Dal blog proletari comunisti
Un filo invisibile di solidarietà e resistenza lega la popolazione del Veneto, vittima della più grande contaminazione di acqua potabile in Europa, con i residenti di Ratnagiri, distretto indiano dello Stato federato del Maharashtra.
«L’8 marzo scorso abbiamo incontrato le comunità indiane del vicentino, nel tempio sikh di Lonigo», racconta Michela Piccoli, infermiera, mamma e figura storica del movimento delle Mamme No PFAS. «Le donne indiane ci hanno accolte calorosamente, abbiamo spiegato che gli impianti della Miteni responsabili della contaminazione delle nostre acque, che prima stavano qui a Trissino, sono stati ora portati nella regione di Lote Parshuram nel Maharashtra a 200 km da Mumbai. Abbiamo condiviso pratiche di resistenza per difendere i nostri figli dall’avvelenamento e per chiedere giustizia. Dall’India si è collegato Varrun Sukhraj, un bravissimo giornalista che sta aiutando la popolazione locale a prendere consapevolezza e agire».
La fabbrica Miteni, di Trissino (VI), fallita nel 2018, con i suoi ex manager condannati in primo grado per disastro ambientale e altri reati (sentenza del 26 giugno 2025) è stata infatti smontata e ricostruita bullone dopo bullone in India. È quanto emerge dalla inchiesta Factories on the Run di Gianluca Liva, Filippo Tommasoli, Anna Violato e Marta Frigerio pubblicata a novembre 2025 su La Repubblica e su The Guardian: in pratica dopo il fallimento questo impianto è stato smontato, venduto all’asta, trasferito e ricostruito pezzo dopo pezzo a Lote Parshuram. Gli impianti, i brevetti e i processi produttivi dei PFAS di Miteni sono stati tutti acquistati da Viva Life Sciences Private Limited di Mumbai, del gruppo Laxmi Organic Industries, azienda indiana leader nella produzione di solventi e prodotti per i settori farmaceutico e agrochimico. Viva Life Sciences è stata l’unica offerente con circa 4,6 milioni di euro.

L’inchiesta evidenzia anche continuità tra le due realtà, cioè la presenza di ex dirigenti Miteni, come Antonio Nardone, ultimo amministratore delegato di Miteni, ma anche membro del consiglio di amministrazione di Laxmi Organics. Già nel marzo 2018 l’azienda indiana stava pianificando infatti di avviare la produzione di fluorochimici compatibili con la gamma di prodotti Miteni. Un trasferimento quindi probabilmente preparato in anticipo. L’acquisto è stato sicuramente molto favorito dal governo indiano, tramite la Maharashtra Industrial Development Corporation (MIDC), ente governativo dello Stato del Maharashtra che si occupa di attrarre investimenti, sviluppare e gestire le aree industriali. Il tutto però all’insaputa degli abitanti, che, solo grazie alle inchieste giornalistiche italiane, hanno scoperto di cosa si trattava. Il ministro dell’Ambiente Kirti Vardhan Singh, solo il 5 febbraio 2026, rispondendo all’interrogazione del deputato Rajya Sabha, ha confermato l’utilizzo di macchinari Miteni, ma ha negato che questi potessero provocare problemi ambientali, aggiungendo inoltre che l’impianto aveva già ricevuto autorizzazione ambientale statale e permessi per espandere la produzione.
«In India non è vietata nemmeno la produzione degli PFOA, dichiarati cancerogeni, non c’è nessun limite nazionale per la loro presenza in ambiente, e le analisi delle acque sono sporadiche. Qui la produzione può continuare con meno ostacoli», racconta a L’Indipendente Gianluca Liva, uno degli autori dell’inchiesta.
La produzione degli stessi composti fluorurati sintetizzati a Trissino è entrata a pieno regime nel 2025 e ora, secondo l’inchiesta, l’azienda sta esportando in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, ma anche in Europa, Italia compresa. I settori sono sempre quelli della farmaceutica, agrochimica, aerospazio e automotive.
Contestazioni in India

Le prime contestazioni in India contro la fabbrica iniziano nel febbraio 2026: non sono molte persone, ma è già un segnale forte. Sono attivisti, residenti di Ratnagiri e politici di opposizione. L’azienda peraltro sorge su un distretto chimico già gravato da pesanti precedenti di inquinamento ambientale. Anche questa, come Trissino, è una zona molto ricca di corsi d’acqua. Qui la centralina di depurazione delle acque costruita dal MIDC per il distretto chimico è oggetto di varie criticità ambientali, in quanto non sempre funziona come dovrebbe, anche a causa dei blackout piuttosto frequenti. In questi casi le aziende sversano direttamente nel fiume. «L’impianto sorge vicino a un grande fiume, col rischio che una contaminazione di PFAS possa poi estendersi in tutto il distretto. La consapevolezza tra la gente però sta crescendo, così come l’insofferenza. Sempre più persone capiscono cosa sono queste sosanze e vogliono fare qualcosa», spiega il giornalista indiano Varrun Sukhray.
Le comunità europee colpite dai PFAS

