16/03/26

Diritto di sciopero - Importante bocciatura del Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds) delle nostre norme troppo restrittive della CGS

Questa decisione del Ceds sembra importante e stiamo vedendo di utilizzarla per rimettere in discussione non solo il divieto e sanzione conseguente per lo sciopero delle donne del 2020 durante il covid (ricordiamo che anche su questo divieto vi fu una presa di posizione contro la decisione della Commissione Garanzia Sciopero proprio di Giovanni Orlandini, uno degli estensori del ricorso al Ceds), ma anche contro il divieto e sanzione sempre allo Slai cobas sc di un precedente nostro sciopero delle donne del 2018, per cui la CGS imponeva - in nome della cosiddetta "franchigia" e di una estensione eccessiva dei "servizi pubblici essenziali" - l'esonero di alcuni settori e quindi di tener fuori dallo sciopero tutte le lavoratrici di questi settori.

Purtroppo, mentre viene avviata questa nuova procedura di ricorso, la sanzione (di 2500 euro + 700 euro per il rigetto del ricorso alla Procura) continua ad avere i suoi effetti.
Per questo, noi lavoratrici Slai cobas rinnoviamo l'appello ai sindacati di base, a Nudm, agli avvocati e operatori della giustizia, ad associazioni, a realtà contro la repressione, a singole compagne e compagni, democratici, ecc., perchè 

Chiunque vuole e può, mandi il contributo a c/c bancario UNICREDIT BANCA ROMA agenzia Taranto via Marche, 52 intestato a SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE, avente le seguenti coordinate bancarie: IT 49 W - ABI 02008 - CAB 15807 n. conto 000011056357. - con la motivazione: contributo per sanzione della CGS sciopero 9 marzo 2020.

Lavoratrici Slai cobas per il sindacvato di classe
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Appena pubblicata la decisione dell'organismo internazionale. Anche la Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali dovrà tenerne conto, malgrado le pressioni di Matteo Salvini per precettare i lavoratori

“In Italia è eccessivamente limitato il diritto di sciopero”; questa è la sonora bocciatura arriva dal Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds), con una decisione appena pubblicata. Secondo l’organismo internazionale, infatti, le nostre norme sono troppo restrittive, riducono in modo esagerato il diritto di scioperare per i lavoratori dei servizi pubblici. Questo rappresenta un bel guaio per il governo Meloni, che ora dovrà adeguarsi al provvedimento arrivato dopo un ricorso presentato nel 2022 dallUnione sindacale di base (Usb), curato dal giuslavorista Giovanni Orlandini e dagli avvocati Danilo Conte e Marco Tufo. L’obiettivo dichiarato del centrodestra, in questi anni, era semmai ridurre ancora di più il diritto di sciopero con regole ancora più aspre. 

Il Ceds è il comitato che vigila sul rispetto della Carta sociale europea da parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa - da non confondere con l’Unione europea; anche l’Italia ne fa parte, quindi è tenuta a rispettare le norme della Carta. La nostra legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, la 146 del 1990, viola invece diversi diritti riconosciuti dal documento.

Innanzitutto, la nostra legge contiene una nozione troppo estensiva di servizi pubblici essenziali. Questo significa che un numero molto ampio di lavoratori può essere sottoposto alle limitazioni. Quindi il Comitato dice che bisogna invece ricomprendere solo le prestazioni che siano davvero connesse a interessi generali. Per esempio i trasporti: non sempre garantiscono servizi essenziali. 

Altro punto bocciato dal Comitato riguarda una norma che contraddistingue la legge italiana: l’obbligo di annunciare la durata dello sciopero, tra l’altro con largo anticipo. Secondo il Ceds, questo dovere imposto ai sindacati riduce l’efficacia della mobilitazione, perché dà tempo e modo alla controparte di organizzarsi per minimizzare il disagio. In Italia gli scioperi durano massimo un giorno, ma spesso sono solo per otto ore o addirittura solo quattro. In questo modo, la controparte non subisce alcuna pressione. 

 Infine, l’altro rilievo mosso dal comitato riguarda l’eccesso di periodi in cui è vietato proclamare scioperi, le cosiddette franchigie. In Italia li abbiamo a ridosso di vacanze, feste religiose, grandi eventi. E ancora, il nostro ordinamento prevede il cosiddetto obbligo di “rarefazione”, cioè ogni sciopero deve essere proclamato a una certa distanza temporale dall’altro, per evitare di concentrarne troppi nello stesso periodo. Come detto, questi lacci e laccioli limitano il diritto di sciopero in settori che non sempre sono davvero riconducibili a servizi essenziali. 

