22/10/18

Ancora tanta solidarietà a Margherita



Qui sotto alcuni degli ultimi messaggi e comunicati pervenuti. In questa pagina trovate invece tutta la campagna di solidarietà a Margherita.

 

Per inviarle messaggi scrivere a slaicobasta@gmail.com.

 

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Odg congresso della NCCdL CGIL di Trieste per Margherita


Congresso NCCdL CGIL di Trieste, 18-19 ottobre 2018.
Ordine del giorno presentato da Geni Sardo
Il congresso della NCCdL di Trieste esprime la sua solidarietà ed affettuosa vicinanza alla compagna Margherita Calderazzi, ispettrice del lavoro, e dirigente dello Slai Cobas per il sindacato di classe di Taranto.
La compagna, attivista sindacale in difesa delle lavoratrici e dei lavoratori precari, è oggi agli arresti domiciliari per 30 giorni perché accusata di resistenza ad un vigile urbano.
L’agibilità sindacale nei posti di lavoro e la possibilità di manifestare sono princìpi che tutelano i singoli lavoratori ed i loro rappresentanti. 
Geni Sardo

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S.I. COBAS NAZIONALE - Solidarietà alla coordinatrice Slai Cobas Margherita Calderazzi


Solidarietà alla coordinatrice dello SLAI COBAS Per il sindacato di Classe Margherita Calderazzi, condannata dalla Corte di Appello di Taranto alla pena di un mese da scontare agli arresti domiciliari, in merito alla sua attività di organizzazione e direzione delle lotte dei disoccupati del 2010.
Si tratta dell'ennesimo, grave attacco al movimento proletario: alle sue organizzazioni e ai suoi organizzatori.
Oggi più che mai, organizzare le lotte é una necessità per i lavoratori e le lavoratrici, occupati e disoccupati, italiani e immigrati: controllare e reprimere tali lotte é allora il compito principale assegnato dai padroni agli apparati statali - in primis forze dell'ordine, magistratura e sindacati padronali - e ai loro servi.

D'altronde, da sempre lo Stato s'é dimostrato null'altro che un comitato d'affari: al servizio del
 capitale e degli interessi della borghesia, per più e meglio sfruttare la classe lavoratrice.
Per rispondere alla pericolosa, continua minaccia che i capitalisti e il loro Stato costituiscono per gli interessi e il movimento dei proletari in generale, e degli operai in particolare, bisogna usare le armi della solidarietà e della lotta.
Come S.I. COBAS, conosciamo purtroppo bene il metodo padronale di provocazione e attacco alle lotte: innanzitutto ai loro protagonisti e ai loro coordinatori.

Oltre alle denunce e ai fogli di via ricevuti da centinaia di operai autorganizzati che hanno partecipato a picchetti di sciopero, o cortei manifestazioni e presidi (non ultimi, i 5 licenziati FCA di Pomigliano), ricordiamo soprattutto il caso del teorema poliziesco-giudiziario montato ad hoc e rabbiosamente scagliato contro il nostro coordinatore nazionale Aldo Milani, nel 2017: un teorema falso e odioso, cui abbiamo risposto subito unitariamente e combattivamente, con la lotta nei luoghi di lavoro e dal carcere di Modena.
Lotta che naturalmente non si ferma, rafforzandosi nei magazzini e nelle fabbriche contro le manovre di procure e questure, e ormai capace di raggiungere fin il cuore delle città, dalla provincia ai capoluoghi: infatti, pur essendo miseramente crollato l'intero impianto accusatorio verso Aldo, contro di lui affannosamente lo Stato sta continuando un processo farsa nella Modena delle cooperative "modello" che in realtà per aumentare il profitto sfruttano senza pietà la forza lavoro, specialmente quella immigrata.
Per tali fatti e dato il lavoro comune svolto insieme allo SLAI COBAS in questi anni, evidentemente la nostra solidarietà a Margherita non é formale: il prossimo 27 ottobre, a Roma, al corteo internazionalista contro sfruttamento, razzismo e repressione, a migliaia e migliaia protesteremo - come operai, come proletari - anche per lei; nonché per tutte quelle compagne, tutti quei compagni infamamente colpiti da simili rabbiosi provveddimenti.
Provvedimenti appunto destinati - testardamente benché inutilmente - a colpire non solo le persone ma soprattutto le lotte che - dal lavoro alla casa, dalle grandi opere all'ambiente, dalla scuola alla salute - giorno e notte stanno coraggiosamente, inesorabilmente spingendo allo scoppio le troppe contraddizioni insanabili del capitalismo in crisi, per svegliare e unire tutti gli sfruttati e tutte le sfruttate in un fronte di classe organizzato e combattivo, che abbatta finalmente il dominio mortale del capitale sulla vita.
Nessuna denuncia, nessun arresto ci fermerà: chi tocca uno tocca tutti... alla lotta!
Vogliamo superare questo sistema di schiavitù dell'uomo sull'uomo e dell'uomo sulla natura: solidarietà a Margherita e allo SLAI COBAS, la lotta di classe né si arresta né si processa!

