domenica 8 novembre 2009


Morire di Stato


Salutare un figlio. Rivederlo morto.
E’ il dramma di Patrizia, madre di Federico Aldovrandi, ucciso da quattro poliziotti durante un fermo.
E’ il dramma di Ornella madre di Nike Aprile Gatti, morto nel carcere di Sollicciano (Firenze),
E’ il dramma di Maria, madre di Manuel Eliantonio,morto nel carcere di Marassi a 22 anni.
E’ il dramma della mamma di Stefano Cucchi, morto in carcere a Roma dopo un arresto per pochi grammi di droga.
Uno stato che sottrae un figlio e lo restituisce morto, negando ogni possibilità di avvicinarlo, di esercitare il diritto di ogni madre di constatare la salute e le condizioni del proprio figlio, anche di chi si trovi in carcere.

In ricordo di Renato, accoltellato per odio e intolleranza nel 2006, le Madri per Roma Città Aperta vogliono interrogarsi su questi eventi, su queste maternità negate che calpestano i diritti dell’individuo e rappresentano un gravissimo segnale di deriva della nostra democrazia.
Anche queste morti appartengono al tema della sicurezza. Sicurezza anche dei cittadini quando hanno a che fare con le istituzioni repressive e carcerarie.
Per questo come madri non vogliamo dimenticare Nabruka Mimuni, la donna che si è tolta la vita nella notte tra il 6 e il 7 maggio di quest’anno nel lager di Ponte Galeria, alle porte di Roma.
Abbiamo contestato ai vari sindaci la risposta xenofoba e repressiva delle istituzioni a fenomeni di grave disagio e precarietà, che ha alimentato episodi di razzismo e violenza, opponendo, praticando e sostenendo la cultura della diversità e del rispetto.
Vogliamo affrontare il tema della sicurezza portandolo anche dietro le mura di un carcere o di un CIE. Vogliamo riproporre il tema dei diritti dentro la città e soprattutto nei luoghi dove sembra che rappresentanti dello Stato possano esercitare un diritto di vita e di morte su cittadini italiani e stranieri.

Come le madri argentine di Plaza de Majo, le madri cinesi di Piazza Tien a men e le madri iraniane hanno chiesto giustizia e verità per i loro figli, le Madri per Roma Città Aperta vogliono sostenere e dar voce ad ogni madre che voglia rivendicare la dignità e i diritti dei suoi figli strappati alla vita.

Comitato Madri per Roma Città Aperta
madrixromacittaperta@libero.it


Sabato 14 novembre ad Acrobax (ex Cinodromo)
Ponte Marconi ore 17,30

Incontro con avvocati, operatori del carcere, associazioni
Cena per sostenere la famiglia di Manuel Eliantonio

sabato 7 novembre 2009

vogliamo lavoro, ci danno polizia!

Ieri a Taranto, a fronte della mancata convocazione di un incontro serio su lavoro e raccolta differenziata con la Regione, che pure avevano promesso, i Disoccupati organizzati nello slai cobas per il sindacato di classe hanno presidiato il ponte girevole, perchè si decidessero, in prima fila, come sempre, le donne, combattive e determinate. Vi erano anche tanti bambini.
Improvvisamente la polizia ha fatto cariche durissime, schiacciando verso le inferriate del ponte i disoccupati e colpendo con i manganelli soprattutto le donne.

Ieri pomeriggio sembrava un bollettino di guerra: 5 feriti: 3 donne e 2 giovani disoccupati ricoverati in ospedale con fratture e traumi in tutto il corpo e soprattutto alla testa, una donna di 52 anni ha grossi ematomi in testa, un'altra ha avuto 4 dita fratturate, quello più grave è un giovane che non centrava nulla coi disoccupati, stava semplicemente passando dal ponte e si è trovato improvvisamente a terra: 10 punti e forte perdita di sangue.
I poliziotti, guidati da una inferocita comandante donna, si sono accaniti (addirittura anche con alcuni momenti di contrasto con la Digos), puntando a colpire in particolare le donne, "avevano il sangue agli occhi", "colpivano volutamente per fare male" - raccontavano le donne.

Il "bollettino" non è stato peggiore solo perchè invece proprio le donne - ragazze o anziane - si sono ben difese e hanno risposto alle cariche con le loro "armi", calci, pugni, ecc.
Se volevano intimidire, le loro cariche hanno alimentato la ribellione, chi semina vento raccoglie tempesta: nell'assemblea fatta in serata erano soprattutto le donne ferite che dicevano che la lotta deve continuare più forte di prima.

Ieri si è manifestato concretamente come oggi questo Stato, unisce fascismo e sessismo. Non si tratta solo di repressione - purtroppo spesso "normale" a fronte di lotte sacrosante - ma di un accanimento, di odio fascista con cui viene portata avanti, di aperto disprezzo di classe verso i disoccupati chiamati "bastardi", che si unisce ad un aperto sessismo quando a lottare sono le donne: "andatevene a casa".

NON CI FATE PAURA - NE' CI FERMERETE!
E OGGI SI RIPRENDE!

Chiamiamo tutte stringersi intorno a queste donne, a dare solidarietà, sostegno alle disoccupate in lotta!
inviate e mail: mfpr@fastwebnet.it

Lavoratrici Slai cobas per il sindacato di classe.

TA. 6.11.09

giovedì 5 novembre 2009

Diana

La compagna Diana Blefari è stata uccisa dallo Stato. Dobbiamo piangere ancora una volta.
La sua colpa è di essersi schierata dalla parte degli oppressi e questo per lo Stato è un crimine.
Ma per noi che siamo con chi lavora e con chi il lavoro lo ha perso, con le donne ricacciate nei ruoli e nella precarietà ,con i ragazzi delle periferie che muoiono per una scritta sui muri, con quelli che vengono uccisi per un pò di erba,con le donne e gli uomini che subiscono violenza nei CIE, con i migranti affogati,con chi rovista nelle immondizie e con chi è multato perchè chiede l'elemosina,con chi è senza casa , con chi la occupa, con gli ultras e con chi vuole riprendersi la notte, gli spazi,la vita e la dignità,per noi, tutte e tutti quelli che lottano contro questo mondo ingiusto sono nostre compagne e compagni.
Non c'è libertà per le donne se non c'è libertà per tutti.
Renderemo giustizia a Diana e a tutte le compagne e i compagni in carcere e uccisi costruendo un'altra società.

Elisabetta

giovedì 1 ottobre 2009

Roma 3 ottobre: manifestazione nazionale precar@ della scuola e in difesa della libertà di informazione

Il Coordinamento Precari Scuola conferma la manifestazione del 3 ottobre.
Il percorso e' stato democraticamente deliberato dai Comitati locali e dalle associazioni che ne fanno parte che si sono espresse in data odierna.
Il percorso partirà alle ore 14.30 da Piazza della Repubblica (Roma) e passerà in Piazza del Popolo dove una delegazione di insegnanti precari sarà chiamata a parlare sul palco della manifestazione in difesa della libertà di stampa.

Il COORDINAMENTO PRECARI SCUOLA RIPRENDERA' IL CORTEO VERSO VIALE TRASTEVERE, DOVE CONCLUDERA' LA MANIFESTAZIONE IN DIFESA DELLA SCUOLA.

Cie, sangue e lividi a Gorizia: "E' stata la polizia". Il video dei pestaggi




di Gabriele Del Grande


Finalmente cattivi. Qualcuno deve aver preso sul serio le parole del ministro Maroni. E le ha applicate alla lettera. Almeno a giudicare dal numero di ematomi che si possono contare sui corpi degli immigrati detenuti nel centro di identificazione e espulsione (Cie) di Gradisca d’Isonzo. Siamo in provincia di Gorizia, a due passi dalla frontiera slovena. I fatti risalgono a lunedì scorso, 21 settembre. Ma le prove sono arrivate soltanto ieri. Si tratta di un video girato di nascosto all'interno del Cie e diffuso su Youtube. È un montaggio di riprese fatte con un videofonino. Inizia con un primo piano sul volto tumefatto di un detenuto tunisino.

«Guarda il polizia» ripete indicando l'ematoma sull'occhio. I pantaloni sono ancora imbrattati di sangue. E le gambe segnate dagli ematomi delle manganellate e in parte bendate. Il video prosegue mostrando le gabbie dove gli immigrati sono rinchiusi in attesa di essere espulsi, da ormai più di tre mesi. Ma il pezzo forte arriva alla fine. Si vede un uomo sdraiato a terra, esanime, tiene una mano sull’inguine, ha il volto sanguinante, il sangue ha macchiato anche il pavimento. Nel cortile una squadra di poliziotti e militari in tenuta antisommossa prepara un'altra carica. Dalle camerate si alzano cori di protesta. Ma quando i militari entrano, i detenuti non sanno come difendersi e scappano gridando «No, no!».

Ma cosa è successo davvero quel giorno? «Al Cie di Gradisca non c’è stato nessun pestaggio – dice il capo di Gabinetto della prefettura di Gorizia, Massimo Mauro -, anzi l'unico a essere stato ricoverato è stato un operatore di polizia che si è preso un calcio in una gamba». Ma allora qualche tafferuglio c'è stato, dunque. La versione della Prefettura parla di un tentativo di fuga di una trentina dei reclusi, la notte del 20 settembre, sventato dal personale di vigilanza senza particolari momenti di tensione. I problemi – continua Mauro – sarebbero arrivati intorno alle 13.00, quando un gruppo di trattenuti avrebbe rifiutato di rientrare nella camerata dopo il turno della mensa, «inscenando una protesta e lanciando bottiglie di plastica vuote contro il personale di polizia» che avrebbe quindi provveduto a farli rientrare con la forza. Le immagini diffuse su Youtube, Mauro non le ritiene attendibili. Chi dice che sono state a Gradisca? E chi dice che non sia materiale vecchio riciclato a uso e consumo di qualche associazione antirazzista?

Versione tutta diversa arriva da un detenuto di Gradisca, che abbiamo raggiunto telefonicamente. Per motivi di sicurezza non sveleremo la sua identità. Questa persona non soltanto ci ha confermato che il video era stato girato in quei giorni. Ma ci ha anche descritto nel dettaglio il tipo di ferite che si vedono nelle riprese. La sua versione dei fatti coincide con quella della Prefettura per quanto riguarda il fallito tentativo di evasione la notte e il rientro pacifico nelle camerate all’alba. Il resto però è tutta un’altra storia.

Alle 13.00 sarebbe iniziata una irrispettosa perquisizione. «Hanno rotto i carica batterie dei telefoni, a alcuni hanno tagliato i vestiti, e in una camerata hanno strappato un Corano». Un gesto quest’ultimo che avrebbe provocato l'ira dei detenuti, che hanno cominciato a inveire contro la polizia. «In una camerata hanno rotto le finestre e cominciato a lanciare cose». Finché polizia e militari hanno deciso la carica. Nelle camerate numero tre, due e sei. Alla fine della rivolta, secondo il nostro testimone, 12 persone sarebbero finite in ospedale. E in ospedale tornerà il detenuto tunisino con l'occhio tumefatto. Lunedì ha un appuntamento per un'operazione, all'ospedale di Udine.

Chi ha ragione? La Prefettura? I detenuti? È presto per dirlo. Anche perché i detenuti vittime delle violenze si sono detti pronti a sporgere una denuncia. E in quel caso sarebbe un giudice ad avere l’ultima parola.

lunedì 7 settembre 2009

"la precarietà ci stronca la vita, con questo governo facciamola finita!"

Le lavoratrici, femministe del TAVOLO 4 "lavoro/precarietà/reddito" sono fino in fondo al fianco di tutte le lavoratrici e i lavoratori della scuola che in questo momento stanno lottando e che manifestano oggi in tante città, da Milano a Palermo.

Dal resoconto su un'assemblea nazionale del Tavolo 4:

"... la precarietà investe la condizione generale delle donne sia materiale che fisica, che psicologica, investe la dimensione della vita, il futuro, incide non solo sulla condizione concreta di vita ma anche sulla visione della vita e per questo diventa anch'essa una "violenza" contro le donne..."

"la precarietà ci stronca la vita, con questo governo facciamola finita!"

Un abbraccio collettivo

Tavolo4

martedì 1 settembre 2009

Appello delle insegnanti precarie sul tetto del provveditorato di Benevento

Benevento: ARRAMPICATEVI TUTTE

benevento.jpg

Siamo donne, gran parte di noi madri di famiglia, ogni anno in attesa di una stabilizzazione, di una garanzia per il futuro, sballottate per oltre 10 anni da una scuola all'altra a tappare i buchi di una scuola pubblica allo sfascio.
Il governo ha deciso per noi: della scuola e degli insegnanti se ne può anche fare a meno.

Per fare le veline e i tronisti, per mentire ed imbrogliare, per corrompere e arricchirsi, non serve conoscere Socrate o Manzoni.
Serve piuttosto infondere nella società il bene più prezioso sul quale il potere fonda la sua forza e il suo consenso: l'ignoranza.
La nostra colpa, la colpa di ventimila insegnanti che vogliono cacciare nell'angolo buio e disperato della disoccupazione, è il nostro lavoro, il nostro impegno quotidiano, l'alzarsi ogni mattina per compiere un' attività ormai forse ritenuto da lor signori superfluo o negativo: insegnare.

Siamo persone semplici, non abbiamo mai impugnato una bandiera o uno striscione fino a poche settimane fà, ma dalla storia dell'umanità abbiamo imparato che la ribellione è l'ultima arma a dispozione contro i soprusi e la prepotenza dei potenti.
Il ministro Gelmini vuole distruggere la scuola pubblica, ma noi non lo permetteremo.

Siamo saliti su questo tetto rovente di giorno e gelido di notte come atto estremo di protesta contro i tagli alla scuola, nella speranza che questo gesto sia anche e soprattutto un raggio di luce per aiutare i più a non chiudere gli occhi, a non lasciarsi intorpidire verso il sonno della ragione.
Hanno calpestato i nostri diritti, le nostre speranze, il nostro futuro, solo unendo le nostre forze, mobilitandoci in modo collettivo, possiamo riconquistarli.

La solidarietà è la nostra arma, la stessa arma che ha condotto gli operai della INNSE alla vittoria.
Stanotte resteremo ancora qui sopra e ci addormenteremo con un piccolo sogno nella testa: risvegliarci al mattino e scoprire che non siamo soli, che sui tetti di 10, 100, 1000 scuole e uffici scolastici, una moltitudine di colleghi, studenti, insegnanti, hanno acceso altre centinaia di candele della speranza e della ribellione.

Arrampicatevi sui tetti, se saremo in tanti, vinceremo con la forza della nostra determinazione.
Perchè in gioco non c'è solo il nostro posto di lavoro, ma il sapere e la conoscenza, la speranza e il futuro di un domani migliore.

Patrizia, Elvira, Daniela, Silvana, Mariolina, Pina, Lucia.
Dal Tetto dell'Ufficio Scolastico di Benevento, nel sud ribelle le sannite agguerite preparano le forche caudine.
30 agosto 2009, 38° gradi all'ombra.

fonte: indymedia.org

domenica 16 agosto 2009

Una lettera al tavolo 4

Sulle uccisioni delle donne.

Al di là degli scoup giornalistici di estate, è indubbio che vi è un aumento delle uccisioni delle donne (una ogni 10 giorni; "30% in più di delitti rispetto al 2007 e 68% in più per quanto riguarda le vittime" - secondo fonti Eures), assassini nella maggior parte dei casi fatti da mariti, ex, fidanzati. Ma due sono le cose che vogliamo mettere in evidenza che mostrano il salto di qualità di questa guerra contro le donne, la sua caratteristica attuale, il fatto che essa è strutturale, non legata a episodi contingenti e singoli.
1. Guardiamo a una delle ultime efferate uccisioni. La strage di famiglia avvenuta il 7 agosto a Gornate Olona (Varese) in cui un uomo ha ucciso nella notte prima la moglie poi i due figli, e quindi si è suicidato. Il contesto in cui è avvenuto è emblematico: un piccolo borgo, una realtà chiusa non solo come luogo e abitazione ma come concezione del "padrone" della casa e della famiglia; al cancello della villa aveva messo un grande cartello con su scritto "attenti al cane al padrone e a tutta la famiglia" con tanto di disegno di fucile, pistola e coltello. Una concezione da padrone della vita della moglie e dei figli, che ha portato "naturalmente" a decidere che non dovevano vivere senza di lui.
2. L'Eures ha analizzato che la maggiorparte degli assassini di donne da parte degli uomini, dei mariti avviene al Nord (soprattutto Lombardia): ben 59,3% rispetto al 21,9% del centro e al 18,8% del Sud. Si tratta di dati importanti, in un certo senso inaspettati rispetto al rapporto Nord/centro/sud e, quindi, illuminanti. La denuncia più diffusa che vede nel "patriarcalismo" la causa principale degli omicidi di donne, avrebbe dato questo risultato quantomeno rovesciato: concezione e costumi patriarcali sicuramente sono più presenti nel sud che nel nord. E invece è nel nord che c'è il dato più allarmante.
Allora, il "patriarcalismo classico" non è e non può essere una spiegazione sufficiente e principale. Tornando all'omicidio in provincia di Varese. Certo c'è anche la classica gelosia verso una moglie delusa che se ne vuole andare, insieme alla frustrazione da scalata sociale non realizzata scaricata in famiglia. Ma soprattutto c'è una concezione fascista, moderno integralista, una concezione che fa scrivere il cartello per avvisare che è tutto suo e ognuno che rompe questa "proprietà privata" (dalla casa alla famiglia) è da tenere fuori o da uccidere se propria moglie; la concezione reazionaria-chiusa per cui in famiglia tutto si può fare e chiunque osa intromettersi, sia il ladro, sia l'immigrato, sia chi rompe "l'unità della famiglia", è l'estraneo. Una concezione pienamente frutto e in sintonia con l'ideologia leghista, moderno clericofascista, razzista oggi sempre più presente e agente, soprattutto in realtà del Nord, portata avanti organicamente dagli esponenti principali del governo, della Chiesa, dai loro mass media, ma diffusa in settori delle masse, in particolare della piccola borghesia o strato superiore dei lavoratori, ma non solo. Vogliamo dire che è in atto insieme ad un aumento dell'oppressione verso le donne che investe ugualmente dal nord al sud, un incancrenimento, imbarbarimento ideologico che si unisce, in alcune fasce sociali e in alcune realtà del paese, ad uno stile di vita corrispondente - chiuso e pieno di valori reazionari, conservatori che danno alimento al maschilismo, patriarcalismo, comunque presente.
Di questa ideologia e modo di vita le prime a subirne gli effetti mortali sono le donne. Ma questo spesso è difficile che venga capito dalle stesse donne, che a volte in queste realtà hanno uguali valori, uguali concezioni dei loro oppressori, quei valori di cui poi sono le principali vittime (la donna uccisa in provincia di Varese accusava il marito di aver deluso il proprio padre padrone che si era fatto da solo e aveva dato loro lavoro, casa ma considerandole sempre come cose sue). Occorre quindi sviluppare una lotta/campagna non solo pratica, ma anche ideologica, con le donne, verso le donne prima di tutto; altrimenti assisteremo a un continuo inevitabile incremento delle uccisioni delle donne. Non c'è Telefono Rosa, centri antiviolenza che tengano. Se questi valori generali da moderno medioevo vanno avanti, non trovano dighe adeguate e altrettanto forti anche nella risposta di lotta, non faremo che scrivere decine e decine di comunicati indignati ma purtroppo impotenti.

Margherita del MFPR

16.8.09

sabato 15 agosto 2009

Cie di Milano e Torino: le immigrate e gli immigrati si ribellano

Un gruppo di donne nigeriane, recluse nel settore femminile del Cie di Milano ha dato vita ieri sera ad una forte e accesa protesta alla quale si sono uniti anche gruppi di migranti del settore maschile contro il provvedimento di notifica a 15 di loro del prolungamento del trattenimento nel Cie sulla base della nuove norme liberticide e razziste contenute nel cosiddetto pacchetto sicurezza varato dal governo moderno fascista Berlusconi ed entrato in vigore l’8 agosto scorso.
La polizia ha arrestato 14 stranieri quattro donne nigeriane, una cittadina del Gambia, quattro marocchini, tre algerini, un ivoriano e un tunisino
Proteste solidali ci sono state anche nel Cie di Torino, dove già da un paio di giorni diversi migranti hanno dato vita a uno sciopero della fame, il pacchetto sicurezza anche alla luce delle notizie giunte sulla rivolta al Cie di Milano.

Forte solidarietà alle lotte delle immigrate e degli immigrati costretti a subire come dei veri propri criminali l’umiliazione della prigionia, del sopruso e dell’intimidazione, a Milano, a Torino così come in tutti i Cie/lager

Contro il pacchetto sicurezza
Libertà per tutte le immigrate e tutti gli immigrati

mfprpa

mercoledì 12 agosto 2009

Debora Damiani è stata licenziata ingiustamente

DEBORA DAMIANI, dopo ben 14 anni di servizio per una società - Vodafone - che non si è fatta scrupoli a vendere la sua professionalità ma soprattutto la sua vita ad un'azienda - Comdata Care - creata appositamente per distruggere gradualmente tutte le certezze dei dipendenti che apparentemente ha acquistato insieme ad un presunto ramo d'azienda (che ancora oggi dimostra di non avere nessuna autonomia) E’ STATA LICENZIATA INGIUSTAMENTE.

PERCHÉ Debora è stata licenziata?

La sua password, A SUA INSAPUTA, è stata utilizzata per attivare delle promozioni.

Debora è stata quindi licenziata per non aver denunciato prima le inefficienze di Comdata Care in materia di sicurezza dei sistemi utilizzati per svolgere il proprio lavoro e per non averla obbligata a predisporre dei sistemi informatici più sicuri!

Quale colpa ha Debora se per avviare una qualsiasi macchina presente in azienda è stata predisposta una password uguale per tutti?

Quale colpa ha Debora se per avviare qualsiasi applicativo necessario a svolgere il suo lavoro deve collegarsi ad un server di Vodafone che è l'unica ad identificarla come utente abilitato a compiere tali operazioni?

Quale colpa ha Debora se solo oggi scopriamo che Roma è l'unica sede Comdata Care che usa Citrix, una specifica interfaccia per lavorare sui sistemi Vodafone?

Esiste un sistema di identificazione alle macchine di Comdata Care?

MA SOPRATTUTTO:

esiste un'analisi fatta da Comdata Care per dimostrare l'estraneità di Debora ai fatti segnalati da Vodafone?

Possibile sia sufficiente un resoconto di Vodafone per sbattere fuori una persona che solo pochi anni fa era stata premiata economicamente dalla stessa Vodafone per la sua diligenza?

Siamo o non siamo dipendenti Comdata Care?

E' sufficiente bloccare il computer quando ci allontaniamo dalla nostra postazione?

O è necessario chiudere tutte le applicazioni per salvaguardare la nostra password?

A Debora e a nessuno di noi è stato detto nulla in proposito!

PERCHE’?

O forse la verità è un'altra e le colpe di Debora sono di essersi resa disponibile a testimoniare per un altro collega che era stato ingiustamente licenziato, di aver scelto di partecipare attivamente alla nascita di un sindacato che per questa azienda non rientra negli schemi convenzionali, di essersi candidata nella lista Cobas per le elezioni della nuova Rsu?

Noi nutriamo molti dubbi sulla correttezza di Comdata Care, Comdata e soprattutto Vodafone, artefice principale del nostro destino, ma su Debora NO!

COSA STA SUCCEDENDO? COSA È SUCCESSO ESATTAMENTE 2 ANNI FA?

Molti di voi lo ricorderanno sicuramente - ma è bene ricordare all'opinione pubblica - quello che fin da subito 914 persone hanno temuto stesse per accadere e che oggi si sta concretizzando: CESSIONE DI RAMO PER MASCHERARE LICENZIAMENTI DI PERSONALE!

Non si è trattato di una cessione di ramo d'azienda: Vodafone non era in crisi, il ramo d'azienda non era preesistente, il personale addetto non aveva uno specifico know how e i sindacati confederali che hanno assistito allo scempio si sono arrogati il diritto di firmare un accordo di cessione fasullo e senza alcun mandato dei lavoratori.

ECCO COSA E’ CAMBIATO:

dopo quell'accordo Comdata Spa è stata sindacalizzata e prima ancora di intervenire sulle garanzie dei lavoratori è stato firmato un accordo per garantire un monte di 4000 ORE DI PERMESSI SINDACALI per le segreterie nazionali di CGIL, CISL e UIL!

Dopo solo 18 mesi dall'operazione FIORENZO CODOGNOTTO, amministratore delegato della holding che controlla Comdata Care, guadagna una POLTRONCINA all'ASSTEL. Cosa sicuramente irrilevante se non fosse che nei 20 anni di attività che aveva alle spalle non era riuscito forse neanche ad entrare
all'ASSTEL…

VODAFONE... cara Vodafone... e tu cosa hai guadagnato in tutto questo?

Continui a vendere la tua immagine di società perfetta, a collezionare “bollini rosa” per il buon trattamento riservato alle tue donne, a fare profitti con il lavoro di quelle persone che hai affidato ad un altro padrone perché se ne liberasse senza coinvolgerti e senza che le tue manine si macchiassero.

PIETRO GUINDANI, all'epoca dei fatti amministratore delegato di Vodafone, dove sta?

Ha rassicurato i suoi dipendenti sull'affidabilità di questo partner commerciale e come carne da macello ci ha ceduto ad una società che, non riuscendo a sollevarsi, ci tratta come zavorre.

Siamo certi che in sede di giudizio questa storia si risolverà a favore della collega ma non siamo disposti a far finta che non sia successo niente e ci batteremo fino in fondo per ottenere il suo reintegro.

AIUTACI ANCHE TU A DENUNCIARE QUANTO E’ SUCCESSO A DEBORA E QUELLO CHE ALTRI
HANNO DECISO PER IL NOSTRO FUTURO!

Giovane marocchina si suicida perché clandestina

Giovane marocchina si suicida perché condannata alla "clandestinità"

Bergamo, 7 agosto 2009. Nel Bergamasco la condizione degli immigrati "irregolari" è assolutamente disperata. Attivisti del Gruppo EveryOne hanno avuto modo di incontrare, nei giorni scorsi, numerosi "clandestini" provenienti soprattutto dall'Africa, constatando una vera e propria tragedia umanitaria. Donne incinte che non si recano in ospedale e malati gravi che non accedono più alle cure sanitarie, per timore di essere denunciati e deportati. Genitori che nascondono i bambini, per timore di perderli, in quanto impossibilitati a registrarli e ad offrire loro condizioni di vita sufficienti a evitare che le autorità li sottraggano loro. Sospetti casi di Tbc e altre malattie contagiose, fra cui l'influenza A/H1N1: malattie che si diffondono fuori controllo, perché i migranti non si recano presso le strutture sanitarie. Sui bimbi, inoltre, non possono essere eseguite la vaccinazioni obbligatorie dell'età evolutiva: antidifterite, antitetanica, antipolio e antiepatite B né quelle raccomandate dalle Istituzioni sanitarie: antimorbillo, antirosolia, antiparotite e antipertosse. In questo clima di persecuzione, che vede tanti nuclei familiari vivere nascosti come la famiglia di Anna Frank durante l'Olocausto, si registrano già diverse vittime. Bambini nati in condizioni igieniche terribili. Malati gravi che si spengono fra atroci sofferenze, privati di ogni terapia. Persone fragili che scelgono di togliersi la vita, le cui morti sono spesso imputate a "incidenti" dagli inquirenti che non vogliono sentir parlare di persecuzione etnica.
La giovane marocchina F.A., 27 anni, si è uccisa ieri gettandosi nelle acque del fiume Brembo, a Ponte San Pietro (Bergamo). Si è suicidata perché era clandestina, non riusciva a regolarizzarsi ed era consapevole che con la legge n. 94/2009 sulla sicurezza, la sua presenza in italia sarebbe diventata un reato, che l'avrebbe condannata a vivere senza diritti, in attesa della deportazione. Il corpo della giovane è stato notato da alcuni passanti ieri sera, sotto il ponte del centro storico. Il fratello della ragazza, Mohammed, che ha un regolare permesso di soggiorno e vive a Ponte San Pietro, ha raccontato il dramma della sorella, dramma che l'ha condotta a una depressione senza uscita. "Era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinità diventa reato," ha detto fra le lacrime, incapace di accettare l'ennesima tragedia causata dal razzismo istituzionale.

Pensioni donne - non stiamo zitte!

Non dobbiamo considerare ormai persa la partita (tra l'altro come lotte ancora non iniziata) - dopo la pubblicazione del decreto dobbiamo utilizzare i 90 giorni in cui il parlamento può convertirlo in legge o farlo decadere; e comunque la nostra vita, le nostre lotte non possono essere limitate dai tempi legislativi. Nello stesso tempo, non dobbiamo aspettare o delegare la mobilitazione ai sindacati di base ( che nell'assemblea nazionale dello scorso novembre sono arrivati a cassare dalla piattaforma finale la proposta di mobilitazione fatta dalle delegate e lavoratrici del Patto di base) o alla cgil (che al di là dei distinguo non ha finora dato prova di coerenza fino alla lotta, fino ad un effettiva rottura con "la politica (antilavoratori) di unità sindacale". Non possiamo delegare anche perchè per noi donne questa lotta non è solo sindacale, vogliamo anche ora unire la lotta come lavoratrici alla lotta come donne.

LANCIAMO NELLA SECONDA META' DI SETTEMBRE - PER VENERDI' 18 SETTEMBRE - UNA GIORNATA DI LOTTA, CON SCIOPERI (anche di poche ore), PRESIDI, MOBILITAZIONI. PORTIAMO SOTTO/DENTRO LE PREFETTURE GLI STRUMENTI CHE ALLUNGANO LE NOSTRE GIORNATE, ANNI DI LAVORO: PENTOLE, SCOPE, ECC.

MFPR - Taranto

NO ALL'AUMENTO DELL'ETA' PENSIONABILE DELLE DONNE! POSSIAMO ANCORA E DOBBIAMO IMPEDIRLO!

Con il decreto anticrisi il governo ha varato la controriforma per l'aumento dell'età pensionabile delle donne. Il pretesto è quello di dare corso ad una sentenza della Corte di Giustizia Europea riguardante la parità di trattamento economico tra lavoratori di sesso diverso, dal 2010 l'età per andare in pensione dele lavoratrici del Pubblico Impiego sarà elevata di 1 anno ogni 2 fino a portarla a 65 anni; ma, guarda caso, né questo né i Governi precedenti, hanno, invece, dato applicazione ad un’altra sentenza della Corte riguardante i riconoscimento dell’anzianità di servizio per le lavoratrici precarie, e si nasconde che la legislazione attuale non vieta affatto ad una donna di scegliere di andare in pensione a 65 anni. Questo provvedimento colpisce tutte le donne e tutti i lavoratori; dopo il Pubblico Impiego, come già annunciato dal governo, toccherà a tutti i settori privati. Dietro le ipocrite dichiarazioni sulla “parità”, c'è solo la realtà vera di un taglio rilevante alla spesa pensionistica sulle spalle delle donne, non solo in termini di allungamento degli anni per il pagamento delle pensioni, ma soprattutto, temiamo noi, di risparmio secco perchè se andasse avanti questa proposta la maggiorparte delle donne non arriverebbe mai alla pensione. Il governo, poi, non dice che oggi sempre più la maggioranza delle donne o per lavori precari o perchè vengono per prime licenziate non arriva neanche ai 60 anni, figurasi ai 65. La condizione femminile in Italia è la peggiore d’Europa per disoccupazione, salario, iter di carriera, anni di lavoro, pensioni, per non parlare delle donne immigrate che spesso dimentichiamo. Si sciacquano la bocca di “parità”, di eliminare le “discriminazioni”, ma si guardano bene di eliminare la fonte di tutte le discriminazioni, il lavoro domestico, il peso tutto sulle donne della famiglia, del lavoro riproduttivo, dei servizi sociali. Si nasconde miseramente che le donne da sempre lavorano di più, arrivando a fare come minimo 60/65 ore settimanali tra attività sui posti di lavoro e lavoro in casa non pagato. Il lavoro di cura e il lavoro domestico, il lavoro riproduttivo si somma a quello produttivo, e fa sì che il governo risparmia sui servizi sociali, sulla scuola e sanità, ect. La realtà è che in questa crisi provocata dai padroni le donne già stanno pagando per prime il prezzo più alto. Denunciamo anche che i sindacati confederali, a parte la cgil che però non ha indetto finora nessuna concreta mobilitazione, hanno appoggiato questo aumento dell'età pensionabile; i loro partiti di riferimento, di centrosinistra ne condividono appieno le ragioni.

