19/07/17

Corrispondenze dalla Tunisia: le donne proletarie tunisine protagoniste dei movimenti sociali

Libera traduzione dal francese dell’articolo di Henda Chennoui “Movimenti sociali: Risveglio femminile contro il dominio maschile” apparso su nawaat.org (http://nawaat.org/portail/2017/06/29/mouvements-sociaux-eveil-feminin-contre-la-domination-masculine/) lo scorso 29 Giugno.
Aggiungiamo a mo’ di aggiornamento all’articolo, che recentemente a Menzel Bouzaine, Regueb, Bir Lahfey e Ben Aoun ci sono stati numerosi cortei con un’alta partecipazione femminile. Per l’occasione il Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali ha dichiarato il sostegno a queste “donne militanti” che rappresentano delle “pioniere” nella regione negli ultimi dieci anni per quanto riguarda la partecipazione ai movimenti sociali e in particolare le operaie del settore tessile e minerario, il Forum ha esortato la “società civile” a sostenere le donne sottolineando che lo sviluppo e la democrazie sono tributari delle donne in lotta.

E' da due mesi che il movimento di protesta di Menzel Bouzaiane si è diviso. 32 donne hanno lanciato il sit-in #ManichSekta ( non smetto di parlare n.d.t.) per rivendicare il loro diritto al lavoro, lontano dal dominio maschile dei loro compagni. Al sit-in di Sbeitla, sono le più numerose a mobilitarsi per un anno e mezzo. Idem per quelle che hanno occupato la sede del governatorato di Kasserine a inizio 2016. Durante lo stesso periodo, a Jebeniana, delle lavoratrici hanno occupato sole i locali della delegazione per settimane. Nonostante questi inizi di una sorta di risveglio femminista nei movimenti sociali, rimangono ancora molte sfide.


La presenza di crescente importanza delle donne nella sfera delle proteste potrebbe essere spiegata da diversi fattori. Il primo è senza dubbio lo status socio-economico delle donne soprattutto nelle regioni interne. Dato che esse costituiscono la maggioranza dei laureati con l' 85% nel 2015, le donne sono le più colpite dalla disoccupazione e dal lavoro precario. Secondo l'Istituto Nazionale di Statistica (INS), il tasso di disoccupazione femminile nel 2015 è stato del 23,5% contro il 12,4% per gli uomini. Inoltre, gli stipendi di cui godono le donne sono inferiori a quelli degli uomini nell'ordine del 18% in media, testimonia il "Gender Rapporto Nazionale Tunisia 2015". Così, le donne sono le più interessate dalle esigenze dei movimenti sociali.

Se questi dati implicano una più forte presenza delle donne nei movimenti sociali, il campo non approva. Per ogni sfida è fortemente influenzato dal suo contesto sociale, così come le credenze e le esperienze dei suoi attori. In un articolo intitolato "mobilitazioni Ethnographier per l'occupazione in termini di genere: i rapporti con l'oggetto e l'esame delle relazioni", Abir Krefa e Sarah Gates, i ricercatori di sociologia, sostengono che il sit-in a Kasserine inizio 2016, ha avuto una grande diversità ed eterogeneità dei manifestanti (presenza di laureati e non laureati). Questo non era il caso di altri sit-in organizzati da laureati nella stessa regione. "Il forte coinvolgimento delle donne a Kasserine può essere spiegato da un effetto carriera militante in una città che era un focolaio di rivoluzione", dicono i due ricercatori.


Questa nuovo mix in sviluppo, non è isolata da una lotta, a volte dolorosa. Aida Lahouel, detiene una laurea in francese, è stata senza lavoro per 10 anni. Ha preso l'iniziativa di organizzare una marcia di donne a Meknassi a margine delle controversie che hanno scosso la regione nel gennaio 2017. "Quando abbiamo avuto l'idea di questa marcia, alcuni uomini erano riluttanti e altri ci hanno incoraggiato. Dopo la marcia, la maggior parte degli uomini era insoddisfatto perché le donne hanno sollevato slogan contro il dominio maschile", dice Aida. "Sui social network, gli uomini della nostra città ci hannochiamato in tutti i modi. E io continuo ad oggi a ricevere osservazioni intimidatorie da alcuni ", ha aggiunto la giovane attivista.