S.I. COBAS nazionale 

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Dò la massima solidarietà a mia sorella Margherita che conosco come combattiva, energica e leale: sua unica colpa è di essere stata sempre dalla parte dei lavoratori, degli sfruttati, delle donne.

Rosa Calderazzi (Non1dimeno Milano)

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20/21 ottobre - All'assemblea nazionale di Potere al Popolo a Roma, espressa dalla presidenza la solidarietà a Margherita Calderazzi e ad altri compagni e compagne sotto attacco della repressione - molti applausi



 

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Da Milano, dalle strutture dello Slai cobas

Solidarietà con la compagna Margherita Calderazzi

Proprio a Taranto dove il nuovo Governo dice di aver fatto un buon accordo, per la fabbrica ILVA, in verità in linea con quello che stava per fare il vecchio governo, deludendo in pieno le sue promesse elettorali sulla riconversione verso il polo ecologico.
Viene condannata agli arresti domiciliari un responsabile dello Slai Cobas per il Sindacato di Classe, Margherita Calderazzi.
Cosi il governo del cambiamento cambia ma in peggio, nel processo di primo grado Margherita veniva assolta mentre nel ricorso condannata, una condanna ingiusta e strumentale, l’accusa è di ingiurie, roba da ridere, contro i vigili urbani intervenuti più volte a rimuovere la tenda eretta in solidarietà con le lotte dei disoccupati tarantini nel 2010, e nel pieno della politica repressiva di questo esecutivo si punisce con l’arresto, in alternativa ai lavori socialmente utili, perché il messaggio deve essere chiaro chi lotta contro i padroni deva pagarla.
La nostra solidarietà a Margherita e a tutti i compagni che lottano e vengono repressi dal governo del “cambiamento” a parole ed in linea con tutti gli altri nei fatti.

SLAI COBAS PROVINCIALE MILANO

POSSONO IMPRIGIONARE IL VENTO? NO. NON POSSONO IMPRIGIONARE MARGHERITA
Con gli arresti domiciliari vorrebbero incarcerare Margherita. Sognano di fermare questa grande indomita combattente dei diritti degli/lle operai/ie, dei/lle disoccupati/e, dei migranti, delle donne, dei popoli oppressi. Contro gli assassini sul lavoro e territorio in nome del profitto.
Sempre in prima fila a “servire il popolo” senza nulla chiedere per se. Una compagna, amica, consigliera, che mi onora avere come coordinatrice nazionale. Ora pronta a sostenerti altre a “tirarti le orecchie”, con un unico obiettivo: ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per i lavoratori. Mostrando sempre la DOPPIA FORZA delle DONNE, forza necessaria nella battaglia per l’emancipazione e la libertà degli oppressi.
Sempre al tuo fianco e in tutte le iniziative.

Giuseppe Gaglio
Slai Cobas sc INT-Milano

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Solidarietà a Margherita da compagne e compagni di Democracy and Class Struggle, che dedicano anche 2 video ai compagni maoisti italiani:

Italy - no one can stop the fury of women - no one can stop militant Maoist Margherita - the revolutionary proletarian feminist movement!

RED SALUTE TO MARGHERITA FROM DEMOCRACY AND CLASS STRUGGLE







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Questa  vicenda ci dimostra quanto i padroni siano bravi a fare la lotta di  classe. Solo l'unità delle lotte degli sfruttati e delle sfruttate può contrastarla. Solidarietà a Margherita!

Elena Sara Majorana

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Da una lavoratrice

Ciao Margherita ti sono vicina, con la forza e la rabbia che ci uniscono, sei tutte noi! Non sei sola! Ti abbraccio forte…

Adele - L’Aquila


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Da Nicoletta Dosio a Margherita
Solidarietà totale ed affettuosa a Margherita. La loro repressione è il segno della loro paura, la nostra resistenza è la certezza della liberazione futura.

Nicoletta Dosio

Attacco alla 194. Roma come Verona? Mobilitazione delle donne e appuntamento a domani


Non raggiunto il numero legale dall'Assemblea Capitolina che si riunirà nuovamente domani, martedì 23 ottobre e poi giovedì 25 quando pare che sarà di nuovo all'ordine del giorno la mozione anti-abortista presentata da Fratelli d'Italia.
Oggi il presidio è sciolto, l'appuntamento per tutte quindi è per giovedì 25 in Campidoglio, dalle 14 in poi.
Qui una corrispondenza su radio onda rossa

21/10/18

ROMA COME VERONA: MOZIONE CONTRO L'ABORTO - Il diritto d'aborto non si tocca lo difendiamo con la lotta!