NOI DIRETTAMENTE COME DONNE LAVORATRICI, PRECARIE, DOBBIAMO OPPORCI A QUESTO ATTACCO! IN TUTTE LE FORME, ANCHE CON CREATIVITÀ, DOBBIAMO IMPEDIRE CHE QUESTO DECRETO DIVENTI DEFINITIVO. LO DOBBIAMO FARE SUBITO, LO DOBBIAMO FARE SOPRATTUTTO QUEST'AUTUNNO NEL PERIODO IN CUI IL DECRETO DEVE PASSARE PER IL PARLAMENTO PER LA SUA TRASFORMAZIONE IN LEGGE.

LAVORATRICI ISPETTORATO DEL LAVORO - TARANTO SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE cobasta@fastwebnet.it Taranto – 1.8.09

domenica 12 luglio 2009

L'Aquila 10 luglio, report dalla manifestazione

Sabato 11 luglio, mentre leggiamo i giornali, si avvicina Nella, una signora che vive in una tenda davanti casa sua. E’ in compagnia di una ragazza che ci guarda con occhi luminosi. Non è difficile leggere nel suo sguardo la tenerezza della gratitudine di chi si è sentito avvolto dal caloroso abbraccio solidale di tante persone venute a manifestare a L’Aquila contro il G8. Nella ci riconosce dalle immagini viste in televisione. Vuole esprimerci la sua commozione nel vedere “tanti giovani, venuti addirittura dalla Sicilia, per manifestare al fianco degli sfollati aquilani” e si scusa, anche per conto di altri aquilani che non hanno partecipato alla manifestazione nazionale del 10 luglio, per l’ostilità mostrata dai rappresentanti dei comitati cittadini che non hanno aderito.
Ci spiega: “avevamo paura, c’erano tutte quelle scritte che dicevano che dovevamo starvi lontani”. “Dov’erano quelle scritte, sui giornali?” le chiediamo. “Anche - ci risponde lei – ma la polizia soprattutto le ha fatte girare”.
L’Aquila 10 luglio, circa 10.00 persone hanno partecipato alla manifestazione contro “il G8 dei potenti sopra 300 vittime innocenti”. Dietro lo striscione di apertura “Voi G8 siete il terremoto, noi tutt@ aquilan@”, c’era una delegazione di vigili del fuoco, accolta al grido di “rispettiamo solo i pompieri” e c’erano gli aquilani contro il G8, dalla rete di soccorso popolare ai sindacati di base. “fuori gli sfruttatori”, “crisi, terremoto, repressione non ci fermeranno”, “Una sola grande opera: ricostruire L’Aquila dal basso”, “assassinati alla casa dello studente. Diritto allo studio inesistente”, “meno f35 più case” recitavano i loro striscioni. Molte donne e giovani combattivi hanno animato il lungo corteo dalla stazione di Paganica alla villa comunale al grido di “L’Aquila libera”, “siamo tutti aquilani” e poi ancora: “liberi tutti”, “ci espropriano, ci sfrattano, ci danno polizia, è questa la loro democrazia”, “al g8 soldi tanti, agli aquilani calci ai denti, ma non siamo mendicanti!”. Molti slogans per ricordare l’assassinio di Carlo Giuliani, contro i licenziamenti della crisi prodotta dai potenti e soprattutto una promessa: “una rivolta vi seppellirà”.
Davanti ai cantieri di Bazzano del progetto C.A.S.E., abbiamo urlato “case sì, ghetti no”. Gli operai di quei cantieri lavorano giorno e notte e non vedono le proprie famiglie da mesi. Già si contano numerosi incidenti su quei cantieri, dove gli operai, soprattutto immigrati, lavorano anche fino a 12 ore al giorno, senza alcun controllo: la protezione civile è il dittatore dell’emergenza e qualcuno, andato a fare reclami all’ispettorato del lavoro, si è sentito rispondere: “lasciate perdere, dovete ringraziare le ditte legate alla moglie di Bertolaso se ora qui vi lasciano lavorare”. Si dice che al DICOMAC l’80% dei lavoratori impiegati durante il G8 dentro la scuola della guardia di finanza, lavorasse a nero. Davanti a quei cantieri abbiamo urlato “fuori, fuori gli sfruttatori” e gli operai si sono fermati e ci hanno salutato da lontano, anche a pugno chiuso. Nessuno di loro poteva raggiungerci da quei cantieri – prigioni a cielo aperto dietro le reti e i cordoni della polizia, ma hanno potuto bloccare i lavori per un po’ mentre il lungo corteo scorreva sotto i loro occhi.
A S’Elia, davanti a una tendopoli, abbiamo invitato gli sfollati a unirsi al corteo, al grido di “L’aquilano non si arrende, tutti fuori dalle tende”. Gli sfollati autonomi da dietro le reti hanno applaudito e dato ristoro come potevano ai partecipanti al corteo.
Nonostante il boicottaggio capillare a questa manifestazione, gli sfollati hanno capito da che parte stanno questi famigerati no-global e ora sanno che non sono soli, che la lotta contro i padroni della terra è una lotta di tutti e che “siamo tutti aquilani”.
I veri guastatori, i veri assassini sono coloro che hanno imprigionato un’intera città; i veri guastatori, i veri assassini sono coloro che hanno ignorato il rischio sismico; i veri guastatori, i veri assassini sono gli sciacalli al governo, sono le tutte le istituzioni e i partiti che hanno rilasciato autorizzazioni a costruire senza alcun vincolo di sicurezza, sono gli 8 potenti della terra, che su questa terra, lacerata dalla crisi e dal terremoto, spadroneggiano arroganti.

IL G8 E’ FINITO
LA LOTTA DEGLI SFOLLATI E’ APPENA COMINCIATA

Grazie a tutti i compagni che hanno lottato insieme a noi
A tutti loro e a quelli che non sono riusciti a raggiungerci, ostacolati o repressi da questo Stato di polizia, va tutta la nostra solidarietà

rete di soccorso popolare

martedì 7 luglio 2009

Carla ha detto: "al meglio non c'è mai fine"


IN TRAPPOLA


Batterie di missili, caccia F16, cecchini sui tetti, elicotteri assordanti e molesti, oltre al Predator, che “discretamente” a quota oltre 3000 metri spia ogni nostro movimento anche quando ci “infrattiamo” per cagare. Noi non lo vediamo, ma sappiamo che è lì che ci scruta, come uno scienziato nazista osserva le sue cavie da laboratorio. Militari, polizia, digos da tutta Italia a sorvegliare ogni 10 metri la statale 80 dir, quella che dovrebbe essere interdetta al traffico veicolare e pedonale all’arrivo e alla partenza delle delegazioni. Facevano paura anche 2 giorni fa, quei mitra e quelle batterie di missili e quei cecchini piazzati sui tetti, che noi non vediamo, ma sappiamo che sono lì. Facevano paura anche 2 giorni fa, quando è scattata l’ordinanza di interdizione per il G8 anche per le greggi di animali, anche per i cani randagi sopravvissuti al terremoto, che animalisti e vigili del fuoco andavano ad alimentare nel centro storico. Tutti in gabbia adesso! Gli 8 grandi devono guardare le rovine del centro storico, ma non possono essere infastiditi da cani e da “cristiani”. I cani li rinchiudono nel lager di Bazzano (da dove non usciranno più, perché essendo cani convenzionati frutteranno almeno 3 euro l’uno al giorno all’associazione che gestisce quel canile a L’Aquila) e i “cristiani” che non sono riusciti a fuggire dal G8 restano rinchiusi nelle tendopoli. Agli sfollati di piazza d’armi hanno imposto addirittura di non uscire dalle tende e hanno circondato con altre reti la tendopoli. “Neanche un giro dentro il campo potrete fare” gli hanno detto. Un ragazzo, un proletario residente in piazza d’armi uscì a comprare le sigarette qualche giorno fa ed è stato aggredito e quasi linciato da 2 agenti americane in borghese ed altri, forse dei servizi USA o dell’FBI, che lo avevano individuato come “sovversivo” per via dei suoi tatuaggi. Gli hanno detto che, come tutti, doveva rifornirsi di viveri, medicinali e sigarette prima del G8, perché poi non sarebbe più potuto uscire dal campo e avrebbero chiuso anche tutti gli esercizi commerciali, compresi i tabaccai.
E così è stato. Può essere fiero ora il sindaco Cialente di essere “stato costretto” a chiudere, per ordine delle forze dell’ordine, almeno 78 attività produttive per il G8. Non che il suo parere sarebbe valso a qualcosa, ma almeno avrebbe salvaguardato la sua dignità e quella di un’intera città.
Lamenti, paura e rabbia, questo è quel che sta seminando questo G8 per l’evidente ingiustizia. Gli sfollati sempre più rinchiusi nelle tende; i pastori e le loro greggi non possono mangiare e circolare durante il G8; i lavoratori pendolari residenti nella zona rossa, che in seguito al censimento della digos hanno ottenuto un pass, devono subire controlli col cuore in gola ogni volta ai posti di blocco, per paura che parta “per sbaglio” un colpo dai mitra o un missile; gli abitanti della zona nord-occidentale della provincia di L’Aquila, quella fuori dal cratere, non hanno neanche avuto la possibilità di chiedere un pass, perché “non censiti dalla digos”. Questi ultimi non hanno via di scampo. In caso di malore o di forti scosse, non possono neanche fuggire: la S.S 80 è off limits. Al distretto sanitario di Montereale, a 36 Km a nord-ovest di L’Aquila, tra i monti della Laga e quelli del Gran sasso, c’è un cartello con su scritto: “non si effettuano esami del sangue ed altri accertamenti, causa G8”. L’ospedale da campo del G8 è DEL G8, per recarsi lì, in caso di necessità, bisognerà essere scortati dai carabinieri e superare una serie di filtri e controlli incompatibili con una situazione di pronto soccorso.
“C’è stato uno spostamento della crisi sismica verso nord dell’area epicentrale del movimento tellurico del 6 aprile…Nessuno può escludere che lungo questo asse si possano verificare altre scosse di notevole entità…la Protezione civile sa quello che deve fare”, dichiara Emanuele Tondi, docente di rischio terremoti presso l’Università di Camerino. Secondo i calcoli ufficiali dell’INGV, interpellata dalla protezione civile per l’organizzazione del G8, la probabilità che queste forti scosse si verifichino durante il G8 è del 26%.
Ora la caserma “Vincenzo Lo Giudice”, la cui antisismicità è stata opportunamente verificata in vista del G8, si trova ben 10-15-20 Km a sud del nuovo epicentro che potrebbe essere teatro di altre scosse al di sopra di 5-6 gradi Richter, ma la sola preoccupazione del duo Berlusconi-Bertolaso è stata quella di assicurare gli 8 grandi.
Per loro e solo per loro sono stati spesi oltre 500milioni per la sicurezza. Per loro e solo per loro è pronto un immediato piano di evacuazione in caso di forte sisma. Per loro e solo per loro i vigili del fuoco saranno impegnati a controllare la “tenuta” del bunker dove alloggeranno. Per loro e solo per loro si mobilita la protezione civile.
I comuni fuori dal cratere, prossime probabili vittime al 26% di un altro disastroso terremoto, attendono ancora risposta alle richieste di prevenzione da rischi sismici, lanciate dai sindaci alla protezione civile.
Ma se ci saranno altre scosse al di sopra dei 4 gradi Richter, gli 8 grandi saranno immediatamente evacuati verso Roma e gli abitanti di Arischia, Pizzoli, Capitignano, Campotosto, Montereale, Borbona e frazioni limitrofe, fino al reatino, staranno freschi ad aspettare i soccorsi! La SS. 80 è bloccata!
Nessun problema! A piazza d’armi sono arrivate da un po’ 1.500 bare (confidano alcuni finanzieri e forestali), saranno le casette su misura per i vecchi sfollati o per i residenti a nord di Coppito che potranno morire sotto altre scosse causa G8? Oppure il foglio di via per gli anti G8?
Intanto la zona rossa del G8 è ancora più ampia e deserta di prima, non volano neanche le mosche, l’unico rumore assordante che scuote i timpani, i vetri delle finestre e le mura già lesionate di Arischia, Pizzoli, Preturo, Coppito, Pettino, S. Vittorino e Cansatessa, è quello prodotto dalle eliche degli elicotteri militari.
Stanno uccidendo un’intera città 2 volte. Chi è sopravvissuto al terremoto è scappato per il G8. Si allunga la lista degli esiliati. Gli 8 grandi sciacalli deprederanno una città morta proprio grazie a loro, alle loro banche, al loro malaffare, alle loro speculazioni.
E’ vero, al peggio non c’è mai fine, ma chi resiste conosce anche un’altra verità, l’altro lato della medaglia di questa filosofia della rassegnazione, che ha ben sintetizzato una compagna che ha perso la madre e la sorella sotto le macerie, per mano di padroni assassini:

AL MEGLIO NON C’E’ MAI FINE!
Ed è con questo ottimismo, che deriva dalla nostra volontà, dalla nostra lotta, che diamo il nostro abbraccio di solidarietà a tutti gli studenti e i compagni che hanno perduto la loro libertà per la libertà di tutti. Ed è con questo saluto che diamo il caldo benvenuto a tutti coloro che vorranno essere al nostro fianco in un momento come questo, drammatico ma di lotta.

Vi aspettiamo a L’Aquila, venerdì 10 luglio, ore 14 alla stazione di Paganica

Per sentire insieme che “al meglio non c’è mai fine”
perché noi, uniti, siamo 6 miliardi, loro sono solo 8

Oltre la casa, il lavoro, la libertà e la vita dei nostri cari
non abbiamo più nulla da perdere

NOI CI SAREMO!

Rete di soccorso popolare

domenica 5 luglio 2009

Voci di donne aquilane in vista del g8

Qui sotto pubblichiamo l'intervista a Giulia, a cura della rete di soccorso popolare

10 luglio a L'Aquila: NO G8!


10 LUGLIO ORE 14 DALLA STAZ. DI PAGANICA
AL FIANCO DELLA POPOLAZIONE TERREMOTATA, CONTRO IL G8
AL FIANCO DELLE DONNE DE L'AQUILA

PARTECIPIAMO IN TANTE E INSIEME ALLA MANIFESTAZIONE DEL 10 LUGLIO
Domenica 14 giugno a L'Aquila... Sembra di entrare in una zona di guerra perché subito la città appare ipercontrollata. La presenza dei militari fa impressione al pari delle distruzioni e dei crolli. Ci sono militari di ogni genere e tipo, dagli alpini, alla Guardia di finanza, all'esercito, ai poliziotti, ecc. Tanti posti di blocco/presidi ad incroci di strade, che non hanno una loro giustificazione. Gli unici che lavorano sono i vigili del fuoco. Gli altri, anche per il fatto che non fanno niente, se non imporre la loro inaccettabile presenza asfissiante, esagerata, non si capisce perchè stanno lì per ore a presidiare i campi, le strade, se non per il fatto stesso di mostrare una presenza dello Stato solo militare/repressiva, di mostrare il potere dello Stato sulla gente. A fronte del dramma della gente lo Stato deve imporre il suo "Ordine". Un giovane con cui abbiamo parlato, diceva come ci si sente controllati/spiati anche quando stai parlando, come se già il fatto di parlare in più persone diventa di per sé sospetto. In tutta la zona interessata dal terremoto, ci sono attualmente almeno 170 campi "ufficiali". Poi ce ne sono tanti altri mini che sono sorti spontaneamente vicino alla proprie abitazioni crollate o danneggiate. Chiaramente non tutti i campi sono uguali. Per esempio: L'Italtel è il terzo campo per grandezza, ma anche uno dei peggiori. Qui si sono verificati gli episodi della carne avariata e del tizio che andava tranquillamente in giro con la svastica. Il campo di S. Stefano raccoglie prevalentemente gente della piccola/ media borghesia; A Coppito c'è un campo gestito dalla Cgil e qui vi è più libertà e un clima più tranquillo e aperto. Qui abbiamo mangiato alla mensa del campo senza problemi, anzi uno dei giovani che stava all'ingresso del campo ci ha invitato a restare a mangiare; in altri campi non si può entrare o uscire senza tessera; A Poggio Picenze è invece gestito dai fascisti di Casa Pound. Ecc. Per come sono dislocati i campi la gente se non ha la macchina può difficilmente muoversi, potrebbe chiamare un numero verde per far arrivare un bus, ma si dice che è meglio non averne bisogno. Questo chiaramente aumenta il peso della situazione da 'campi di concentramento' che si vive nella maggiorparte dei campi. Per fare qualcosa di diverso, una famiglia, che abbiamo incontrato, si stava facendo un giro in macchina nella zona in cui stanno costruendo le nuove strade per il G8, "per far vedere un pò ai bambini...". L'inchiesta che ha iniziato Luigia (per una rete di soccorso popolare) attraverso il questionario, è partita durante la manifestazione nel centro storico. Vi stanno rispondendo giovani, donne, lavoratori, disoccupati. Finora, in poco tempo e in situazioni non certo tranquille, sono stati riempiti decine di questionari, un risultato molto buono, tenuto conto anche, come è inevitabile, che il questionario non viene riempito semplicemente lasciandolo alle persone, ma compilandolo insieme. Aspetti positivi sono che la maggiorparte di chi lo ha compilato ha lasciato dei riferimenti per essere rintracciabile e ha dichiarato la propria disponibilità ad impegnarsi. Per il G8 vengono già imposte direttive. Per la gente dei campi della "zona rossa" nei tre giorni del vertice sarà impossibile anche andare a lavorare se non dopo controlli in entrata e uscita e le persone dovrebbero andare in giro anche con dei 'braccialetti' identificativi. Ad abitanti di una casa che per sua sventura si trova proprio nella 'zona rossa', non potendo essere "spostata" è stato già detto che o si trasferiscono nei tre giorni o dovranno stare con le finestre chiuse e avere sul proprio tetto fissi due cecchini. Si parla di sicurezza, di abitazioni pericolanti, ma i tanti voli degli aerei che sorvoleranno L'Aquila durante il G8 rischiano con le loro vibrazioni di aumentare ulteriormente i danni di abitazioni. In fretta e furia stanno facendo eseguire i lavori per il G8 di ampliamento dell'aeroporto e di allargamento o costruzione ex novo di strade dall'Aeroporto di Preturo alla Scuola della Guardia di Finanza in Coppito, dove si terrà il vertice, imponendo espropri di terreni agricoli. Si tratta di una violenza del territorio, una violazione inaccettabile per una zona che ha già subito un trasfigurazione della propria struttura. L'aeroporto finora era un piccolo spazio per aerei di piccole dimensioni o elicotteri, ora dovrà, invece, essere forzatamente allargato per l'atterraggio e il decollo di grandi aerei. Le strade erano strade di campagna o di frazione, ora dovranno forzatamente diventare lunghe e grandi strade per il passaggio di mega macchine, blindati, ecc., portando ad uno stravolgimento anche futuro del territorio. I lavori vengono fatti da ditte fuori de L'Aquila e con lavoratori portati anch'essi da fuori (il G8 non sta rappresentando neanche possibilità di ripresa del lavoro per operai forzatamente disoccupati per il terremoto). Le condizioni di lavoro degli operai impegnati nei lavori del G8 sono all'insegna del massimo lavoro nel minor tempo possibile e col minimo costo. Gli operai edili con cui abbiamo parlato, da quando hanno iniziato i lavori di ampliamento stradale non hanno mai fatto un riposo settimanale, fanno ogni giorno 12 o più ore di lavoro, vi lavorano anche degli immigrati (che qui vanno bene, perché vuol dire riduzione dei costi del lavoro). Mentre per la ricostruzione i tempi si allungano giorno dopo giorno, per il G8 i lavori si fanno in poche settimane. E mentre questi lavori vengono assunti direttamente dallo Stato, per la ricostruzione delle case dei terremotati -come si capisce chiaramente dal decreto del governo- lo Stato se ne laverà le mani, privatizzando e parcellizzando la ricostruzione. La linea prevalente sarà infatti l'assegnazione di fondi (pochi e legati fondamentalmente alla speranza di lotterie, bonus) direttamente a chi ha avuto distruzioni dal terremoto per la prima casa, e queste persone dovranno provvedere da sé a trovare la ditta e a fare i lavori. Una linea scellerata e assurda: in questa maniera non c'è un piano organico di ricostruzione; dati i pochi soldi assegnati vi sarà una naturale tendenza a ridurre i costi, con una concorrenza tra le ditte che poi scaricheranno il massimo ribasso sui loro operai; si attuerà una disparità tra chi ha le possibilità economiche di integrare i fondi del governo e chi no. Parlando con un dirigente della Cgil de L'Aquila, è venuto fuori che questa linea non viene realmente contrastata dal sindacato, anzi. A fronte della domanda se il sindacato sta ponendo il problema dell'impiego retribuito degli operai edili attualmente senza lavoro nella ricostruzione, o se piuttosto c'è il rischio che questi lavori passino sulla testa dei lavoratori aquilani, il dirigente della Cgil ha risposto che, grazie al fatto che ogni famiglia potrà chiamarsi direttamente la ditta per fare i lavori nella propria abitazione, questo inevitabilmente favorirà le ditte abruzzesi che occuperanno, a loro volta, operai abruzzesi... Della serie che la speranza di lavoro è legata a quando e se le famiglie potranno ricostruire/riparare le loro abitazioni. Alla fine della giornata di domenica, siamo andati dove vive Carla (a cui è morta la madre e la sorella per il terremoto). Ora Carla vive in una roulotte che sta sul terreno antistante la casa in cui abitava in affitto. Il suo compagno mi ha fatto entrare in questa casa. Al di là di lesioni rilevanti nei muri, erano soprattutto impressionante i soffitti delle stanze. Era come se fossero stati tagliati di netto per tutto il loro perimetro e come se fossero solo appoggiati sulle pareti (come dei coperchi)! All'interno era stato lasciato tutto come quella notte del 6 aprile, in cui erano scappati dalle finestre: mobili spostati, caduti, tutti gli oggetti per terra, rotti. Tra questi... un orologio in cui cadendo ? saltata la pila e che segna esattamente le 3,32...

Margherita MFPR Taranto

Berlusconi maiale e magnaccia di Stato

Pubblichiamo volentieri il comunicato dell'mfpr. Per chi non lo avesse saputo, il gran suino e fascista Berlusconi, il 26 giugno all'Aquila per l'inaugurazione dei cantieri di Sant'Elia, si è rivolto algli operai così: "E le donne? Sarete mica gay, la prossima volta vi porto le veline".
Dare retta allo stomaco prima che alla testa può essere utile a comprendere la verità, anche da parte di certa ottusa sinistra. Gustatevi pure il video quindi, se ne avete lo stomaco!
Un saluto e un ringraziamento a chi lotta per cambiare questo stato di cose, senza ipocrisia.
Luigia

Berlusconi e l'ottusità della “sinistra”.


Mentre le vicende di Berlusconi - tra veline elettorali, Noemi, festini-harem di Capodanno, donne in regalo ad una sotto umanità ricca e marcia, uso del potere e soldi pubblici e degli aerei di Stato per la corte del tragicamente ridicolo imperatore, ecc. - stanno mostrando sempre più una realtà emblematicamente espressione dell'humus nero, sporco, arrogante, di un sistema di potere che rivendica tutto questo come “normale”: normale rappresentazione delle donne, normale ruolo di un capo di governo (“Veline? No, sono donne in sintonia con il paese... ragazze normali, madri, signore che fanno la spesa... Il fatto di frequentare Noemi e gente normale gli consente (a Berlusconi) di percepire le grida che provengono dal paese... - da Il Tempo 25.5.09).

Mentre la concezione di Berlusconi e della sua corte (anche femminile) sulle donne, la considerazione del loro ruolo nella società, sono di fatto una cartina di tornasole, la punta di iceberg, dell'ideologia e del grado di inciviltà di una casta che, non potendo più nascondere e mentire, ormai rivendica pubblicamente come “legittima” espressione di un sentire di massa quel modo di vivere e di concezione (“chi è innocente scagli la prima pietra”, come dire: si sa che l'uomo è cacciatore - sono queste più o meno le giustificazioni di 'Libero' di domenica 21 giugno), dichiarando apertamente che la concezione del loro sistema è quella che noi chiamiamo sinteticamente “moderno medioevo”; quella per cui “Dio, Patria e Famiglia” vale per gli altri, deve essere imposta anche con la legge alla gente, ma non vale per sè.

Dalla “sinistra” ex parlamentare ed extraparlamentare emerge una scarsa comprensione di tutto questo.

Una ottusità politica (“gossip sconcio... di cui non se ne può più”) che non coglie che tutto lo schifo-imbarbarimento che sta emergendo sulle vicende “veline”, e che non è altra cosa dall'affossamento della giustizia, dalla dittatura personale antiparlamento, dal razzismo, non è altra cosa dallo sciacallaggio verso le popolazioni terremotate, dalle insostenibili performance all'estero, ecc., dal disprezzo verso la gente, è parte del moderno fascismo.
Se non si è ciechi o sciocchi adulatori della “democrazia borghese”, lo si potrebbe vedere chiaramente.

L'arroganza di Berlusconi e dei suoi diventa sempre più incompatibile con le regole della stessa Costituzione, e quindi foriera di “rotture” istituzionali di queste regole. Ma è chi indica ”il ridicolo tragico imperatore”, il “ciarpame senza pudore”, le sembianze sempre più volgari, imbarazzanti, “la sfrontatezza e la mancanza di ritegno” del sistema berlusconiano, che va considerato “non normale”, e, quindi, emarginato, infangato, represso (Vernica Lario è stata già considerata dalla più fedele stampa berlusconiana una sorta di demente o “puttana”).
Anche pacifici elogiatori del sistema berlusconiano, diventano quasi degli ossessi (vedi il 'celestiale' Bondi) a difesa/esaltazione di Berlusconi.

Ma esponenti delle forze di “sinistra” respingono con sdegno di essere “imbrigliati” nel terreno del “marciume della politica”, e dicono di voler parlare e interessarsi solo dei problemi “reali” della gente, degli effetti della crisi, dei problemi di lavoro e sociali.

Poi ci sono le donne della “sinistra” parlamentare, il cui imbarazzante silenzio – a parte qualche lodevole eccezioni di alcune giornaliste - rivela l'incapacità e la non volontà di lottare su un terreno che vada fuori dalla “normale” dialettica politico-parlamentare (...io l'ho vissuta con un tale senso di estraneità da far fatica a trovare le parole...” - Livia Turco; Tutta la vicenda è squallida ma “non mi permetto di intervenire, sono cose molto private” - Anna Finocchiaro; non serve una rivolta collettiva “basta una per tutte, io concordo con Rosi Bindi” - Debora Serracchiani – dall'art. di Daniela Preziosi su Il Manifesto 28/5).
Con Veronica Lario si è ripresentato quel processo per cui il “personale” quando si fa generale esce fuori dalla persona e impone un modo di vedere le cose appunto generale (il “personale è politico” sintetizzato e scoperto dal movimento femminista negli anni passati). Ma chi non vuole capire, non capisce e la “sinistra” in Italia è anche capace di uccidersi con le mani sue stesse.

Eppure siamo di fronte ad una prostituzione organizzata, ad un presidente del Consiglio che si fa primo magnaccia, circondandosi di decine e decine di ragazze, ragazzine comprate con ricchi regali, soldi e illusioni, che esprime e pratica la peggiore concezione delle donne come solo corpi, oggetti sessuali per il piacere di potenti bavosi; che organizza “casini dorati”, ecc. E senza neanche rischiare alcuna repressione, visto che una velina già Ministro ha fatto un decreto sulla prostituzione a misura del suo protettore Berlusconi: che da un lato reprime i clienti per la strada, organizza, alimentando anche l'humus 'securitario', la persecuzione delle prostitute immigrate e dall'altra legittima e tutela la prostituzione nelle 'Ville Certosa', dove la prostituzione si chiama, per camuffarla, con termini inglesi...

Ma queste donne della “sinistra” non si indignano, non scrivono un rigo di denuncia; con la scusa – alcune - di un imbarazzo e pudore a parlare su altre donne a interferire nella loro “libertà”.

Siamo di fronte al fatto che il curriculum delle donne candidate e poi anche parlamentari del maggior partito in Italia debba essere il passaggio dalle ville di Berlusconi o dal 'grande fratello'; al fatto che leggi che condizioneranno, tartasseranno la vita di milioni di persone, di donne, vengano decise da veline e clown; e si dice “basta a parlare di queste cose... parliamo dei fatti importanti”!? Ma scherzate, ottuse economiciste!?

La realtà sta sbattendo in faccia che nel far perdere terreno a Berlusconi, nel mostrare l'imperatore tragicamente ridicolo, stanno potendo più la denuncia di Veronica, il marciume e la corruzione elevata a sistema, la sua stessa arroganza, che i tanti provvedimenti economici antipopolari del governo, e la “sinistra” continua a glissare, a non cogliere neanche l'occasione per pretendere la rimozione di Berlusconi!

Dopo l'annuncio e minaccia di pubblicizzazione di tutte le foto dei festini, dopo che le ragazze partecipanti pagate di questi festini stanno cominciando a parlare, la situazione ha visto un ulteriore salto. Berlusconi ha posto sul tappeto in maniera isterica una questione di “eversione”, e quindi di “sicurezza” sua e “nazionale”; preme sui servizi segreti per un'“azione più convinta e determinata per liberare i suoi giorni da ogni possibile ombra. Soprattutto alla vigilia di importanti appuntamenti internazionali (l'atteso incontro con Obama, il G8 di luglio a L'Aquila)” – la Repubblica 12 giugno 09.
Contemporaneamente, ritorna a parlare Veronica Lario che sembra cambiare tono, facendo una sorta di dichiarazione “dovuta” e comunicando, senza un'apparente motivo di necessità, che lei ha sempre amato il marito e che ha impostato la sua vita in funzione del suo matrimonio e della sua famiglia.

Siamo di fronte, questo sì, ad un tentativo di “eversione” interna da parte del potere berlusconiano, ma nessuno della “sinistra” dice che questo Berlusconi non lo può fare, non gli è permesso; nessuno si batte seriamente per mandare via l'”eversore”.
La conseguenza sarà o una “normalizzazione” di tutto con, al limite, un maggior controllo su Berlusconi, o una sua necessaria rimozione, ma dall'interno, come azione del suo stesso governo e/o dei poteri forti economici, politici, ecclesiastici.
In entrambi questi casi, pur limitando e tagliando le punte incontrollabili e gli eccessi di marciume impresentabile soprattutto a livello internazionale, il percorso verso un moderno fascismo andrà avanti.

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario

venerdì 3 luglio 2009

Roma 14 luglio ore 10: presidio per la sicurezza sul lavoro

Roma 14 luglio ore 10
presidio sotto il ministero del lavoro-via Veneto

promosso da-comitato 5 aprile roma e rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro
partecipano: delegati e RLS di diverse org. sindacali, familiari, ispettori,tecnici della prevenzione, giuristi comitati, forze politiche e sociali di roma insieme a rappresentanti nazionali della rete,mentre a livello nazionale volantinaggi sui posti di lavoro e presidi di informazione e lotta

no al testo unico modificato e peggiorato
no alle leggi salva-manager e padroni
Basta morti sul lavoro !