A Menzel Bouzaiane, le reazioni sono esplose quando le donne nel sit-in misto hanno deciso di prendere la loro indipendenza a seguito delle intimidazioni perpetuate contro di loro. "Un sit-in di donne sit-in è una resistenza contro l'ordine stabilito maschile. Tuttavia, rimane come una forma di alienazione dal patriarcato. Perché la gente vede di cattivo occhio la promiscuità nello spazio pubblico. Essere soli al sit-in consente loro una certa legittimità e diminuisce la pressione sociale "dice Fatiha Bousselmi, maestra e sostenitrice del sit-in" Manich Sekta". Attualmente bandite dell'accesso alla delegazione locale, le donne di Menzel Bouzaiane cercano da due mesi di installare una tenda sulla strada. "In aggiunta alle sfide logistiche e le minacce del delegato regionale, gli attivisti della società civile qui ignorano le nostre grida di aiuto", dice il portavoce del sit-in Yasmine Hidouri.


In sit-in dal gennaio 2016 le giovani laureate di Sbeitla, sono più numerose rispetto agli uomini, ma sono discriminate. "La leadership è riservata agli uomini. Il gruppo prende le sue decisioni collettivamente e senza grandi conflitti, ma gli uomini sono più ascoltati rispetto alle donne. Nel corso delle trattative con il governatore o il delegato o se in visita a Tunisi per incontrare un ministro, la missione è affidata agli uomini ", dice Khouloud Ajlani, attivista per i diritti umani che sostiene il sit-in. Da parte loro, il lavoro di ricerca di Abir Krefa e Sarah Gates portano alla stessa conclusione. "Quando studiamo il coinvolgimento delle donne, gli uomini dimostrano di essere molto spesso un vincolo. Gli attori più visibili della protesta e più esperti a parlare in pubblico sono soprattutto gli uomini [...] ", scrivono. 

Fin dalla sua creazione, il 21 maggio 2016, il coordinamento nazionale dei movimenti sociali, supportati e supervisionati dal Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) non conta tra i suoi membri neanche una donna. Inoltre, nel paesaggio associativo, le disuguaglianze di genere sono più regionalizzate. Nel sud della Tunisia, le associazioni hanno meno del 60% di membri donne, mentre le associazioni nei governatorati del nord hanno oltre il 70% donne. Stesso cosa sul piano sindacale, dove le donne non sono sindacalizzate e scarsamente rappresentate. Lo testimonia la composizione del comitato esecutivo dell' UGTT. Volenti o nolenti, anche potenziali partner dei movimenti sociali non sono immuni al dominio maschile.
 
 
"Scrivimi" campagna per il sostegno delle donne e degli uomini nelle galere di Amburgo
Qui di seguito gli indirizzi degli arestati italiani cui inviare messaggi di solidarietà:

RICCARDO LUPANO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany
EMILIANO PULEO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany
ORAZIO SCIUTO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany
ALESSANDRO RAPISARDA
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany
MARIA ROCCO
Jva billwerder
Dweerlandweg n° 100
22113 hamburg
Germany
FABIO VETTOREL
Hahnofersand
25635 Jork
Germany


Genova - mentre lo Stato festeggia il ritorno in servizio di alcuni dei torturatori del G8, i torturatori della Digos e dei Ros, secondo il Secolo XIX, "indagano" su chi chiede la fine della tortura del 41 bis per Nadia e per tutte e tutti


A ridosso dell'anniversario di Genova 2001, Lo stato festeggia il ritorno in servizio di alcuni dei torturatori di quelle giornate, mentre il Secolo XIX fa sapere che i torturatori della Digos e dei Ros "indagano" su chi chiede la fine della tortura del 41 bis!

Oggetto dell'"indagine" è il testo del volantino ampiamente diffuso in rete e in cartaceo il 7 luglio all'Aquila e in altre città, che potete trovare qui, qui, qui, ma anche qui e se non lo trovate in altre testate di stampa aquilane è perché non lo hanno pubblicato!