Il Comitato, va ricordato, ha una composizione moderata, le sue ultime decisioni hanno spesso deluso i sindacati. Solo una componente su quattordici ha una tendenza favorevole ai lavoratori, ma in generale non si tratta di un organo “militante”. Il destino beffardo ha voluto che questa pronuncia arrivasse proprio durante il governo Meloni, esecutivo che in questi anni aveva manifestato la volontà di dare un’ulteriore stretta al diritto di sciopero. Tra l’altro, la Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali (Cgsse), di nomina politica, ha già da tempo assunto un orientamento estremamente restrittivo, quindi ha già di fatto contratto il diritto di mobilitazione sindacale. Basti ricordare i provvedimenti sugli scioperi generali contro il governo di Cgil e Uil, i numerosi richiami nei confronti dei sindacati di base, e anche il blocco dello sciopero a favore di Gaza e della Flotilla.

15/03/26

Le bugie della squallida Meloni sulla condizione occupazionale delle donne - 1

(dati da Sole 24 Ore dell'8 marzo)
In Italia il 53,9% delle donne lavora contro il 71,3% degli uomini - ma siamo ad una media nazionale, nel sud questa percentuale arriva alla metà; 
43% (4 donne su dieci) non lavora, e non cerca più lavoro;
le donne sono più istruite degli uomini (sono circa il 60% dei laureati), ma la loro istruzione è sprecata, tarpata; viene consumata tra le quattro pareti della casa...
Chi lavora è occupata in contratti ultraprecari, a termini o a part time - dei 4.238 milioni di contratti part time presenti in Italia, il 74,2% è occupato da donne.
Le donne guadagnano in media circa il 27,7% in meno degli uomini, e spesso questo divario, oltre che per situazioni, sempre legate alla condizione generale delle donne: assenze per servizi di cura familiare, maternità, ecc., è frutto di aperte discriminazioni sul lavoro. 
Questa differenza salariale incide poi sulle pensioni, le donne percepiscono una pensione che è del 44% più bassa di quella degli uomini - le donne ricevono mediamente 1000 euro al mese contro i 1486 euro degli uomini (dato Inps).
Andare a trovare il perchè di questa disuguaglianza è come scoprire "l'acqua calda": il 71% del lavoro di cura, non retribuito, è svolto dalle donne. Oltre il 70% delle dimissioni "volontarie" per motivi familiari riguardano le lavoratrici. Nel 2024 quasi 61 mila genitori con figli fino a tre anni hanno lasciato il lavoro: sette su dieci sono donne. 
E mentre, a pochi giorni dall'8 marzo la maggioranza parlamentare ha detto NO al congedo paritario, alla proposta di stop dal lavoro di 5 mesi per i padri in occasione della nascita dei figli, che vuol dire chiaramente che dei figli se ne devono occupare sempre e solo le donne; la Meloni, dal suo scranno di donna borghese, arrivata lì per demeriti di politica e azioni fasciste, la Meloni per la cui figlia ha schiere di baby sitter e vario personale che se ne occupa, l'8 marzo, se n'è uscita dicendo che per le pari opportunità "alle donne non servono quote", ma... "devono guadagnarsi sul campo la propria posizione"; la donna deve dimostrare "il suo valore o la sua capacità, la sua competenza... Non aspettate che vi sia concesso... Siate libere".
Ma che fa la Meloni? Sfotte!? Sta dicendo che se le donne sono in condizione inferiore agli uomini come 50/70 anni fa la responsabilità è loro che non si danno da fare...?
Misera donna! Le donne devono eccome darsi da fare... ma per farti la guerra. E te la faranno!

Messina - Daniela: "Omicidio di Stato!" - Non doveva succedere


Davanti alla casa di Daniela Zinnanti, la donna uccisa dall'ex compagno a Messina 'Non una di meno' ha posizionato questo lenzuolo e mazzi di fiori.
La 50enne, uccisa dall'ex compagno, aveva trovato il coraggio di rivolgersi alle istituzioni e aveva denunciato il calvario cui era sottoposta da Santino Bonfiglio. "Aveva chiesto aiuto. Ma il sistema che avrebbe dovuto proteggerla non è riuscito a salvarla" dice una rappresentante di Nudm.