Serve lo sciopero generale contro l’attacco di padroni e governo al Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro, contro le morti sul lavoro e da lavoro

Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro
info. assemblearetesic27giugno@gmail.com

venerdì 19 giugno 2009

Milano - Finanzieri stuprano prostituta

fonte: repubblica

I due militari di 25 e 30 anni, del gruppo pronto impiego, sono indagati per violenza sessuale. Oltre al fermo per stupro, la contestazione di un'altra mezza dozzina di reati: fra questi il peculato, l'omissione di atti d'ufficio, l'abuso di potere e l'abbandono di posto, che da solo comporta fino a tre anni di carcere

Hanno accostato con la pattuglia di servizio. Un normale controllo antiprostituzione, all'apparenza, uno dei tanti previsti dalle ordinanze del Comune. Il cliente, impaurito, ha fatto scendere la ragazza, ha messo in moto ed è sgommato via. Lei, romena, una ventina d'anni, davanti ai due uomini in divisa grigia e basco verde era pronta a recitare la solita formula: «Non ho documenti, non ho un fidanzato, qui si lavora poco, la multa non so come pagarla». Invece di vedersi recapitato il verbale da 450 euro, la lucciola è stata invitata a seguire il capopattuglia in auto. Qui è stata costretta a un rapporto orale, poi ancora a un rapporto completo mentre l'autista, fuori, voltava lo sguardo da un'altra parte.

Adesso i due militari di 25 e 30 anni, del gruppo pronto impiego della guardia di finanza, sono indagati per violenza sessuale. Ore 2 di lunedì notte, viale De Gasperi, oltre la circonvallazione esterna. Tra le viuzze laterali dello stradone che porta all'i mbocco dell'Autolaghi e dell'A4 c'è la solita attività notturna di prostitute e clienti. La Fiat Bravo blu notte con bande laterali verde e gialla punta i fari su un'auto in sosta isolata. Dal finto controllo all'aggressione della lucciola, è un attimo. Lo stupro si consuma in meno di mezz'ora. La ragazza è scossa, si produce in un pianto ininterrotto, disperato. L'autista della pattuglia, racconterà più tardi la ragazza alla polizia, le si avvicina senza dire nulla e senza saper bene se per consolarla o filar via in fretta. Quando la pattuglia delle Fiamme gialle rimette in moto, ci sono un paio di compagne di marciapiede attorno alla ragazza. Raccolgono i suoi singhiozzi. Una di loro prende la targa della pattuglia e fa il 113.

Agli agenti delle volanti la ragazza fa un racconto dettagliato, lucido, prima di essere portata al soccorso violenze sessuali della Mangiagalli per le visite di rito, il tampone e il referto. I due finanzieri vengono portati in questura di prima mattina, la loro auto parcheggiata nel piazzale e a disposizione della scientifica per i rilievi. Dopo qualche titubanza, il graduato e il sottufficiale ammettono: «Abbiamo fatto una cazzata».

La loro posizione, tralasciati gli ovvi imbarazzi di Questura e comando provinciale della Gdf, è delicatissima. I due militari rischiano, oltre al fermo per stupro, la contestazione di un'altra mezza dozzina di reati. Tra questi il peculato, l'omissione di atti d'ufficio, l'abuso di potere e l'abbandono di posto, che da solo comporta una pena fino a tre anni di carcere. Oltre a uno scontato provvedimento disciplinare --- e la «piena collaborazione» con la magistratura, fanno sapere i vertici milanesi delle Fiamme gialle --- e a un possibile approfondimento d'indagini per verificare se i due militari avessero già commesso violenze in passato.

(16 giugno 2009)

giovedì 18 giugno 2009

OLTRE LA CASA NON POSSIAMO PERDERE IL LAVORO...

OLTRE LA CASA NON POSSIAMO PERDERE IL LAVORO...

Mandiamo solidarietà alle lavoratrici e lavoratori call center della Transcom di Pettino – L'Aquila in lotta contro i licenziamenti.

“...oltre alla casa non possiamo perdere anche il lavoro”. Questo hanno gridato alcune lavoratrici nella manifestazione contro i licenziamenti che la loro azienda la Transcom ha annunciato.

Come i padroni stanno approfittando della crisi, ora stanno approfittando anche del terremoto.
La Transcom, una delle più importanti aziende dell'aquilano, vuole chiudere i battenti e andare via, licenziando 276 lavoratori e trasferendo 77 a Bari, Lecce, Roma, Cernusco sul Naviglio.

All'annuncio della scorsa settimana più di 200 le lavoratrici e i lavoratori si sono riuniti avvisandosi tra di loro con sms, e dopo un'accesissima assemblea si sono avviati in corteo non autorizzato proprio in quella zona, Coppito, che tra qualche giorno diventerà “zona rossa” per il G8 (dicendo: “Ma quale G8! Non mi danno da mangiare né Obama bè Berlusconi: io devo passare per difendere il posto di lavoro”), hanno paralizzato il traffico, sfidato i blocchi dei baschi verdi della Guardia di Finanza in tenuta antisommossa.

Ma perchè questi licenziamenti? Domenica 14 giugno noi siamo state a L'Aquila, abbiamo visto e parlato con la gente del posto e abbiamo saputo che lo stabilimento della Transcom non ha subito affatto grossi danni tanto che ora potrebbe riaprire e l'azienda non ha perso le commesse. La Transcom, in realtà, sembra cogliere a volo l'occasione del terremoto unicamente per tagliare i costi del lavoro. Aumentare i suoi profitti, mentre i lavoratori devono perdere tutto, andare a gonfiare il numero dei lavoratori “assistiti” (per fare se mai anche da “vetrina pietosa” di Berlusconi verso potenti del G8), o, i pochi, lasciare la loro terra – così più del terremoto potè la Transcom!

Mercoledì 17 giugno c'è l'incontro tra azienda e sindacati e noi auguriamo alle lavoratrici e ai lavoratori che la loro battaglia si concluda subito con la ripresa per tutti del lavoro a L'Aquila. Ma, già nei giorni scorsi i lavoratori hanno contestato alcuni dirigenti sindacali, più impegnati anch'essi nella campagna elettorale (in cui la stragrande maggioranza della popolazione non ha votato per protesta) che nella difesa del lavoro.

Facciamo arrivare a queste lavoratrici, lavoratori il nostro appoggio, dalle altre città e posti di lavoro, dai lavoratori di altri call center, facciamo conoscere la loro lotta.

Chiunque volesse mandare messaggi di solidarietà, li può inviare al e mail: e noi li faremo arrivare direttamente alle lavoratrici e ai lavoratori della Transcom.

Per i terremotati de L'Aquila non serve solo la solidarietà materiale, ma ora, come il 'pane' c'è bisogno anche della solidarietà di lotta e di classe

Lavoratrici Slai cobas per il sindacato di classe – Taranto.
16.6.09

Bari - Uccisa dal pacchetto sicurezza

fonte: osservatorio repressione bari

Ha cominciato a perdere sangue, probabilmente per un aborto spontaneo, si è sentita male ma non ha voluto chiedere aiuto. Ha avuto paura. Paura di perdere il lavoro appena trovato, paura, forse, di essere giudicata. Così è morta Vira Orlova, che si faceva chiamare Ylenia, una donna che avrebbe compiuto 40 anni l'11 giugno prossimo, di nazionalità ucraina, arrivata - forse due anni fa - in Italia, come tante donne dei Paesi dell'Est, per fare la badante. Il suo corpo è stato trovato in una pozza di sangue in un appartamento di via Grotta Regina, nella località costiera barese di Torre a Mare. Di lei si sa poco. Gli investigatori stanno cercando di rintracciare le sue amiche per poter ricostruire i suoi ultimi giorni di vita, anche per risalire alla data di arrivo in Italia. Per il momento i carabinieri hanno trovato il suo passaporto nella stanza che occupava: sanno il suo nome, la sua età, sanno anche che era una clandestina perchè sul passaporto non ci sono visti di ingresso in Italia, e sanno che in quell'abitazione di Torre a Mare Ylenia accudiva da pochi giorni un'anziana non autosufficiente. È stato proprio il figlio dell'anziana a dare l'allarme ai carabinieri e a raccontare agli investigatori che Ylenia - questo il nome riferito dall'uomo - «era in prova». Secondo il racconto dell'uomo, Ylenia era in quella casa solo da pochi giorni. Secondo quanto finora è stato accertato dai carabinieri, la badante durante la notte, mentre probabilmente era sola in casa con l'anziana, avrebbe avuto una forte emorragia, forse causata da un aborto spontaneo. La donna ha raccolto il sangue che perdeva in una bacinella, che è stata trovata dagli investigatori nella sua camera da letto. Chiusa nella sua stanza, Ylenia aspettava e sperava di star meglio. Poi è uscita dalla camera da letto per andare in bagno, ma è stata colta da malore ed è caduta per terra, in seguito alla forte perdita di sangue. È morta senza chiedere aiuto. Il passaporto della donna è stato trovato in un appartamento di Mola di Bari, a pochi chilometri dal capoluogo pugliese, nel quale lei si recava, ospite di amiche, nei giorni di riposo. Donne che i carabinieri ritengono siano clandestine e delle quali si ha traccia nel racconto fatto ai carabinieri dal proprietario dell'appartamento dove lavorava. Non è stato per ora possibile rintracciarle. Ylenia pare fosse separata e madre di un figlio ormai grande. Tra i suoi effetti personali i carabinieri non hanno trovato alcun riferimento che possa condurre ai familiari: solo alcuni medicinali con caratteri cirillici, giornali in lingua russa e un portafoglio contenente 30 euro. Il suo attuale datore di lavoro ha riferito ai carabinieri che prima di giungere a Torre a Mare la donna aveva vissuto per un periodo a Mola di Bari. Il corpo della donna è stato trasferito all'ospedale di Acquaviva delle Fonti (Bari) per l'autopsia disposta dal sostituto procuratore di turno Ada Congedo.

giovedì 11 giugno 2009

27 giugno a Roma

Dopo la manifestazione nazionale del 18 aprile a Taranto "per la sicurezza sui luoghi di lavoro contro la salute negata e la precarietà", a cui hanno partecipato centinaia e centinaia di donne, ragazze che hanno dato forza e visibilità all'attacco alla vita e alla salute delle donne che spesso è messo sotto silenzio e che ha molti aspetti legati proprio alla condizione generale di doppio sfruttamento e oppressione di noi donne; a cui hanno partecipato mogli, sorelle, madri di operai morti che hanno portato la loro toccante denuncia ma anche la l'appello a tutti gli altri familiari, soprattutto alle donne a combattere, organizzarsi, a continuare la lotta per la giustizia e la verità.

IL 27 GIUGNO AL MATTINO c'è a Roma l'assemblea nazionale della Rete per la sicurezza sui posti di lavoro, alle ore 9.30 - dopolavoro ferroviario stazione Termini sala Pettinelli, a cui chiamiamo lavoratrici, compagne, collettivi del Tavolo 4, delegate Rsu/Rls, ad essere presenti, per continuare l'importante discorso come donne lavoratrici e decidere nuove iniziative sui posti di lavoro, nelle città e sul piano nazionale. Sul tema abbiamo preparato e porteremo all'assemblea un opuscolo analitico sulla condizione di (in)sicurezza delle lavoratrici.

NEL POMERIGGIO - massimo verso le tre - utilizzando lo stesso luogo in cui si tiene l'assemblea della Rete, con le compagne presenti faremmo una riunione come Tavolo 4, per riprendere il filo dal 24 gennaio ad oggi, sullo sciopero delle donne, per discutere sulle iniziative fatte, sui contenuti e materiali prodotti in questi mesi, sulla piattaforma dello sciopero delle donne, sugli strumenti utilizzati e da sviluppare, come il blog.

FATECI SAPERE CHI E QUANTE VENITE, in maniera da organizzarci soprattutto per il pomeriggio, inviando e mail al solito indirizzo: Tavolo4flat@inventati.org o tel a 3475301704 (Margherita).

mercoledì 10 giugno 2009

Da una donna sfollata alla redazione di anno zero

Non abbiamo intenzione, noi aquilani, di essere triturati dalla società dello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.
L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!

Cara Redazione,

sono Pina Lauria e sono residente a L’Aquila; attualmente “abito” presso la tendopoli ITALTEL 1, perché alla mia casa, che devo ancora finire di pagare, è stata assegnata la lettera E, che in questo drammatico alfabeto significa “danni gravissimi”.
Scrivo per illustrarvi alcune considerazioni, di carattere generale e, più in particolare, relative alla qualità della vita nei campi.
Intanto, evidenzio la grande confusione che c’è nella città: a quasi due mesi dal terremoto, viviamo ancora uno stato di emergenza. Uno dei grandi nemici di questi giorni, e dei prossimi, è il caldo: arriveranno i condizionatori ma risolveranno ben poco perché, come sicuramente sapete, il condizionatore funziona in una casa, con le pareti di cemento e con le finestre chiuse, non in una tenda, dove il sole batte a picco e da dove si esce e si entra….inoltre, la tenda non è che si chiude ermeticamente!
Allora, il problema vero è questa lunga permanenza nella tendopoli alla quale saremo costretti fino ai primi di novembre. E’ assurdo ed inconcepibile che, per saltare una “fase”, come ha detto il Presidente del Consiglio, bisogna aspettare circa sette mesi per avere una casa, comunque sia. E a novembre, se le cifre rimangono quelle dette dal Governo e dalla Protezione Civile, saranno soltanto 13 mila i cittadini aquilani che potranno lasciare le tende. Su questo vorrei chiarire che si sta assistendo ad un balletto delle cifre che nasconde una amara verità. Mi spiego. Queste cifre si riferiscono alle verifiche finora effettuate ed alle risultanze avute. Si sta ragionando in questi termini: se su un tot di case verificate, è risultata una agibilità pari al 53%, e mantenendo questo trend, allora le case inagibili saranno all’incirca 5.000 per 13 mila persone.
L’agibilità è stata dichiarata per le abitazioni dei paesi vicini a L’Aquila; i quartieri nelle immediate vicinanze del centro storico, a ridosso delle mura (Sant’Anza (il quartiere dove abito), Valle Pretara, Santa Barbara, Pettino, tutti molto popolosi, hanno le case inagibili. Inoltre, bisogna considerare che il centro storico ancora non viene sottoposto ad alcun tipo di verifica perché, a tutt’oggi, è zona rossa. Nel centro storico risiedono circa 12 mila cittadini, senza contare i domiciliati, soprattutto gli studenti fuori sede. Allora, a novembre dovrebbero avere la casa almeno 26.000 cittadini, facendo un calcolo al ribasso perché, considerando anche gli abitanti dei quartieri distrutti, gli immobili da recuperare con interventi molti consistenti e, quindi, con tempi necessariamente lunghi, sicuramente le abitazioni necessarie dovrebbero essere sull’ordine delle 45 mila persone.
Questo è il futuro che ci aspetta e lo tengono nascosto! Ma il Presidente del Consiglio ha detto che, comunque, le tende sono già dotate di impianto di riscaldamento, e quel“già” mi ha molto inquietato.
Non possiamo accettare di restare nelle tende fino a novembre, e sicuramente fino a marzo del 2010!
Questo ragionamento lo stavo facendo alcuni giorni fa al campo: prima con alcune persone, poi si sono avvicinati altri ed eravamo diventati un bel gruppetto: dopo alcuni minuti dal formarsi dell’”assembramento non autorizzato”, sono arrivati i carabinieri, in servizio all’esterno del campo. Ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto che non c’era alcun problema, ma restavano anche loro ad ascoltare. Conclusione: dopo alcuni minuti, tutti ce ne siamo ritornati nelle tende.
Racconto questo episodio, e ne posso citare tanti altri (ad alcuni componenti di vari comitati cittadini, che stavano raccogliendo le firme per il contributo del 100% per la ricostruzione o ristrutturazione della casa, è stato vietato l’accesso nei campi), per denunciare quello che definisco la sospensione dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione: libertà di opinione, di parola, di movimento.
Ora, posso comprendere, anche se non giustificare, un tale comportamento nel primo mese, che secondo me rappresenta la vera fase di emergenza, ma far passare tale logica antidemocratica per 7 mesi, ed anche di più, somiglia più ad un colpo di Stato che ad una “protezione civile”.
Adesso mi trovo per qualche giorno a Bologna, presso mia figlia Mara che sta ultimando un dottorato in Diritto del Lavoro (senza borsa, perché l’Alma Mater non aveva i fondi a sufficienza per finanziare tutte e quattro i posti messi a bando: Mara si è posizionata terza, paga una tassa di iscrizione al dottorato di circa 600 euro l’anno e un affitto di 500 euro mensili, più le spese); proprio questa mattina ho dovuto chiamare il responsabile del mio campo perché la famiglia che abita con me mi ha informato che si stavano effettuando i controlli per assegnare il nuovo tesserino di residente al campo (ne possiedo già uno). Mi ha preso una tale agitazione tanto da sentirmi male: questa procedura che si ripete spesso nei campi, l’esibizione del documento e l’autorizzazione di accesso per gli “esterni”che ti vengono a fare visita, e magari sono i tuoi fratelli, sorelle, madri e padri che hanno trovato sistemazione in altri campi o luoghi, il fatto che adesso, nonostante avessi preventivato di stare un po’ di tempo con mia figlia, debba rientrare per avere di nuovo il tesserino, dietro presentazione di un documento di riconoscimento, anche se sono già tre volte che i responsabili del campo hanno annotato il numero della mia carta di identità, mi scuote in maniera incredibile. Ma la Protezione Civile mi deve proteggere in maniera civile o mi deve trattare come se fossi in un campo di concentramento? Il responsabile del mio campo, quando gli ho parlato questa mattina, mi ha detto che non c’era alcun problema, che potevo tornare quando volevo, riconsegnare il vecchio tesserino e prendere il nuovo, e comunque dovevo comunicare l’allontanamento dal campo, la prossima volta che ciò sarebbe accaduto. Mi chiedo: perché devo comunicare i miei spostamenti? La tenda, adesso, è la mia casa ed ho timore che lo sarà per molto tempo, almeno fino a novembre. Quale è la norma che mi impone di comunicare i miei spostamenti? Se mi si risponde che si è in presenza di una situazione di emergenza, e che tale situazione durerà mesi e mesi, allora siamo veramente in presenza di un pauroso abbassamento del livello di democrazia!
Non sono “vaporosa”, non sono arrabbiata: sono esacerbata!
Ritengo che la nostra città stia diventando non una città da ricostruire, ma una città “laboratorio”, in cui si vuole sperimentare il nuovo modello di società: privo di diritti, passivo, senza bisogni: quello che ti do è frutto della buona volontà dei volontari o dell’imperatore e lo prendi dicendo anche grazie! Mi rifiuto! E si rifiutano i cittadini aquilani! Sui nostri corpi, sulle nostre menti, sulle nostre coscienze, sulle nostre memorie nessuno ha il diritto di mettere le mani!
Un’altra considerazione: le tende dell’emergenza sono tutte di otto posti, per poter accogliere, in tempi molto brevi dopo l’evento catastrofico, il maggior numero di persone. Di conseguenza, ci sono moltissime situazioni di promiscuità (la vivo io stessa, con un’altra famiglia che ha due bambini piccoli). Ritorno sempre alla considerazione di prima: una situazione di promiscuità può essere proposta ed accettata, a causa del disorientamento totale in cui ognuno si trova dopo un evento così terribile, per un mese, ma non per 7 o più mesi!
In alcune tende sono insieme anche tre nuclei familiari! Mi chiedo: non si vogliono utilizzare i containers, ma allora il Presidente del Consiglio, che ha tante bellissime idee (sulle donne, sui giudici, sul Parlamento, sulla Costituzione) perché non pensa a far arrivare tende da quattro? O meglio, perché non riesce a garantire, da subito, una sistemazione dignitosa, senza costringermi ad andare sulla costa o in appartamenti situati nell’ambito della Regione Abruzzo, sicuramente non a L’Aquila, dove vi è la distruzione totale?
Proprio ieri, un gruppo di psicologi ha affermato che tale situazione di promiscuità sta distruggendo le famiglie perché, a parte le discussioni che ci sono, dalle cose più grandi a quelle più piccole (pensate che si sta litigando anche per i condizionatori, quelli che li hanno, perché alcuni li vogliono accesi, i “coinquilini” li vogliono spenti; chi vuole guardare la televisione e chi vuole riposare), la mancanza di intimità e di momenti privati determina nervosismo e sensazione di annullamento di ogni sentimento, senza considerare che nei campi non esiste nessun momento di intimità, né nei bagni, né nelle docce, né a pranzo né a cena.
Non posso restare in silenzio ed accettare passivamente: voglio essere protagonista della mia vita e della ricostruzione della mia città, e non voglio sentirmi come una partecipante del Grande Fratello!
Non abbiamo intenzione, noi aquilani, di essere triturati dalla società dello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.
L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!
Spero che questa mia lettera venga da voi presa in considerazione: sono forte, coraggiosa…come tutti voi e spero che possiate darmi voce.
Vi ringrazio, di cuore…anche se spezzato!
Ciao a tutti

Pina Lauria

domenica 7 giugno 2009

Testimonianze e denunce di donne dalle tendopoli dell'Aquila

Carne avariata e personale della protezione civile con la scritta "Io sono Hitler"

Controinformazione e denuncia al femminile dalle tendopoli abbruzzesi. Qui sotto pubblichiamo un'intervista a cura della rete di soccorso popolare

martedì 2 giugno 2009

Teramo, denuncia la Asl per una gravidanza indesiderata

Ad una donna di Tortoreto era stata negata da diversi centri sanitari del teramano la pillola del giorno dopo. Si è così verificata una gravidanza non voluta affrontata in solitudine dato che il partner non ha voluto riconoscere il bambino. La donna ha così citato in giudizio l’Azienda Sanitaria chiedendo un risarcimento danni di 500mila euro.

di Cinzia Rosati

TORTORETO - Nessun medico vuole prescriverle la pillola del giorno dopo e cita in giudizio la Asl di Teramo per la gravidanza non voluta.

Una donna di 37 anni di Tortoreto chiede 500mila euro di risarcimento all'Azienda Sanitaria poichè per un medicinale negato ha dovuto suo malgrado intraprendere un non voluto percorso di maternità, per di più in solitaria dato che il partner non ha rconosciuto il bimbo nato.

La vicenda risale a tre anni fa, quando durante un rapporto sessuale, la rottura del preservativo causa la dispersione del liquido seminale. Da qui la successiva richiesta in numerosi centri sanitari della zona di rilasciare alla donna la pillola del giorno dopo, che è stata puntualmente negata per motivi di obiezione di coscienza.

In base a quanto raccontato dalla trentasettenne, a negarle il farmaco sarebbero stati la guardia medica di Tortoreto, il Pronto Soccorso di Giulianova e il reparto di Ginecologia dove era stata successivamente indirizzata, e la guardia medica di Giulianova. Solo dopo alcuni giorni un ginecologo le avrebbe prescritto la ricetta per la pillola, il cui effetto però era ormai vanificato. Il medicinale infatti, deve essere assunto entro le 72 ore consecutive al rapporto sessuale.

La donna ha vissuto in ansia 28 giorni sperando di non essere rimasta incinta, ma i fatti sono andati diversamente. Oltre ad aver dovuto affrontare una gravidanza indesiderata, non ha potuto contare nemmeno sul supporto economico e psicologico del padre del bambino, che non ha voluto procedere al riconoscimento.

«Il ritardo con cui la sanità pubblica le ha prestato soccorso per interrompere la gravidanza prima della formazione del feto - si legge ancora nella denuncia - è stato deleterio». Una omissione considerata grave ed ingiustificata da parte della donna che ha deciso, ora, di chiedere un risarcimento danni all'Asl di Teramo di 500 mila euro poiché dalla vicenda ha subito «un danno morale, biologico, esistenziale, patrimoniale e di vita di relazione».

Le parti di incontreranno in Tribunale per la prima udienza il prossimo 17 giugno.

lunedì 1 giugno 2009

Il 27 giugno a Roma

Dopo la manifestazione nazionale del 18 aprile a Taranto "per la sicurezza sui luoghi di lavoro contro la salute negata e la precarietà", a cui hanno partecipato centinaia e centinaia di donne, ragazze che hanno dato forza e visibilità all'attacco alla vita e alla salute delle donne che spesso è messo sotto silenzio e che ha molti aspetti legati proprio alla condizione generale di doppio sfruttamento e oppressione di noi donne; a cui hanno partecipato mogli, sorelle, madri di operai morti che hanno portato la loro toccante denuncia ma anche la l'appello a tutti gli altri familiari, soprattutto alle donne, a combattere, organizzarsi, a continuare la lotta per la giustizia e la verità.

IL 27 GIUGNO AL MATTINO c'è a Roma l'assemblea nazionale della Rete per la sicurezza sui posti di lavoro, alle ore 9.30 - dopolavoro ferroviario stazione Termini sala Pettinelli, a cui chiamiamo lavoratrici, compagne, collettivi del Tavolo 4, delegate Rsu/Rls, ad essere presenti, per continuare l'importante discorso come donne lavoratrici e decidere nuove iniziative sui posti di lavoro, nelle città e sul piano nazionale.
Sul tema abbiamo preparato e porteremo all'assemblea un opuscolo analitico sulla condizione di (in)sicurezza delle lavoratrici.

NEL POMERIGGIO - massimo verso le tre - utilizzando lo stesso luogo in cui si tiene l'assemblea della Rete, con le compagne presenti faremmo una riunione come Tavolo 4, per riprendere il filo dal 24 gennaio ad oggi, sullo sciopero delle donne, per discutere sulle iniziative fatte, sui contenuti e materiali prodotti in questi mesi, sulla piattaforma dello sciopero delle donne, sugli strumenti utilizzati e da sviluppare, come il blog.

Tavolo4flat@inventati.org o tel a 3475301704 (Margherita).

MFPR Taranto

Volantino dalle compagne del Tavolo4 di Bologna

Volantino distribuito al Festival sociale delle culture antifasciste (http://fest-antifa.net/) che si tiene a Bologna fino al 2 giugno.

Verso lo Sciopero delle Donne

Anche solo considerando i dati dell’Istat, che certo sottostimano il fenomeno, in Italia la violenza di genere è compiuta per il 98% da uomini su donne; in massima parte gli stupratori sono cittadini italiani; la violenza maschile resta la prima causa di morte e di invalidità permanente delle donne. Oggi politici e giornalisti si sforzano di strumentalizzare gli episodi più eclatanti di stupro per legittimare politiche autoritarie e xenofobe. Ma va ribadito che la violenza di genere attraversa verticalmente tutta la società e che stupri e femminicidi non sono che la punta emergente di un fenomeno ben più ampio e stratificato: quello di una generale discriminazione delle donne, nel lavoro, nella vita quotidiana, nella negazione della nostra libertà, nella violazione dei nostri corpi, nella costrizione al silenzio.

Denunciare e contrastare la violenza sessuale non sarà allora sufficiente se non si mettono in questione anche le forme strutturali della discriminazione e del sessismo: la rappresentazione istituzionalizzata del «femminile», le immagini sessiste di Tv, giornali, libri di scuola, ma anche i processi di precarizzazione del lavoro femminile, le disparità di salario e di carriera nei posti di lavoro, l’attribuzione diseguale, solo alle donne, della cura gratuita della casa, dei bambini, degli anziani. Proprio la crescente discriminazione del lavoro femminile diventa, in tempi di crisi economica, il fulcro materiale di un rinnovato autoritarismo sul corpo delle donne, costrette a lavori malpagati e, di conseguenza, sempre più vincolate alla casa in posizione di subalternità e dipendenza economica.

Solo ora ci si sta rendendo conto della gravità e dell’estensione della crisi finanziaria che sempre più investe e disgrega l’«economia reale» lasciando sul campo milioni di disoccupati. È una crisi che scuote violentemente parametri e assetti consolidati, tanto che c’è chi ha parlato dell’aprirsi di una «nuova fase del capitalismo» dagli esiti imprevedibili. Né è un caso che nei paesi occidentali la «politica per la famiglia» assuma oggi nuova importanza: l’Unione Europea raccomanda a governi e imprese di «sostenere la famiglia» e di «investire nelle risorse umane e nell’uso efficiente del capitale umano».

Ma i nuovi «aiuti familiari» comportano un forte risvolto di normatività, di controllo e di disciplinamento della vita delle donne: le politiche statali mirano oggi a distinguere tra «decorose» famiglie regolari (che riproducono lavoratori-consumatori) e lavoratori usa e getta, non garantiti, da sfruttare al massimo grado. In questo quadro, sono le donne a pagare il prezzo più alto: discriminate sul posto di lavoro, subordinate in famiglia, costrette gratuitamente al «lavoro di cura».

Non si tratta quindi di cercare risposte in una falsa coesione, ma nelle lotte e nel conflitto sociale promosso dalle donne. Oggi crediamo sia importante creare reti autonome di lotta femminista e forme di autoassistenza sviluppando e potenziando quegli esperimenti che già esistono di economia alternativa, dal basso, solidaristica.

Ma occorre altresì interrogarsi sui risvolti disciplinari dei nuovi progetti di Welfare: rivendicare una garanzia di reddito dalle istituzioni («reddito di cittadinanza», «reddito di esistenza», «salario garantito») riesce davvero a contrastare efficacemente le politiche sociali autoritarie? è adeguato portare avanti parole d’ordine che solo ieri apparivano utopiche e ora diventano strumento differenziale di governo e di disciplinamento?

Si pensi solo al progetto del «mutuo sociale per la casa» portato avanti in questi anni dai neofascisti di CasaPound e reso operativo di recente dal sindaco Alemanno. Anziché riproporre l’edilizia popolare o calmierare in qualche modo il mercato degli affitti, il comune di Roma preferisce erogare soldi alle famiglie avvantaggiando chi ha già disponibilità economiche e favorendo insieme la speculazione edilizia dei «palazzinari». Ma chi non ce la fa a pagare l’affitto non potrà certo permettersi di comprare una casa, anche con un mutuo agevolato. Quello del «mutuo sociale» è un programma politico di controllo e di promozione della famiglia italiana, «sana», disciplinata. Lo stesso potrebbe dirsi per la campagna del comitato «Tempo di essere madri», legato a CasaPound, che promuove in questi giorni una proposta di legge per il part-time alle madri lavoratrici italiane mantenendo lo stipendio pieno. Sono proposte del tutto coerenti con il nuovo «neoliberismo nazional-populista». Con una mano deregolamentano il lavoro; con l’altra tendono il pane, ma solo ad alcuni: a coloro che sono capitale umano, madri e padri fedeli al dovere, famiglia sana e perbenista. Queste politiche, infatti, sono basate su una pesante selezione degli aventi diritto e su condizioni inflessibili e ricattatorie per non decadere dagli «aiuti».

I provvedimenti a raffica di questi mesi; la proposta di elevare l’età pensionabile delle donne; la legge Gelmini che colpisce anzitutto le lavoratrici della scuola e le donne con figli; gli accordi discriminatori sui salari per cui a parità di lavoro sarà corrisposto minor salario; le lettere di dimissioni in bianco per liberarsi di donne in maternità; il ricorso alla cassintegrazione come anticamera, soprattutto per le donne, della perdita definitiva del lavoro; i licenziamenti delle operaie da fabbriche grandi e piccole e delle precarie dai call center; la sempre più dura condizione lavorativa delle tante donne immigrate prese nelle maglie della precarietà, dello sfruttamento, fino a forme di moderno schiavismo: tutto questo è parte di un attacco sempre più pesante alle donne che viene portato avanti dai padroni e dal governo. Oggi le donne sono le prime a pagare la crisi.