Roma come Verona. Al voto la mozione contro l’aborto

Giorgia Meloni copia e incolla la mozione della Lega di Verona e la presenta a Roma. Lunedì 22 ottobre in aula Giulia Cesare si voterà anche per la proclamazione di Roma “città a favore della vita” e per finanziare le associazioni pro-life. Non una di meno chiama in Campidoglio.

Come riporta in un post Non Una di Meno (vedi sotto), il testo è infatti esattamente quello votato a Verona e propone di:
– proclamare Roma città a favore della vita e di inserire nello statuto comunale tale principio;
– attuare politiche che rimettano al centro la famiglia e la natalità;
– finanziare i centri e le associazioni per la vita;
promuovere o sostenere progetti finalizzati a informare sulle alternative all’aborto.
Lo Stato di agitazione permanente, partito con il grande corteo veronese contro la mozione leghista, sarà la cornice della mobilitazione che a partire da Non Una Di Meno-Roma si sta lanciando per presidiare il Campidoglio lunedì 22 ottobre dalle 14 e per tutta la durata della seduta del consiglio.
In caso di approvazione, gli effetti della mozione li pagherebbero le donne già gravate dal tasso altissimo di obiezione di coscienza (nel Lazio siamo all’80%) e da servizi socio-sanitari pesantemente compromessi nella qualità e nella quantità dal commissariamento.
Non è un caso, ad esempio, che proprio ora si riattivi una rete delle assemblee delle donne dei consultori a Roma. Alla minaccia concreta di un ridimensionamento del servizio si affianca la sempre più netta estromissione delle assemblee delle donne dai consultori. A fronte di questa gravissima violazione, le donne si stanno organizzando e non saranno disposte ad accettare che riconoscimento politico e risorse vengano diretti a servizi contro la libertà di scelta e la salute sessuale e riproduttiva, così come previsto nella mozione contestata.
Nel Lazio il tentativo di garantire e finanziare la presenza di associazioni anti-abortiste nelle strutture pubbliche fu avanzata con la proposta di legge regionale di Olimpia Tarzia – tra i fondatori del movimento per la vita – e fu respinta da una grande e ostinata campagna che mise insieme una rete amplissima di organizzazioni e collettivi femministi, operatrici socio-sanitarie, sindacati. Oggi si ripropone la stessa operazione, in termini precipitosi e senza alcuno spazio di reale dibattito.
La mozione, presentata anche a Ferrara, si sta di fatto utilizzando come strumento per disseminare la ripresa della campagna contro l’aborto, ma è anche il terreno su cui si riarticola territorialmente la saldatura tra formazioni politiche di destra e organizzazioni anti-abortiste e ultra-cattoliche, a partire dal nodo molto materiale dei finanziamenti pubblici.
Giorgia Meloni coglie al volo l’occasione per riprendere la rincorsa sempre più affannata della Lega, offrendo il proprio gruppo consiliare per questa operazione, pretestuosa quanto opportunistica.
A Verona è stato il Pd a sfaldarsi sul voto della mozione, con la capogruppo Carla Padovani che ha garantito un irrilevante quanto pesante voto favorevole alla mozione del leghista, misogino e omofobo, Zelger e di Bacciga, il consigliere che ha accolto le femministe in consiglio comunale con il saluto romano.
A Roma la mozione sarà un banco di prova per la maggioranza Cinque Stelle, chiamata a votare su una delle tante questioni su cui il movimento non ha una posizione condivisa...

Giù le mani dai nostri corpi!
Lunedi 22 ottobre anche il consiglio comunale di Roma discuterà e voterà la mozione contro l'aborto approvata a Verona poche settimane fa. il testo, presentato dal gruppo di Fratelli d'Italia è infatti esattamente lo stesso e propone di:
- proclamare Roma città a favore della vita e di inserire nello statuto comunale tale principio
- attuare politiche che rimettano al centro la famiglia e la natalità
- finanziare i centri e le associazioni per la vita
- promuovere o sostenere progetti finalizzati a informare sulle alternative all'aborto.
Fatta fuori dal governo dagli ex alleati della Lega, Giorgia Meloni non trova di meglio da fare che replicarne le iniziative.
Ma come abbiamo già fatto a Verona, le donne non stanno a guardare.
Lunedì 22 ottobre alle 14 saremo in Campidoglio per impedire che questa mozione passi.
La città femminista, le nostre pratiche di autonomia e solidarietà, i nostri corpi, i nostri desideri non sono negoziabili.
ci volete ancelle, ci avrete ribelli!