NON DOVEVA SUCCEDERE!
Quanti femminicidi stiamo contando che non dovevano succedere se lo Stato, il governo, avessero fatto il minimo di intervento per prevenirli. 
Non può succedere che una donna muore perchè manca anche un braccialetto elettronico! Perchè dopo una condanna all'uomo di 10 anni, questi esce dopo solo 3 anni e continua a infierire sulla donna in tante occasioni prima di ucciderla
Il governo, Meloni, La Roccella che si vanta perchè i femminicidi sarebbero diminuiti, si riempiono la bocca delle loro leggi contro i femminicidi e poi tanti, troppi ultimi assassinii di donne avvengono per colpa dello Stato, di questo governo, della polizia, magistratura che non tutelano affatto le donne che denunciano, ben sapendo che possono essere uccise!
Sono femminicidi annunciati!
Gli uomini che odiano le donne non vengono fermati. 
Solo la lotta delle donne li può fermare!
MFPR

I popoli del mondo scrivono la storia... Manifestazione internazionalista a Zurigo 28 marzo

14/03/26

Interventi sulla presentazione opuscolo "Riprendiamoci la Kollontaj"

Mfpr Palermo

Ringrazio le compagne di Milano che hanno fatto questo lavoro, per cui hanno dovuto impiegare tempo, energie, perché non sono lavori semplici, ma noi li facciamo con lo spirito dell'essere al servizio della doppia lotta che portiamo avanti, a cominciare da noi stesse e al servizio della classe, il cui cuore sono le donne proletarie.

Ci dobbiamo armare delle lotte, lo abbiamo fatto in tutti questi anni, l'abbiamo fatto anche nella giornata dello sciopero delle donne, ma ci dobbiamo anche armare di teoria, in quell'intreccio pratica-teoria che dobbiamo sperimentare ogni giorno.

Adesso dobbiamo leggere, studiare questo opuscolo, che è molto interessante ed è utile per l'oggi, per smontare tutto quello che mira ad affossare la memoria storica e ad affossare i contenuti di classe, che sono in queste elaborazioni della Kollontaj.

Il discorso che fa la borghesia, anche attraverso il femminismo borghese, tende infatti ad affossare quello che è il contenuto di classe, il contenuto rivoluzionario di compagne, di donne che erano pienamente al servizio della rivoluzione, del socialismo, compagne che erano pienamente interne al partito di Lenin, con il giusto riconoscimento che veniva loro dato.

Questo opuscolo, dicevo, è importante anche per l'oggi, appunto per combattere le teorie che vogliono snaturare, depotenziare o deviare la lotta rivoluzionaria delle donne. Esso serve anche alle proletarie, perché in una fase in cui c'è una difficoltà a portare avanti le lotte per stanchezza, rassegnazione, non vedere luce, con un governo che lavora con la sua propaganda per alimentare questa sfiducia, noi abbiamo bisogno di prospettare cos'è una società diversa. Molto spesso noi diciamo, e l'abbiamo detto anche nello sciopero delle donne dell’8 marzo, la nostra vita deve cambiare veramente, deve cambiare tutto, però poi rischiano di restare mere parole d’ordini senza una reale comprensione.

In questo senso l’opuscolo della Kollontaj ci può aiutare. E’ utile per portarlo tra le lavoratrici, alle proletarie, perché abbiamo bisogno di fare comprendere alle lavoratrici che cos'è una società diversa. E il lavoro della Kollontaj, le riforme che fece - per esempio, il discorso delle donne che partoriscono e quindi come veniva organizzata la loro assistenza e quella dei bambini – fanno vedere nel concreto che cos'era la rivoluzione, cosa è stata la Rivoluzione d'ottobre, e che cosa si è cercato di cominciare a fare nella costruzione del socialismo, e quindi che cosa significa il reale cambiamento per la vita delle donne.

Questo si collega anche alla piattaforma che noi abbiamo portato nello sciopero delle donne. Chiaramente è difficilissimo oggi ottenere le rivendicazioni che poniamo nella piattaforma, ma li poniamo soprattutto in prospettiva di un reale cambiamento, per esempio, quando parliamo di “case gestite dalle donne”.

Quindi, questo è un lavoro importante, al servizio di tutte noi. Dovremo costruire nuove occasioni per presentarlo anche in varie città.

Commenti di lavoratrici Bologna, Palermo, Milano

Una frase che mi è piaciuta della Kollontaj è quando lei diceva che il giorno della donna, riferendosi all'8 marzo, è un anello delle donne della catena lunga e compatta del movimento operaio.