Ma la cosa veramente "inquietante" di quel testo incriminato sono le parole "umanità" e "riscatto rivoluzionario", che questo sistema capitalistico e lo Stato che lo sostiene, vorrebbero evidentemente cancellati dal dizionario e dalla storia.

Di seguito la lettera pervenuta da compagni e compagne dello spazio di documentazione Il Grimaldello (Genova):

Alcuni giorni or sono sul quotidiano Il Secolo XIX di Genova è comparso l'articolo che trovate in allegato.
In allegato avete anche il testo della locandina che, secondo il quotidiano (per altro ormai leggendario in città per riuscire ad organizzare paginoni sul niente  pur di, ben inteso, contribuire alla criminalizzazione dei compagni) inneggerebbe alle Brigate Rosse.

Abbiamo cercato la locandina e l'abbiamo fotografata (qualcuna è rimasta nonostante l'impegno democratico di tanti bravi cittadini che marciano con pennelli e raschietti per zittire i muri.......) affinchè se ne possa leggere il testo che, ci rendiamo conto, tutti voi già conoscete in quanto abbondantemente comparso in rete.
Inutili altre parole.
Perchè l'eco del processo e della tortura del 41bis non avrebbe dovuto arrivare fino a qua?
Eppoi a noi non pare affatto scandaloso rivendicare umanità e volontà riscatto rivoluzionario.

compagni e compagne dello spazio di documentazione Il Grimaldello
Genova

15/07/17

L'altra faccia dell'Alternanza Scuola/lavoro: "libertà" di molestare-violentare dei padroni. Non possono essere il governo e la regione a costituirsi parte civile

Un 54nne della provincia di Monza, gestore di due centri estetici, è stato arrestato dalla polizia su ordine del gip con l'accusa di violenza sessuale su minore. L'uomo avrebbe abusato sessualmente di quattro stagiste minorenni, studentesse di una scuola professionale per estetiste. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, coordinate dalla procura di Monza, era riuscito a ridurre le ragazze a una "totale dipendenza psicologica", dal momento che dal giudizio del titolare dipendeva la promozione. "E' un fatto di enorme gravità" tuona la ministra Valeria Fedeli che sostiene la Regione Lombardia nell'intento di costituirsi parte civile.

Le vittime - Quattro le vittime accertate finora, "ma abbiamo forti sospetti che ce ne siano molte altre", ha spiegato il procuratore di Monza, Luisa Zanetti che ha sottolineato come l'alternanza scuola-lavoro debba essere "commisurata alla capacità di conoscere e giudicare i luoghi e gli ambiti dove lavoreranno i ragazzi. In questo caso, le ragazze sono state trovate in uno stato di grave sudditanza psicologica ed è stato difficile ottenere delle dichiarazioni: si sentivano in colpa per non essere riuscite a dire di no, volevano coprirlo: una situazione frequente tra le adolescenti. Parlando al telefono tra di loro avevano pensato anche di non denunciare".

Gli abusi - I fatti sarebbero avvenuti durante i periodi in cui le ragazze erano assegnate alla sua attività per l'alternanza scuola/lavoro, progetto di formazione scolastica cui l'uomo partecipava da tempo. Le indagini sono iniziate nel febbraio scorso, quando una ragazza ha manifestato segni di malessere e si è rifiutata di tornare al centro estetico dove stava svolgendo il progetto di alternanza. I genitori l'avevano invitata a rivolgersi al consultorio, dove ha finalmente raccontato le violenze subite. Sono stati gli operatori a inviare la segnalazione alla procura. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, gli abusi si sarebbero verificati durante l'orario di lavoro delle ragazze e con il pretesto di mettere in pratica quanto avevano imparato durante l'esperienza di formazione: il 54enne le invitava, ad esempio, a iniziare massaggi nelle piccole cabine del centro estetico che sfociavano poi in atti sessuali.