Le testimonianze sulle torture e stupri in Libia



Gli operatori di Mediterranean Hope sull’isola hanno raccolto testimonianze di torture e violenze subiti in Libia dai migranti, dichiarazioni che dimostrano come sia sempre più urgente creare passaggi sicuri e legali

Roma (NEV), 19 ottobre 2018 – “Nour ha disegnato su un foglio di carta le celle e le 4 porte blindate. Celle separate per uomini e donne. E ha raccontato di come ogni sera le donne venivano prese e portate nella cella dopo la terza porta blindata. Quattro uomini ogni donna. Quattro miliziani libici per ogni prigioniera somala, o eritrea. E ogni sera venivano, violentate e stuprate ripetutamente. Da quattro sconosciuti. Ogni sera. Per più di un anno. E quando una di loro rimaneva incinta veniva portata nello stesso posto e presa a calci. Fino all’aborto e oltre.
Fino a quando il feto non veniva fuori dal corpo della donna”. Questa è una delle testimonianze raccolte dagli operatori di Mediterranen Hope (MH), programma per rifugiati e migranti della Federazione delle chiese evangeliche in Italia(FCEI), che vivono sull’isola di Lampedusa e mantengono attivo un Osservatorio che svolge un lavoro di primissima accoglienza e mediazione con i migranti. Nonostante il dibattito pubblico delle ultime settimane si sia spostato su altri temi, la situazione in Libia continua ad essere molto critica e i migranti intrappolati in quella terra riferiscono condizioni di detenzione al limite della sopravvivenza e continue violazione dei diritti umani.  La testimonianza di Nour è stata raccolta nei giorni scorsi; la ragazza è arrivata a Lampedusa con l’ultimo sbarco, quello del 13 ottobre.
Intanto, anche se in seguito alla campagna di criminalizzazione delle ONG e all’impossibilità di operare nelle operazioni SAR, l’isola è sparita dai palinsesti televisivi e dei grandi media, gli sbarchi continuano. A piccoli gruppi e con barchette di legno arrivano i tunisini, mentre il viaggio dalla Libia sembra aver preso nuove modalità, con molti trasbordi tra barche piccole e più grandi fino all’arrivo in acque internazionali, come racconta Imad, anche lui arrivato il 13 ottobre: “2700 dollari per il viaggio dall’Egitto a Lampedusa, comprensivo di viaggi in camion e in barca. La detenzione prima in una casa e poi in una sorta di campo profughi. Le violenze e la fame. E poi il viaggio, affrontato con altre 33 persone, provenienti da Libano, Egitto, Somalia, Eritrea, su una barca piccola che li ha caricati su una nave e scaricati a 5 ore dalle coste di Lampedusa per permettergli di raggiungere autonomamente la costa. Le persone “più scure” venivano fatte stare nella stiva mentre egiziani e libici potevano restare sul ponte”.
I migranti rinchiusi nell’hot spot dell’isola spesso riescono ad arrivare in paese e MH mette a loro disposizione un internet point per poter contattare i familiari e rassicurarli comunicando il proprio arrivo, sani e salvi, al di là del mare. È in questa situazione che gli  operatori del programma della FCEI hanno occasione di parlare con i migranti e raccogliere le loro storie: “Abdi è partito dall’Eritrea, ha attraversato Etiopia e poi passando dal Sud Sudan è arrivato in Libia dove ha passato un anno e sette mesi in un luogo chiuso e angusto, venendo picchiato tutti i giorni dai “Gangsterman”, fino a quando gli hanno fatto chiamare la madre, in Eritrea, chiedendole 11.000 dollari per il riscatto. Solo dopo aver pagato è stato imbarcato ed è arrivato a Lampedusa. Zakaria viene da Asmara ed è arrivato in Libia attraverso il Sudan. Lì è rimasto per due anni in prigione, venendo spostato di città in città, fino all’imbarco, al viaggio e allo sbarco a Lampedusa”.
Marta Bernardini, operatrice di MH sull’isola ha dichiarato che “ queste storie, piene  di brutalità e violazioni dei diritti degli esseri umani dimostrano una volta di più che si deve lavorare per creare dei passaggi sicuri per chi fugge da guerre e povertà, che i corridoi umanitari sono una soluzione possibile per contrastare il cinismo dei trafficanti, della politica che ha chiuso ogni via legale di accesso in Italia e in Europa, e l’egoismo di chi invoca frontiere chiuse e blocchi navali”.
I nomi dei migranti riportati in questo articolo sono di fantasia per proteggere la riservatezza delle persone che hanno affidato a MH la loro storia.