Le Mamme No PFAS sono in rete non solo con l’India ma anche con gli altri territori colpiti. Con 26 delegazioni europee (da Francia, Germania, Italia, Belgio e Danimarca) con il supporto dello European Environmental Bureau, si sono recate al Parlamento Europeo per sensibilizzare sulla tematica e chiedere provvedimenti urgenti. Gli esperti della EuChems (European Chemical Society) hanno incontrato le delegazioni confermando che le alternative esistono già e sono valide, ma sono le aziende chimiche che spesso non sono propense a eliminare le produzioni, finché non sono obbligate. Secondo Michela Piccoli: «Servono interventi normativi urgenti e completi contro le “sostanze chimiche eterne”, più tempo perdiamo e più i costi sociali e sanitari aumentano, si tratta di centinaia di miliardi di euro persi. Per fortuna ci sono tante vertenze legali aperte in più Paesi che stanno indebolendo i colossi della chimica».
In Francia infatti 200 cittadini hanno fatto causa a due delle principali aziende produttrici di PFAS, Daikin Chemicals e Arkema, e così in altri Paesi. Sebbene la stessa Europa abbia stimato che la contaminazione da PFAS costi 1700 miliardi all’UE, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha rifiutato – per la terza volta dal 2023 – di incontrare le delegazioni delle comunità colpite. Non potendo incontrarla, queste hanno fatto sentire la loro voce con un’azione davanti alla Commissione Europea. Su uno degli striscioni si leggeva: «Von der Leyen incontra gli avvelenatori, ignora noi», facendo riferimento all’inchiesta Forever Lobbying Project, che svelava come le industrie della plastica e dei PFAS abbiano svolto un’aggressiva attività di lobbying per indebolire la proposta dell’UE di limitare i forever chemicals.
«In Francia, oltre 60mila persone non possono più bere l’acqua del rubinetto. In Belgio, gli abitanti di Ronse (a soli 54 km da Bruxelles) hanno scoperto una grave contaminazione del loro ambiente e dei loro corpi. In Germania uno studio recente ha rilevato che il 69% dei pesci è contaminato da PFAS», hanno ricordato le delegazioni, lamentando «un doppio standard della Commissione Europea, che ignora le vittime mentre mantiene un dialogo costante con l’industria chimica».
Il 14 marzo 2026, 94 associazioni hanno quindi scritto una lettera alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen con una serie di richieste pressanti: mettere in pratica la proposta di restrizione dei PFAS presentata nel 2023 da cinque Paesi UE (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia); rafforzare la legislazione sui pesticidi, sui biocidi e sui farmaci; vietare le interferenze delle industrie, ridurre e rendere trasparenti gli incontri tra europarlamentari e industria dei PFAS; sostenere le aziende che commercializzano e sviluppano sostituti più sicuri e non tossici; rafforzare il regolamento REACH in modo da eliminare tutte le sostanze chimiche persistenti, mobili e bioaccumulabili.
Anche l’industria bellica si oppone al divieto PFAS

L’opposizione al bando totale dei PFAS arriva però anche dall’industria bellica, proprio perché sono un ingrediente essenziale per alcuni tipi di armi, soprattutto in ambiente impervio. Tanto che il Dipartimento della difesa statunitense nel dossier Securing Defense-Critical Supply Chains consegnato al Congresso USA nell’estate del 2023, pur ammettendo la pericolosità di questi composti chimici, sottolineava che una restrizione avrebbe potuto pregiudicare la catena di approvvigionamento del settore militare, definito “strategico”. Secondo il Pentagono i PFAS sono necessari in particolare nell’ambito della lavorazione e forgiatura di leghe e metalli, nella produzione dei semiconduttori e missili.
Ma la resistenza dal basso, a partire dalle mamme del Veneto, non si ferma: «Come madri e cittadine del Veneto non molliamo, abbiamo promesso a noi stesse che inseguiremo le aziende chimiche ovunque andranno e che informeremo le popolazioni dei rischi che corrono. Perché non esistono Paesi diversi ma figli in comune. Ovunque andranno saranno raggiunte da contestazioni e denunce. Noi non ci fermeremo finché i PFAS non spariranno».