Di fronte a una situazione come quella attuale pare sempre più necessario un impegno di lotta femminista a tutto campo. Nella riunione nazionale del 24 gennaio, il Tavolo 4 «Lavoro/precarietà/reddito» della rete femminista e lesbica delle Sommosse ha deciso di lanciare l’idea di uno «Sciopero delle Donne», costruito in modo autonomo dalle lavoratrici, dalle operaie, dalle precarie, dalle disoccupate, dalle giovani, dalle migranti, per denunciare una disparità che perdura e peggiora ogni giorno.

Per questo proponiamo di prefigurare insieme, dal basso, uno «Sciopero delle Donne», con presidi, sit in, manifestazioni, volantinaggi, assemblee, raccolte di firme, iniziative di protesta, azioni simboliche (vedi http://femminismorivoluzionario.blogspot.com). Non pagheremo noi la vostra crisi! Non ci piegheremo alle politiche patriarcali che vogliono sottrarci quel poco di libertà che ci siamo conquistate!

CONTRO OGNI DISCRIMINAZIONE SESSISTA E PATRIARCALE!

ORA E SEMPRE RESISTENZA!

Tavolo 4 Bologna

venerdì 29 maggio 2009

«Utilizzano i nostri figli morti sotto le macerie a scopo elettoralistico»

Dall'Unità, 28 maggio 2009
di Mariagrazia Gerina

«Mio figlio era uno studente universitario ed è morto sotto le macerie, cosa c’entra questo con la campagna elettorale?», si ribella Paolo Colonna all’idea della cerimonia già apparecchiata per domani mattina. Quando il presidente del Consiglio sarà per l’ennesima volta a l’Aquila per consegnare alle famiglie degli studenti morti sotto le macerie una laurea honoris causa.

Quella onorificenza il signor Paolo Colonna non la vuole. E tanto meno la vorrebbe dalle mani del presidente del Consiglio. «Cosa c’entra? Stanno utilizzando i nostri figli a scopi elettoralistici. Non posso accettarlo. Stiamo parlando di ragazzi di vent’anni morti perché facevano il loro dovere di studenti. Come si fa a utilizzarli per prendere qualche voto in più?», ripete con rabbia il signor Paolo Colonna. Tanto più ora che ha saputo che a quella cerimonia parteciperà anche Berlusconi. Nessuno glielo aveva detto.

All’invito del rettore lui e le famiglie di altri sette studenti morti nel terremoto avevano già risposto di no. Il perché lo spiegano in una lettera al rettore firmata con i nomi dei loro figli. «Quella laurea - scrivono - è solo un blando tentativo di chiudere una tragica parentesi che ha sconvolto la nostra esistenza».

Secondo un rapporto della Protezione civile che risale al 2006 - scrivono Paolo e gli altri genitori degli studenti vittime del terremoto - molti edifici pubblici e tutte le facoltà universitarie avevano gravi problemi strutturali e avevano bisogno di essere ristrutturate. «Quegli studi sono stati fatti nel 2006 e sono rimasti nei cassetti dell’amministrazione», denuncia con rabbia il signor Colonna: «Tutti sapevano, solo noi non sapevamo. Se lo sapevamo i nostri figlio li tenevamo a casa».

Suo figlio, Tonino, studiava ingegneria. Non abitava nella casa dello studente, ma in una delle palazzine di via Luigi Sturzo. Nel fine settimana era stato a casa, dai suoi, a Torre de’ Passeri, un paesino dell'Abruzzo. Ma lunedì mattina aveva lezione presto. Perciò la domenica è tornato e il terremoto l’ha sorpreso a l’Aquila nel suo appartamento di studente.

«Siamo stati noi a tirarli fuori dalle macerie», racconta il padre, che, quando ha cominciato a intuire cosa poteva essere accaduto a l’Aquila è corso da Torre de’ Passeri: «Sul posto c’erano dei ragazzi che scavavano, non c’era la Protezione civile, non c’era nessuno, loro sono arrivati solo diverse ore dopo».

Da quel momento in poi per il signor Colonna è tutto un percorso a ritroso, a cercare le responasbilità, quello che poteva essere fatto e non è stato fatto. Trasportato all’ospedale San Camillo di Roma, Tonino non ce l’ha fatta. «È stato il terremoto ad ucciderli», ha spiegato alla famiglia il preside della facoltà di Ingegneria quando ha chiamato a casa per invitarli alla cerimonia di domani. «Ma i nostri figli sono morti perché facevano il loro dovere di studenti, ma il proprio dovere qualcuno non l’ha fatto», insiste il signor Colonna: «Le scosse erano iniziate a ottobre e il 30 marzo alle tre e mezzo c’era stata una scossa del quarto grado: i ragazzi stavano facendo lezione e sono usciti all’aperto. Perché non hanno deciso allora di chiudere l’università?». «Quando ho chiesto al preside della facoltà di mio figlio se poteva dirmi che i nostri figli andavano a lezione in strutture sicure non mi ha replicato nulla».

Ecco è per questo che ora Paolo e gli altri genitori dei ragazzi morti sotto le macerie come suo figlio non vogliono quella laurea honoris causa. Tanto più ora che hanno saputo che, a una settimana dalle elezioni europee, sarà il presidente del Consiglio a consegnarla personalmente ai presenti. «Vuol dire che moralmente abbiamo proprio toccato il fondo e io non ci sto», dice Paolo, che però se riuscirà, proverà lo stesso domani con le altre famiglie "ribelli" a intervenire per spiegare le sue ragioni anche durante la cerimonia. «So già che non mi faranno entrare, ma se ci saranno anche gli altri ci proverò lo stesso».

Terremoto all'Aquila: i genitori degli studenti vittime rifiutano la laurea honoris causa

Da Abruzzo24ore
Con compostezza e gran dignità i genitori dei ragazzi vittime del crollo della Casa del studente rifiutano la laurea honoris causa che oggi avrebbero dovuto ricevere, in una struggente liturgia ripresa da truppe cammellate di telecamere, per mano del Rettore magnifico e alla presenza nientemeno che del Presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Non sanno che farsene di una pergamena arrotolata grondante di retorica, i genitori di Michele Strazzella, Enza Terzini, Tonino Colonna, Luca Lunari, Marco Alviano, Angela Cruciano, Luciana Capuano, Davide Centofanti.


Loro chiedono solo giustizia, e che chi ha sbagliato paghi e al limite vada in galera il prima possibile.

Peccato per il premier: sarebbe stata una bella botta d'immagine, in giorni in cui viene in mezzo mondo accusato di aver flirtato, lui ultrasettantenne e sposato, con una ragazzina. Un diversivo di marketing politico dopo le dichiarazioni roboanti come l'abbattimento del numero dei parlamentar.

" Va ricordato - spiegano i genitori al quotidiano Il Centro - che durante l’attività sismica che andava avanti da circa sei mesi nessuno si è preoccupato di sospendere la normale attività didattica nelle facoltà, sottoponendo gli studenti ad un notevole stress psicofisico. Alla facoltà di Ingegneria ad esempio», precisano, «erano in programma lezioni ed esami nei giorni di lunedì, martedì e mercoledì della settimana di Pasqua. La prevenzione è stranamente scattata dopo i catastrofici eventi sismici del 6 aprile, visto che molte facoltà sono state trasferite in alcune città abruzzesi. Basta solo questo per ribadire che noi rifiutiamo l’assegnazione del titolo di laurea.

Intanto il Comitato familiari vittime Casa dello studente si dice intanto sconcertato dalle dichiarazioni dell'ex presidente Adsu Luca D'Innocenzo, rese alla stampa a margine del suo interrogatorio in Procura, e chiede a gran voce le sue dimissioni anche da assessore comunale con delega all'Università.

Il 31 marzo, spiegano i genitori, D'Innocenzo asserisce di aver consegnato agli studenti un questionario nel quale si chiedeva agli stessi se ritenessero sicura la sede, come se fosse una questione di impressioni soggettive. D'Innocenzo, incalzano, sapeva delle crepe e della colonna fradicia che troneggiava in sala mensa, al contrario di quanto ha detto ai giudici. Sapeva dello studio di Collabora Engineering, sui rischi di criticità degli edifici pubblici, tra cui la casa dello studente, perchè fu l'Adsu a consegnare la cartografia dell’immobile. Soprattutto non ha mosso un dito per far uscire gli studenti da quella casa di cartapesta, nonostante avvertimenti degli stessi studenti, e tre mesi di scosse sismiche.

Concludono i genitori: "Può un dirigente che non sa, non vede, non sente, rappresentare i cittadini attraverso uno degli assessorati più impegnativi e delicati, le politiche sociali, con, ironia della sorte, delega alla Città degli Universitari?"

NEL VIDEO DICHIARAZIONE DI ANTONIETTA CENTOFANTI, COMITATO VITTIME CASA DELLO STUDENTE

domenica 24 maggio 2009

Lettera di una sfollata di Poggio Picenze

Questa donna, se è viva, lo deve a Giampaolo Giuliani, il tecnico denunciato per procurato allarme da Guido Bertolaso.

Le interviste da lei rilasciate sono state più volte oscurate su You Tube

A Poggio Picenze si sta bene

A Poggio Picenze si sta bene, se non consideriamo la temperatura esterna intorno ai 30° e quella interna alle tende certamente superiore. Stanno bene specialmente gli anziani, magari malati e stanchi. Alcuni erano talmente stanchi che hanno preferito morire. Ma Francesco ha fiducia e mi dice: "Tanto domani arrivano i condizionatori". I condizionatori il giorno dopo non sono arrivati e nemmeno quello dopo ancora...
Sappiamo che una settimana fa si parlava di virus gastrointestinale. Colpiva gli sfollati nelle tendopoli, solo a Poggio Picenze sono state male circa 70 persone. Qualche giorno dopo sono arrivati i NAS. Hanno portato via la cucina da campo perché non rispettava le norme igieniche. Solo un caso, perché a parte questo a Poggio Picenze si sta bene. Non importa se quando hanno portato una nuova cucina - o era sempre la stessa? - hanno cucinato spaghetti spezzati bolliti, senza neanche un filo d’olio, seguiti da un bel wurstel come secondo. Ci sono sfollati a Poggio Picenze di fede musulmana. E' come se dessero una fiorentina a un cattolico il venerdì santo… Ma questo, mi rendo conto, è del tutto secondario.
A Poggio Picenze si sta bene, in fondo i macedoni sono andati via quasi tutti e chi è rimasto deve vedersela con gli xenofobi di Casa Pound. Gestiscono il magazzino degli abiti e degli alimenti. Qualche giorno fa è tornato dal suo paese un macedone, accompagnato da sua moglie incinta. Ha chiesto delle coperte perché gliene avevano date solo due. Se di giorno si crepa di caldo vi assicuro che di notte fa freddo. Si è visto trattare in malo modo dal buttafuori del magazzino. Se Alessandra non fosse intervenuta probabilmente non avrebbe avuto nessuna coperta... Ma a parte queste piccolezze, al campo di Poggio si sta benissimo.
Io sono residente a Poggio Picenze da molti anni, però quando arrivo all’ingresso del lager c’è uno sconosciuto vestito da Rambo che mi chiede: “Lei chi è e cosa deve fare nel campo?”. Evidentemente non ho quel carinissimo tesserino giallo che fa sentire le persone tutte parte di uno stesso gruppo. La sicurezza è importante e viene prima di tutto. Ma non è una questione di sicurezza anche la distribuzione di cibi non avariati? Forse no, dopo tutto a Poggio Picenze si sta bene.
Faccio un giro per salutare altri amici che si trovano in altre sistemazioni esterne al campo. Mentre parlo con alcuni di loro, vicino alla Piazza Rosa, passano due ceffi che rallentano per girare e ci scrutano dettagliatamente. Lì per lì mi preoccupo, poi mi è tutto chiaro. Sono i tutori dell’ordine di Casa Pound. Si chiamano Casa Pound ma sono a casa tua. Ti fanno sentire un’estranea, ma lo fanno solo per tenere sotto controllo la situazione, per motivi di sicurezza. Mai stati così sereni i poggiani! Sono talmente sereni che a guardarli mi viene voglia di portarli tutti via con me.

Stefania Pace
Residente a Poggio Picenze.
Sfollata a Silvi.

SULLA SITUAZIONE ALL'AQUILA E IL G8

Gli interventi del governo/Berlusconi e della protezione civile all'Aquila mentre da un lato non stanno affatto risolvendo i gravi problemi di vita quotidiana delle popolazioni terremotate, dall'altro stanno imponendo una pesante pesante e invadente presenza di polizia, forze dell'ordine che moltiplica al massimo le condizioni già inaccettabili di vita delle popolazioni nei campi, che calpesta diritti e democrazia, e che ha come naturale affiancamento la falsità delle notizie e il ruolo di servi dei mass media, partiti e sindacati istituzionali; anche all'Aquila è in corso d'opera un moderno fascismo che ha come centro il populismo osceno e strumentale di Berlusconi.
La decisione di fare il G8 all'Aquila è pienamente interna a questa situazione: è una vetrina per Berlusconi, è un uso da avvoltoi del dolore e delle sofferenze della gente per far passare l'immagine dell'imperialismo/i buono/i; è un modo per spostare l'attenzione sulle gravi responsabilità/colpe, prima e dopo il terremoto, delle morti e dei disastri; è soprattutto una provocazione inaccettabile.
Una provocazione, per i soldi che comunque si spenderanno, a fronte dell'elemosine che si vogliono stanziare per la popolazione; una provocazione perchè le strutture del G8 si costruiranno in pochissime settimane, mentre per le case delle popolazioni passeranno anni; una provocazione perchè il G8 lo useranno per buttare fuori dalle proprie zone le popolazioni. Per non parlare poi dell'enorme potenziamento dello Stato di polizia che renderà la vita normale sempre più impossibile.

Per questo IL G8 ALL'AQUILA AUMENTA, NON RIDUCE LE RAGIONI DI UNA FORTE OPPOSIZIONE AL G8! Doppiamente all'Aquila perchè non possiamo accettare che vengano messi bellamente e tranquillamente in scena gli interessi dei potenti, dei padroni, dei ricchi del mondo, nel momento in cui all'Aquila le persone non sono morte per il terremoto ma per la logica e i profitti di questo sistema capitalista. Anzi, dobbiamo noi usare la decisione del G8 all'Aquila per rovesciargliela addosso; è un'occasione per coinvolgere direttamente la popolazione, e soprattutto gli studenti, i lavoratori. Questa volta abbiamo l'occasione che non dobbiamo noi andare dove stanno loro, ma che sono loro che vengono in una realtà difficile: questo deve poter significare costruire non solo UNA manifestazione, ma tante proteste, tante iniziative per "rovinare loro la festa", e senza aspettare luglio. Siamo pertanto nettamente contrari, e riteniamo profondamente opportuniste, offensive verso le popolazioni abruzzesi e oggettivamente complici dei potenti del G8, tutte le posizioni nella sinistra, nel movimento che di fatto stanno già accettando di moderare l'opposizione al G8 all'Aquila, facendo di fatto propria la logica populista del governo verso la gente terremotata., non convocando una manifestazione – corteo -blocco contro il G8 dell'Aquila.
Non pensiamo affatto, chiaramente, che la situazione tra la gente terremotata sia facile e che non ci siano settori della popolazione che vedono il G8 come un'opportunità - ma qui noi dobbiamo distinguere (parlare di popolazione è ancora troppo generico, tra la gente vi sono i politici locali, vi sono le classi), noi guardiamo agli studenti, ai lavoratori, agli immigrati, alle donne che più subiscono le pesanti condizioni di esistenza nei campi; nello stesso tempo la situazione attuale fa emergere nuove contraddizioni tra popolazione e governo/Stato che possiamo utilizzare.
Ora pensiamo che le due cose piu' importanti siano: la controinformazione, sia sul piano nazionale sia in Abruzzo, sulla vera situazione; l'inchiesta diretta tra gli studenti, i lavoratori, le donne, ecc. dei campi per organizzare le forze disponibili.
Per questo Proletari Comunisti organizza un gruppo di inchiesta e intervento e propone a tutte le forze che si ritrovano sulla linea “un'altra opposizione al G8 è possibile“ a dirlo chiaramente e costruire una riunione nazionale allo scopo.

Proletari comunisti - ro.red@fastwebnet.it

STUPRI "ORDINARI" E STUPRI DI POLIZIA.

Nel giro di 4 giorni due stupri, con caratteristiche simili, sono avvenuti in provincia di Taranto, il primo a Palagiano nella notte di sabato 16 maggio e il secondo a Laterza nella notte di mercoledì scorso. In entrambe le volte si è trattato di ragazzine di 17, 16 anni, e gli stupri sembrerebbero fatti da uno stesso uomo che aggredisce coppie di giovani appartati in macchina in zone disabitate, minaccia con la pistola il ragazzo e violenta la ragazza, e per ultimo li rapina. E' da tempo che nella provincia e a Taranto la situazione sta peggiorando, le violenze sessuali sono in netto aumento, sia in famiglia dove spesso si trasformano in omicidi, sia fuori, ma il prefetto di Taranto, la polizia di Taranto, in tutt'altre faccende affaccendato, dice che la situazione è sotto controllo. E i partiti, le donne dei partiti, anche di sinistra, continuano a fare campagna elettorale. E ogni nostro appello di organizzare una risposta di lotta alle violenze sessuali cadono purtroppo nel vuoto più assoluto. Negli stessi giorni è venuta fuori un'altra gravissima violenza che da tempo va avanti. E' uscita su pochissimi giornali ed è invece importante che rilanciamo con forza questa denuncia, ricordando che Mesi fa le detenute del Carcere di Rebibbia iniziarono una protesta, con la parola d'ordine: "il carcere non può essere la discarica abusiva di esseri umani "indesiderati, contro le condizioni di detenzione e le violazioni che ogni giorno vengono portate avanti nelle carceri. Nel carcere femminile di Genova Potedecimo due agenti della polizia penitenziaria per molto tempo hanno costretto alcune detenute a fare prestazioni sessuali, per avere in cambio qualche piccolo privilegio, o come contropartita di diritti negati. Queste violenze continue sono venute fuori perchè una delle detenute, marocchina, uscita incinta a seguito di queste violenza, ha dovuto abortire. Quanti altri episodi simili, soprattutto ai danni di detenute straniere, avvengono senza che vengano alla luce? In cui la polizia penitenziaria usa il suo potere repressivo non solo per negare o concedere diritti, ma anche per ricattare con al violenza le donne?

Movimento Femminista proletario Rivoluzionario - Taranto

venerdì 22 maggio 2009

Carceri italiane - Abusi sessuali, aborto, suicidio e scabbia


Abusi sessuali su detenute da parte dei secondini, aborto in carcere

Accuse confermate anche da alcuni agenti sentiti come testimoni Inchiesta della Procura su presunti abusi sessuali sulle detenute in cambio di agi e maggiore libertà. Una donna è stata costretta ad abortire dopo essere stata messa incinta dall'uomo che la doveva sorvegliare. Indagati quattro agenti.

21 maggio 2009
Genova - Ci sarebbe anche un aborto tra gli episodi al centro dell'inchiesta della procura di Genova sui presunti abusi sessuali sulle detenute in cambio di agi e piu' liberta' nel carcere di Pontedecimo.
A confermare il fatto, secondo quanto riferito dal 'Secolo XIX', ci sono le testimonianze sia delle detenute che degli agenti 'puliti', che nel corso degli interrogatori avrebbero parlato di una donna costretta ad abortire dopo essere stata messa incinta dall'uomo che la doveva sorvegliare. L'ipotesi di reato formalizzata dal procuratore capo, Francesco Lalla, e' pesantissima: concussione, dove il prezzo del presunto ricatto imposto dagli agenti in questo caso era il sesso.
Sarebbero gia' quattro le persone iscritte nel registro degli indagati - fra loro il poliziotto coinvolto nell'aborto - al termine di una prima fase d'inchiesta condotta dalla sezione giudiziaria della Polizia di Stato.
Otto gli appartenenti alla Penitenziaria ascoltati in questi ultimi giorni come persone informate sui fatti. E con loro
sono state interrogate almeno tre detenute ed ex detenute. Una e' stata fatta arrivare, sotto scorta dal carcere di Napoli dove si trova attualmente. Le altre due si trovano tuttora a Pontedecimo. Le loro confessioni, sulle quali il segreto e' assoluto, si aggiungono a quelle della presunta vittima, Z.E., la marocchina di 28 anni che sconta una condanna per una storia di maltrattamenti in famiglia.
Adnkronos

Venezia: detenuti protestano, per suicidio e epidemia di scabbia

20 maggio 2009
Venezia - "I soldi non si inventano": risponde così il Provveditore per il sistema penitenziario del Triveneto Felice Bocchino alle notizie di infezioni come la scabbia, contenute nel documento inviato al ministro della giustizia dai detenuti di Santa Maria Maggiore di Venezia. Da alcuni giorni i detenuti manifestano pacificamente, battendo sulle porte di ferro del carcere, per le condizioni di detenzione. Causa scatenante della protesta è stata il suicidio di un detenuto immigrato, ma la protesta verte soprattutto sull’eccesso di presenze. I detenuti sono in tutto 310, il triplo della presenza regolamentare.
Il Gazzettino

giovedì 21 maggio 2009

ANCORA DALL’INFERNO DELLE TENDOPOLI

Freddo di notte, caldo di giorno, un caldo sfibrante, soprattutto per i 120 sfollati di Colle Sassa, rimasti senza acqua, senza poter bere e lavarsi per 2 giorni, fino a quando non hanno protestato e minacciato querele.
Freddo di notte, caldo di giorno. Nelle cuccette e nelle tende alla mattina non si può più stare: manca l’aria e il termometro sale ad oltre 30°. Il microclima, il sovraffollamento, le scarse condizioni igieniche e i tardivi controlli sugli alimenti e la gestione della cucina nei campi favoriscono la diffusione di malattie infettive e parassitarie. 50 casi di gastroenterite nel solo campo di piazza d’armi in un solo giorno e i malati vengono tenuti in isolamento nelle tende. Un caso accertato di tubercolosi nel campo di Pizzoli, ma le prime notizie apparse su televideo parlavano di 5 malati di tubercolosi all’Aquila. Di una cosa sicuramente siamo tutti malati, la disinformazione.
La protezione civile promette condizionatori e doppi teli per proteggersi dal sole, ma intanto si aspettano ancora lavabi in prossimità dei cessi chimici e i medici asseriscono che: “per prendere una diarrea basta aprire la porta del bagno chimico e poi non lavarsi le mani”. Sapete cosa ha risposto la protezione civile ad uno sfollato disoccupato che chiedeva teli frangisole e frigoriferi per il campo? “Vedi di farteli regalare da qualcuno, noi non ne abbiamo!”
Fa caldo, troppo caldo nelle tende, i bambini, gli anziani, i malati costretti all’isolamento non riusciranno a superare l’estate e l’ospedale da campo non è in grado di fronteggiare l’emergenza. Nonostante i climatizzatori, nelle tende dell’ospedale la temperatura supera i 30° e i ricoverati, di cui una trentina di anziani allettati nelle tende di medicina interna, aspettano i rifornimenti di integratori salini contro il caldo. Per andare al bagno, chi può alzarsi dal letto deve uscire dalla tenda per raggiungere i cessi chimici e durante il percorso rischia di inciampare in un’altra minaccia, le vipere. Ma non è tutto: dal 20 maggio, per una settimana, sono sospesi gli esami per i pazienti ambulatoriali e ricoverati per liberare le aree dove verrà montato l'ospedale da campo del G8.
Questo maledetto G8, che già da ora rende ancora più invivibile, con la sua invadenza militare e finanziaria le condizioni degli sfollati aquilani. Un G8 che sottrae e sottrarrà alla rinascita della città risorse urbanistiche ed economiche preziose. L’ennesima beffa e provocazione a danno dei terremotati abruzzesi. Un G8 per il quale verranno sperperati 90 milioni di euro di denaro pubblico per stendere un tappeto rosso sotto i piedi degli 8 potenti della terra (sotto i piedi dei terremotati abruzzesi solo scosse e vipere), un G8 per il quale il governo si sta adoperando in tutta fretta per mettere in sicurezza da eventuali contestazioni gli 8 potenti della terra, nella roccaforte blindata e antisismica della caserma ''Vincenzo Giudice'' (che potrebbe ospitare già da adesso 25.000 sfollati, o in alternativa la sede dell’università dell’Aquila), un G8 per il quale verranno sottratti agli sfollati altri 900mila euro per l’adeguamento dell’aeroporto di Preturo alle esigenze di mobilità e sicurezza degli 8 potenti della terra (alle proprie esigenze di sicurezza e di mobilità gli sfollati devono pensare da soli, senza intralciare le forze del disordine a difesa del G8 e della più alta concentrazione in Italia di depositi bancari, quale era l’Aquila sicuramente già prima del sisma del 6 aprile), un G8 per il quale già da ora il diritto alla mobilità, alla salute, al lavoro, alla casa, alla sicurezza dei terremotati abruzzesi passa in secondo piano rispetto ai privilegi e all’arroganza dei potenti e dei governi.
Dal 6 aprile non abbiamo più diritto all’autogoverno, non abbiamo più diritti. I malati vengono spediti fuori dall’Abruzzo per essere curati e il personale medico, così come anche quello dell’università, se può abbandona il territorio. Qui non c’è più lavoro per gli aquilani, qui non c’è più neanche l’assistenza sanitaria minima, garantita prima del terremoto.
Gli operai comunali sono a braccia conserte e la breccia delle cave abruzzesi per i campi e per il G8 viene prelevata da ditte provenienti da Milano o Torino perché, dicono, le cave non sono sicure, come se le ditte di Milano o Torino conoscessero il territorio abruzzese meglio di chi ci vive da sempre.
La disoccupazione nel territorio aquilano, già molto elevata prima del terremoto, ora ha raggiunto livelli insopportabili per un tessuto sociale così profondamente diviso e sparpagliato tra un presente di tendopoli e alberghi-ghetto e un futuro di new town. L’Aquila nacque dall’unione di 99 villaggi, che strinsero un patto per fuggire alle vessazioni dei baroni feudali e garantire a tutti stessi diritti civici e uso delle proprietà collettive, come boschi e pascoli. Ora questi campi, le future new town, riporteranno indietro l’orologio di questa città di almeno 8 secoli.
Fa caldo, troppo caldo nelle tendopoli e si muore di noia. Chi prima aveva un lavoro, seppur precario, ora non lo ha più e migliaia di famiglie non hanno più neanche un reddito su cui contare.
Né il governo centrale, né le amministrazioni locali si sono concretamente impegnati a far ripartire l’economia del territorio, privilegiando evidentemente speculazioni di interesse politico ed economico a discapito del tessuto umano.
I prodotti locali dell’agricoltura e dell’allevamento, inutilmente offerti alla protezione civile per il consumo nei campi, rimangono invenduti e devono essere distrutti. Sono le grosse catene di distribuzione e non i piccoli produttori indigeni a guadagnare dall’emergenza. Nelle tendopoli gli sfollati non hanno certo diritto di scelta e, mentre nelle stalle abruzzesi i vitelli invecchiano e il latte deve essere gettato, nei campi la minestra è sempre quella del cibo in scatola o surgelato, di dubbia provenienza e inesistente genuinità, probabile concausa della recente epidemia di dissenteria.
I lavoratori aquilani sono costretti ad emigrare per trovare un lavoro, anche perché di fatto, gli enti locali sono stati commissariati. La popolazione, con il decreto 39 e relative ordinanze viene espropriata di ogni potere decisionale in merito al proprio destino, sia per quanto riguarda la fase dell’emergenza (impossibilità di autogestione nei campi della protezione civile e blocco degli aiuti da parte della stessa nei confronti dei campi autogestiti) sia per quanto riguarda quella della ricostruzione, per la quale il suddetto decreto, invece di privilegiare i lavoratori del posto, promette una giungla di subappalti ad imprese a partecipazione mafiosa e massonica, provenienti da altre zone d’Italia.
Non siamo un popolo di accattoni, vogliamo solo quel che ci spetta: il lavoro e la terra per ricominciare a sognare, per ricostruire le nostre case, per vivere con dignità, come abbiamo sempre fatto. Ma qui ci impediscono di lavorare e si prendono la terra e presto si prenderanno anche tutte le nostre macerie, la nostra storia, i nostri ricordi, le prove della loro colpevolezza oltre che della nostra vita.
Si prendono tutto il nostro tempo: il tempo che ci vuole per aprire e chiudere una tenda della protezione civile ogni volta che si entra e che si esce (stimato in media di 20’), il tempo che ci vuole (ore, giorni o addirittura mesi senza risultati tangibili) per cercare di avere notizie o documenti dall’infernale macchina del DICOMAC (DIrezione di COMAndo e Controllo, l'organo di Coordinamento Nazionale delle strutture di Protezione Civile nell'area colpita) e di quel che è rimasto degli sportelli comunali, il tempo che ci vuole per cercare di chiamare, a un numero verde sempre occupato, un autobus per potersi spostare (ore e a volte giorni), il tempo che ci vuole per gli sfollati nella costa per aspettare un autobus che non arriverà mai. L’Aquila è ormai una città assediata dalla burocrazia e dalla militarizzazione, blindatissima per il G8 ed ermetica alle concrete esigenze degli aquilani. Senza notizie e informazioni gli sfollati sono costretti a file sfibranti solo per lasciare il documento al maresciallo di turno ed uscire insoddisfatti e sfiniti, pronti per un'altra fila presso un altro com o un altro ufficio.
Fa caldo, troppo caldo nelle tende e nelle file laceranti fuori dai COM e fuori dalle mense, dalle docce, dalle tende con gli aiuti. Il tempo, scandito dalle esigenze di profitto dall’emergenza e non da quelle della ricostruzione del tessuto sociale, la convivenza forzata, la perdita totale di ogni frammento di intimità e di identità collettiva nei luoghi e nei tempi controllati dal disordine della protezione civile ed associazioni da essa accreditate, l’ozio forzato cui sono costretti gli sfollati cominciano a prendere forma nelle risse, nelle violenze alle donne e nella guerra tra poveri. E mentre i carabinieri e i media minimizzano, per evitare che questa rabbia gli si rivolga contro il generale Bertolaso chiede aiuto all’arcivescovo e ai preti: “la gente nelle tendopoli comincia a rumoreggiare, tocca anche ai sacerdoti veicolare messaggi distensivi per evitare rivolte popolari”. Naturalmente in una situazione così “surriscaldata” l’appello ai parroci potrebbe non essere sufficiente e così il controllo governativo dei campi profughi si capillarizza in chiave autoritaria, oltre che con la militarizzazione dei campi stessi, anche con la gerarchizzazione delle persone ivi ospitate. Nelle tendopoli le uniche assemblee popolari consentite e incoraggiante, quando non direttamente indette dal capo-campo della protezione civile, come è successo a piazza d’armi, sono quelle per simulare la libera elezione dei responsabili civili per la sicurezza, ossia i kapò. Un kapò per ogni etnia per meglio controllare ogni comunità, praticamente scelto dal capo-campo in cambio di condizioni privilegiate nella tendopoli stessa. Altro che Stato di diritto e di democrazia! I campi sono blindati: vietato introdurvi volantini e macchine fotografiche, vietato importare ed esportare informazione e democrazia. Eppure a piazza d’armi c’è un presidio fisso della rai che non trasmette nulla di ciò che accade lì, ad eccezione delle passerelle degli sciacalli politico-istituzionali. Oltre quei cancelli e quei recinti, solerti funzionari della digos e della polizia in borghese vigilano affinché la gente rimanga ignorante, vigilano affinché tra le maglie di quelle reti non passi neanche un filo di libertà, di partecipazione.
Ma noi dobbiamo resistere, abbiamo il diritto-dovere di resistere, di partecipare al nostro presente e di essere protagonisti del nostro futuro. Vogliono fare il G8 all’Aquila? Noi abbiamo il diritto-dovere di guastargli la festa prima che la festa la facciano a noi. D’altronde se per luglio ci saranno ancora macerie le pietre non mancheranno!

NO AI CAMPI-LAGER!
NO AGLI ALBERGHI-GHETTO!
NO AL G8!