20/10/18

Da una Lavoratrice, contro lo stato di polizia e la repressione




CONTRO LO STATO DI POLIZIA
E LA REPRESSIONE FASCISTA DELLE LOTTE SOCIALI!

CONTRO IL GOVERNO “NERO” DI SALVINI/DI MAIO
CHE VA RICACCIATO NELLA FOGNA!!!

E’ indubbio, come in tutti questi anni si è potuto ben vedere, che all’avanzare del moderno fascismo corrisponde l’avanzamento dello stato di polizia.

Non a caso i proletari e le masse popolari, ma ancor più gli attivisti politici, sociali e sindacali, oramai da tempo sono oggetto di una crescente repressione poliziesca e di stato e governi reazionari, che mediante misure sempre più  restrittive, tentano di cancellare quel che resta delle libertà democratiche, al fine di arginare e contenere la lotta di classe.

Dagli operai della Fiat a quelli della Logistica; dai lavoratori della sanità, della scuola, dei comuni etc., ai disoccupati e precari di Napoli, Taranto, Palermo etc; dai senza casa in lotta agli attivisti dei movimenti No Tav, No Tap; dai giovani dei centri sociali e del movimento rivoluzionario ai militanti e dirigenti dei sindacati di base e di classe; dalle militanti di organizzazioni femministe alle compagne e ai  compagni di organizzazioni comuniste.  A centinaia hanno subito sulla propria pelle provvedimenti di stampo fascista, tesi a tapparne la bocca e a impedirne l’agibilità  sindacale,sociale e politica.

Ma è necessario sottolineare come  il “decreto sicurezza” emanato  dal governo  fascio-populista-razzista-maschilista di Lega/M5S, abbia di fatto dato un’ulteriore accelerazione alla marcia fascista dello stato e delle sue istituzioni.

Infatti, la pesante criminalizzazione pure delle lotte sindacali, oltreché sociali, e  le misure detentive previste addirittura  anche per i presidi non autorizzati e i blocchi stradali, per i quali prima, invece, si era soggetti a multe o al massimo all’assegnazione ai servizi sociali, rappresentano concretamente  un salto di qualità, da regime totalitario, che tanto ci ricorda il famigerato ventennio fascista.

Basti vedere pure la condanna dello SLAI Cobas sc per l’indizione dello  sciopero delle donne dell’8 marzo scorso, ma soprattutto l’impianto accusatorio della magistratura nei confronti di Margherita, coordinatrice nazionale dello SLAI Cobas sc, per capire davvero a che punto siamo arrivati.

In pratica, per giustificare la condanna detentiva,nella sentenza vengono annoverati tutta una serie di fatti e lotte precedenti e successive al 2010 (dal 2006 fino al 2018)  per i quali, peraltro,non è stata emessa ancora alcuna condanna penale. Ma la cosa ancora più grave è che venga anche esplicitamente scritto come sia  stato determinante il fatto che Margherita sia un’attivista sindacale di sinistra,  e che nel 2017 sia stata destinataria di un foglia di Via da Taormina, perché secondo i “servi dei servi”, in occasione del G7 aveva tenuto comportamenti sediziosi.

E’ lampante che si tratti di una sentenza politica,di criminalizzazione della lotta di classe e di chi osa ribellarsi allo stato di cose, alla barbarie imperante.

Una sentenza  di vendetta chi ci ricorda anche quella emessa nel 2015 contro Mauro Gentile, condannato a 5 anni, con l’accusa di devastazione e saccheggio,scontati tra carcere e domiciliari, per i fatti del 15 ottobre 2011; compagno a cui è stato negato l’affidamento ai servizi sociali ( malgrado avesse già scontato alcuni anni di carcere), adducendo le seguenti motivazioni:

..”Tali circostanze attestano una pericolosità sociale dell’interessato da ritenersi ancora attuale, tenuto conto della mancanza di dati per ritenere la capacità del soggetto di gestire impulsi facinorosi ed aggressivi in ambito sociale ed impediscono di favorire una prognosi favorevole in ordine alla inesistenza del pericolo di recidiva e conseguentemente alla completa affidabilità esterna del condannato.

Nella sostanza, chi si ribella e lotta viene considerato a vita facinoroso e  pericoloso per la società e,pertanto, va arrestato.
MA LA LOTTA DI CLASSE NON SI ARRESTA, PERCHE’ RIBELLARSI E’ GIUSTO!!!