Questo è significativo perché forse oggi molte non lo capiscono e lo si vede in tutte le mobilizzazioni fatte da femministe che probabilmente non hanno chiaro cosa sia essere femminista, perché, dal mio punto di vista, se non si ragiona in termini di classe, ma solo di genere, è una battaglia che prima o poi si ritorce contro e lo abbiamo visto nel corso degli anni. Escludere il rapporto nella lotta con gli uomini, con i compagni, fa diventare settaria la lotta delle donne, e secondo me è un gioco di tempi.

Quindi l'approfondimento sulla Kollontaj serve anche a questo, a dare alcune indicazioni abbastanza precise, C'è voglia di discutere di queste cose, però purtroppo non ci sono gli ambiti. Questi ambiti, dobbiamo provare a crearceli e organizzarli.

Io penso che noi dobbiamo organizzare delle altre presentazioni di questo opuscolo, che è importante, e tra l'altro centrato nella fase che stiamo vivendo. Le dobbiamo organizzare, anche partendo da piccoli numeri, non è quello il problema, vanno fatte in maggior tempo per entrare meglio negli argomenti.

Non conosco la Kollontaj ma questa presentazione delle compagne che lo hanno scritto mi ha subito suscitato interesse a leggere l'opuscolo che credo sia importante per noi donne. 

13/03/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Presentazione dell'opuscolo "Riprendiamoci la Kollontaj"

Riportiamo la presentazione fatta on line nel giorno del 9 marzo, giorno dello sciopero delle donne, di questo importante lavoro. 

La presentazione è stata fatta a tre voci, dalle tre compagne del Mfpr di Milano che hanno scritto questo opuscolo.

Ora l'opuscolo è stampato, in uscita, si può già richiedere a mfpr.naz@gmail.com. Nello stesso tempo, possiamo fare delle altre presentazioni in presenza o on line, se ce lo chiedete. 

Perché nasce questo opuscolo? Intanto si inserisce nella situazione in cui, quando ci troviamo di fronte a un grosso movimento delle donne, diventa molto importante, diventa centrale studiare, avere della teoria, perché la teoria giusta, cioè le teorie, le analisi delle grandi rivoluzionarie, ci danno la possibilità di poter scegliere la giusta pratica di lotta, di scegliere le strategie che ci possono portare a dei cambiamenti concreti.

Per cui queste teorie sono preziose e le dobbiamo approfondire continuamente.

Perché abbiamo pensato e abbiamo scelto la Kollontaj? Per caso ci siamo imbattuti in una presentazione di un libro che ci ha fatto sicuramente inorridire perchè abbiamo visto a occhio nudo la strumentalizzazione che in quel momento sta avvenendo di questa rivoluzionaria, che, poi, andandola a studiare, noi l'abbiamo trovata veramente una grande rivoluzionaria.

Il libro in questione che ha stuzzicato questo nostro lavoro e poi la voglia di approfondire, quindi di mettere per iscritto quello che noi avevamo appreso, è il libro di Annalina Ferrante che si intitola “Passione e rivoluzione di una bolscevica imperfetta”. Abbiamo inoltre potuto notare che la Ferrante non è la sola, ce ne sono molte di teoriche di questo tipo che cercano in qualche modo di strumentalizzare la storiografia, le notizie storiche, di manipolarle. E questo è quello che è avvenuto attraverso questo libro.

Per quale motivo è stata strumentalizzata? Perché è stata presentata come una “bolscevica imperfetta”, che anche se ha avuto delle idee rivoluzionarie, alla fine è stata messa da parte e quindi avviene una disillusione.

Andando invece, e neanche in maniera troppo approfondita, ma semplicemente incominciando a prendere in mano le opere della Kollontaj, le sue conferenze e raccogliere notizie, quello che viene fuori è un quadro completamente diverso. Prima di tutto che è stata una rivoluzionaria, mai pentita, mai disillusa, ma è sempre stata molto concreta e sempre con gli occhi ben aperti, e le idee molto chiare.

L'altro libro che ci ha aiutato per capire qual’è lo spessore della figura della Kollontaj è il libro che si avvicina di più a quelle che sono le nostre idee socialiste, marxiste, il libro di Pina La Villa “Alexsandra Kollontaj, marxismo e femminismo nella rivoluzione russa”.

Questo libro è un libro molto denso, in cui vengono messe bene in evidenza quelle che sono le idee della Kollontaj e tutte le riforme che cerca di portare avanti. Però, cosa cerca di fare? Il primo obiettivo che si pone Pina La Villa è quello di riscattare la memoria storica. Ma riscattare in che senso? Perché secondo Pina La Villa ci sono state diverse rimozioni per quanto riguarda la rivoluzione russa. La prima rimozione è quella che riguarda tutte le istanze sociali che sono state perpetuate e cercato di realizzare nella rivoluzione russa.