Per una rete di soccorso popolare
mumiafree@inventati.org

Veronica e il moderno fascismo

Uno scritto di Margherita Calderazzi per proletari comunisti versione web

La questione di questi giorni: Berlusconi/Veronica Lario/Casoria sta mettendo in scena, pur se con forme anche grottesche, un aspetto del moderno fascismo. Per questo nessuno, e tanto meno chi è comunista, può starsene zitto. Parafrasando Marx, il fascismo in Italia una prima volta si è presentato in "tragedia" ora si presenta in "farsa". Lo spirito e gli atteggiamenti fanatici, di servilismo cieco ma convinto e militante verso l'"imperatore" degli esponenti e sostenitori del PdL, sordi a qualsiasi ragionamento di buon senso - che appare nelle trasmissioni televisive, dalle dichiarazioni sui e di parte dei giornali; L'uso delle donne, come oche alla corte dell'imperatore, l'ideologia maschilista ossessiva, l'idea di Berlusconi e della sua "corte" che lui può tutto e che ciò che tocca, pur se è "merda", diventa per il fatto stesso che lo fa Berlusconi legittimo e bello, stanno dimostrando anche questo La prostituzione a fini di carriera-spettacolo, o politico/elettorale che viene praticata e legittimata; la pornografia dello spettacolo; una sorta di rinnovato e moderno "ius prime noctis" per il piacere dell'imperatore; vogliono dire cultura e pratica dello stupro, della pedofilia che vengono rese legittime. Se tutto questo lo facesse una persona qualsiasi, sicuramente rischia di essere arrestato, ma se lo fa Berlusconi è sinonimo di un potere che è vicino alle masse... La "politica" come abuso di potere, nelle forme usate da Berlusconi era praticata anche ai tempi di Mussolini. Il potere viene usato per rendere legittimo solo per sé ciò che è reato per gli altri L'abuso del potere da parte di Berlusconi, della sua carica istituzionale per imporre le veline e i delinquenti nelle liste, per dispensare regali, per stravolgere le regole politiche-elettorali, per viaggiare con i soldi dello Stato per incontrare un "amico" già inquisito e partecipare ad una festa di 18enne; le vergognose cose dette e fatte all'estero; l'uso personale dei mass media, ecc.ecc., non sono cose "sbagliate", ma sono - come ha detto Veronica Lario - ciarpame politico, L'aperta violazione delle leggi, lo stravolgimento delle regole di uno Stato da parte di chi dovrebbe essere garante di quelle leggi e regole equivale ad una sorta di colpo di Stato permanente, questo è fascismo - q nato dall'interno stesso delle istituzioni di democrazia borghese, usando gli stessi strumenti della democrazia borghese. Un qualsiasi cittadino per violazioni molto più lievi viene punito, ma nessun partito di opposizione o presente alle elezioni lo chiede seriamente per Berlusconi: Questa aperta illegalità, non è nuova, anche se più andiamo avanti, peggio è. L'abbiamo vista anche nel caso Englaro: masse fanatiche di cittadini organizzati da partiti di governo, da esponenti istituzionali per impedire materialmente l'applicazione di leggi, sentenze, che loro per primi dovrebbero applicare e rispettare; lo vediamo nelle ronde organizzate dai sindaci contro gli immigrati, nei medici che si rifiutano di applicare leggi ancora esistenti, ecc. ecc.. Sulla vicenda Veronica Lario è la posizione della "opposizione " è partita con la dichiarazione che si trattava di "un fatto privato...", (Franceschini: "tra moglie e marito non metterci il dito"), è proseguita con con teatrino dialettico dei talk show televisivi dimostrando di accettare il terreno della corte dell'imperatore. E le politiche di molte cosiddette "femministe"? Nessuna parola, nessuna denuncia e indignazione; queste "femministe" che alzano grandi grida di fronte anche ad una molestia sessuale, ora che siamo di fronte a una violenza e molestia sessuale di carattere istituzionale verso le donne, ad un uso da parte del potere delle ragazzine come piacere dell'imperatore e dei suoi accoliti, invece di essere disgustate, offese, arrabbiate per come un capo di governo può "legittimamente" permettersi di infangare le donne, di sfruttare i loro corpi, non gridano, né dicono niente in tutt'altre faccende affancendate Alcuni (ancora più stupidamente) dicono che è tutto un gioco delle parti, che Veronica Lario "ci fa", quasi in accordo con Berlusconi. La realtà di questi giorni ha ampiamente dimostrato la serietà e lil significato politico delle dichiarazione di Veronica, e solo chi sta invischiato/a nello stesso teatrino della politica, può non se ne rende conto. Chi sottovaluta le verità (in un certo stesso "banali" nella loro evidenza) delle cose dette dalla Lario, chi le riduce a querelle elettorali- patrimoniali di fatto dà la stura alla tesi del "complotto" di Berlusconi. Veronica Lario ha detto delle sacrosante verità. Ha fatto delle analisi e denunce di fatti pubblici, niente affatto privati, ha mostrato che "l'imperatore è nudo" e che non bisogna lasciarlo agire; che un paese non si può lasciar governare da chi non "sta bene", da chi è fuori di testa (anche la pazzia di Hitler, non dimentichiamocelo, fu una componente del nazismo); Veronica Lario ha visto dall'interno il "nero" profondo dell'ideologia, della prassi, l'abuso di potere di Berlusconi e e lo ha indicato pubblicamente. Che finora anche lei facesse e fa parte di questo mondo che cosa può importare? Non rende meno vere le cose dette; Non lo ha fatto, tranne eccezioni giornalistiche invece, e non lo fa neanche ora la cosiddetta sinistra elettorale che dovrebbe fare una normale opposizione politica lì dove invece appare il moderno fascismo in azione che chiede tutt'altro scontro, invece ne spiana la strada alla piena attuazione Contro il potere di Berlusconi espressione del moderno fascismo in formaziione e in trasformazione come regime che via via occupa e stravolge tutti i posti, tutti i settori strutturali e sovrastrutturali della società, che usa il potere per ottenere un consenso populista,serve l'opposizione politica rivoluzionaria


15.5.09
Proletari comunisti ro.red@fastwebnet.it
la lotta e non il voto alla falsa opposizione
14-15 giornate di mobilitazione nazionale

mercoledì 20 maggio 2009

Miserie umane e sovrumane virtu'... la mia testimonianza sul terremoto


Lettera di Laura


Finite le comparsate... si solleva il velo sulla realtà.
Nel sito "Criticamente" è pubblicata questa lettera di Laura, una studentessa universitaria di Colle di Roio, paesino colpito dal terremoto.

Il testo mette in luce il punto di vista di chi il terremoto lo ha subito e, al di là dei proclami e la propaganda del governo del tipo "tutto sotto controllo" che tutti i giornali e le televisioni si sono affrettati a divulgare senza il minimo spirito critico, sta sperimentando come funzioni in realtà la macchina degli aiuti...

Ciao a tutti. Oggi è il 20 aprile 2009. Per molti Abruzzesi lo sguardo è congelato all'alba del 6 aprile 2009. Io, fisso il mio sull'ennesimo sorriso paterno e rassicurante del nostro Presidente del Consiglio, che campeggia sul paginone centrale de Il Centro, quotidiano locale e che ancora una volta (pure quando un minimo di decenza richiederebbe moderazione), fa sfoggio di capacità ed efficienza facendo grandi promesse nella speranza che si dimentichi il prima possibile (si sa gli italiani hanno memoria moooolto corta), che fino al 5 aprile nel meraviglioso piano casa che si intendeva vararare a imperitura soluzione della crisi economica, di norme antisismiche nemmeno l'ombra.

Vi scrivo da Colle di Roio (AQ) uno dei paesini colpiti dal sisma del 6 aprile 2009.

Il mio paese.

Trovo molto difficile fare ordine nel turbinio di pensieri che mi gonfiano la testa, ma ci proverò. E scrivo questa nota perchè credo che solo uno strumento quale la rete permetta di conoscere altre verità, senza mediazioni se non dell'autore.

Il nostro campo è abitato da circa trecento persone, distribuite in una quarantina di tende. Tornati da una vacanza mai iniziata, assieme a Pierluigi, abbiamo cercato di dare un contributo alle attività di gestione della tendopoli che, nel frattempo, (era passata già una settimana dall'inaspettato evento), era andata sviluppandosi.

Come sapete non sono un tecnico, nè ho una qualche esperienza di gestione logistica e di personale in situazioni di emergenza e quanto vi racconto può essere viziato da uno stato di fragilità emotiva (immagino mi si potrà perdonare). Il fatto è, che a fronte di uno sforzo impagabile profuso da molte delle persone presenti nel nostro campo, (volontari della protezione civile, della croce verde/rossa, vigili del fuoco, forze di polizia etc...), inarrestabili fino allo sfinimento, ci siamo trovati, o sarebbe meglio dire ci siamo purtroppo imbattuti, nella struttura ufficiale della Protezione Civile stessa e nel suo sistema organizzativo.

La splendida macchina degli aiuti, per quanto ho visto io, poggia le sue solide e certamente antisismiche basi, sulle spalle e sulle palle dei volontari; il resto da' l'impressione di drammatica improvvisazione. E non perchè non si sappia lavorare o non si abbiano strumenti e mezzi, ma semplicemente ed a mio parere, perchè si è follemente sottovalutato il problema fin dall'inizio.

Se vero che il terremoto non è prevedibile è altrettanto vero che tutte le scosse precedenti (circa trecento più o meno violente prima dell'inaspettato evento) dovevano rappresentare un serio monito. Perchè non è servito il fatto che due settimane prima del sisma alcuni palazzi presenti in via XX settembre a L'Aquila, poi miseramente sventrati, erano già stati transennati perchè le scosse che si erano susseguite fino a quel momento (la più alta di 4° grado, quindi poca cosa...) avevano fatto cadere parte degli intonaci e dei cornicioni...

Una persona minimamante intelligente, a capo di una struttura così grande quale la protezione civile, avrebbe dovuto schierare i propri uomini alle porte della città, come un esercito, pronto a qualsiasi evenienza. Ed invece mi trovo a dover raccontare che le prime venti tende del nostro campo se le sono dovute montare i cittadini del paese (ancora stravolti del

sisma), con l'aiuto di una manciata di instancabili volontari, che manca un coordinamento tra i singoli gruppi presenti, che la segreteria del campo (che cerchiamo di far funzionare), è rimasta attiva fino a ieri con un Pc portatile di proprietà di mia proprietà, acquistato "sia mai dovesse servire", e con quello di un volontario; che siamo stati dotati di stampante e telefono ma per la linea Adsl (in Italia ancora uno strano coso...) stiamo ancora aspettando e quello che siamo riusciti a mettere in piedi è merito dell'intelligenza di qualche giovane del posto e dei suoi strumenti tecnici; che abbiamo dovuto chiamare chi disinfettasse e portasse via mucchi di vestiti perchè arrivati sporchi e non utilizzabili; che che fino dieci giorni dal sisma avevamo un rubinetto per trecento persone, nessuna doccia, circa 20 bagni chimici e nessun tipo di riscaldamento per le tende.

Vi ricordo che in Abruzzo ed a L'Aquila in particolare la primavera fatica ad arrivare e che anche in queste notti la temperatura continua ad essere prossima prossima allo zero. Non ci si può quindi stupire che molte persone, la maggior parte delle quali anziane (e non tutte con la dentiera...), cocciutamente ed in barba alle direttive che vietano di rientrare nelle case, contiunano a fare la spola dalla tenda al bagno di casa.

Potreste obbiettare che tutto sommato e visti i risultati raggiunti nel seguire più di quarantamila sfollati questi problemi sono inevitabili e bisogna solo avere pazienza. Condivido il ragionamento.

Quello che mi lascia stupito, che la gente non sa e che gli organi di informazione si guardano bene dal dire è che tutta la macchina si basa all'atto pratico, sulla volontà ed il cuore di persone che lasciano le loro case e le loro famiglie e che non pagate, cercano di ridare un minimo di dignità e conforto a chi, a partire dalla propria intimità, ha perso tutto o quasi. La protezione civile che molti immaginano (alla Bertolaso per intenderci) non esiste nei campi, almeno non nel nostro. I volontari si alternano, perchè obbligati ad andarsene dopo circa 7 giorni.

Cosa comporta tutto questo?

Che ogni settimana si vedono facce nuove con la necessità di ricominciare a conoscersi ed imparare a coordinarsi, che il capo campo cambia anche lui con gli altri e quindi può avere esperienza o meno, che spesso, ed è il nostro caso, la gestione di alcune attività è affidata ai terremotati perchè non viene inviato personale apposito, con inevitabili problemi, invidie acrimonie e litigate tra...poveri.

Volete un esempio cristallino della disorganizzazione?

La nostra psicologa, giunta al campo per propria cocciuta volontà, è rimasta anche lei solo una settimana. Vi immaginate quale può essere l'aiuto ed il sostegno che una persona addetta può dare e quale fiducia può risquotere per permettere alle persone di aprirsi, se cambia con cadenza domenicale??? A questo si aggiungano l'inesperienza di molte persone (spesso e per fortuna sconfitta dalla volontà di far bene) e le tristi e umilianti dimostrazioni di miseria umana che ci caratterizzano e che risultano ancora più indecenti ed inaccettabili in casi di emergenza.

Qualcosa di buono però ragazzi l'ho imparato.

Ho imparato che per la richiesta di materiale devo inviare un modulo apposito e che a firmare lo stesso non deve essere il capo campo, la cui responsabilità, fortuna sua, è solo quella di gestire trecento vite, trecento anime, più tutti coloro che ci aiutano dalla sera alla mattina, ma serve il visto del Sindaco, oppure del presidente di circoscrizione oppure di un loro delegato (pubblico ufficiale). Noi dopo aver speso due giorni per individuare chi dovesse firmare questi benedetti moduli, sappiamo che dobbiamo prendere la macchina e quando serve (ovviamente più volte al giorno), raggiungerlo al comune.

Un'ultima noticina.

Due giorni fa la Protezione civile si è riunita con gli esperti, ed ha ritenuto che non vi siano motivi di preoccupazione relativamente alle dighe abruzzesi (la terra trema ogni giorno). Ora ricordandomi che analoga sicurezza era stata espressa all'alba di una scossa di quarto grado e pochi giorni prima che il nostro inaspettato evento facesse trecento morti e azzerasse l'economia e la vita di migliaia di persone...ho provveduto, poco elegantemente, ad eseguire il noto gesto scaramantico...

Però dei regali li ho ricevuti.

Sono le lacrime di molte delle persone che hanno lavorato alla tendopoli, trattenute a stento nel momento dei saluti; sono le parole e gli sguardi dei vecchi del paese, che mescolano dignità e paura, coraggio e rassegnazione, senza mai un lamento.

Un'altra cosa.

Vi prego chiunque di voi possa, prenda il treno l'aereo o la macchina e si faccia un giro per L'Aquila e d'intorni. Le tendopoli non sono tutte come quelle a Collemaggio. Scoprirete il livello di falsità che viene profuso a piene mani dagli organi di comunicazione oramai supini e del livello di indecenza del ns presidente del consiglio che prima con lacrime alla cipolla e poi con sorrisi di plastica distribuisce garanzie e futuro a chi, vivendo in tenda e saggiando sulla pelle la situazione sa, che sono tutte palle.

I morti sono serviti subito per mostrarsi umano e vicino alle famiglie, ma ora è meglio dimenticarli in fretta..Via via..nessuna responsabilità, nessun dolo. I pm sono dei malvagi.. ricostruiamo in fretta.. forza la vità e bella, vedrete, tra un mese sarete tutti a casa... Conoscete i nomi delle famiglie che doveva ospitare nelle sue ville?

Le virtù umane travalicano gli eventi, le sue miserie non hanno confini.

Se volete vi prego fortemente di inviare questa mail a quanti vi sono amici. La stampa nazionale si è guardata bene dal pubblicarla.

Un saluto a tutti.

Laura

venerdì 8 maggio 2009

Diario/Comunicato dalle zone terremotate


ALL’AQUILA SI VIVE IN STATO DI GUERRA

PADRONI ASSASSINI RIDATECI LA TERRA!

Un saluto di amore, sincero e rivoluzionario alle compagne e ai compagni trasparenti, a tutti quelli che hanno manifestato la loro solidarietà concretamente, con la lotta e non con il pietismo o la beneficenza, cercando di mettere a tacere il grido di dolore e rabbia che molti terremotati si portano dietro.
Non sappiamo se gli altri fuori ci vedono ancora e se ci vedono come ci vedono a noi terremotati.
Ma una cosa è certa: non ci hanno cacciati con le bombe dal nostro territorio, ma cacciarci dalla nostra terra era loro intenzione. Non riusciamo ancora a capire bene il perché o dove vogliono andare a parare. Di sicuro è una prova di guerra e di dominio totale sulla volontà della popolazione, forse è la sperimentazione del piano "rinascita" di Gelli.
Servizi segreti, sbirri di tutte le sorti e digos si sono concentrati qui nell’Aquilano, insieme a massoneria, mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, Stato di polizia e G8. Oltre ai vigili del fuoco, su 60.000 abitanti, di cui 30.000 sfollati sulla costa, ci sono più di 70.000 uomini e donne in divisa all'Aquila, dall’esercito ai carabinieri, dalla polizia, municipale e non, ai gom, dalla guardia di finanza (anche in assetto antisommossa) alla guardia forestale. E poi ci sono le guardie ecozoofile, che con le loro divise belle inamidate addosso, invece di rendersi utili nei campi stanno lì a prendere i documenti a chi entra e chi esce e a fare le ronde. C’è la protezione civile di Bertolaso-Berlusconi che filtra la solidarietà, impedisce l’istallazione di punti di connettività adsl (“tanto” dicono “noi ce l’abbiamo e agli sfollati questo non serve!”) e se gli chiedi di installare i cessi chimici in fondo al campo, dove c’è meno controllo, oppure la carta igienica, tergiversano o si rivolgono ai vigili del fuoco. E poi c’è tutta la pletora di volontari a pagamento autorizzati dalla protezione civile: dalla Misericordia ai Devoti di questo o quell’altro santo in paradiso, dalla croce rossa a quella bianca, verde o azzurra. E poi c’è Digos e polizia in borghese sparsa per tutto il territorio. In ogni campo su 160 sfollati, ci sono almeno 200 sbirri a vario titolo più quelli in borghese.
Queste tendopoli sono dei lager. Non è permesso tenere animali con sè (tranne rare eccezioni strombazzate in televisione), non è permesso andare a trovare amici e parenti negli altri campi senza essere identificati, non è permesso cucinare, lavarsi, autogestirsi. Quando arrivano i camion di roba la gente fa a botte per accaparrarsi le mutande o due calzini non spaiati.
Ci trattano come decerebrati. Ci hanno invaso, colonizzato, disinformato. Non arrivano giornali nei campi. Per andarli a comprare bisogna uscire la mattina presto dopo essere stati identificati e cercare di raggiungere l'edicola ancora agibile più vicina (abbiamo il marchio del terremotato: un tesserino da portare sempre bene in vista anche quando si fa la fila per mangiare o per andare al cesso o per farsi la doccia o andare dal barbiere ogni 15 giorni).
Per le donne, soprattutto le anziane, è una tragedia, per farsi una doccia o un bidè bisogna andare al mare o a Roma e tornare prima che chiudano i cancelli, altrimenti doccia fredda e bene in vista (sotto gli occhi di tutti, sbirri e maschi in generale), perché in molti campi non ci sono containers per le docce, ma docce a cielo aperto. Le donne anziane, disabili, le incontinenti, la fanno e se la tengono nella tenda, perchè non ci sono cessi chimici in fondo al campo, dove c'è meno sorveglianza. I cessi stanno all'entrata del campo, dove c'è la protezione civile e tutti gli altri sbirri con le telecamere e i fari. I cessi hanno tra l’altro le barriere architettoniche. Molte tende tra l’altro sono inagibili (ci entra l’acqua e gli sfollati devono scavare dei canali per convogliare l’acqua in una fossa, che poi svuoteranno la mattina successiva) e quelle della protezione civile difficilmente accessibili ( invece delle chiusure lampo hanno bottoni e spaghi per la chiusura) e per un giovane o una giovane aitante occorrono almeno 10 minuti per aprirne o chiuderne una.
La notte cerchi di dormire e di accantonare tutto questo disastro, cerchi di non pensare al futuro, non esiste futuro: non avevamo e non abbiamo lavoro, non avevamo e non abbiamo reddito e ora non abbiamo neanche più una casa, un nido dove stare. E mentre cerchi di addormentarti in mezzo a questo orrore, gli uomini in divisa entrano nelle tende e ti accecano la vista con le torce, per vedere chi c'è e chi non c'è, che cosa fa e se ha il computer acceso o la televisione (è vietato tenerli con sé nella tenda).
C'è il coprifuoco. Arrestano un rumeno per aver recuperato dalle case crollate pezzi di grondaia di rame, mentre i veri sciacalli sono pagati per tenerci rinchiusi dentro i campi o per mandarci via dalla disperazione.
E con il g8 sarà ancora più atroce. Nessuno guadagnerà una lira da quest’altro terremoto, nessuno tranne i potenti. Avevano strutture antisismiche sotto la scuola della guardia di finanza, in grado di ospitare 3.000 persone. Queste strutture non ospitano e non ospiteranno gli sfollati. Queste strutture ospitano e ospiteranno lo stato maggiore dei potentati economici e finanziari, ospiteranno gli 8 grandi capi di Stato dei paesi più imperialisti del mondo, dei paesi più guerrafondai del mondo, dei maggiori criminali del mondo. Queste strutture hanno ospitato, ospitano e ospiteranno un solo Dio, quello del denaro, quello delle banche che hanno messo in ginocchio l’economia e l’autonomia di un intero pianeta chiamato terra. Un pianeta che si è ribellato sotto i nostri piedi allo sfruttamento e alla devastazione selvaggia del territorio e dell’uomo.
I 90 milioni di euro che il governo Berlusconi-Bertolaso vuole destinare a “far star comodi” governi criminali col loro seguito di veline e pennivendoli per il G8, potrebbero servire a far star comode 600 famiglie di sfollati; la cittadella sotterranea della scuola della guardia di finanza potrebbe servire ad ospitare almeno gli anziani e i disabili sfollati, ma quelli non ci hanno un euro pe’ piagne!!!
E allora teniamoceli buoni questi straccioni! mettiamogli a credere che con il decreto affossa-Abruzzo avranno la casa per settembre! Poi se ci scappa da dire che “ci vorranno almeno 200 giorni per vedere i primi prefabbricati” costruiti su macerie di amianto e sangue, chi se ne frega, tanto nelle tende c’è il riscaldamento! E poi “che cazzo vogliono, sono morte soltanto 300 persone! Noi ce ne aspettavamo almeno 1500-2000!” (dichiarazioni di Berlusconi verificabili)
SVEGLIAMOCI!
Qui non ci daranno niente! Ciò che potremo avere ce lo dovremo conquistare con la lotta. Vogliamo case sicure e non tende! Un lavoro dignitoso e non una vita da larve dentro tendopoli-lager o alberghi-ghetto! Le comunità locali devono decidere del proprio futuro! I sindaci, non il governo centrale, non Berlusconi, non Bertolaso devono pretendere di amministrare i soldi per la ricostruzione. Se non hanno il coraggio di farlo che si dimettano.
Che si dimettano Bertolaso, Berlusconi, Maroni, Sacconi, Tremonti (attenzione, se non avremo i soldi da anticipare per la messa in sicurezza e la ricostruzione delle nostre case, tra 5 mesi dovremo regalarle a Fintecna, come stabilito dal decreto “salva- Abruzzo”).

che se ne vadano tutti!

Che se ne vadano i militari, la protezione civile, la polizia. Che se ne vada questo Stato di polizia!
Gli abruzzesi, migranti e non, colpiti dal terremoto devono tornare, quelli imprigionati nelle tendopoli devono uscire, riversarsi nelle strade tutti, per lottare, per dire no allo sciacallaggio istituzionale-mafioso, per riprenderci la terra, per riprenderci la vita, per mandare a casa chi ci tiene al giogo attraverso false promesse e un’apparato militare senza precedenti qui da noi. Siamo almeno 50.000 sfollati, non possono farci la guerra!

Fuori le lucine blu dal nostro territorio!

Non abbiamo bisogno di ronde, nessuno di noi ha più niente da perdere se non il futuro. E gli uomini in divisa, armati fino ai denti non sono qui per aiutarci, ma per proteggere il lauto banchetto, legato alla ricostruzione, a cui non siamo stati invitati!
Lottare possiamo e dobbiamo, non abbiamo più niente da perdere, solo da guadagnare!

No al G8!

Opponiamoci con forza a quest’altra passerella di potenti sulla nostra terra: non ci porterà ricchezza, ce la ruberà, ci ruberà il nostro patrimonio artistico, storico e culturale per piantare una bandierina pietistica e pietosa made G8 sulle nostre macerie. Ben venga la solidarietà quando è disinteressata, se non lo è diventa corruzione e non può essere avallata, neanche da certa sinistra istituzionale e non, che ingenuamente invita a “una forma di rispetto che non porti a manifestazioni su questo territorio”.
E’ questo il territorio che ci appartiene, è qui che dobbiamo lottare con forza, anche con manifestazioni e denunce, ma devono partire da qui e ben venga la solidarietà da fuori, l’appoggio dei comitati popolari contro le discariche o la TAV o della rete nazionale per la sicurezza sul lavoro, o del sindacalismo di base, ma siamo noi abruzzesi i protagonisti di quest’ultima sciagura e siamo noi, sulla nostra terra che dobbiamo ribellarci allo sciacallaggio anche istituzionale.
Non ci interessano le tournée a Roma o altrove, se ci sono ben vengano, ma siamo noi, inscidibilmente legati alla nostra terra, che dobbiamo reagire e ricostruire il nostro futuro.
Ci dicono e ci diciamo che siamo “forti e gentili”, ma è il nostro territorio duro, selvaggio e meraviglioso che ci ha plasmati così. Rispettiamolo, questo territorio sarà forte e gentile con coloro che da fuori vorranno darci solidarietà disinteressata e non coloniale. Manifestiamo ovunque, ma manifestiamo anche e soprattutto qui.

Ma quale civile, ma quale protezione, Bertolaso è un servo del padrone!

Questo è stato gridato, a ragion veduta, al capo della protezione civile presente al consiglio comunale straordinario dell’Aquila il 5.05.09. Questo "saggio" funzionario dello Stato è stato infatti inquisito per traffico illecito di rifiuti, falso ideologico e truffa ai danni dello Stato. Questo "saggio" funzionario dello Stato ha sostenuto e sostiene l'intervento di Impregilo (già sotto osservazione per infiltrazione mafiosa e ora per il crollo dell’ospedale dell’Aquila) per lo sversamento delle ecoballe tossiche nelle discariche di Chiaiano e per la messa in funzione dell’inceneritore di Acerra.

Tutti questi signori non sono qui per noi, ma per “azzuppare il biscotto”

Beh, il biscotto azzuppatelo nelle vostre mutande, che alle nostre ci pensiamo noi. Grazie per le tende inagibili, per la pasta scotta e il cibo scaduto, grazie per le mutande, i calzettini, gli psichiatri e i clown. La fase 1 adesso è finita

RIAPPROPRIAMOCI DEL TERRITORIO, BASTA CON LE PASSERELLE!

JETESENNE AFFANCULO!


Per una rete di soccorso popolare
mumiafree@inventati.org

Sabato 16 maggio 2009: presidio per Barbara Cicioni

Il 24 maggio del 2007 a Marsciano, piccolo centro della tranquilla e pacificata Umbria, la “normale” famiglia italiana faceva un’altra vittima: Barbara Cicioni.

Dopo una vita di vessazioni e maltrattamenti da parte del marito Roberto Spaccino, Barbara muore in seguito all’ennesima lite violenta.

Una vita di coppia fatta di violenze quotidiane e umiliazioni continue e caratterizzata, come candidamente ammette lo stesso Spaccino, da qualche “schiaffetto leggero” dato per “calmare” la gelosia di Barbara o quando “la cena non era pronta” e che sembra rappresentare ancora oggi l’ordinario svolgersi delle relazioni uomo/donna.

Questo caso di violenza “normale” non è appetibile per i mass media proprio per la sua emblematicità: quello che viveva Barbara è quello che vivono ancora molte donne tutti giorni all’interno delle mura domestiche e è considerato consuetudine privata da questo sistema sociale che si alimenta della violenza eterosessista, maschilista e patriarcale. In tale sistema il corpo delle donne è considerato come una proprietà di Stato e la sua difesa è tirata in ballo solo quando è funzionale alla legittimazione di politiche securitarie e razziste.

Sabato 16 maggio, in corrispondenza delle ultime udienze e dell’emissione della sentenza finale del processo a Roberto Spaccino scegliamo di essere in piazza per un’intera giornata di mobilitazione, per rivendicare la nostra idea di sicurezza.

Siamo contro la “banalità” della violenza sistemica sulle donne e la sua strumentalizzazione, che quotidianamente promuove ipocrite politiche sulla sicurezza, favorisce la paura e il razzismo e limita la libertà e il diritto all’autodeterminazione delle donne stesse.

Sabato 16 maggio 2009

Perugia, Piazza Matteotti e Piazza IV Novembre

Presidio e “istallazione umana antisecuritaria” dalle ore 9,00



Indecorose e libere!

Collettivo Femminista Sommosse Perugia - Rete delle donne umbre

Ponte Galeria, Roma. Tunisina si impicca al CIE.


Un altro omicidio di stato.


Nella notte tra il 6/7 maggio 2009 nel Cie di Ponte Galeria è morta Nabruka Mimuni, detenuta tunisina, 44 anni.
Residente in Italia da 30 anni, e' stata arrestata due settimane fa mentre era in fila per rinnovare il permesso di soggiorno. Le hanno comunicato che sarebbe stata espulsa e si è uccisa.

Da quel momento i detenuti e le detenute di Ponte Galeria stanno dando vita
ad uno sciopero della fame per protestare contro questa morte, contro le condizioni disumane di detenzione, contro i maltrattamenti, contro i rimpatri, contro l'esistenza dei CIE.

Domani, sabato 9 maggio, ore 15.00 appuntamento alla Metro Piramide

in solidarietà con le lotte dei reclusi e le recluse nel CIE di Ponte Galeria, come in tutti gli altri lager d Italia.

Chiudere i CIE subito
Nessuna gabbia, nessuna frontiera!

Alle compagne dei collettivi femministi, alle giovani ribelli, alle lavoratrici.

Compagne, la violenza sessuale alla May Day pone urgentemente all'ordine del giorno la necessità irrinunciabile e non più rinviabile di una ripresa di una lotta chiara, visibile, in questa città, e non solo, da parte dei collettivi femministi, delle lavoratrici in lotta, delle compagne dei centri sociali contro la violenza sulle donne.

Lo stesso comunicato stampa degli organizzatori della May Day, su questo grave episodio, mostra l'arretratezza del movimento milanese - e non potrebbe essere altrimenti, vista la mancanza a Milano di una battaglia visibile, costante su questo aspetto che grava pesantemente sulla condizione delle donne-ma i commenti mostrano anche di peggio (si arriva a discutere se è stato giusto consegnare lo stupratore migrante irregolare alla polizia!).

Questo grave episodio ha mostrato come la mancanza di risposta di lotta delle donne, delle femministe di Milano su questo terreno fa sì che l'humus maschilista arriva a permeare anche settori di movimento. Fino a portare alla difesa del proprio spazio di movimento, dimenticando che di violenza sulle donne si tratta e l'aspetto principale non può essere la “salvaguardia” della manifestazione.

Per ogni donna stuprata e offesa siamo tutte parte lesa! Questa la parola d'ordine che ha animato le manifestazioni femministe. Occorre renderla viva e agente per riuscire a contrastare concretamente l'humus reazionario, maschilista, di violenza dispiegata contro le donne che, in questa città, raggiunge i neri primati delle violenze in famiglia, nei luoghi di lavoro, per le strade.