Se lottare  contro un sistema che affama e devasta sempre più la vita dei proletari e delle masse popolari, perché  profitto e  ricchezza per pochi sono  il valore fondante e predominate;se lottare contro una società che considera il lavoro umano  una merce e schiavizza gli operai, i lavoratori e ancor più le donne;  se lottare contro un sistema che distrugge l’ambiente oltreché  il senso di solidarietà, di umanità, di fratellanza tra i popoli, fomentando  razzismo e  xenofobia; se lottare contro un sistema  che mercifica finanche i rapporti umani  e le relazioni uomo/donna, che alimenta il sessismo, la pedofilia,l’omofobia,le molestie e ogni tipo di violenza sulle donne,fino al femminicidio; se lottare contro stato e governi borghesi, moderno fascisti,come pure quello Lega/M5S, che rappresentano ed incarnano gli interessi di questo sistema e della sua barbarie vuol dire essere criminali, allora

SIAMO TUTTE E TUTTI CRIMINALI!!!

LA LOTTA PER LA GIUSTIZIA SOCIALE ED UN MONDO MIGLIORE, FINALMENTE UMANO, CHE ALLA CRIMINALE BORGHESIA, Al DUCETTO SALVINI E AL GOVERNO LEGA/M5S PIACCIA O NO, E’ INARRESTABILE, PERCHE’, COME CI INSEGNA IL MARXISMO, ESSA E’ NATURALE E L’UNICO E VERO SENSO DELLA VITA!

M.S.  lavoratrice  SLAI Cobas sc –Policlinico                                              

19/10/18

Negato a Margherita il permesso a presenziare al processo ILVA



Margherita è parte civile nel processo ILVA ed è anche coordinatrice di circa 120 parti civili. Negarle il permesso per presenziare al processo vuol dire negare il diritto alla giustizia a tutti gli operai e cittadini avvelenati e uccisi da una delle fabbriche più insicure e tossiche d’Europa.

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Margherita Calderazzi alla riunione del Coordinamento Nazionale Slai cobas sc che si è tenuta sabato 13 ottobre e che aveva come primo punto all'OdG la questione dell'accordo Ilva.


La vicenda Ilva è nazionale, e avrà sempre più influenza su tutte le altre situazioni e vertenze. Quindi bisogna trattarla, discuterla anche nelle altre sedi.

L'aggettivo più adatto in questo momento per tratteggiare la questione Ilva è: “storico”.

Hanno fatto un accordo “storico” che peserà su tutti gli altri accordi; è “storico” perché stiamo parlando del 1° stabilimento siderurgico d'Europa e ora di uno stabilimento che sta nelle mani del primo produttore di acciaio nel mondo.

Ripercorreremo in sintesi i punti principali di questo accordo, ma, occorre dire che esso mette dei paletti che non riguarderanno solo l'Ilva ma tutte le vertenze che hanno un peso nazionale e sono attualmente al Tavolo del Mise, e sono tante. L'accordo Ilva farà da riferimento per altre vertenze, e in particolare su alcuni punti. Primo tra tutti il fatto che si dividono i lavoratori, in quelli che andranno nella nuova società, in questo caso ArcelorMittal, e quelli che resteranno nella vecchia, bad company; questa situazione di divisione dei lavoratori, in lavoratori di serie A e di serie B, è una linea che la ritroveremo dovunque, in altre vertenze.
Altra questione dell'accordo che farà da riferimento nazionale è la cancellazione dell'art. 2112, che nelle precedenti acquisizioni, che sono “cessioni d'azienda”, tutelava i lavoratori e le loro condizioni in questi passaggi. Questo articolo diceva (dice) che nelle cessioni d'azienda non c'è bisogno di licenziare i lavoratori e riassumerli, ma, con una semplice comunicazione, gli operai passano tutti e nelle stesse condizioni che avevano prima. Questo costituiva una significativa difesa delle condizioni dei lavoratori. Ma questo articolo nell'accordo Ilva è stato cancellato; si dice esplicitamente nel testo che il 2112 non trova qui attuazione.

Terza questione. Con l'accordo Ilva si stabilisce in maniera strutturale che i lavoratori per passare dall'Ilva Spa alla Mittal devono obbligatoriamente firmare una conciliazione “tombale”, con cui i lavoratori rinunciano a ogni continuità economica, normativa, ecc. e ad ogni credito che eventualmente dovevano ancora avere. L'unico credito che viene salvato è quello che avevano con l'Ilva in liquidazione. Mentre prima con il 2112 c'era una responsabilità solidale tra la vecchia e la nuova azienda, se gli operai avevano crediti retributivi in primis dovevano rivendicarlo alla vecchia azienda, ma la nuova era chiamata in solido per garantire ciò che dovevano avere, ora, invece, si fa un azzeramento tombale, che riguarda il Tfr, mancato preavviso di licenziamento, problematiche di livello, crediti su straordinari non corrisposti, ecc., e la firma di questa conciliazione è la condizione per il passaggio.