Le indagini - Gli investigatori hanno poi lavorato alla ricerca delle vittime, dal momento che il periodo di alternanza scuola-lavoro dell'istituto per estetisti frequentato dalle vittime dura da tre anni. Gli agenti sono risaliti alle studentesse che avevano partecipato ai percorsi di formazione in quegli stessi centri, e da lì la scoperta degli altri casi. Le intercettazioni hanno permesso infine di accertare la veridicità dei racconti, e lo stato di sottomissione in cui versavano le giovani. L'uomo - incensurato, con famiglia - dovrà rispondere di violenza sessuale, con l'aggravante di averla esercitata su minori e su persone che lui avrebbe dovuto 'formare'. Rischia più di 12 anni di pena.

L'arrestato - L'uomo arrestato è un incensurato originario del Vimercatese. Gli episodi sono avvenuti tutti all'interno dei locali delle sue attività (anche centri massaggi), trenne in un caso in cui ha portato a casa una delle ragazzine. La pressione psicologica sulle vittime teneva conto anche del ruolo che il 54enne aveva nella loro vita scolastica. Era lui, infatti, a compilare la valutazione sul loro lavoro e a preparare la certificazione per la scuola, necessaria alla promozione. La Regione Lombardia, per voce dell'assessora all'Istruzione, Valentia Aprea - che ha definito la vicenda "sconcertante"- ha annunciato che intende costituirsi parte civile. "Bene ha fatto la Regione a costituirsi parte civile - dice la ministra Fedeli - a tutela dell'amministrazione e a sostegno delle vittime". Fedeli aggiunge: "E' inammissibile che le nostre ragazze e i nostri ragazzi possano essere oggetto di simili violenze mentre stanno svolgendo un pezzo della loro formazione".

Difendere le condizioni di vita delle prigioniere politiche! No al 41 bis per Nadia Lioce!

Continua la raccolta firme per la fine del 41 bis per Nadia Lioce. La petizione sarà presto su Change.org, con un video per la campagna, ma per ora continuare ad inviare messaggi a mfpraq@autistici.org e mfpr.naz@gmail.com

Di seguito altri messaggi pervenuti e l'appello del MFPR:

NADIA...
SI È RINVIATO AL 15 /9/17..... QUESTO PROCESSO ASSURDO NEI TUOI CONFRONTI....NOI SIAMO CON TE , PERKE' DOBBIAMO FAR ABOLIRE QUESTO REGIME CARCERARIO ,CHE ANNIENTA L'ESSERE UMANO....TU SEI UNA GUERRIERA E RESISTI.....
#SOLIDARIETAXNADIASENZASESENZAMA#
Danya Maiuri
8-7-2017

Con Nadia sempre. basta 41bis. basta repressione. Nadia Lioce libera
Luciano Lorandi
9-7-2017

Contro ogni tipo di repressione da parte degli Stati nei confronti di chi lotta per una società più giusta, contro l'equiparazione della pena tra terrorismo vero e la lotta per i diritti dei più deboli, conto gli stessi Stati garanti d'impunità verso i parassiti e le sanguisughe delle ricchezze di questa Terra, solidarietà per la compagna Nadia Lioce rinchiusa in carcere da ben 14 anni in regime di 41bis come e peggio del più sanguinario dei mafiosi.
Lorenzo Semeraro -operaio Ilva- Taranto
11-7-2017

***
 
PER LA DIFESA DELLE CONDIZIONI DI VITA DELLE PRIGIONIERE POLITICHE
NO AL 41bis PER NADIA LIOCE
Chiediamo la difesa delle condizioni di vita di Nadia Lioce, unica donna, prigioniera politica, sottoposta da circa 12 anni a un duro regime di 41bis.

Detenuta nel carcere Le Costarelle di L'Aquila  in una condizione d’isolamento totale e perenne, condannata al silenzio in una cella due metri per due, posta alla fine di un lungo tunnel sotterraneo che si affaccia sul nulla, le è concessa, senza le varie sanzioni disciplinari eseguite con l'interruzione di un solo giorno l'una dall'altra, solo un'ora d'aria, spesso da sola, in una vasca di cemento grande tre metri per tre, dove il sole non si vede mai.
A Nadia Lioce viene negato perfino il diritto di detenere libri o riviste in cella e di riceverne dall’esterno, le viene sottratto materiale cartaceo.
La sezione femminile del carcere speciale de L’Aquila è tristemente nota per le condizioni detentive di gran lunga peggiori delle sezioni a 41bis di altre carceri, che riserva alle donne perquisizioni corporali quando si esce dalla cella nell’unica ora quotidiana, totale divieto di comunicare tra detenute, corrispondenza con l’esterno praticamente inesistente per la forte censura.
Sono condizioni che ledono completamente i diritti umani, i diritti delle donne.
E verso Nadia Lioce è una repressione da parte dello Stato, che ha anche lo scopo di punire una donna che continua a ribellarsi.