A partire da queste prime, brevi valutazioni crediamo sia necessario che ci si assuma la responsabilità e l'onere di aprire un serio confronto per cambiare l'attuale inadeguatezza e porsi l'obiettivo di costruire una rete con lo scopo di contrastare sul campo sessismo, maschilismo, uso strumentale del corpo delle donne per far passare le politiche securitarie.


Milano, 5 maggio 2009

movimento femminista proletario rivoluzionario Milano

contatti: mfprmi@libero.it 333/9415168

PRESIDI SPIA: RAZZISMO E MODERNO FASCISMO

Prima le classi separate per i bambini immigrati, poi il tetto massimo degli studenti immigrati da inserire nelle classi (vedi la Gelmini) ora ADDIRITTURA il governo sulla scia dei medici spia, tra le nuove misure da inserire nel pacchetto sicurezza in discussione, parla anche di PRESIDI SPIA che dovrebbero denunciare gli studenti immigrati, figli di genitori senza il permesso di soggiorno, che si iscrivono a scuola.

NO AI PRESIDI SPIA! NO AI PROFESSORI POLIZIOTTI!

L'ISTRUZIONE E' UN DIRITTO SACROSANTO DI TUTTI!!!

CONTRO LE POLITICHE SECURITARIE DEL GOVERNO CHE VUOLE ANCHE LA SCUOLA SEMPRE PIU' RAZZISTA E AL SERVIZIO DELLA FORMAZIONE DI UN NUOVO REGIME GRIDIAMO IL NOSTRO NO E CONTINUAMO A LOTTARE!!!

L'8 maggio, IN OCCASIONE DEL G8/UNIVERSITA'-ISTRUZIONE, scendiamo tutti in piazza a Palermo (Piazza Verdi ore 16,00 partenza corteo) anche contro tutto questo.

Lavoratrici precarie scuola dello Slai Cobas per il sindacato di classe - Palermo

Solidarietà alle maestre delle Scuole Longhena di Bologna

Solidarietà alle maestre delle Scuole Longhena di Bologna che stanno ricevendo lettere minatorie, di minaccie e offese, da parte di "ignoti" e che sono sotto inchiesta , 3 di loro si stanno difendendo da provvedimenti disciplinari che prevedono come sanzione il loro trasferimento ad altre scuole (una di loro è anche RSU e per la legge 300/70 statuto di lavoratri/lavoraton non può essere trasferita per l'art.28 attività antisindacale).
Tutto questo perchè?
Perchè hanno lottato e lottano contro i provvedimenti SUI TAGLI ALLA SCUOLA PRIMARIA DELLA Gelmini: contro il voto di condotta, contro il taglio di 135.000 posti di lavoro, contro il taglio del tempo pieno e contro lo smantellamento della scuola pubblica, PER LA SCUOLA PUBBLICA DI TUTTI E PER LA QUALITA' DELLA SCUOLA PUBBLICA CHE LA SCUOLA PRIVATA NON AVRA' MAI PERCHE' INTERESSATA AI PROFITTI PIU' CHE ALLA CULTURA DI BAMBINE E BAMBINI.
le maestre delle Scuole Primarie Longhena di Bologna sono colpevoli di avere espresso i loro pareri e di averlo fatto con manifestazioni sindacali e pubbliche.
Questo è fascismo puro, togliere la libertà di parola , di manifestazione, di denuncia.
Contro la costituzione italiana che ha apenna festeggiato i 60 anni di vita.
Solidarietà a loro, siamo con voi, non fermatevi.

Donne del Tavolo 4 Bologna

FORTE SOLIDARIETA' ALLE MAESTRE DELLE SCUOLE LONGHENA DI BOLOGNA CHE STANNO LOTTANDO CONTRO LO SMANTELLAMENTO DELLA SCUOLA PUBBLICA MESSO IN ATTO DALLA RIFORMA DELLA MINISTRA GELMINI

LA LOTTA DI QUESTE MAESTRE E' ANCHE LA NOSTRA LOTTA!!!

LAVORATRICI PRECARIE ATA DELLA SCUOLA DI PALERMO aderenti al tavolo 4 nazionale "lavoro/precarietà/reddito"

martedì 5 maggio 2009

LIBERIAMO ANGELICA!

il movimento feminista proletario rivoluzionario invita a raccogliere questo appello e a mobilitarsi Il 7 maggio a Napoli, processo di appello per la giovane Rom Angelica. Gruppo EveryOne: "E' stata condannata in base al pregiudizio medievale secondo cui i Rom rubano bambini". Napoli, 4 maggio 2009. "La giovane Rom ha subito una condanna assurda, senza prove, senza indagini approfondite, senza buon senso," dichiarano i leader del Gruppo EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. "Abbiamo inviato al giudice del Tribunale d'Appello un dossier che ne dimostra l'innocenza". Il grande giurista Juan de Dios Ramirez Heredia si è detto pronto a "indossare la toga per difenderla, accanto all'avvocato Valle". Angelica viene da Bistrita-Nasaud città della Transilvania. Era arrivata in Italia da pochi mesi con il giovane marito Emiliano e alcuni familiari. Ha una figlia di 3 anni, Alessandra Emiliana, che è rimasta in Romania. "Ma come possono pensare che io abbia cercato di rapire una bambina?" protesta Angelica davanti a un attivista di EveryOne, che ha avuto il permesso dal giudice di visitarla. "Sono una mamma e se qualcuno mi portasse via la bambina, morirei dal dolore". A Napoli la ragazza viveva di elemosina "e di qualche piccolo furto," confessa, "ma solo quando non sapevo come procurarmi da vivere, perché il mio sogno era quello di lavorare, se solo avessi avuto un'occasione". Il 10 maggio Angelica viene arrestata con un'accusa terribile: una donna di Ponticelli afferma di averla sorpresa mentre avrebbe tentato di rapire la sua bambina in fasce. "Per entrare nella stanza in cui dormiva la piccola," ricostruiscono gli attivisti, "Angelica avrebbe dovuto trovare contemporaneamente aperti il cancello esterno, il portone dell'edificio e la porta blindata dell'appartamento, senza imbattersi in un inquilino e senza che la piccola, una volta afferrata, si mettesse a piangere. Tutto questo, in un periodo caratterizzato a Ponticelli da una vera e propria fobia nei confronti degli 'zingari', tanto che tre mesi prima era nato un Comitato di Ponticelli per il problema dei Rom. Inverosimile". Leggendo gli atti del processo e il dispositivo di sentenza, si rileva che non esistono prove a carico di Angelica, ma solo la testimonianza della madre della bambina neonata. "Non vediamo perché la donna avrebbe dovuto mentire," scrive il magistrato. "E' una sentenza priva di razionalità, proprio per la 'zingarofobia' che si era impadronita in quei giorni degli abitanti di Ponticelli," prosegue EveryOne. "La Storia ci insegna che fin dal Medioevo la sola presenza di 'zingari' vicino a un bambino 'cristiano' faceva gridare le comunità locali al ratto di minore. Anche volendo credere alla buona fede dell'accusatrice, il fattore-pregiudizio non può in alcun modo essere ignorato nel giudizio di un caso come questo. Una perizia, che non è stata mai eseguita, avrebbe dimostrato che Angelica avrebbe dovuto muoversi al rallentatore per essere vista dalla madre, già sul pianerottolo e con la bimba in braccio, e quindi raggiunta e bloccata. Sembra che la madre della neonata descriva una propria paura piuttosto che un evento reale. I seguito è ancora più irreale. La madre leva la piccola dalle braccia di Angelica, rientra in casa, pone la bambina a terra, grida e... Angelica è rimasta ancora sul pianerottolo, giusto per farsi raggiungere dal nonno della neonata e poi da altri vicini, che cercano di linciarla". Alcuni cittadini di Ponticelli hanno ricordato che l'accusatrice ha precedenti giudiziari per falso ideologico. Le stesse conclusioni tratte dal Gruppo EveryOne e dal giurista spagnolo Heredia sono state tratte dal giornalista investigativo spagnolo Miguel Mora sulle pagine di El Pais: "Il teorema che ha portato alla condanna si basa solo sulle parole contraddittorie dell'accusatrice. "Il caso di Angelica ha scatenato gli abitanti di Ponticelli," commentano gli attivisti, "che in men che non si dica hanno sgomberato con brutalità i terreni occupati da Rom romeni, che erano al centro di un progetto urbanistico in attesa di un finanziamento pubblico di milioni di euro, finanziamento che poco dopo il 'pogrom' sono arrivati". Angelica, secondo la giurisprudenza, è una "minore non accompagnata" e il legislatore ritiene che un minore di età debba rimanere in Istituto il minor tempo possibile, favorendo tutte le possibilità di reinserimento sociale. "Ma Angelica è già dentro da un anno," conclude EveryOne, "e sconcerta il fatto che non le sia stato concesso il patrocino gratuito per un motivo surreale: era impossibile al magistrato stabilire le sue condizioni economiche in Romania". Se in appello sarà fatta giustizia, per Angelica si aprono due possibilità: tornare in Romania e ricostruirsi una vita con i suoi cari oppure restare in Italia, grazie a una famiglia che si è offerta di aiutarla in un percorso di inserimento sociale positivo, in attesa di ricongiungersi alla famiglia. Intanto il suo caso ha destato l'attenzione della Commissione europea, del Cerd (Nazioni Unite) e delle più importanti organizzazioni contro la discriminazione e gli abusi che colpiscono il popolo Rom in Europa, da Union Romani a ERRC, dall'OSI al Coordinamento Antirazzista Sa Phrala. Scriviamo al Presidente della Corte di Appello di Napoli Sezione Minorenni dr Vincenzo Trione e al Presidente del Tribunale per i Minorenni di Napoli dr. Stefano Trapani: info@tribunalenapoli.it tribmin.napoli@giustizia.it Per informazioni: info@everyonegroup.com www.everyonegroup.com

sabato 25 aprile 2009

25 Aprile 2009: Corteo a Piazza Verdi ore 18,00 - Palermo


Non permettiamo che sulle donne questo sistema avanzi nella marcia verso il moderno fascismo In una società di classe come la nostra, i governi imperialisti e capitalisti al servizio della borghesia, per salvaguardare e mantenere il loro sistema di dominio fatto di sfruttamento e oppressione, scaricano le conseguenze dell’ attuale crisi globale sulle masse popolari, sui lavoratori, sugli operai, sui proletari e in particolare stanno avanzando rapidi per peggiorare la condizione di di lavoro e di vita delle donne. Le donne sono tra le più colpite da questa crisi che sta causando la perdita di milioni di posti di lavoro in tutto il mondo e anche nel nostro paese sono le prime a pagare con licenziamenti, cassaintegrazione, aumento della precarietà del lavoro e della vita, tagli dei servizi sociali, reintroduzioni di discriminazioni su maternità, stato sessuale che si uniscono alle disparità già esistenti su salari e diritti. I governi ancor di più in questa fase per difendere gli interessi della classe borghese, mettono in campo politiche sempre più reazionarie e in questo, il governo Berlusconi, fa pienamente la sua parte cercando di liberarsi il campo da ogni opposizione alla sua politica e di reprimere ogni tipo di ribellione e lotta delle masse popolari, dei lavoratori. Voler ottenere a tutti i costi la riforma istituzionale, elettorale e giudiziaria a favore e tutela dei borghesi e potenti corrotti al potere, il monopolio dei mass media, lo stravolgimento della Costituzione nata dalla resistenza antifascista, per non parlare dell’attacco al diritto di sciopero, al contratto collettivo nazionale, l’imposizione di uno stato di polizia e di politiche sempre più repressive, tutto questo è la chiara dimostrazione di si vuole avanzare spediti verso un moderno fascismo. In particolare poi verso le donne si mettono rapidamente in campo tutta una serie di provvedimenti che affiancati da una martellante campagna “moralizzatrice” clerico/fascista vorrebbero ricacciarle indietro, nel “focolare domestico” affinchè si occupino solo della “sacra famiglia”, “unica risorsa insostituibile per la società” come grida a gran voce il Vaticano di Ratzinger , quella “risorsa” necessaria a distinguere nettamente i ruoli imponendo, oggi come ieri, un unico ruolo nella famiglia considerato come naturale sin dalle origini e pertanto immutabile, moglie e madre, angelo del focolare, vero e proprio pilastro della famiglia. Quella famiglia che ancor di più oggi nella crisi globale diviene “vera cellula” basilare della società capitalista in pericolo che deve servire a questo sistema sociale come importantissimo ammortizzatore sociale per attutire i colpi che quotidianamente si ricevono dall’esterno da parte delle politiche governative che hanno effetti sempre più devastanti (disoccupazione, precarietà, carovita, pesanti tagli ai servizi sociali) e che deve essere sempre più funzionale alla marcia della borghesia verso il moderno fascismo. Ma questa famiglia è invece per le donne, in particolare quelle delle masse popolari, la maggioranza, un ritorno al moderno medioevo in cui sempre più frequentemente accadono tragici episodi di violenza che trovano la loro manifestazione più eclatante nelle uccisioni di mogli, figlie, sorelle… ad opera di mariti, fidanzati…considerate come loro proprietà, nell’ambito di un accentuarsi di concezioni sempre più reazionarie e maschiliste generate dall’ attuale realtà sociale e politica che usa e strumentalizza gli stupri come un’ arma nella marcia verso il moderno fascismo. Il governo Berlusconi infatti, con una martellante e quotidiana campagna mediatica razzista e superallarmista che attribuisce agli immigrati in quanto tali gli stupri, la vera causa di pericolo per le donne spingendo, nel pieno sviluppo di raid fascisti, organizzazioni neonaziste come Forza Nuova contro chiunque abbia la fisionomia di immigrato, parallelamente ad una campagna volta a misure di controllo e restrittive della libertà delle donne, per cui le donne dovrebbero andare in giro sempre accompagnate da maschi, meglio se militari o poliziotti, e dovrebbero non uscire ma restare a casa (ma dentro casa chi ci difende poi dal marito violento???), vara un “pacchetto sicurezza” razzista e moderno fascista che in nome e sui corpi delle donne da un lato attacca i più elementari principi democratici costituzionali, impone quartieri e città sempre più militarizzati lasciando poi che i fascisti si rafforzino nel paese e creando un clima oscurantista/emergenziale, terreno fertile per la coltivazione di idee e pratiche fasciste, maschiliste, di sopraffazione che sono causa delle violenze sessuali; dall’altro usa gli strupri per distogliere l’attenzione dalla crisi, dalle pesanti conseguenze e misure che il governo mette in atto per peggiorare le condizioni di vita di tutti i lavoratori, di tutta la popolazione e doppiamente delle donne.
Contro tutto questo oggi 25 Aprile vogliamo gridare ancora più forte
che non c'è altra strada che la lotta auto organizzata delle donne!!!
Guardando alle tante donne del nostro paese che come parte determinante della lotta partigiana doppiamente si ribellarono al fascismo e nazismo, vogliamo essere oggi in prima fila nella lotta sociale e politica contro i governi al servizio del sistema capitalista che pone come una delle basi per la sua esistenza la doppia oppressione delle donne.

movimento femminista proletario rivoluzionario

venerdì 24 aprile 2009

La nostra resistenza è pane quotidiano

Il 7 aprile del 1944 morivano , fucilate dai nazisti, dieci donne.
Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo furono assassinate al ponte di ferro perchè insieme ad altri ed altre abitanti dei quartieri limitrofi avevano assaltato un forno. Volevano riprendere la farina e il pane che i fascisti negavano alla popolazione straziata dalla guerra e destinavano, invece, ai tedeschi.
La loro morte doveva essere l'esempio che scoraggiasse chi intendeva ribellarsi, ma il ricordo del loro coraggio è ancora la forza di chi cerca giustizia.
Il 25 aprile vogliamo mantenere viva la memoria della resistenza di quelle donne che, come molte altre, pagarono con la vita un gesto di disobbedienza contro un regime che ne schiacciava la dignità.
Quella storia ci appartiene, non è finita. Ricordarle è anche parlare delle donne che ogni giorno resistono con i propri corpi alle guerre, alle privazioni, alla negazione di libertà e delle diverse forme di esistenze.
Corpi violabili ma resistenti ogni giorno nel chiuso delle case e delle famiglie dove è quotidiana l’appropriazione dell’affettività e del lavoro; negli spazi pubblici, dove le aggressioni verbali e fisiche vorrebbero ricondurci alla sottomissione e dove le lesbiche sono oggetto di stupri punitivi per rieducarle” e costringerle all’ordine eterosessuale.
La nostra resistenza è pane quotidiano perché lottare è la forma di esistenza che abbiamo scelto in una società che nega, stravolge e si appropria continuamente di ciò che siamo.

25 aprile 2009 ponte di ferro dalle 9:30 alle 10:30
in ricordo delle dieci donne giustiziate dai nazifascisti.

Insieme raggiungeremo il corteo cittadino a porta san paolo.

Antifasciste romane

martedì 21 aprile 2009

APPELLO PER LE DONNE AFGHANE

KABUL
Quanto è successo in questi giorni a Kabul, è la CHIARA e NETTA dimostrazione della notale inultilità della presenza delle forze imperialiste nordamericane ed europee in Afghanistan. Circa 300 donne afgane hanno provato a manifestare alcuni giorni fa la loro contrarietà alla nuova legge che autorizza, tra l'altro, le violenze e i rapporti sessuali coatti all'interno del matrimonio, ma sono state fatte oggetto di una sassaiola proprio mentre la polizia interveniva per disperdere la folla. Ebbene, la sassaiola ed il linciaggio contro le donne è avvenuto proprio sotto gli occhi dei soldati (occupanti) nordamericani ed europei (erano presenti anche gli italiani) e nessuno a osato difenderle e proteggerle. La legge, che è stata approvata il mese scorso, legalizza lo stupro del marito nei confronti della moglie, ovvero obbliga le donne a "concedersi" al marito senza opporre resistenza; vieta alle donne di uscire di casa, di cercare lavoro o anche di andare dal medico senza il permesso del consorte; e affida la custodia dei figli esclusivamente ai padri e ai nonni. Il testo permette inoltre tacitamente il matrimonio di bambine e assicura agli uomini maggiori diritti in materia di eredità.
Il corteo di protesta era stato convocato da alcuni attivisti per i diritti umani ed ha trovato l'adesione di circa 300 giovani donne. Ma il gruppo si è imbattuto in una contro-manifestazione tutta maschile, che è presto degenerata in una sassaiola. "Morte alle schiave dei cristiani", hanno inveito gli uomini, mentre lanciavano sassi sulle donne.

E' possibile firmare l'appello per revocare la legge qui

lunedì 20 aprile 2009

Il 18 aprile a Taranto dall'Abruzzo

L’UNICO TERREMOTO CHE CI PUO’ SALVARE E’ QUELLO SOCIALE CONTRO IL CAPITALE! MA QUALE CIVILE, MA QUALE PROTEZIONE, BERTOLASO E’ UN SERVO DEL PADRONE! ALL’AQUILA SI VIVE IN STATO DI GUERRA PADRONI ASSASSINI RIDATECI LA TERRA!
Questi, tra gli altri, gli slogan scanditi sabato 18 aprile 2009 a Taranto. Alla manifestazione nazionale per la sicurezza sul lavoro, contro la salute negata e la precarietà, c’era anche una voce dall’Abruzzo. Una voce diversa da quella dipinta da TV e gran parte dei giornali, una voce che ha provato a raccontare il volto umano e criminale di un terremoto prevedibile e volutamente ignorato, che ha strappato alla vita centinaia di persone e distrutto la vita e la memoria di tutto il popolo abruzzese. Una tragedia nella tragedia, che ha finito per mettere in ginocchio, nel giro di una notte, l’economia di un’intera regione, già profondamente compromessa dalla sua collocazione geopolitica (l’Abruzzo è parte del Mezzogiorno e la sua economia è paragonabile a quella delle aree depresse del sud) e dalla crisi globale. Molti, troppi hanno perso tutto: i propri cari, la casa, il lavoro per chi ce lo aveva ancora. Centinaia di migliaia di sfollati in tutta la provincia dell’Aquila (altro che 50.000 come dice la protezione civile), evacuazioni nelle provincie di Teramo e Chieti. Lesioni e crolli ad edilizia pubblica e privata nei ¾ della Regione Abruzzo (da Il Centro del 15.04.09, pag. 12-13). A Sulmona sfollati nel fango e sotto la pioggia: le tende della protezione civile non sono impermeabili. Questi sono solo alcuni dei motivi che ci hanno spinto ad andare alla manifestazione nazionale di Taranto e ringraziamo la Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro che ha indetto tale manifestazione, per averci dato l’opportunità di denunciare pubblicamente quanto accade nel nostro territorio, rilanciando una lotta di massa e a 360° per la sicurezza sul lavoro e sulla vita. Il popolo abruzzese, colpito a morte da una catastrofe annunciata, dolosa e strumentalizzata dai media di regime, rialza la testa con la lotta e non cedendo alle lusinghe del suo boia o agli inviti a non fare polemiche perché bisogna prima pensare agli aiuti immediati, poi alla ricostruzione e poi il tempo passa, dimentichiamo tutto e servi come prima; ci risentiamo alla prossima calamità innaturale.

NO, MO’ BASTA!
Il ministero degli interni, la protezione civile, i governi nazionale e regionale sono tutti colpevoli e devono pagare e invece stanno nelle tendopoli a far vedere quanto sono buoni a darci un’elemosina dopo averci ucciso. Ricordando Marco Cavagna, il Vigile del fuoco morto per un malore mentre lavorava ad estrarre cadaveri tra le macerie, ci piace riportare lo sfogo di un altro vigile del fuoco, reduce per avvicendamento dalla zona del terremoto in Abruzzo:

" IN ITALIA VI E’ UN ENORME BARACCONE DI MAFIOSI CHE SI CHIAMANO PROTEZIONE CIVILE CAPEGGIATA DIRETTAMENTE DALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI. DETTA ORGANIZZAZIONE SI AVVALE DELL’OPERA DI NUMEROSO PERSONALE A TEMPO INDETERMINATO E DI CIRCA 3000 ASSOCIAZIONI DI "VOLONTARIATO" SENZA FINI DI LUCRO, MA PAGATE SOTTO FORMA DI RIMBORSO SPESE O AD INTERVENTO NEL CASO IN CUI SVOLGANO L’ANTINCENDIO PER SUPPLIRE LA VOLUTA ORMAI CRONICA CARENZA DI POMPIERI. QUESTI STRANI CLUBS, SPESSO COMPOSTI DA ELEMENTI DI DISDICEVOLE NATURA, RICEVONO I NOSTRI SOLDI DAGLI ENTI PUBBLICI USANDO RISORSE E MEZZI CHE DOVREBBERO ESSERE IMPIGATI NEI PROFESSIONISTI DEL SOCCORSO E DELLA PREVENZIONE. GIA’ HO AVUTO MODO DI SCRIVERE CHE IL SOCCORSO TECNICO URGENTE COMPETE AI VIGILI DEL FUOCO, QUANDO CI SONO. NATURALMENTE. NELL’AQUILANO SI REGISTRAVANO SCOSSE DI UN CERTA ENTITA’ DA OTTOBRE DELL’ANNO SCORSO E NESSUNO, NESSUNO DEGLI ADDETTI AI LAVORI HA FATTO NULLA. I VIGILI DEL FUOCO CONTINUAVANO AD ESSERE NEL NUMERO DI SEMPRE E VOI SAPETE QUANTO SIA IMPORTANTE INTERVENIRE TEMPESTIVAMENTE, POTEVANO SALVARSI ALTRE VITE CON UNA SOLA MANCIATA DI UOMINI IN PIU’, DI PROFESSIONISTI, PERO’. LA PROTEZIONE CIVILE NON AVEVA PROGRAMMATO NEANCHE DOVE METTERE LE TENDE E TUTTE LE VARIE ASSOCIAZIONI GIRAVANO NEL NULLA IN ATTESA CHE QUALCUNO DICESSE LORO A CHE CAZZO SERVONO IN QUESTA ITALIA DI MERDA! SI, DELLE ECCEZIONI CI SONO STATE, CI SARANNO SEMPRE ED HO VISTO “VOLONTARI” DI UNA PROFESSIONALITA’ SICURAMENTE SUPERIORE ALLA MIA…. CONDONI, CONDONI, CONDONI E MAFIA, ABITIAMO IN CASE DI CARTAPESTA IN UN TERRITORIO IN CUI OGNI CINQUE O SEI ANNI SI VERIFICA UN TERREMOTO DI UNA CERTA ENTITA’, MA ALLORA COME HA FATTO A FUNZIONARE LA MACCHINA DI BERTOLASO SE NON SONO MAI STATI FATTI SERI CONTROLLI STRUTTURALI SUGLI EDIFICI, SE LA PROTEZIONE CIVILE NON HA FATTO ANCORA UNA SERIA MAPPATURA DELLE ZONE SISMICHE, SE SI CONTINUA A COSTRUIRE SUL VESUVIO, SE LA MAFIA CONTINUA A FAR SOLDI SU TERREMOTI DI 100 ANNI FA, SE BERTOLASO SI OCCUPA DELLA GUERRA IN IRAQ E DEL CONCERTO DI MADONNA, SE NON DANNO ALMENO AI BAMBINI DELLE SCUOLE DOVE NON CORRONO IL RISCHIO DI MORIRCI! DOVE FUNZIONA QUESTA PROTEZIONE CIVILE!? SI SCAGLIANO CONTRO UN SANTORO MENTRE ANDREBBERO ARRESTATI TUTTI I VERTICI DELLA PROTEZIONE CIVILE, TUTTI I SINDACI DEI COMUNI INTERESSATI DAL SISMA, IN PRIMIS QUELLO DELL’AQUILA, TUTTI I RESPONSABILI DELLE COSTRUZIONI NON A NORMA COLPEVOLI DI CONCORSO IN OMICIDIO. ASSASSINI A PIEDE LIBERO…E POI VANNO AD OCCUPARSI DELLA VIGNETTA DI VAURO."

Come può funzionare la macchina della protezione civile se sia la stessa, sia il governo, sia la Regione hanno adottato una carta di classificazione sismica assassina per favorire l’abusivismo edilizio e la cementificazione del territorio? Se non sono mai stati fatti controlli strutturali sugli edifici e interventi di messa in sicurezza dell’edilizia pubblica? Dove sono finiti quei 200 miliardi di denaro pubblico stanziati dalla Cassa del Mezzogiorno, dalla Regione Abruzzo, dal Ministero dei Lavori Pubblici e da quello dell’Università e della Ricerca per costruire l’ospedale S. Salvatore? Sotto le macerie non si trovano! Eppure quelle macerie le ha consegnate, chiavi in mano alla ASL dell’Aquila, l’Impregilo, che nel 2007, mentre intascava gli ultimi 20 milioni di euro per mettere in funzione quell’ospedale, ora inagibile al 90% (con 2 bambini morti in pediatria), chiudeva con un fatturato di 2.627 miliardi di euro. L’Impregilo, che sta costruendo la TAV e “ammodernando” la Salerno-Reggio Calabria con tempi e sperpero di denaro pubblico di dimensioni bibliche (come per l’ospedale dell’Aquila). L’Impregilo, che con Lunardi come progettista e consulente dell'I.N.F.N. per il Progetto Gran Sasso, ha realizzato il traforo dello stesso con un costo finale reale di otre 1.700 miliardi di lire a fronte di un preventivo di 80 miliardi, con un costo sociale di 11 persone, di cui 10 operai morti sul lavoro, con l’allagamento e l’evacuazione della città di Assergi e lo stravolgimento di una intera vallata appenninica passata da un'economia silvopastorale ad una edile. Quelle macerie assassine le ha costruite la stessa multinazionale, l’Impregilo, a cui il governo vuole affidare la costruzione del ponte sullo stretto di Messina e delle nuove centrali nucleari (di cui una prevista nel Leccese), la stessa multinazionale a infiltrazione mafiosa che aveva in gestione il processo di smaltimento dei rifiuti in Campania, coinvolta, con l’attuale sottosegretario alla Protezione Civile Guido Bertolaso, nell’inchiesta “Rompiballe”. La stessa multinazionale a cui, presumibilmente, saranno affidati con qualche escamotage i lavori di ricostruzione.
E infatti il gruppo Fiat, che dell’Impregilo detiene una quota del 33%, ha già annunciato che provvederà alla costruzione del nuovo asilo comunale dell’Aquila.

DELLA SERIE: PRENDO I SOLDI PER COSTRUIRE OPERE INSICURE, COSI’, QUANDO CROLLANO, PRENDO SOLDI PER RICOSTRUIRLE E INSICURE COSI’ IL CICLO SI PERPETUA E CI GUADAGNO IN OGNI CASO

Chi non ci guadagna sono gli sfollati, che, se tutto andrà come dice Berlusconi, avranno diritto sì e no e non si sa quando, al 33% di risarcimento, il resto dovranno mettercelo di tasca propria. Di tasca propria dovranno pagare ancora una volta chi ha costruito loro case pericolanti, le tombe per i loro cari.

E allora chi sono i veri sciacalli? Quale la vera emergenza sicurezza? I potentati economici al governo, i palazzinari o 4 rumeni trovati senza un euro tra le macerie?

Perché tutti i vertici della Protezione Civile, il governo nazionale e locale, l’Adisu ecc. hanno ignorato l’annuncio del disastro? Tutti costoro sapevano che l’ospedale, le scuole, la casa dello studente, l’università, le case popolari sarebbero crollate di lì a poco con lo sciame sismico di progressiva intensità, che si registrava da ottobre e che aveva allarmato la popolazione procurando, con le ultime scosse del mese di marzo, gravi crepe in tali edifici.
ersino la procura era stata allertata, un anno prima del sisma, da un esposto del dentista Dante Vecchioni, che espresse forti preoccupazioni sulla stabilità dell’edificio in cui abitava per alcuni scavi in via XX settembre.
Quell’edificio, il palazzo Cioni-Berardi, si è polverizzato con il terremoto del 6 aprile, portando all’inferno, con il dentista, altre 10 vittime.
La protezione civile sapeva, Berlusconi sapeva, la Regione sapeva, l’Adisu sapeva, anche la procura sapeva e il sindaco dell’Aquila, che dopo aver mandato ai primi un telegramma per richiedere lo stato di emergenza (rimasto inascoltato), presenziò alla riunione della Commissione Grandi Rischi del 31 marzo, dove diversi esperti si espressero in modo per niente rassicurante.
E invece Bertolaso tranquillizzò la popolazione, chiamando “imbecille” e denunciando per procurato allarme il tecnico Giuliani e trattando come cretina tutta la popolazione del territorio abruzzese che invece chiedeva sicurezza.

Risultato:” tutti in casa o sul posto di lavoro o di studio quando ci sono i terremoti, siete al sicuro”.
Alle lavoratrici del call center di Pettino era vietato fuggire dopo le scosse o mettersi al sicuro.
E ora, nella gran parte dei luoghi di lavoro, mentre continua lo sciame sismico, i padroni impongono di rientrare senza adeguati controlli di staticità sui posti di lavoro e senza l’intervento degli RLS in tali controlli.
Per le 400 lavoratrici e lavoratori in rivolta della Transcom di Pettino, è previsto invece il trasferimento a Lecce (non è zona sismica, ma gli stessi palazzinari che hanno costruito a L'Aquila le loro tombe costruiranno lì una centrale nucleare!), ma i presunti motivi di sicurezza, prima ignorati dai superiori del call center, sono solo un pretesto per chiudere la sede in tempo di crisi.