L'altra questione, che sta venendo fuori proprio in questi giorni ma che è prevista dall'accordo, è la gestione unilaterale delle assunzioni, e quindi di chi resta nell'AS, da parte dell'ArcelorMittal.

A parte la “porcata” istituzionale dell'accordo che prevede che sia solo la Mittal a decidere chi assumere, secondo i suoi requisiti (e quali sono? ciò che mi serve per l'attività produttiva, secondo il mio piano industriale, ecc., il resto, come anzianità, carichi familiari non sono contemplati, solo nel caso in cui in un reparto i numeri degli operai risultassero superiori a quelli di assunzione previsti dalla Mittal, allora se c'è da scegliere i sindacati possono porre i criteri di anzianità, carichi di famiglia) e che quindi i sindacati non possano mettere lingua; a questa “porcata istituzionale” si aggiungono poi le “porcate minori”, il clientelismo dei capi di reparto che danno le liste di chi deve passare alla Mittal e chi no - Noi vorremmo sapere nomi e cognomi di questi capi, perché li denunciamo pubblicamente.

Ma su questo non possono tanto strillare i sindacati perché loro hanno firmato un accordo che dice esplicitamente che i sindacati non contano nulla nei criteri di assunzione – e una cosa da dare atto alla Mittal, al governo, ai commissari è che questo è un accordo chiaro, che non lascia niente di equivoco, nulla di incerto, tutto è stabilito, voi sindacati avete firmato, cosa volete ora?
 

Quindi, queste punti: esistenza della bad company, violazione dell'art. 2112, assunzione con l'obbligo di una conciliazione tombale, gestione unilaterale secondo criteri aziendale..., vogliono dire che con quest'accordo hanno ucciso qualsiasi possibilità di uso di norme che esistono ancora a salvaguardia dei lavoratori e i sindacati sono meri esecutori di un accordo scritto tra governo e padroni.
In questo senso è un accordo che verrà preso ad esempio, riferimento per tutti gli altri accordi.

Quello che noi abbiamo subito analizzato dell'accordo si sta verificando, e la verifica è sempre in peggio.
Delle assunzioni presso ArcelorMittal ne abbiamo già parlato. Che succede agli altri operai. La stampa nei giorni scorsi ha amplificato la questione di chi ha deciso di andare via con l'incentivo, parlando addirittura di 800, in realtà sono poco più di 300.
Ma i numeri sono significativi. I lavoratori che restano all'Ilva AS sono 2626, in realtà però parlano di 2586, ne mancano 40, che sono questi 40? Lo diceva un dirigente dell'Ilva, Claudio Picucci, nella lettera mandata a settembre a tutti i sindacati, col titolo “procedura di licenziamento” - quindi la prima questione sono i licenziamenti, come condizione per il passaggio. Questo dirigente nel dire di quanti lavoratori in realtà ha bisogno l'AS di tenere ancora, scrive: “l'organico dello stabilimento necessario per le attività ancora in carico all'Ilva AS.... sarà così rideterminato a valle... e sarà di numero 40 lavoratori complessivi”, questi sono i 40 che mancano, che non si tratta di semplici lavoratori, ma di capi, amministrativi, ecc. Questi sono sicuri, e non rischiano la Cig.
Poi c'è il grosso da mandare via con l'incentivo – che è un bluff: si è parlato di 100mila mentre in realtà sono 77mila netti, e vale fino al 31 gennaio 2019; poi vi è una graduale riduzione fino ad arrivare a 15mila euro lordi. Se uno fa il “pari e dispari”, tra quello che doveva eventualmente avere ma con la conciliazione viene cancellato e quello che ha come incentivo se non presenta subito domanda, c'è il rischio che recupera solo il suo credito; quindi non c'è “incentivo”, e il governo risparmia, non sta dando niente di più di quello che avrebbe dovuto dare se i lavoratori potevano mantenere le loro garanzie.
Quindi, di questi 2586, ne togliamo 300/500 che vanno via con l'incentivo, né restano ancora 2000, 2000 famiglie. Che fanno? L'AS al massimo ne potrà far ruotare 300 per le bonifiche minime, tutto gli altri restano in cigs - se viene confermata la cigs; perché per esempio i fondi per il “reddito di cittadinanza” da dove li prendono? Da tutto il resto degli ammortizzatori sociali. 