L'altra rimozione è l'impatto sociale, di cui hanno sempre parlato poco gli storici, e l'altra rimozione è quella delle figure femminili che vengono un po' marginalizzate perché al centro di tutto il dibattito storico emergono sempre di più quelle che sono le figure più importanti maschili.

L'autrice però non racconta soltanto la vita o le opere della Kollontaj ma cerca di restituire la centralità a una voce importante del marxismo rivoluzionario e infatti una delle cose che mette in evidenza soprattutto Pina La Villa nella esposizione del suo libro è appunto questo rapporto, che ci deve far riflettere, tra femminismo borghese e l'ideologia socialista.

Infatti attraverso le opere della Kollontaj cosa succede? La Kollontaj ne parla in maniera molto chiara quando afferma che il femminismo borghese è un tipo di femminismo che all'inizio può sicuramente attrarre anche le proletarie e le donne lavoratrici per il semplice motivo che porta avanti rivendicazioni di diritti individuali - diritti che sono importanti, come può essere il diritto allo studio, come può essere il diritto al voto e altro – però a un certo punto le donne proletarie vengono comunque tenute ai margini. Alle donne proletarie non interessa semplicemente ottenere questo tipo di vittorie, questo tipo di diritti che da un momento all'altro possono essere persi, cosa che noi oggi vediamo chiaramente, ma, dice Kollontaj, se non cambiano tutte le condizioni del contesto sociale, non c'è un cambiamento reale nella società, non è possibile per le donne che lavorano ottenere dei risultati e liberarsi di tutte le catene, e le catene di cui parla la Kollontaj sono esattamente le catene che noi citiamo tantissime volte nei nostri slogan, le catene riproduttive, ecc.

La Villa inoltre cerca di stimolare un dipartito su lotta di classe e la lotta di genere, e qui però mette in evidenza anche un altro elemento, cioè il femminismo borghese cosa fa? Ignora completamente la questione di classe, mentre la Kollontaj mette in evidenza che la questione di classe è centrale per le donne. L'altro elemento che viene trascurato, questa volta dal movimento rivoluzionario, è che a volte i movimenti rivoluzionari relegano la questione femminile in secondo piano, come se l’emancipazione, la liberazione delle donne avviene automaticamente con la rivoluzione proletaria. La Kollontaj dice che non è possibile che si realizza in questo modo, non è un fatto meccanico. La rivoluzione proletaria può essere completa e quindi un cambiamento completo può avvenire soltanto attraverso una rivoluzione nella rivoluzione che continua anche nel socialismo per trasformare il “cielo” oltre la “terra”. Quindi non possiamo aspettare la rivoluzione proletaria affinché le donne siano effettivamente libere, senza che in essa sia determinante il ruolo delle donne.

Nella seconda parte del libro di Pina La Villa, che non è proprio diviso in capitoli, vediamo come vengono sviluppate tutte le idee che mette in evidenza la Kollontaj; perché la Kollontaj non si ferma a parlare soltanto in maniera teorica e generale, in maniera superficiale, ma entra nel merito di tutte le questioni, parla della famiglia e quindi della maternità proprio come istituzione politica, poi c'è la sessualità, la liberazione delle donne.

La Kollontaj quando parla della sessualità, del libero amore eccetera, dice una cosa ben precisa, dice che i rapporti di amore per poter effettivamente essere tali devono essere basati sulla solidarietà e sull'uguaglianza. Quindi la famosa teorica del “libero amore” dice semplicemente questo.

Poi quale deve essere il ruolo delle donne nella rivoluzione? Anche qui la Kollontaj è innovativa perché ad esempio quando il proletariato va al potere in Russia lei crea un dipartimento proprio delle donne perché le donne devono acquisire sempre più un peso politico e quindi la loro partecipazione al nuovo potere deve essere istituzionalizzata, deve essere aiutata, ci devono essere queste donne.

Queste sono alcune delle varie riforme della Kollontaj. La Villa sottolinea come le questioni affrontate dalla Kollontaj sono ancora oggi centrali, sono ancora attuali. Quindi rivalutare una figura del passato come quella della Kollontaj significa parlare al presente. Se poi entriamo nel merito delle varie proposte, delle varie riforme che portò avanti la Kollontaj ci rendiamo conto che erano molto avanzate e noi abbiamo bisogno di armarci di questa teoria se lottiamo per un reale cambiamento.