“Sopra aju cottu l’acqua bollita”, si dice all’Aquila, prima la crisi ora il terremoto. E il governo gestisce tutto come una questione di ordine pubblico, militarizzando il territorio. Non a caso il Consiglio dei Ministri il 6 aprile ha nominato, come nuovo prefetto dell’Aquila, Franco Gabrielli, che dopo aver fatto carriera nella Digos e nel Servizio centrale antiterrorismo, è stato posto alla guida del Sisde. Ogni tendopoli, allestita comunque in ritardo, con tende insufficienti ad ospitare tutti gli sfollati, molto spesso senza acqua ed elettricità, quindi senza riscaldamento, è sotto stretto controllo militare e poliziesco e una tenda distribuisce psicofarmaci a pioggia per sedare la popolazione.
I militari, la Protezione Civile vogliono il controllo totale sulla popolazione, il monopolio degli aiuti e della solidarietà. Chi entra ed esce dal campo viene identificato e alla sera chiudono i cancelli. Mentre parli con altri sfollati devi guardarti le spalle per non farti sorprendere da una guardia che ti spia, ti sospetta di sciacallaggio e ti sbatte in galera e/o interviene con frasi di apologia al regime e alla perfetta macchina dei soccorsi di Bertolaso e Berlusconi.

Una macchina perfetta, arrivata dopo ore o addirittura giorni di ritardo che non ha resistito alle bufere di neve di Campotosto, dove le tende dell’esercito sono state spazzate via o a quelle di pioggia e vento in nottate piene di freddo, paura e precarietà di tutti i paesi evacuati, dove le tende della protezione civile sono state divelte dal vento dopo essere state infiltrate dalla pioggia. Una macchina perfetta, che occulta con disinvoltura dalla lista delle vittime e dalla camera ardente allestita presso la Guardia di Finanza, gli almeno 6 cadaveri di immigrati irregolari, raccolti per sbaglio tra le macerie, invisibili da vivi e da morti Una macchina perfetta che ora si predispone alla ricostruzione, con una new town sopra macerie di amianto e cemento bucato e sabbia marina e sangue e chissà cos’altro (magari i cadaveri dei migranti spariti dalla camera ardente il giorno dei funerali di Stato!)

NON POSSIAMO PERMETTERLO! CHI ROMPE PAGA E I COCCI SONO SUOI!

Bertolaso e Maroni si devono dimettere, Chiodi si deve dimettere, Berlusconi si deve dimettere Gli assassini, i padroni, che per aumentare i loro profitti hanno costruito le nostre tombe, le nostre case con materiale scadente e in violazione della normativa antisismica; il governo, la regione, che tale normativa non hanno adeguato alle esigenze della popolazione e del territorio ma solo a quelle del profitto DEVONO PAGARE

SOLIDARIETÀ CON GLI STUDENTI E LA POPOLAZIONE D’ABRUZZO CHE SI ORGANIZZA PER AVERE GIUSTIZIA E VERITÀ! SOLIDARIETÀ CON CHI LOTTA PER LA SICUREZZA SUL LAVORO E SULLA VITA!

Per una rete di soccorso popolare

Tantissime donne alla manifestazione di Taranto

Centinaia e centinaia di donne, ragazze hanno partecipato alla manifestazione nazionale di ieri, 18 aprile a Taranto "per la sicurezza sui luoghi di lavoro contro la salute negata e la precarietà", organizzata dalla Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro: dalle lavoratrici, precarie, alle familiari dei morti sul lavoro, alle ragazze delle Università di Napoli in lotta nei mesi scorsi, a rappresentanze di lavoratrici e collettivi femministi del tavolo 4, a compagne che venivano dall'Aquila e hanno anche fatto vivere nella manifestazione la solidarietà con le popolazioni abbruzzesi.
Certo a Taranto, città molto al sud, non era facile partecipare e altri collettivi femministi, coordinamenti donne, compagne, soprattutto del Tavolo 4 non sono potute venire, ma hanno ugualmente mandato una calorosa e partecipata adesione e sostegno.
Altre non hanno ancora compreso l'importanza di essere lì dove centinaia e centinaia di lavoratrici, ragazze lottano contro gli attacchi alle proprie condizioni di vita.
Rispetto a ieri, soprattutto due cose vogliamo sottolineare: Sono state proprio le donne proletarie, insieme ai giovani operai dell'Ilva di Taranto, a guidare il lungo corteo, rosso, combattivo, vivace che ha attraversato alcuni quartieri più inquinati della città, con la loro combattiva presenza, i loro interventi, i loro slogan, anche le loro canzoni.
Le lavoratrici delle pulizie di Taranto con contratti di poche ore e salari da fame, in lotta anche in questi giorni per il loro lavoro, portavano uno striscione: "LA PRECARIETA' CI STRONCA LA VITA", per denunciare come la fatica si somma alla precarietà del futuro, e la precarietà diventa di per sé un fattore di stress, di rischio salute fisica e psichica. Non sapere quanto durerà il lavoro, se il prossimo mese si rischia di perdere anche quel poco salario che si ha; dover essere costrette a ricorrere alla famiglia d'origine, o mantenere, a volte da sole, i figli; caricarsi, nello stesso tempo, di più del lavoro di cura in famiglia, dover provvedere a figli che non trovano lavoro e restano a casa o vi rientrano - tutto questo aggiunge alle "normali" fatiche, nuove fatiche in tutti i sensi. Queste lavoratrici hanno portato nella manifestazione tutta la loro rabbia ma nello stesso tempo una determinazione, facendo vari interventi al microfono lungo il percorso.
L'altra significativa presenza è stata quella delle familiari degli operai morti sul lavoro: dalla moglie dell'operaio dell'Ilva di Taranto, Antonino, di cui proprio ieri cadeva il 3° anniversario della morte, ad altre mogli, madri di operai dell'Ilva, dalla sorella di uno degli operai morti all'Umbria Oil, alla madre del giovane operaio morto il 1° giorno di lavoro al Porto di Ravenna, alla madre di un'altro giovane operaio di Trento morto anni fa ma sempre vivo nel suo cuore. Queste donne nei loro emozionanti e forti interventi in piazza hanno mostrato come è possibile e necessario trasformare il dolore in lotta; la sorella dell'operaio dell'Umbria Olii ha fatto un caldo appello proprio alle donne, a tutte le madri, mogli, sorelle, figlie a fare altrettanto, a unirsi, non rinchiudersi nel loro dolore, a dare il senso giusto a queste morti che non "devono mai succedere". Non è un caso che tra i familiari, sono soprattutto le donne che stanno portando una forza, una lucida determinazione a rendere irriducibile, senza sconti, questa battaglia contro le morti sul lavoro.
La forza di queste lavoratrici, di queste donne ha permesso anche una cosa nuova per Taranto, ma crediamo non solo per la nostra città: gli operai, in particolare i giovani operai dell'Ilva hanno riconosciuto, a volte sorpresi, ammirati, questa determinazione e combattività delle donne, e, cosa niente affatto scontata, si è realizzata nei fatti una unità, in cui le donne hanno espresso una irriducibilità in più e riconosciuta. Questa battaglia continuerà e chiamiamo tutte le lavoratrici, le donne, le ragazze, anche chi questa volta non è potuta venire, a portarla avanti sia a livello nazionale che nei posti di lavoro e realtà dove siamo.
Abbiamo fatto per l'occasione della manifestazione un nuovo opuscolo, con anche analisi, dati, sulla condizione di (in)sicurezza delle lavoratrici (un opuscolo in itinere, da arricchire, con altre analisi, dati, inchieste, racconti, per arrivare ad un manifesto quanto più completo della condizione delle donne su questo aspetto). Richiedetecelo, scrivendo a mfpr@fastwebnet.it o tramite tavolo4flat@inventati.org.

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario - Taranto
TA. 19.4.09

Comunicato della rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro

Dopo la Thyssen...oltre la Thyssen...la linea di classe unitaria e di massa
Il metodo della Rete vince la sfida e prosegue il suo cammino. In 5000 a Taranto (1000 per la questura e parte della stampa e tv locali che hanno dato grande risalto alla manifestazione) in una forte e spettacolare manifestazione e in una bella e toccante assemblea finale in piazza. Un lungo serpentone colorato di bandiere rosse guidato da donne proletarie e centinaia di scatenatissimi giovani operai dell'Ilva, mai scesi in piazza prima d'ora così compatti e combattivi convinti dalla linea e dalla prassi unitaria e intransigente applicata nella costruzione della manifestazione di Taranto. E' stata una manifestazione realmente nazionale con lavoratori e associazioni arrivati da Palermo e da Trento, da Torino e da Taranto, Marghera, Bologna, Ravenna, Perugia, Molfetta, Roma, Bari e Napoli. Tutti insieme, operai e lavoratori diverse organizzazioni sindacali, associazioni di familiari delle vittime del lavoro e centri sociali, militanti di partiti e organizzazioni e le punte avanzate delle università in lotta nei mesi scorsi.
Una manifestazione difficile da realizzare in una città del "profondo" sud. Una grande spinta dal basso in forma totalmente autorganizzata tra le diverse forme dello sfruttamento che si sono ricomposte in unica posizione di classe. Abbiamo anche reso la "questione Riva" una battaglia nazionale. Un padrone che i compagni di Taranto della nostra rete dello slai cobas per il sindacato di classe avevano sfidato da tempo quasi in solitudine numeri e cifre alla mano. Lo slogan "Riva assassino", gridato spontaneamente da centinaia di tarantini alla manifestazione, fanno capire perchè il padrone aveva giustamente percepito come un pericolo quella denuncia. Ora bisogna farne una questione nazionale e di classe piena insieme ai molti comitati di lotta dei lavoratori, comitati di quartiere e strutture territoriali ambientaliste presenti alla manifestazione. Il ponte simbolico tra la Thyssen di Torino e l'Ilva di taranto, che sembrava impossibile, è divantato sabato 18 aprile realtà in carne e ossa formato dagli operai che si sono incontrati al di fuori degli accordi o sostregni del sindacalismo sia confederale che di base colpevolmente "distratti" su questa mobilitazione dal basso che va avanti da mesi e che proseguirà il proprio percorso.
Sabato si sono finalmente incontrati in piazza e non in televisione i familiari di alcune delle più importanti realtà delle morti sul lavoro (Thyssen, ILVA, Umbria Olii, ecc...). Ma abbiamo anche formalizzato un nesso pratico e di lotta tra le morti sul lavoro e la lotta contro precarietà, cassintegrazione, nuova contrattazione nazionale, attacco al diritto di sciopero e estensione dei diritti ai precari. La presenza del Sindaco di Taranto è stato un ulteriore successo di questa manifestazione perchè ha simbolizzato il sostegno della città alla Rete e ha rappresentato anche un ulteriore sostegno e riconoscimento della battaglia dei familiari degli operai morti sul lavoro. Siamo consapevoli che abbiamo vinto solo un'altra battaglia che rappresenta una tappa di un percorso di lunga durata. Stiamo costruendo la rete passo dopo passo rispetto una prassi parolaia di addetti ai lavori e di sole denunce mediatiche su un tema così drammatico e centrale nella lotta contro il sistema di sfruttamento capitalistico ed i suoi governi. Abbiamo dato a tutti, senza alcuna discriminazione e con la massima buona intenzione, la possibilità di schierarsi e tanti lo hanno fatto con adesioni massicce andate anche oltre quelle già significative della riuscita manifestazione del 6 dicembre scorso. Ma soprattutto vogliamo sotolineare una partecipazione, al di là delle adesioni formali, ancora più combattiva e solida in una manifestazione in cui tutti si sono sentiti protagonisti e promotori. Con il metodo e la linea che questa Rete ha scelto sin dall'inizio.
A Taranto ora siamo più forti e autorevoli nella battaglia in quella che è attualmente la più grande fabbrica del nostro paese (per operi diretti e indotto), il primo stabilimento siderurgico d'Europa e uno dei primi 10 al mondo. In una città dove c'è anche l'ENI e la più grande Base militare italiana che si affaccia nel mediterraneo a sostegno delle guerre USA e Nato. In una regione segnata dai petrolchimici assassini e semi-dismessi di Manfredonia e Brindisi.
Ma ora dobbiamo ulteriormente rilanciare il percorso a livello nazionale verso nuove scadenze e fronti di lotta. Dalla manifestazione di taranto siamo usciti con l'impegno a rilanciare la piattaforma della manifestazione e della Rete verso uno sciopero generale nazionale. Allargheremo ulteriormente il lavoro sul campo in queste settimane a partire dalle manifestazioni del 1° maggio e in tutte le scadenze e iniziative di lotta previsti (dai processi esemplari contro la Thyssen, Eternit, Umbria Olii e tutti gli altri). Avvieremo la costruzione di una nuova assemblea nazionale per il 27 giugno a Roma con incontri preparatori territoriali e regionali a Palermo, Taranto, Napoli, Roma, Ravenna, Milano, Bergamo, Marghera, Torino, e ovunque sarà possibile, per pianificare in autunno nuove iniziative nazionali. In particolare pensiamo a una lotta sul "caso Eternit" a Casal Monferrato e una nuova giornata di lotta con mobilitazione nella prima decade di dicembre.
Da questa assemblea dobbiamo uscire con la definizione di questi appuntamenti, ma anche con nuove proposte per la costruzione della rete e della lotta tra i lavoratori immigrati e per formare una struttura di servizio

Rete nazionale per la sicurezza sui posti di lavoro

giovedì 16 aprile 2009

Lettera aperta alla Gelmini da un'insegnante terremotata

Gentile Mariastella Gelmini Ministro della pubblica istruzione

Apprendo con una certa perplessità che dopo aver portato il suo cordoglio ai terremotati aquilani e dopo aver emesso norme specifiche per evitare ripercussioni sugli alunni abbia poi deciso di riaprire le graduatorie per l'insegnamento senza tenere minimamente conto del dramma che ha colpito la classe docente aquilana. E sul bando che mio malgrado ho dovuto scaricare avventurosamente (...e sottraendo risorse a ben altre urgenze) in una tendopoli leggo anche che "La mancata presentazione della domanda comporta la cancellazione definitiva dalla graduatoria." Ma ha idea del fatto che chiedere a persone che hanno appena visto crollare le loro case (per non parlare delle scuole) di trovare una connessione ad internet già solo per informarsi sulle scadenze del bando o scoprire quale documentazione è necessaria per presentare la domanda ha proprio il sapore della presa in giro? Lascia anche perplessi il fatto che mentre tutte le categorie abbiano giustamente avuto le scadenze bloccate (mutui, bollette) sui docenti si abbatte questa incombenza assurda. Cosa dovrebbero fare i vari maestri e professori abruzzesi, abbandonare quel poco che rimane di case e famiglie per transumare sulla costa per compilare la domanda? Oppure non aggiornarle e perdere tutto quanto fatto finora? Per gli studenti ha previsto di cancellare il tetto massimo di assenze per permettere di sostenere gli esami di maturità nonostante il prevedibile superamento del monte delle assenze, ma la stessa cortesia non è toccata ai loro professori. Anzi, è addirittura prevista la cancellazione per chi non è in grado di confermare la propria posizione. Una decisione che lascia l'amaro in bocca. Le ricordo inoltre che L'Aquila è sede SSIS: oltre ai docenti già in servizio sarebbe il caso di dare risposte anche a loro, che non sanno quando e come procederà l'attività didattica ed anche quando e come affrontare l'esame di abilitazione. Che risposte intende dare a persone che stanno investendo tempo e risorse nella formazione per l'insegnamento e che in questo momento si trovano in una situazione assolutamente disastrata, come ha avuto modo di verificare di persona? Io ho la sventura di rappresentare tutte e tre le categorie: terremotata (la mia casa è, o era, dipende da cosa decideranno i tecnici del genio civile, a meno di 200 metri dalla casa dello studente), docente ed iscritta SSIS alla specializzazione per il sostegno. E vorrei tanto sapere quali risposte ha intenzione di dare, a me ed ai miei colleghi nella medesima situazione.

Prof.ssa Monja Ianni

domenica 5 aprile 2009

ANDIAMO TUTTE A TARANTO IL 18 APRILE!

Appello alle lavoratrici, alle precarie, alle immigrate, alle disoccupate, alle studentesse, alle compagne femministe.

IL 18 APRILE VI SARA' UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE A TARANTO per la sicurezza sui posti di lavoro, contro la salute negata e la precarietà.
A questa manifestazione - che segue l'altra nazionale fatta il 6 dicembre a Torino, in occasione dell'anniversario della strage degli operai della Thyssen - vi chiediamo di portare con forza e visibilità l'attacco alla vita e alla salute di noi donne che spesso è messo sotto silenzio, che è in alcuni aspetti simile a quello che subiscono tutti i lavoratori, ma ha molti aspetti differenti legati proprio alla condizione generale di doppio sfruttamento e oppressione di noi donne.

Questa manifestazione la facciamo a Taranto perchè è la città con l'Ilva
seconda fabbrica siderurgica più grande d'Europa, che ha il record nazionale di operai ammazzati sul lavoro e da lavoro, di morti nei quartieri, tra la popolazione di tumori. E' anche la città in cui per il profitto di padron Riva (proprietario dell'Ilva) nascono bambini già condannati, malati di leucemia a soli 11 anni, la città in cui le donne non possono dare il loro latte ai bambini perchè contiene diossina, la città che ha visto anche donne morte indirettamente per le fibre di amianto respirate lavando le tute.

A Taranto si dimostra pienamente come la precarietà ti stronca la vita: centinaia e centinaia di lavoratrici delle pulizie sempre tenute nell'incertezza del posto di lavoro, costrette pure a difendere un lavoro e un salario da miseria, ad esaurirsi in questa corsa, a dover spesso da sole
occuparsi dei figli, del peso di una vita in cui normalmente i servizi sociali mancano e ora anche la crisi viene usata per scaricare tutto il peso dei tagli sulle donne.

MA L'ILVA E' ANCHE LA FABBRICA IN CUI MOGLI, MADRI DI OPERAI MORTI HANNO TROVATO NEL DOLORE LA FORZA PER COMBATTERE, ORGANIZZARSI, E FAR RIVIVERE ANCHE COSÌ I LORO CARI, CONTINUARE LA LOTTA PER LA GIUSTIZIA E LA VERITÀ PER I LORO FIGLI.
Queste donne di Taranto, come della Thyssen di Torino, come di Molfetta, come dell'Umbria Oil, come tante altre, hanno cambiato la loro vita si sono trasformate, sono diventate forti, coraggiose; per amore e per ribellione sono uscite dalle case, dando voce anche a tutte le altre donne, mogli, madri, sorelle, figlie di operai morti che ancora tacciono.
Alcune di queste donne che non vogliono neanche essere delle figure cristallizzate, che ora vogliono parlare non solo al passato dei propri cari ma anche della battaglia che stanno facendo e del futuro, che non vogliono ricevere finte solidarietà, che danno loro forza agli altri, saranno insieme per la prima volta alla manifestazione di Taranto del 18 aprile.

MA TARANTO E' ANCHE LA CITTA' IN CUI LE LAVORATRICI DELLE PULIZIE SONO IN PRIMA FILA NELLE LOTTE/RIVOLTE, anche di questi giorni, lavoratrici che per non essere costrette a "tornare a casa" stanno fuori di casa dalla mattina alla sera, a lottare, a fare presidi, occupazioni del comune, per il lavoro, per la dignità, contro le istituzioni, le aziende, i sindacati venduti, ma anche per una vita diversa.

venerdì 3 aprile 2009

SIAMO TUTTE CLANDESTINE


SIAMO TUTTE CLANDESTINE
NO al pacchetto sicurezza, NO ai medici spia

Presidio di solidarietà a Kadiatou, la donna ivoriana denunciata come clandestina da un medico dell’ospedale Fatebenefratelli di Napoli dove è andata a partorire

Evidentemente uno o più operatori sanitari, resi troppo zelanti dal loro razzismo, si sono sentiti in dovere di applicare una legge ancora prima che fosse approvata.


Il 4 febbraio scorso, infatti, il Senato ha varato il cosiddetto Pacchetto Sicurezza (ddl 733), che contiene, tra l'altro, una modifica all'articolo 35 del Testo Unico sull'Immigrazione (Dlgs 286-1998) che elimina la garanzia, per gli irregolari che vanno a curarsi, di non essere segnalati da parte dei sanitari. Un vergognoso provvedimento che impedisce di fatto alle cittadine e ai cittadini stranieri, non in regola con il permesso di soggiorno, di accedere alle prestazioni sanitarie.

Ancora una volta repressione e controllo giungono sin dentro le corsie degli ospedali dove dovrebbero essere garantiti diritti universali come quello alla salute e alle cure!!


Nell’ospedale Fatebenefratelli di Napoli, a Kadiatou Kante è stato sottratto il bambino impedendole persino di allattarlo per i 10 giorni che ci sono voluti per dimostrare che era in attesa del riconoscimento dell’asilo politico. Cosa succederà nei casi di espulsione di una donna immigrata? Che fine faranno i bambini “clandestini”? Quante saranno le donne che pur di evitare l’espulsione o di vedersi portare via il bambino ricorreranno ai circuiti illegali per partorire o abortire rischiando la morte? Kadiatou purtroppo non è neanche la prima vittima, appena due settimane fa Joy Johnson, una nigeriana di appena 24 anni moriva di tubercolosi per la paura di essere denunciata qualora si fosse presentata in ospedale per farsi curare.

Se questa legge viene approvata definitivamente, nonostante le proteste della maggioranza dei medici italiani, non solo gli immigrati irregolari rischiano la segnalazione e l’espulsione per il solo fatto di ricorrere a cure mediche, ma in caso di parto sarà impossibile anche la registrazione anagrafica del bambino!

Ancora una volta il corpo delle donne viene utilizzato come pretesto per giustificare leggi repressive. Non è un caso che proprio il pacchetto sicurezza sia stato approvato strumentalizzando gli episodi di violenza contro le donne degli ultimi mesi. Sull’onda del clamore mediatico creato ad arte intorno a questi stupri si è voluto far credere che gli unici responsabili della violenza contro le donne sono gli immigrati. Una menzogna: 142 donne sono state uccise nel 2008 e centinaia di migliaia quelle picchiate e violentate dai loro mariti, fidanzati, amici. Che c’entrano gli immigrati? Aumentare la paura dello straniero, la diffidenza e l'odio serve solo a nascondere i veri responsabili della insicurezza dei cittadini: i poteri forti che creano la precarietà, che tagliano i servizi sociali, che licenziano, che fanno degradare i nostri quartieri.


Contro pacchetti sicurezza e norme xenofobe che ci vogliono distinguere in cittadine/i con e senza diritti, rispondiamo che


SIAMO TUTTE CITTADINE DEL MONDO E ANDIAMO DOVE CI PARE!
QUESTE MISURE NON DEVONO PASSARE!

Presidio
Venerdi 3 APRILE '09 ORE 17.00- davanti al Ministero del Lavoro, Salute, Politiche Sociali (via Veneto 56, metro Barberini)

Assemblea romana di femministe e lesbiche http: //flat.noblogs.org

La storia di Kante

La storia di Kante

La storia di Kante racconta di un futuro che è subito presente. Nell’Italia del pacchetto sicurezza, migliaia di donne come Kante possono essere denunciate qualche minuto prima o qualche minuto dopo il parto per aver scelto di rivolgersi a una struttura sanitaria nonostante l’”imperdonabile colpa” di non avere documenti. Possono essere separate dai loro figli, che non avranno la possibilità di avere un nome, perché l’Italia del pacchetto sicurezza impedisce la registrazione anagrafica dei bambini e delle bambine nati senza permesso di soggiorno. Nati clandestini. Nell’Italia del pacchetto sicurezza, migliaia di donne sceglieranno di partorire o di abortire in condizioni rischiose e precarie, nasconderanno le ferite delle violenze subite pur di sfuggire alla minaccia di espulsione.

La storia di Kante anticipa il futuro, perché il pacchetto sicurezza non è stato ancora approvato eppure comincia già a far valere la sua efficacia, con la complicità di quella parte del personale medico che non ha alzato la sua voce contro il razzismo delle nuove misure, ma se ne fa docile e zelante esecutore. Uomini e donne ne subiscono e ne subiranno gli effetti, ma per le donne migranti significa e significherà perdere il controllo sul proprio corpo, tanto più esposto alla pubblica mannaia del razzismo, della violenza e dello sfruttamento quanto più sarà rinchiuso in un mondo privato e clandestino.

La storia di Kante è la storia di una legge, la Bossi-Fini, che col pacchetto sicurezza cerca di realizzare il sogno patriarcale di un respingimento delle donne negli spazi chiusi delle mura domestiche, nel muto orizzonte della clandestinità legale e politica. È per questa ragione che la storia di Kante parla a tutte le donne ed è per questa ragione che la lotta contro il razzismo istituzionale del pacchetto sicurezza e della legge Bossi-Fini deve coinvolgerci tutte. Perché riscrivere la storia di Kante, e la storia di noi tutte, è ancora possibile. Per raccontare un’altra storia del futuro, è necessario scegliere adesso DA CHE PARTE STARE.

Le Donne del Coordinamento Migranti Bologna e Provincia

Con Kante e con tutte le donne immigrate sfruttate,oppresse,emarginate, umiliate,fino ad essere uccise come la giovane donna nigeriana morta di tubercolosi in Puglia per non esserrsi recata in tempo a farsi curare per paura di essere denunciata.
Contro le politiche securitarie del governo razziste, xenofobe, moderno fasciste SCATENIAMO LA NOSTRA RIBELLIONE!!!


mfpr

SOLIDARIETA' SENZA SE E SENZA MA DA TUTTO IL TAVOLO 4.
SIAMO CON KANTE E CON LE COMPAGNE CHE LA SOSTENGONO
Bisogna denunciare politicamente le spie razziste, ovunque esse siano!
Utile qualche indicazione salvagente per tutte le immigrate irregolari, da diffondere ovunque: prima di affidarvi a un qualsiasi ospedale rivolgetevi qui, vi daranno indicazioni su dove rivolgersi per cure mediche ed altro, senza correre il rischio di essere denunciate

mercoledì 1 aprile 2009

Le strappano il bambino perchè immigrata, rischia l'espulsione

QUELLO CHE ERA STATO TRISTEMENTE PREFIGURATO STA AVVENENDO E COME AL SOLITO LABORATORIO DI SPERIMENTAZIONE E' QUESTACITTA' (NAPOLI)!!
CREDO CHE OCCORRA DARE UN SEGNALE IL PIU' VELOCEMENTE POSSIBILE COSI' COME E' ACCADUTO LO SCORSO ANNO IN OCCASIONE DELL'AGGRESSIONE ALLA DONNA SOSPETTATA DI ABORTO CLANDESTINO AL POLICLINICO...
QUESTE PRATICHE DA VENTENNIO FASCISTA IN CUI ANCHE I MEDICI VENGONO CHIAMATI A SVOLGERE FUNZIONI DI CONTROLLO/SICURITARIE IN BARBA AD OGNI DIRITTO UNIVERSALE ALLA SALUTE ED ALLE CURE SANITARIE...

Una compagna di Sora Rossa (Napoli)

segue articolo

L'incubo di Kante in ospedale "Mi hanno strappato il bambino"

Parla Kante la madre clandestina della Costa d'Avorio denunciata dopo il parto al Fatebenefratelli
Occhi grondanti dolore per la storia vissuta nel suo Paese, la Costa d'Avorio in guerra civile, e per lo schiaffo subito in Italia. Kante è stata denunciata dopo il parto: è clandestina.

Occhi appannati dal dolore, ma ritrovano vita quando Abu, 26 giorni che gli sono bastati a superare i 3 chili e mezzo di peso, si volta verso il suo seno. Ha fame Abu. Vuole il latte. "Ma in ospedale mi hanno impedito di allattarlo, per quattro giorni". Kante viene dalla Costa d'Avorio. È in Italia da due anni, da quando sulla porta di casa le milizie governative del presidente Gbagbo le uccisero il marito. "L'ho visto morire dinanzi ai miei occhi. L'ho visto uccidere. A stento sono riuscita a sottrarmi ai miliziani che volevano portarmi via, sequestrarmi. E sono fuggita dalla guerra civile. Ho chiesto asilo politico qui in Italia, ma sono ancora senza documenti".

Il giorno della nascita di suo figlio Abu, il 5 marzo scorso, è cominciato, per Kante e il suo attuale compagno, un nuovo incubo. "In ospedale ci hanno chiesto i documenti, non gli è bastata la fotocopia del passaporto. Non gli è piaciuta la richiesta di soggiorno ormai scaduta. E per oltre 10 giorni mi hanno tenuta separata dal bambino". Undici giorni è rimasto Abu in ospedale: "Non lo hanno dimesso, non me lo hanno dato, fino a quando la Questura ha confermato la mia identità. Ho temuto che me lo portassero via, che non me lo facessero stringere più tra le braccia". Neppure il padre del bambino ha ottenuto che venisse dimesso: "Non ero presente al momento del parto - racconta l'uomo, Traore Seydou - E quindi il piccino è stato registrato con il nome della madre. "Non possiamo consegnarlo a te" mi hanno spiegato in ospedale. D'altra parte anche io sono senza permesso di soggiorno, in attesa che venga accolta la mia richiesta di asilo politico".

Kante ha 25 anni, 33 il suo nuovo compagno, Traore. "Il parto è andato bene, nessuna complicazione. Ma non mi sono allontanata dall'ospedale fino a quando non mi hanno permesso di portare Abu con me. Sono rimasta lì, per 11 giorni. Certo ora, col bambino, diventa più difficile trovare un lavoro qui a Napoli. Però per 6 mesi non potranno cacciarmi dal Paese". Niente foglio di via, per chi ha partorito sul territorio nazionale. "Ma dopo?" L'idea di tornare in Costa d'Avorio la terrorizza. "Anche se mi piacerebbe rivedere il mio primo figlio, che ora ha 5 anni e vive con la nonna". Traore, che in Africa faceva il falegname, si arrangia con lavoretti che riescono appena a sfamare la famiglia e a permettergli di mantenere la povera casa, a Pianura, che i due dividono con un'altra coppia.

"Troviamo assurdo quello che ci è successo - raccontano entrambi - credevamo che l'Italia fosse un Paese ospitale. Qui la gente non è cattiva. Mai sentito di madri denunciate dagli ospedali in cui avevano partorito". Per i nove mesi della gravidanza Kante era stata seguita - con tanto di accertamenti e controlli medici - dai sanitari dell'ospedale San Paolo. Ed a nessuno era venuto in mente di rivolgersi alle forze dell'ordine. "Ma il giorno in cui mi sono venute le doglie al San Paolo non c'era posto. Quando alle 22.30 siamo andati al Pronto soccorso di quest'ospedale mi hanno assicurato che tutto procedeva regolarmente, ma che era presto per ricoverarmi. Hanno aggiunto che comunque posti non ce n'erano e quindi, dopo qualche ora, ci siamo rivolti al Fatebenefratelli. Ed è lì che dovremo portare il bambino ad un controllo medico, tra qualche giorno".
(31 marzo 2009)

Dalle lavoratrici delle pulizie di Taranto

Irruzione in consiglio comunale a Taranto

Questa mattina lavoratrici e lavoratori dello pulizie dello slai cobas per il sindacato di classe insieme ad altre decine di lavoratori delle pulizie
uffici comunali e ad altri lavoratori in cig e senza lavoro di ex appalti comunali hanno fatto irruzione con cartelli, striscioni e con volantini durante il consiglio comunale.
Il consiglio è stato così interrotto per circa due ore ed è stato imposto un'ordine del giorno straordinario in cui il sindaco e l'intero
consiglio si impegnano a chiedere un tavolo in Prefettura per risolvere definitivamente il problema del passaggio da lavoro e lavoro.

Oggi non si sono sentiti i soliti interventi di rito di consiglieri e assessori, ma gli interventi forti delle lavoratrici e lavoratori che hanno detto:
basta promesse e le solite parole "stiamo lavorando per voi", basta rinvii, vogliamo fatti certi e chiari!

Doveva essere tutto pronto per il passaggio da lavoro a lavoro dei 185 lavoratori delle pulizie degli Uff. comunali al 1° di aprile, e invece ci
ci troviamo di fronte al fatto che le notizie cambiano da un giorno all'altro, alimentando incertezze e preoccupazioni.