In questo ultimo anno le condizioni detentive già gravi di Nadia Lioce, sono addirittura peggiorate. Oltre ai libri, neanche i vaglia per comprarseli tramite il carcere le vengono consegnati, in un istituto di pena, quello abruzzese, dove manca persino un garante dei diritti dei detenuti.

Con la sentenza della Corte Costituzionale dell’8.02.17, n° 122, questa “tortura bianca” è stata dichiarata legittima e definitiva, nonostante il parere contrario della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, che nel 2015 ha fatto anche una interrogazione parlamentare per l'accanimento repressivo nei confronti di Nadia Lioce.

Riteniamo questa “condanna al silenzio” un inaccettabile sacrificio della dignità umana e chiediamo la sua immediata fine.

MA QUALI RIFORME, MA CHE EDUCAZIONE, LE DONNE HANNO BISOGNO DELLA RIVOLUZIONE!

CONTINUA LA STRAGE DELLE DONNE E LA VIOLENZA DI GENERE
FARE DEL FEMMINICIDIO, DELLA VIOLENZA E DELL’OPPRESSIONE DELLE DONNE LEVA PODEROSA PER LA RIVOLUZIONE!

Come sottolineano le cronache,nell'arco delle ultime 24 ore sono state uccise quattro donne, per mano di ex mariti o fidanzati, mentre una è in fin di vita.

A Montepulciano (Si), un operaio di 56 anni, alla vigilia dell'udienza per la separazione, ha ucciso a coltellate l'ex moglie, una romena di 42 anni.

A Roma un 79enne ha fatto fuori la moglie di 81 anni con una busta di plastica in testa, e poi si è tolto la vita.

A Bari, Donata De Bello di 48 anni, è stata ammazzata a coltellate dal compagno, Marco Basile di 32 anni.

Ieri, il quarto femminicidio, a Dragoni (Caserta), dove Maria Tino, di 49 anni è stata freddata con tre colpi di pistola dal compagno che volava lasciare.

Infine, a Cagliari, un giovane di 25 anni ha picchiato la fidanzata al termine di una lite e, credendola morta si è gettato da un cavalcavia. La ragazza invece è rimasta viva ed è ricoverata in ospedale, in coma farmacologico.

Ma il 10 luglio scorso  vi era stato un altro femminicidio all’interno del focolare domestico. A Bari, Anita Betata Rzepecka, 30 anni, è stata uccisa di botte dal marito. Il movente: non aveva lavato i piatti.

E ancor prima, il 28 giugno c.a., Maria Grazia Russo, 48 anni,  è stata ammazzata con un colpo di arma da fuoco dal proprio consorte,un agente della polizia penitenziaria della provincia di Cosenza, che poi si è suicidato.

Il 22 giugno era stato il turno della dottoressa Ester Pasqualoni, 53 anni,di Teramo, sgozzata da un uomo che la perseguitava da tempo e che la donna aveva già denunciato due volte, ma senza risultato, le sue denunce erano state archiviate.

Altresì, altre due femmine erano state uccise nei giorni precedenti: il 12 giugno, una giovane di 28 anni, Erika Preti, trovata morta in Sardegna, mentre era in vacanza col fidanzato,  sospettato dagli inquirenti di essere l’omicida; il 14 giugno, Diana, 52 anni, di Busto Arsizio, massacrata dal marito con 15 coltellate.

Queste morti si aggiungono a tutte quelle avvenute dall’inizio dell’anno,che pare siano già una quarantina, e a quelle del 2016, che sono state 120.