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Negli anni settanta sono uscite varie pubblicazioni che riguardavano la Kollontaj, una di queste è “Vivere la rivoluzione” che esce da Garzanti e che però ha come sottotitolo “Il manifesto femminista che la rivoluzione d'ottobre non seppe attuare”. Questo sottotitolo è completamente falso ed è dimostrato dagli stessi scritti che compaiono proprio nel libro.

Innanzitutto va detta una cosa immediata, la Kollontaj si considera una bolscevica perfetta, condivide con Lenin tutte le teorie riguardanti la liberazione della donna, senza rivoluzione nel modo di produrre, nella struttura, senza rivoluzione nella sovrastruttura nel passare da democrazia borghese a dittatura del proletariato, senza cambiamento di mentalità da individualista a sociale non ci può essere liberazione della donna.

Dall'altra parte senza liberazione della donna nessuna rivoluzione è completa. E su questo è importante questo accordo con Lenin che non è affatto contrario, anzi nel 1918 la Kollontaj viene nominata commissaria del popolo per l'assistenza sociale.

Qual è l'idea da cui Kollontaj parte per le sue riforme? L'idea di fondo delle sue proposte, delle sue riforme attuate è che la famiglia in un contesto comunista non solo non serve ma è nociva, che la famiglia tradizionale è nodo del sistema capitalista. Tra i vari aspetti per cui la famiglia è nociva c'è il fatto che il luogo dove si “nasconde” il lavoro riproduttivo della donna che è un lavoro invisibile, molto utile al capitale per rimanere in piedi, che però non è produttivo, lei lo chiama il “lavoro improduttivo” che cade sulle spalle delle donne ed è rivolto a un ambito privato.

La seconda idea, molto importante per noi, è che il discorso deve passare da individuale a sociale. Cosa fa la donna in famiglia? Fa prima di tutti i figli. Allora cosa fa? Per sgravare la donna del peso della maternità progetta e fa costruire le “case di maternità” dove le donne passano l'ultimo periodo di gravidanza, partoriscono in assoluta sicurezza con il personale medico e infermieristico presente, e vi rimangono per il primo periodo del bambino.

Queste case sono completamente gratuite, in esse le donne, oltre che partorire, hanno il compito di allattare i bambini e di fornire l'allattamento ai bambini, le cui madri non hanno il latte o agli orfani e di sorvegliare che il bambino sia sano e cresca bene e se c'è qualche cosa possono rivolgersi al personale qualificato. Non hanno altri compiti, perché tutti i compiti di accudimento, di pulizia del bambino vengono fatti da personale salariato. Kollontaj dice: essere madri non vuol dire cambiare i pannolini.

Allora ci sono i benpensanti che naturalmente la criticano, e lei fa notare come le donne, le nobili, le borghesi ricche non fanno altro che dare i loro bambini a allevatrici, bambinaie. Quindi è una critica stupida.

Poi ci sono tante altre riforme che fa. Ne dico solo due. La prima: nel 1920 viene legalizzato l'aborto. Kollontaj dice semplicemente perché: noi che siamo poveri, che abbiamo poche risorse, dopo le guerre legalizziamo l'aborto per garantire la salute della donna. Le donne non abortiranno più quando saranno diffusi i sistemi concezionali, ma in questa fase di transizione non ci sono ancora e quindi la loro salute deve essere protetta. E l'aborto viene legalizzato. L'altro discorso è il discorso della prostituzione.

La prostituzione, secondo la Kollontaj, in una società comunista non va accettata, va contrastata. Prima di tutto perché crea un disquilibrio nel rapporto maschio/donna, perché è un rapporto in cui l'uomo deve pagare e la donna viene considerata comunque una prestatrice di servizio, quindi non va bene. Poi c’è la diffusione delle malattie perché si diffondono molto più attraverso la prostituzione che attraverso il libero amore. Questo lo dicono gli scienziati, i ricercatori oggi, quindi allora si era già abbastanza avanti.

E poi perché sono lavori privati e non sono lavori che interessano la comunità. E la Kollontaj paragona la prostituta alla casalinga che fa un lavoro privato.

Allora va contrastata. Ma in che modo? Vanno punite le prostitute? Ma nemmeno per sogno!

Vanno puniti solo i magnaccia. E quindi che cosa fanno? Semplicemente danno alle prostitute delle case in modo che naturalmente possano vivere; fanno le scuole, le invitano ad andare a scuola e poi le inviano a un lavoro più qualificato dove forse stanno meglio e guadagnano di più.

