14 marzo 2026, 94 associazioni hanno quindi scritto una lettera alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen con una serie di richieste pressanti: mettere in pratica la proposta di restrizione dei PFAS presentata nel 2023 da cinque Paesi UE (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia); rafforzare la legislazione sui pesticidi, sui biocidi e sui farmaci; vietare le interferenze delle industrie, ridurre e rendere trasparenti gli incontri tra europarlamentari e industria dei PFAS; sostenere le aziende che commercializzano e sviluppano sostituti più sicuri e non tossici; rafforzare il regolamento REACH in modo da eliminare tutte le sostanze chimiche persistenti, mobili e bioaccumulabili.

Anche l’industria bellica si oppone al divieto PFAS

“Mamme No PFAS” al tempio sikh di Lonigo.

L’opposizione al bando totale dei PFAS arriva però anche dall’industria bellica, proprio perché sono un ingrediente essenziale per alcuni tipi di armi, soprattutto in ambiente impervio. Tanto che il Dipartimento della difesa statunitense nel dossier Securing Defense-Critical Supply Chains consegnato al Congresso USA nell’estate del 2023, pur ammettendo la pericolosità di questi composti chimici, sottolineava che una restrizione avrebbe potuto pregiudicare la catena di approvvigionamento del settore militare, definito “strategico”. Secondo il Pentagono i PFAS sono necessari in particolare nell’ambito della lavorazione e forgiatura di leghe e metalli, nella produzione dei semiconduttori e missili.

Ma la resistenza dal basso, a partire dalle mamme del Veneto, non si ferma: «Come madri e cittadine del Veneto non molliamo, abbiamo promesso a noi stesse che inseguiremo le aziende chimiche ovunque andranno e che informeremo le popolazioni dei rischi che corrono. Perché non esistono Paesi diversi ma figli in comune. Ovunque andranno saranno raggiunte da contestazioni e denunce. Noi non ci fermeremo finché i PFAS non spariranno».

19/04/26

Le compagne, durante la Resistenza antifascista. Alcune brevi note


Qualche riflessione sulla questione delle donne nella Resistenza e su come il Partito Comunista d’Italia ha cercato di organizzare questo ruolo delle donne, delle compagne e renderle protagoniste.
Il lavoro di massa da parte del Partito non cessò mai neanche nei momenti in cui si dovette entrare in clandestinità, da qui la capacità del Partito comunista di sapere agire in ogni condizione e di continuare a mantenere il legame con le masse. In questo senso va vista anche la pratica dei “Gruppi di difesa delle donne” nome che poteva sembrare strano per un partito comunista rivoluzionario ma che mostrava l’intelligenza dell’uso tattico di dotarsi di strumenti specifici per legarsi alle masse, in questo caso femminili, al di là della stretta militanza nel partito o dell’aderenza al partito, per mobilitarle, e questo lo si è visto nei fatti in molteplici forme. 
Per affermare il ruolo importantissimo delle donne nella Resistenza le compagne, le donne hanno dovuto fare anche una lotta per assumere alcuni ruoli anche di direzione. Questo aspetto è presente anche nell’esperienza dei gap. Il libro "Con cuore di donna" di Carla Capponi - che è stata una gappista - fa emergere bene questo ruolo e la lotta messa in campo da compagne contro atteggiamenti maschilisti da parte dei compagni anche all’interno dello stesso Partito. Uno dei fatti esemplari è che nelle azioni armate alle donne venivano affidati ruoli di supporto. Per esempio, se si doveva fare un’azione dovevano fare le finte fidanzate che distraevano; spesso si impediva che partecipassero all’azione armata in senso stretto. 
Carla Capponi invece partecipò in prima fila, ma dovette imporsi. Nel libro racconta un episodio: ruba un’arma su un autobus a un fascista e impone a un compagno del suo gruppo, della sua squadra di insegnarle ad usarla. Poi diventerà una compagna attiva anche nell’attentato di via Rasella.
Negli anni post Resistenza c’è stato un attacco e un tentativo anche di sminuire se non cancellare il ruolo del Pci nella Resistenza, questo per le donne è stato una costante. Hanno dovuto battersi per affermare il loro diritto, rivendicare di essere della Resistenza, ma il loro ruolo nella Resistenza è stato sempre ridimensionato a partire dal fatto che le staffette avrebbero costituito un ruolo minimale, poco importante, di puro supporto. Invece è stato un ruolo fondamentale e anche di grande intelligenza per tenere sempre i collegamenti.  
Nella Resistenza il contributo attivo delle donne fu anche come partigiane in montagna; tantissime sono le partigiane che hanno svolto ruoli anche di direzione, sono state commissarie politiche in alcuni casi. Però, come dice la Guidetti Serra, in qualche libro di storia a mala pena si accenna che nascono i Gruppi di difesa della donna. 
L’aspetto importante è che sono proprio i comunisti a cogliere questa necessità e a capire come le donne avessero bisogno, qualsiasi estrazione, qualsiasi ruolo nella società rivestissero, di avere una forma di organizzazione che desse loro la possibilità di essere parte di una organizzazione collettiva che rendesse più facile la loro attivizzazione, che in vari modi già c’era ma aveva bisogno di essere organizzata ed elevata. Ed elevata anche la loro formazione politica. Quindi le comuniste in particolare riuscirono a svolgere in tempi rapidi l’addestramento politico, la formazione ideologica, ma anche ad acquisire le norme della clandestinità a cui comunque per lunghi anni si erano attrezzate, svolgendo una qualche forma di lavoro clandestino. Tutto questo riescono a renderlo patrimonio anche delle donne comuni, non abituate a fare questo tipo di attività.
Per le donne comunque, era molto più difficile; la loro attività non veniva immediatamente e in generale accettata all’interno del movimento partigiano, e si ricorda un episodio: le ragazze, le donne salite in montagna per unirsi ai partigiani vengono apostrofate con “sei venuta qui per fare la resistente oppure per fare la prostituta?”. 
Anche nella vita quotidiana per il tipo di attività che svolgevano erano comunque soggette a possibili attacchi per il loro comportamento, per cui potevano essere additate come di facili costumi, perché si dovevano muovere pure per tantissimi chilometri, stare in compagnia di uomini che non appartenevano alla famiglia, ecc.
Dopo la Resistenza si sono rese conto del tentativo di cancellare, annullare il ruolo di combattenti che fino ad allora avevano avuto; su questo hanno lasciato tante testimonianze. Per esempio, anche nei cortei della Liberazione viene consigliato loro di non parteciparvi e soprattutto non partecipare armate. Ma loro, le partigiane ci vanno, con dignità e orgoglio. 

18/04/26

"Bella ciao" anche in Ungheria del dopo Orban

Che le masse popolari ungheresi ora continuino nella ribellione e grande partecipazione di piazza, per i diritti sociali, per la libertà e i diritti democratici, per i fatti e non parole, per la liberazione di tutte le antifasciste e antifascisti, per i diritti delle donne, ecc. ecc.

17/04/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Donne fascismo Resistenza - 1° parte

In questa settimana e nella prossima ci sembra importante, giusto - in occasione del 25 aprile - fare la FRD su Donne fascismo e Resistenza, su cui negli anni abbiamo fatto due opuscoli.
Pertanto rimandiamo la FRD che avevamo annunciato sulla lotta a teorie del femminismo borghese.
In questa prima parte pubblichiamo un articolo tratto dall'opuscolo "Resistenza 1945-1995" sulle linee del fascismo sulle donne.