Purtroppo è oramai sotto gli occhi di tutti il fatto che si tratti di un’immane e tragica normalità,  inconfutabilmente legata al ritorno e all’incancrenirsi di concezioni oscurantiste, maschiliste, fasciste, frutto di un crescente imbarbarimento ideologico,culturale, sociale ed umano di questo sistema reazionario e misogino, che vuole riportare indietro le donne, ricacciandole in un MODERNO MEDIOEVO, in una realtà fatta di subordinazione e schiavitù familiare, oltreché lavorativa e sociale.

Ed è  più che mai evidente che la cultura e la pratica dello stupro, della violenza di ogni genere e del massacro delle donne siano divenute sempre più un’idea dominante/strutturale,e che perciò attraversano/impregnano tutte le classi sociali, compresa quella proletaria,operando concretamente una trasformazione pure soggettiva, soprattutto del genere maschile, abbrutendolo sempre più, fino a considerare il femminicidio un atto naturale e dovuto.

Pure Eures e Istat -che mettono in rilievo che dal 2000 ad oggi sono circa oltre 2.800 le donne uccise, di cui il 72% in famiglia,e che finora in Italia sono circa 7 milioni quelle che nel corso della propria vita hanno subito ogni tipo di violenza maschile- non possono fare a meno di parlare di “strage delle donne” e di crimini effettuati peraltro con grande efferatezza, dove l’arma più usata è il coltello, con il quale, nel 40% dei casi le vittime vengono colpite ripetutamente, con furia e rabbia assassina, fino a renderle esanime.

Nel resto dei casi, prosegue l’istat, le donne vengono uccise con martelli, pistole,accette,picconi,rastrelli, o strangolate e/o bruciate vive.  Nella maggior parte di essi il movente è il senso di possessione e gelosia patologica nei confronti della donna ritenuta di proprietà, ma non mancano i femminicidi alla cui base dei dissidi familiari ci sono motivi economici.
Infatti, è nelle famiglie proletarie, che sono quelle colpite massicciamente dagli effetti nefasti della crisi del sistema capitalistico e dalle profonde frustrazioni da esso generate, che avvengono i peggiori crimini contro le donne.

Ad alimentare la violenza sulle femmine sono anche le numerose e aberranti sentenze che giustificano, assolvono  e promuovono gli stupri e che, invece, attaccano le donne violentate, perché, secondo questi porci giudici, le vittime se la sono cercata, perché portano la minigonna o i pantaloni attillati, o perché non hanno gridato abbastanza durante lo stupro, o perché sono “libertine”, osano uscire di notte ecc.

Per non parlare delle criminali sentenze che condannano a pene irrisorie gli assassini, fino ad arrivare finanche a giustificarli, così come è avvenuto anche con la recente ed inaudita sentenza di condanna a soli 6 anni e tre mesi, con arresti domiciliari, di Pietro De Mattia, l’uomo che nel 2015 uccise a martellate la propria consorte, Antonina Cirasola di 55 anni. Per il giudice “ci fu provocazione” da parte della moglie, e pertanto ha ritenuto normale che il coniuge la massacrasse.

Il tutto alla faccia della legge del 2013 sull’inasprimento delle pene verso gli stupratori e gli assassini.

Ciò che conferma ulteriormente l’istigazione alla violenza sulle donne da parte di questo sistema,  dei suoi governi e delle sue istituzioni, è pure la recente depenalizzazione del reato di stalking, che può essere estinto semplicemente pagando una multa, come previsto dalla riforma del codice penale approvata lo scorso 14 giugno.

Anche questo accadimento risulta essere di una gravità assoluta, se si pensa anche al fatto che la legge potrà essere estesa a tutti gli altri reati contro le donne,che prevedono una pena di 4 anni. Altro che convenzione di Instanbul.
Ciò denota maggiormente la natura oltre che fascista e misogina, anche massimamente ipocrita  dello stato, che prima esorta le donne a denunciare, e poi archivia, depenalizza e assolve stolker, stupratori e assassini.

13/07/17

Denunciate 2 compagne per l'autorganizzazione


San Ferdinando – Basta controlli. La repressione contro l’autorganizzazione