E per quanto riguarda il rapporto tra uomo e donna, la Kollontaj dice: con l'avvento del comunismo prostituzione e famiglia tradizionale spariranno insieme. Tra i sessi fioriranno rapporti liberi, sani e gioiosi. Là dove l'istinto e la passione incominciano, la prostituzione finisce.

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Io ho curato di più la parte dell'autobiografia. Siamo partite dalla prefazione di una edizione fatta da Missani, una femminista negli anni settanta. La prima cosa di cui ci si accorge è che utilizza delle categorie del femminismo di quel periodo appiccicandole alla Kollontaj. Chiaramente questo è anche frutto dall'humus che c'era in quel periodo. Si fa riferimento alla psicoanalisi, all'autocoscienza, così come vengono utilizzati dal femminismo degli anni settanta. 

Però questo ci ha dato modo di capire come era assolutamente indispensabile far parlare la Kollontaj, per spostare questo modo di leggere il suo ruolo e tutta l'attività che ha fatto. 

Nella autobiografia mette in evidenza come cambia la sua personalità nella giovinezza. Dobbiamo tener conto che a quell'epoca in Russia era molto diffuso lo studio del marxismo, soprattutto tra le giovani generazioni, e la Kollontaj ci fa vedere come cambia anche lei nel corso della sua vita. Un altro aspetto importante è che la Kollontaj avendo dei nonni finlandesi conosce molto bene la Finlandia, è una poliglotta e a un certo punto dopo essersi sposata decide che non può essere quella la sua vita e quindi riprende gli studi e andrà all'estero. Cosa abbastanza diffusa in quell'epoca in Russia.

Una cosa che abbiamo cercato di fare è far vedere la connessione tra la vita personale e gli eventi storici che si susseguono e anche il lavoro teorico che si sviluppa in tutti quegli anni. Perché il problema è che in molti libri che abbiamo trovato si passa dall'eros alato alla piattaforma dell'opposizione operaia per dimostrare come l’essere femministe in qualche modo contrappone alla rivoluzionaria; non solo, ma tentando di dimostrare come l'opposizione operaia rappresentasse una critica della rivoluzione d’Ottobre. Quindi si trattava, secondo noi, di smontare proprio questo.

Un'altra questione molto importante è il fatto che la sua nomina ad ambasciatrice viene vista come il tentativo da parte dei bolscevichi di marginalizzarla. In realtà lei stessa, nella sua autobiografia, valorizza questo aspetto. Questo incarico che le viene dato è un incarico che invece dimostra come venisse fortemente apprezzata dai dirigenti del Partito Comunista, perché era un incarico difficile. Ricordiamo che l'Unione Sovietica era accerchiata, cercavano di isolarla in tutti i modi, quindi a lei viene affidato un compito che richiedeva grandi competenze, e a cui lei tiene molto.

In Unione Sovietica, soprattutto durante la Prima Guerra Mondiale, tantissime donne erano entrate nel mondo del lavoro. La Kollontaj ribadisce continuamente che è una ragione della sua vita, quella di lottare perché le lavoratrici, le operaie entrino a far parte del Partito Socialdemocratico, come si chiamava allora; su questo – dice - mi batterò tutta la vita. Ed è effettivamente quello che fa, battendosi perchè lotta di classe e lotta di genere cammino necessariamente intrecciate.

Infine, sul discorso dell'”Eros alato”. Quando viene scritto? Quando già la rivoluzione era in corso, invece i suoi scritti, i suoi lavori, vengono riportati senza alcuna contestualizzazione. Bisogna capire che l'Eros alato si rivolge alla gioventù bolscevica in una fase completamente nuova in cui è necessario costruire l'uomo e la donna nuovi.


12/03/26

Taranto - Sciopero delle donne, ma vero, delle lavoratrici Slai cobas - presidio - film e... avanzamenti

Il 9 marzo a Taranto è cominciato bene. Qui non si parla solo di "sciopero delle donne", si fa, e sono le lavoratrici degli asili - simbolo concreto della condizione di precarietà permanente, di discriminazione, di sfruttamento, di bassi salari, di attacco alla salute, ma anche di ingiustizie, attacco alla dignità delle lavoratrici - che sono con orgoglio in sciopero e in piazza, insieme a loro le lavoratrici delle pulizie delle scuole, le compagne del Mfpr.  

Hanno scelto la lotta, perchè l'8 marzo è una giornata nazionale e internazionale di lotta delle donne sempre più sfruttate e oppresse in ogni aspetto della vita; non i balli (scelti da alcune femministe), perchè non c'è niente da festeggiare.