Il Sindaco e gli assessori addetti invece di dire alle lavoratrci e ai lavoratori esattamente come stanno e a che punto stanno le varie soluzioni lavorative, chiedono loro di unirsi al Comune per fare pressione verso la prefettura sulla questione di ottenere da Roma degli incentivi.
Noi invece pensiamo che le lavoratrici, i lavoratori e lo slai cobas per il sindacato di classe già da tempo stanno lottando senza aspettare o delegare a nessuno, che i lavoratori non debbono farsi portavoce o i difensori di nessuno e che, quindi, è il Comune che si deve assumere chiaramente le sue responsabilità, senza prendere in giro le lavoratrici dicendo ogni giorno cose diverse.

Domani continua il presidio in corso già da diverse settimane.

le lavoratrici delle pulizie dello Slai cobas per il sindacato di classe TARANTO

Verso lo sciopero delle donne

Verso lo sciopero delle donne

Anche solo considerando i dati dell'Istat, che certo sottostimano il fenomeno, in Italia la violenza di genere è compiuta per il 98% da uomini su donne; in massima parte gli stupratori sono cittadini italiani; la violenza maschile resta la prima causa di morte e di invalidità permanente delle donne. Oggi politici e giornalisti si sforzano di strumentalizzare gli episodi più eclatanti di stupro per legittimare politiche autoritarie e xenofobe. Ma va ribadito che la violenza di genere attraversa verticalmente tutta la società e che stupri e femminicidi non sono che la punta emergente di un fenomeno ben più ampio e stratificato: quello di una generale discriminazione delle donne, nel lavoro, nella vita quotidiana, nella negazione della nostra libertà, nella violazione dei nostri corpi, nella costrizione al silenzio.
Denunciare e contrastare la violenza sessuale non sarà allora sufficiente se non si mettono in questione anche le forme strutturali della discriminazione e del sessismo: la rappresentazione istituzionalizzata del «femminile», le immagini sessiste di Tv, giornali, libri di scuola, ma anche i processi di precarizzazione del lavoro femminile, le disparità di salario e di carriera nei posti di lavoro, l'attribuzione diseguale, solo alle donne, della cura gratuita della casa, dei bambini, degli anziani. Proprio la crescente discriminazione del lavoro femminile diventa, in tempi di crisi economica, il fulcro materiale di un rinnovato autoritarismo sul corpo delle donne, costrette a lavori malpagati e, di conseguenza, sempre più vincolate alla casa in posizione di subalternità e dipendenza economica.
Solo ora ci si sta rendendo conto della gravità e dell'estensione della crisi finanziaria che sempre più investe e disgrega l'«economia reale» lasciando sul campo milioni di disoccupati. È una crisi che scuote violentemente parametri e assetti consolidati, tanto che c'è chi ha parlato dell'aprirsi di una «nuova fase del capitalismo» dagli esiti imprevedibili. Né è un caso che nei paesi occidentali la «politica per la famiglia» assuma oggi nuova importanza: l'Unione Europea raccomanda a governi e imprese di «sostenere la famiglia» e di «investire nelle risorse umane e nell'uso efficiente del capitale umano».
Certo è che la crisi della globalizzazione neoliberista impone una crescente riterritorializzazione delle economie capitalistiche, il rilancio dei mercati interni, la necessità di ridare reddito per riavviare il ciclo dei consumi. Ma i nuovi «aiuti familiari» comportano un forte risvolto di normatività, di controllo e di disciplinamento della vita delle donne. Concesso dall'alto, in una fase drammatica di tagli e disoccupazione, il reddito assumerà sempre più un valore premiale per chi si identifica con una sorta di «salute nazionale». Le politiche statali mirano oggi a distinguere tra «decorose» famiglie regolari (che riproducono lavoratori-consumatori) e lavoratori usa e getta, non garantiti, da sfruttare al massimo grado. In questo quadro, sono le donne a pagare il prezzo più alto: discriminate sul posto di lavoro, subordinate in famiglia, costrette gratuitamente al «lavoro di cura».
Non si tratta pertanto di cercare risposte in una falsa coesione, ma nelle lotte e nel conflitto sociale promosso dalle donne. Oggi crediamo sia importante creare reti autonome di lotta femminista e forme di autoassistenza sviluppando e potenziando quegli esperimenti che già esistono di economia alternativa, dal basso, solidaristica. Ma occorre altresì interrogarsi sui risvolti disciplinari dei nuovi progetti di Welfare: rivendicare una garanzia di reddito dalle istituzioni («reddito di cittadinanza», «reddito di esistenza», «salario garantito») riesce davvero a contrastare efficacemente le politiche sociali autoritarie? è adeguato portare avanti parole d'ordine che solo ieri apparivano utopiche e ora diventano strumento differenziale di governo e di disciplinamento?
Si pensi solo al progetto del «mutuo sociale per la casa» portato avanti in questi anni dai neofascisti di CasaPound e reso operativo di recente dal sindaco Alemanno. Anziché riproporre l'edilizia popolare o calmierare in qualche modo il mercato degli affitti, il comune di Roma preferisce erogare soldi alle famiglie avvantaggiando chi ha già disponibilità economiche e favorendo insieme la speculazione edilizia dei «palazzinari». Ma chi non ce la fa a pagare l'affitto non potrà certo permettersi di comprare una casa, anche con un mutuo agevolato. Quello del «mutuo sociale» è un programma politico di controllo e di promozione della famiglia italiana, «sana», disciplinata. Lo stesso potrebbe dirsi per la campagna del comitato «Tempo di essere madri», legato a CasaPound, che promuove in questi giorni una proposta di legge per il part-time alle madri lavoratrici italiane mantenendo lo stipendio pieno. Sono proposte del tutto coerenti con il nuovo «neoliberismo nazional-populista». Con una mano deregolamentano il lavoro; con l'altra tendono il pane, ma solo ad alcuni: a coloro che sono capitale umano, madri e padri fedeli al dovere, famiglia sana e perbenista. Queste politiche, infatti, sono basate su una pesante selezione degli aventi diritto e su condizioni inflessibili e ricattatorie per non decadere dagli «aiuti».
Di fronte a una situazione come quella attuale – così simile alla stagione del Novecento che prelude ai grandi totalitarismi europei – pare sempre più necessario un impegno di lotta femminista a tutto campo. Nella riunione nazionale del 24 gennaio, il Tavolo 4 «Lavoro/precarietà/reddito» della rete femminista e lesbica delle Sommosse, ha deciso di lanciare l'idea di uno «Sciopero delle Donne», costruito in modo autonomo dalle lavoratrici, dalle operaie, dalle precarie, dalle disoccupate, dalle giovani, dalle migranti, per denunciare una disparità che perdura e peggiora ogni giorno. Per promuoverlo, l'8 marzo vi saranno in tutt'Italia presidi, sit in, manifestazioni, volantinaggi, assemblee, raccolte di firme, iniziative di protesta, azioni simboliche (vedi http://femminismorivoluzionario.blogspot.com). Non pagheremo la vostra crisi! Non ci piegheremo alle politiche patriarcali che vogliono sottrarci quel poco di libertà che ci siamo conquistate!

Cassandre felsinee del Tavolo 4

NO ALLA REPRESSIONE DELLE LOTTE

BASTA PRECARIETA'
NO ALLA REPRESSIONE DELLE LOTTE

Il giorno 8 aprile del 2009 si celebrerà, presso il Tribunale di Roma, la prima udienza del processo contro 15 lavoratrici e lavoratori del COLLETTIVO PRECARIATESIA e della ACCCP (Assemblea Coordinata e Continuativa Contro la Precarietà), per aver dato vita, il 1° giugno 2006, ad uno degli scioperi più importanti che abbiano segnato la vertenza ATESIA tra il 12 maggio 05 e il 20 marzo 07.

Il presidio costruito con l'adesione dei lavoratori/trici della confederazione COBAS e dello SLAI-COBAS, come recita il documento della polizia che ci porta al processo, è stato descritto come art. 640 C.P., ovvero come VIOLENZA PRIVATA, naturalmente PLURIAGGRAVATA dal numero dei partecipanti.

Il 23 aprile del 2009 si aprirà forse l'ultima udienza del processo contro ATESIA intentato dai primi quattro licenziati del collettivo Precariatesia, licenziamento avvenuto il 22 luglio del 2005, per aver
convocato una assemblea interna contro l'interruzione di contratto per 800 addetti/e alle telefonate in out-bound.

Questi appuntamenti segnano una nuova fase della lotta contro la precarietà che in questi anni ha visto nelle iniziative su Atesia uno dei suoi punti massimi di conflittualità. Una lotta che ha prodotto nel 2007 la stabilizzazione, con contratto a tempo indeterminato, di oltre 20.000 lavoratrici e lavoratori nei call center.

In una fase in cui una pesante crisi di sovraproduzione - di capitale, di merci e di lavoro -- investe l'intero globo con la conseguenza di aggravare le condizioni di vita e di lavoro di milioni di proletari, le precarie ed i precari sono, insieme ai lavoratori immigrati, i primi a
pagarne le conseguenze.

In questo scenario, è evidente che si acuiscono le tensioni e il capitale sente la debolezza dell'intero sistema e cerca di deviare queste tensioni verso politiche di guerra fra poveri (contro gli immigrati o i precari ecc.) e al contempo cerca di "prevenire" la possibilità che si sviluppi la conflittualità nei luoghi di lavoro, nei territori e nelle scuole.

Ecco dunque che un'esperienza di lotta come quella che si è prodotta in Atesia negli scorsi anni diventa una scomoda realtà per il potere a cui bisogna rispondere con la repressione, in azienda come nei tribunali penali, ciò funge da monito ad altri che eventualmente volessero
ripercorrere percorsi di autorganizzazione e lotta. In più, con il processo del prossimo 8 aprile, si vuole affermare che persino lo sciopero è una forma di lotta non più tollerabile dal sistema.

Le nuove norme rendono ancora più aspre le misure contro lo sciopero, già presenti nella legislazione a partire dalla legge 146 del 1990 ed è sempre più diffuso l'uso della precettazione per impedire gli scioperi (uno degli ultimi esempi è il rinvio per ben 3 volte dello sciopero indetto dall'assemblea dei ferrovieri per il reintegro del RLS Dante De Angelis). Si progettano, inoltre, leggi per ridurre la presenza organizzata dei lavoratori nei posti di lavoro (in primo colpendo le esperienze di autorganizzazione e con esse anche quelle dei sindacati che non accettano di fare il cane da guardia dei padroni in mezzo ai lavoratori).

Tutte queste ragioni ci fanno ritenere gli appuntamenti processuali dell'8 e del 23 aprile una scadenza per l'intero movimento e per tutte quelle forze che ritengono importante mantenere ed anzi allargare gli spazi di democrazia nei luoghi di lavoro e nella società.

Per rispondere a questi attacchi convochiamo:

una assemblea cittadina il 2 aprile 2009 dalle ore 17 alla facoltà di fisica dell'università "la Sapienza";

una presenza di massa l'8 aprile 2009 a partire dalle ore 9,30 nell'aula del tribunale penale di Roma (Piazzale Clodio) dove si svolgerà il processo;

un presidio il 23 aprile 2009 dalle ore 10,30 al Tribunale del lavoro di Roma (Via Lepanto).

Collettivo PrecariAtesia; Assemblea Coordinata e Continuativa Contro la Precarietà; Confederazione Cobas; Slai Cobas

lunedì 30 marzo 2009

Appello alle lavoratrici, alle precarie, alle immigrate, alle disoccupate, alle studentesse, alle compagne femministe.


VENITE TUTTE A TARANTO IL 18 APRILE!


Appello alle lavoratrici, alle precarie, alle immigrate, alle disoccupate, alle studentesse, alle compagne femministe.

IL 18 APRILE VI SARA' UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE A TARANTO per la sicurezza sui posti di lavoro, contro la salute negata e la precarietà.
A questa manifestazione - che segue l'altra nazionale fatta il 6 dicembre a Torino, in occasione dell'anniversario della strage degli operai della Thyssen – vi chiediamo di portare con forza e visibilità l'attacco alla vita e alla salute di noi donne che spesso è messo sotto silenzio, che è in alcuni aspetti simile a quello che subiscono tutti i lavoratori, ma ha molti aspetti differenti legati proprio alla condizione generale di doppio sfruttamento e oppressione di noi donne.

Questa manifestazione la facciamo a Taranto perchè è la città con l'Ilva seconda fabbrica siderurgica più grande d'Europa, che ha il record nazionale di operai ammazzati sul lavoro e da lavoro, di morti nei quartieri, tra la popolazione di tumori. E' anche la città in cui per il profitto di padron Riva (proprietario dell'Ilva) nascono bambini già condannati, malati di leucemia a soli 11 anni, la città in cui le donne non possono dare il loro latte ai bambini perchè contiene diossina, la città che ha visto anche donne morte indirettamente per le fibre di amianto respirate lavando le tute.

MA L'ILVA E TARANTO SONO ANCHE LA FABBRICA E LA CITTÀ IN CUI MOGLI, MADRI DI OPERAI MORTI HANNO TROVATO NEL DOLORE LA FORZA PER COMBATTERE, ORGANIZZARSI, E FAR RIVIVERE ANCHE COSÌ I LORO CARI, CONTINUARE LA LOTTA PER LA GIUSTIZIA E LA VERITÀ PER I LORO FIGLI.
Queste donne di Taranto, come della Thyssen di Torino, come di Molfetta, come dell'Umbria Oil, come tante altre, hanno cambiato la loro vita si sono trasformate, sono diventate forti, coraggiose; per amore e per ribellione sono uscite dalle case, dando voce anche a tutte le altre donne, mogli, madri, sorelle, figlie di operai morti che ancora tacciono.
Alcune di queste donne che non vogliono neanche essere delle figure cristallizzate, che ora vogliono parlare non solo al passato dei propri cari ma anche della battaglia che stanno facendo e del futuro, che non vogliono ricevere finte solidarietà, che danno loro forza agli altri, saranno insieme per la prima volta alla manifestazione di Taranto del 18 aprile.
*****

UNA REALTÀ DELLE DONNE DI CUI SI PARLA POCO:
“il 27,5% degli infortuni colpisce le donne, circa 250mila su un totale di oltre 910mila. L'8% delle donne muore per infortunio” -
Questi dati che possono sembrare bassi, non testimoniano affatto una condizione di maggiore sicurezza per le donne ma solo una condizione di MINOR LAVORO; muoiono meno perchè lavorano meno, soprattutto al sud, nei settori industriali.
“Negli infortuni in itinere, invece, la quota rappresentata dalle lavoratrici, è rilevante e pari esattamente al 46,1%. e le morti delle donne in questi infortuni vanno oltre il 50% dei decessi (contro il 22,3% tra gli uomini)” -
Anche questi dati sono il frutto della realtà diversa delle donne; denunciano la morte di braccianti, precarie che per arrivare sui posti di lavoro a volte devono viaggiare, spesso assiepate nei pulmini dei caporali o degli intermediari, mezzi spesso non a regola che vanno veloci; ma denunciano anche la corsa che le donne devono fare per e da lavoro, per correre, già stanche e stressate, a fare l'altro lavoro, quello gratis in casa.

Vengono nascosti gli infortuni e gli attacchi alla salute nei settori, in cui le lavoratrici sono a nero, come l'agricoltura, il commercio, le piccole ditte, o totalmente “clandestine” come sono spesso le lavoratrici immigrate, dalle “schiave dei rifiuti” del nord est, alle badanti in tutt'Italia.
Tra le immigrate i dati ci dicono che molto elevati sono gli infortuni per le donne “provenienti da Ucraina (51%), Polonia (41,8%) e Ecuador (37,9%), occupate prevalentemente nei servizi alle imprese e alle famiglie (pulizie, badanti, colf, ecc.)”.
Tra le immigrate negli ultimi tempi, collegate alle criminali e razziste misure del pacchetto sicurezza e alla presenza da sceriffi dei poliziotti e carabinieri, vi sono state morti “su strada” di prostitute investite mentre scappavano dalla polizia. Anche queste morti, che non vengono contabilizzate, sono invece parte dell'attacco alla vita e alla salute delle donne e sono una pericolosa avvisaglia.

MA SOPRATTUTTO DENUNCIAMO CHE NON VIENE REGISTRATA LA MORTE LENTA DELLE DONNE, CHE SI AMMALANO, INVECCHIANO, MUOIONO PER FATICA, PER STRESS. E nella crisi, questa condizione sta peggiorando.
Nelle fabbriche, come la Fiat, alle vecchie condizioni di lavoro fondate su ripetitività, parcellizzazione, su aumento dell'orario, si stanno sommando le nuove fondate su aumento e nuovi ritmi produttivi, pesantezza dei turni di lavoro. E il paradosso è che più ti ammazzi di lavoro, ora anche per la paura di essere licenziate, più produci e più, come ora, vai in cassintegrazione.
Il nuovo modello contrattuale rinviando gli aumenti salariali all'incremento della produttività, vuole costringere e ricattare le donne a lavorare più intensamente, a rinunciare ai diritti di assenze per maternità, malattie dei figli; si vuole eliminare il divieto al lavoro notturno per le donne in gravidanza e nel primo anno di vita dei figli.

La fatica si somma alla precarietà del futuro, e LA PRECARIETÀ DIVENTA DI PER SÉ UN FATTORE DI STRESS, DI RISCHIO SALUTE FISICA E PSICHICA.
Nei call center, settori emblematici della precarietà, hanno inventato un nuovo termine: “tecnostress”: le donne rischiano la salute fino ad ammalarsi non solo per il fatto di stare ore ed ore davanti un computer, ore ed ore a sentire voci in cuffia, ma anche per lo stress di essere costantemente sotto controllo dei capi, di dover ripetere per ore le stesse frasi centinaia di volte; di dover essere “ottimiste” e allegre quando sono solo stanche e arrabbiate, e così via.

PER LE DONNE DOPO LA FATICA DEL LAVORO COMINCIA L'ALTRA FATICA DEL LAVORO IN CASA; anche qui, al lavoro domestico e di cura familiare sempre esistente, si aggiungono nuove fatiche. Il governo con i tagli e il peggioramento ai servizi sociali, alla scuola, alla sanità, scarica sempre di più sulle donne il peso dei bambini, dei disoccupati, degli anziani. In nome della crisi e dei modelli di “convivenza sociale” proposti (vedi Libro Verde di Sacconi) i servizi sociali prima erogati dallo Stato saranno demandati al mercato e alle famiglie, cioè alle donne. E le donne si ammalano, si esauriscono.

Infine dobbiamo denunciare un altro taciuto aspetto di rischio per le donne: LE MOLESTIE SUI LUOGHI DI LAVORO, FINO ALLE VIOLENZE SESSUALI SONO ANCHE ATTACCO ALLA SALUTE ALLA VITA DELLE DONNE. Ma questi dati non li troveremo mai nelle statistiche.

Questa condizione delle donne, quindi, se in termini di freddi dati di infortuni, di morti sul lavoro, è inferiore a quella dei lavoratori maschi, mostra le varie e dure facce di questo attacco alla vita e alla salute, e pone in maniera più chiara la necessità di legare anche questa battaglia per la sicurezza sui posti di lavoro, per la vita, la salute alla battaglia più generale contro questo sistema capitalista di morte, che schiaccia le vite in nome del profitto.

PER QUESTO CHIAMIAMO TUTTE A VENIRE A TARANTO IL 18 APRILE!

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario - Taranto
per aderire alla manifestazione: mfpr@fastwebnet.it - manifestazione18aprile@gmail.com

Lotta di classe nel genere, lotta di genere nella classe

Sabato 28 marzo, nella manifestazione indetta dai sindacati di base, abbiamo portato una presenza qualitativa del Tavolo 4 "Lavoro/precarietà/reddito" della Rete sommosse. E' stato appeso uno striscione nella scalinata alta di via Cavour che è stato visibile da tutto il corteo: "Noi la crisi non la paghiamo le doppie catene unite spezziamo". Abbiamo poi distribuito centinaia di volantini e affisso locandine con la 'piattaforma' "per lo sciopero delle donne" e l'appello al nuovo appuntamento del 18 aprile a Taranto.
L'importanza della presenza del tavolo 4 alla manifestazione del 28, è stata confermata dalla presenza attiva e massiccia delle donne migranti di Action e delle studentesse e delle precarie della scuola e dell'Università, nonché delle compagne dell'assemblea delle donne di Valle Aurelia, che hanno sfilato con lo striscione: "per fare economia ci mandate tutte a casa".
Questo il messaggio che abbiamo rilanciato anche ai promotori della manifestazione (nella cui piattaforma hanno dimenticato le donne, le lavoratrici che presto si vedranno innalzata l'età pensionabile) :

LOTTA DI CLASSE NEL GENERE, LOTTA DI GENERE NELLA CLASSE!


Tavolo4 "Lavoro/precarietà/reddito" della Rete sommosse

domenica 15 marzo 2009

Violenza, razzismo e fascismo come armi politiche di gestione della crisi

8 MARZO 2009

GLI STUPRI UN'ARMA POLITICA DEL GOVERNO BERLUSCONI NELLA MARCIA VERSO IL MODERNO FASCISMO.

ROVESCIAMO QUESTO GOVERNO, QUESTO STATO, QUESTO SISTEMA CAPITALISTA CHE NON SONO LA SOLUZIONE MA LA CAUSA DEGLI STUPRI, DELLO SFRUTTAMENTO, DELL'OPPRESSIONE DELLE DONNE!

Il governo Berlusconi, il parlamento, con una martellante e quotidiana campagna stampa e televisiva razzista e superallarmista che attribuisce agli immigrati in quanto tali gli stupri, la vera causa di pericolo per le donne, che aizza la cacciata di massa di tutti gli immigrati; nel pieno sviluppo di raid fascisti, dell'organizzazione neonazista Forza Nuova contro chiunque abbia la fisionomia di immigrato; di interventi manu militare da parte delle amministrazioni comunali per l'abbattimento di campi rom buttando in mezzo alla strada al freddo e di notte donne, bambini; e all'interno di una parallela campagna volta a misure di controllo e restrittive della libertà delle donne, per cui le donne dovrebbero andare in giro sempre accompagnate da maschi, meglio se militari o poliziotti, dovrebbero tornare presto a casa, uscire meno; ha varato un "pacchetto sicurezza" che legittima le ronde contro tutti gli immigrati, fatte da ex militari o da "cittadini per bene" leghisti, fascisti; che allunga i tempi di detenzione di tutti gli immigrati nei campi che sono sempre più dei vari e propri lager, campi di concentramento; impone inoltre ai medici di denunciare gli immigrati clandestini che si facessero curare da loro.
Un pacchetto di "INSICUREZZA", di apartheid di Stato di intere popolazioni, di moderno fascismo, che attacca i più elementari principi democratici costituzionali; un "pacchetto" che in nome delle donne, colpisce le donne immigrate e mette sotto "tutela"/controllo tutte le donne.

NON IN NOSTRO NOME!
NON SUI CORPI DELLE DONNE, VIOLENTATI DUE VOLTE!
Questo governo sta usando strumentalmente le violenze sessuali per imporre nei quartieri, che lasciano sempre e comunque degradati, una massiccia presenza di militari, per lasciare che i fascisti si rafforzino nel paese. Per questo sta creando un clima oscurantista/emergenziale sempre ideale per la coltivazione di idee e pratiche fasciste, maschiliste, di sopraffazione; crea città invivibili che diventano terreno pericoloso soprattutto per le donne -- e c'è un rapporto diretto tra aumento delle misure di "sicurezza" e l'aumento degli stupri, delle uccisioni delle donne. Sembra di assistere, purtroppo dal vivo e come principali protagoniste, a quei film dell'orrore prossimo futuro, che mostrano una società-galera, ipercontrollata, da "coprifuoco", in cui le vittime delle violenze sono più represse dei violentatori.
L'imperialismo è capace nel suo imbarbarimento, di andare anche oltre il moderno medioevo!
Gli stupri sono sempre usati dagli eserciti nelle guerre imperialiste contemporaneamente come arma di subordinazione e di giustificazione per imporre la "democrazia"/dittatura degli stati imperialisti; oggi sono utilizzati dal governo italiano come "guerra di bassa intensita'" all'interno per imporre uno Stato di polizia e razzista e la legittimazione della marcia verso moderno fascismo.

DELLE DONNE NON GLIENE IMPORTA NIENTE.
Questa manipolata e ossequiosa campagna stampa, da fare invidia ai tempi del fascismo, nasconde ad arte il fatto che la stragrande maggioranza degli stupri, delle uccisioni delle donne, avviene in famiglia, da parte di italiani, che 7 donne su 10 sono uccise dal proprio partner, che gli stupri fatti dagli immigrati sono solo il 10% del totale fatti da italiani, ecc.; nasconde i tanti casi di donne immigrate violentate da italianissimi. Non contano le donne, le loro sofferenze, il loro dolore, le loro denunce. Questa sofferenza ha più o meno clamore a seconda di chi è lo stupratore. Tanto che immaginiamo i ghigni delle iene ridens di Berlusconi, Alemanno, Ratzinger, caporioni fascisti con cui reagiscono alle violenze sessuali, quasi sfregandosi le mani che questi stupri danno loro rinnovata possibilità di fare nuovi provvedimenti securitari, mentre nel frattempo lasciano che i loro mostri rampolli, pieni di vuoto disperante, brucino qualche immigrato, a mò di "prove tecniche".
SEMBRANO UNA SORTA DI "VIOLENZA SU COMMISSIONE".
La realtà è che diventa sempre più difficile capire chi sono gli stupratori. Berlusconi, che dichiara che lo stupro "è inevitabile" e ci propone di essere accompagnate dai militari, quelli che si sono distinti in Somalia per orrendi stupri e torture, o quelli a Parma che hanno buttato seminuda in una cella una prostituta nigeriana, è corresponsabile di stupri o no? Le aziende, come la Relish di MI che mettono a Napoli mega cartelli pubblicitari in cui i militari perquisiscono palpeggiando delle ragazze, e la giunta di Napoli che se ne "accorge" solo quando la notizia appare sui giornali, o altre giunte, "in nome della legge", rifiutano di rimuoverli, sono corresponsabili di incitamento allo stupro, o no? I fascisti di Forza Nuova che dicono "difendiamo le nostre donne -- via tutti gli stranieri", che, quindi, considerano il corpo delle donne di loro proprietà, meglio se vestito da sposa, per essere chiari sul ruolo patriottico di moglie e madre delle donne, sono degli stupratori, ideologicamente e spesso praticamente, o no?
VOGLIONO MORTI I VIVI E IMPORRE UNA ESISTENZA DI MORTE!
Questo governo, con una larga maggioranza in parlamento, sostenuto da ampi settori di questo Stato, mentre condanna persone vive, immigrate a possibile morte, donne immigrate a partorire in casa, ad abortire clandestinamente perchè non possono più farsi curare, partorire negli ospedali italiani senza rischiare di essere denunciate, negli stessi giorni del varo del "pacchetto sicurezza", in collegamento/esecuzione dei voleri del Vaticano di Ratzinger, ha tentato di varare in fretta e furia una legge che impedisse a Eluana Englaro di essere libera di cessare una vita che non era vita. Un governo, uno Stato che fanno morire i vivi, che, invece, impongono una vita a chi è già morto, al solo scopo di affermare con l'autorità di decreti legge e della Chiesa ufficiale che le persone non possono decidere della propria vita, che è solo questo governo, questo Stato, Ratzinger e company che possono decidere della nascita, della vita, della morte, è un governo e uno Stato che stanno marciando verso un moderno fascismo, ed è legittimo rovesciarli!
QUESTO GOVERNO USA GLI STUPRI PER DISTOGLIERE L'ATTENZIONE DALLA CRISI E DAI SUOI PESANTI EFFETTI SULLE NOSTRE VITE.
Le prime a pagare la crisi sono le donne, con licenziamenti, cassintegrazione massiccia di non ritorno, aumento della precarietà del lavoro e della vita, peso dei tagli dei servizi sociali, reintroduzioni di discriminazioni su maternità, stato sessuale, che si uniscono alle discriminazioni già esistenti su salari, diritti; la vita delle donne diventa sempre peggiore e più oppressa. Non è azzardato pensare, quindi, che l'enorme rilevanza mediatica data in questi mesi agli stupri degli immigrati abbia anche lo scopo di distogliere l'opinione pubblica dalla crisi, dalle misure che in fretta e furia il governo sta facendo per peggiorare le condizioni di vita delle donne, di tutti i lavoratori, di tutta la popolazione, come quelle sull'aumento dell'età pensionabile, come i tagli dei fondi alle scuole, delle spese sociali, ma come anche la nuova legge di attacco al diritto di sciopero con l'introduzione delle "liste di proscrizione" per chi sciopera, perchè nella crisi si deve impedire ai lavoratori anche di lottare, il nuovo modello contrattuale che legando salari a produttività, tempi di lavoro, darà un'ulteriore giustificazione ai padroni per abbassare i salari delle lavoratrici, ecc., ecc.

Ci sono sempre più telegiornali da "cronaca nera", dove pur di dare un'immagine allarmista mettono insieme episodi di violenze vicini e lontani, e nulla dicono sulla vita NERA che ci stanno imponendo con la loro crisi, del fatto che tantissimi operai sono ridotti a vivere con 750 euro di cassintegrazione, che i giovani non trovano più lavoro e chi lo ha, soprattutto le donne, lo perde, del fatto che non ci si arriva più neanche a metà mese, che il taglio dei servizi sociali ci sta riportando indietro di decenni; del fatto che tutto questo porta, proprio quando viene messa al centro la "famiglia", a far diventare la famiglia il baratro in cui si scaricano tutte le frustrazioni, tutte le sofferenze quotidiane, e quindi il centro dell'oppressione fino alle violenze e uccisioni delle donne.

Sembra che ci sono i giornalisti che, se mai, fino all'altro giorno non hanno dedicato neanche un rigo o solo un trafiletto alle tante violenze sessuali e non, che colpiscono sempre le donne, fatte in famiglia, da italianissimi; ma da alcuni mesi invece, in coincidenza con l'avvio della crisi economica, vadano con taccuino e macchina da presa in cerca, come avvoltoi, delle violenze, perchè si parli di queste, si facciano ore di trasmissione su queste e gli immigrati, e non si parli -- se non per qualche rara e lodevole eccezione -- degli effetti della crisi sulle persone e sulle donne in particolare.

QUESTO SISTEMA SOCIALE CAPITALISTA, con i suoi attacchi, peggioramento delle nostre vite, negazione dei nostri diritti, aumento dello sfruttamento e oppressione, con la sua propaganda di cultura e ideologia maschilista, da moderno medioevo contro le donne, NON È LA "SOLUZIONE" MA LA CAUSA DELLE VIOLENZE SESSUALI.

Alcune belle anime del ceto politico femminista, della "sinistra" contro tutto questo moderno fascismo pensano di fare delle belle operazioni culturali, di sensibilizzazione, formazione dalla nascita dei maschi, e sugli immigrati di fare dei distinguo tra buoni e cattivi. Sono patetiche o complici, volontarie o involontarie.

Non c'è altra strada che l'organizzazione delle donne, che l'unità delle donne italiane e immigrate, che un esercizio di fatto di una sacrosanta "violenza" di lotta delle donne, di esercizio di un contropotere delle donne nei quartieri, lì dove avvengono gli stupri, "illuminiamoli", facciamo vivere i quartieri, le città con la nostra presenza organizzata.

MA SOPRATTUTTO, SIAMO IN PRIMA FILA, PERCHÈ ABBIAMO DOPPIE RAGIONI, NEL NECESSARIO PROCESSO RIVOLUZIONARIO SOCIALE E POLITICO PER ROVESCIARE QUESTO SISTEMA CAPITALISTA CHE HA NEL SUO DNA LO SFRUTTAMENTO, L'OPPRESSIONE, LA VIOLENZA VERSO LE DONNE.

Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario
mfpr@fastwebnet.it
8.3.09