Abbiamo fatto un presidio in piazza Castello di fronte a quel Comune che parla delle donne ma nega i diritti più elementari delle donne/lavoratrici nei propri appalti.

Il presidio è iniziato cacciando le macchine della polizia, dei carabinieri, e quindi gli uomini di queste forze armate: la piazza oggi è nostra, voi dovete andare via! 

Poi gli interventi: la nostra storia dell'8 marzo, che è una data storica delle operaie, delle masse femminili più povere; una data internazionale che pone la necessità della rivoluzione e del ruolo in prima fila delle donne, delle lavoratrici in essa, perchè tutta la vita deve cambiare, e perchè hanno portato all'inizio nell'Unione sovietica e poi in tutto il mondo con forza il carattere di classe, rivoluzionario dell'8 marzo ; quindi interventi di denuncia del governo Meloni, delle sue leggi che vengono presentate a favore delle donne, ma o sono dei grossi bluff (l'aumento dell'occupazione delle donne, i miseri bonus, invece soldi/incentivi ai padroni perchè assumano le donne - come se facessero un favore...); o sono fatte con una logica soltanto repressiva, o di offesa, doppia violenza verso le donne (come l'ultimo Ddl Bongiorno, per cui sono le vittime di stupro che devono dimostrare di aver detto No).(senti l'audio)
 
Quindi l'importanza dell'8 marzo come giornata internazionale, oggi più che mai: siamo tutte palestinesi! Siamo con le combattenti indiane in lotta contro l'altro genocidio, contro la popolazione adivasi, siamo con le donne in Iran massacrate dalle bombe di Trump/Netanyahu, ci sentiamo fortemente unite con tutte le donne nel mondo che trasformano il loro immenso dolore, la loro violenta oppressione in lotta rivoluzionaria.  
 
La mobilitazione è proseguita la sera. Prima la presentazione on line del nuovo opuscolo realizzato dalle compagne di Milano del Mfpr: "Riprendiamoci la Kollontaj" - di questo lavoro parleremo in un altro post; qui vogliamo solo dire che è stato accolto con entusiamo: "Ci voleva proprio...", e con interesse a leggerlo appena sarà pubblicato.
Poi è seguito il film "7 minuti" che consigliamo a tutte, soprattutto alle lavoratrici di vedere. Infatti, nel dibattito dopo la proiezione sono state soprattutto le lavoratrici a sintetizzare i messaggi più importanti e più attuali del film, che riscontrano nella loro stessa vita lavorativa: che significa togliere anche 7 minuti di pausa: una lavoratrice deve scegliere se andare in bagno o riposarsi o mangiare qualcosa, ecc; e non aver tempo neanche per cambiarsi quando si ha il ciclo mestruale; 7 minuti sono un furto, sembrano pochi ma sono tanti in un anno, è altro tempo di lavoro regalato al padrone - hanno detto;  7 minuti sono un ricatto perchè tolto un diritto poi via via te ne tolgono altri. Ma anche le lavoratrici hanno criticato le logiche di chi nel film diceva: Sì accettiamo, una logica purtroppo molto presente nei posti di lavoro: "così è... non si può cambiare... sono loro che vincono sempre", oppure "cosa possiamo fare noi? siamo in poche a ribellarci", oppure "i tempi sono cambiati...". Non è così! hanno detto le lavoratrici, non deve essere così! Noi abbiamo cominciato in poche a lottare, ma solo questo ha fatto sì che poi altre si unissero; solo non accettando i ricatti ci difendiamo anche da licenziamenti, peggioramenti, ecc. Poi l'importanza mostrata dal film delle trasformazioni: chi prima diceva SI poi ha detto NO, grazie a "Bianca" e a chi non ha ceduto; a dimostrazione che è possibile trasformare se si è determinate, se si è nel giusto, se si ha fiducia nella possibilità del cambiamento.
Un utile e interessante dibattito che va ripreso, fatto conoscere. Infatti le lavoratrici hanno concluso dicendo: dovremo far vedere questo film ad altre... 
 
Quindi, un 8 marzo di lotta, ma che è servito soprattutto ad una avanzamento della coscienza della potenzialità delle donne quando lottano, dell'importanza di avanzare nella conoscenza, nella teoria, della necessità di unire lotta pratica a lotta alle idee. E questo, quando le operaie, le donne proletarie lo fanno, fanno tanti passi avanti, ragionano come classe e sono più acute di tante intellettuali