Sul salario. Si dice: resta quello che è. Ma c'è la storia del premio di risultato. A parte la questione economica che deve essere ancora contrattata, e che per i lavoratori conta eccome; quello che soprattutto viene fuori è il fatto che diventa una sorta di “premio” o di “castigo”; cioè verrà usato come una bacchetta per colpire gli operai e come una pacca sulle spalle per dire ”bravo” ti sei fatto docilmente sfruttare. L'accordo dice che anche sul premio di risultato sarà la Mittal a stabilirne i criteri; se questi criteri anche per un mese, in un reparto, non vengono rispettati, tu operaio per quel mese, per quel reparto non hai il premio. Secondo questi criteri di corresponsione del pdr, tu lavoratore sei responsabile non solo della produttività dello stabilimento di Taranto ma di tutti gli stabilimenti Ilva del gruppo ArcelorMittal; tu lavoratore sei poi responsabile anche della “soddisfazione del cliente” (che c'entrano i lavoratori? Di fatto viene scaricato sui lavoratori il fatto se il cliente dice l'acciaio mi piace o no). Ancora, sei responsabile della sicurezza degli impianti. Questo è della serie “fare lo spirito al funerale”. Come? gli operai subiscono sulla propria pelle, a volte sulla propria vita la mancata sicurezza degli impianti, e ora diventano loro esplicitamente responsabili degli incidenti?!.
Tra un po' scaricheranno sui lavoratori anche il costo di manutenzione degli impianti – come avviene in un piccolo bar in cui se il ragazzo cameriere rompe un bicchiere lo paga lui.

Questo accordo, quindi, non solo toglie lavoro, diritti, ma introduce dei criteri, dei principi che azzerano qualsiasi barlume di diritto sindacale, diritti dei lavoratori; i lavoratori non hanno più diritti!

Tornando agli impianti e alla questione sicurezza, su questo l'accordo dice solo due parole, limitandosi a recepire tutti gli accordi in corso per la salvaguardia degli impianti; accordi che non hanno affatto evitato incidenti, infortuni.

Ma veniamo subito ad un altra questione, che è nazionale, storica, che tutti i lavoratori, tutte le realtà lavorative si troveranno ad affrontare: la questione dell'immunità.
Su questo vi sono vari aspetti, ma noi vogliamo oggi mettere in rilievo una questione che è cuore della contraddizione di classe. Sappiamo che in questo sistema capitalista l'operaio è solo forza-lavoro, una merce, ma ora, si dice esplicitamente che questa merce vale meno delle altre merci, degli impianti. Gli impianti devono essere salvaguardati, e se non si salvaguardano la colpa è scaricata sui lavoratori, se invece un lavoratore si infortuna, muore, la Bitta, come ora i commissari, non è responsabile di niente, non rischia alcun processo. Noi denunciavamo in passato che Riva non aveva preso quasi mai una condanna nei processi, ma perlomeno il processo c'era, i padroni avevano un po' di fastidio. Ora invece non ci sarà neanche il processo, perché c'è l'immunità. L'immunità, quindi, diventa una sorta di via libera a delinquere. Non c'è reato. E' reato se tu metti sotto una macchina una persona, se invece lo uccidi sul lavoro, c'è la legge, di Renzi del gennaio 2015 poi reiterata in tutti gli altri decreti, che dice che tu che hai ucciso non sei punibile.

L'accordo e i decreti Ilva andrebbero fatti studiare nelle scuole per come sono atti esemplari a difesa dei padroni. Si dice esplicitamente: il capitale può fare quello che vuole, tu sei soltanto una “rotella” - poi se la “rotella” si rompe, la posso cambiare -; il capitale è quello che produce, tu, invece, che effettivamente produci, sei zero!
 

Sull'addendum ambientale si è detto, e in particolare lo ha detto a pieni polmoni l'Usb, che si sono fatti passi avanti, abbiamo ottenuto... In realtà questo addendum, rispetto al piano ambientale già presentato dalla Mittal, stabilisce solo un'anticipazione dei tempi. Ma attenzione. Qui è come quando uno va a comprare con i saldi: il prezzo è ridotto del 70%... Sì, ma vediamo da dove partiva, se partiva da 200euro, anche se tu riduci del 70%, il prezzo resta sempre per me alto.
Così accade all'Ilva con l'anticipazione dei tempi, per es. della copertura dei minerali. Ok, ma stiamo parlando di parchi che dovevano essere coperti già ad ottobre 2015! Quindi è un'anticipazione di un ritardo.
Nel merito l'addendum recepisce le prescrizioni contenute già nel piano ambientale 2017, che recepiva quello approvato dal governo Renzi nel 2014, che a sua volta recepiva l'Aia del 2012, che a sua volta recepiva e migliorava quella concessa al gruppo Riva nell'agosto 2011. Quindi torniamo a Riva.
Altri hanno già smascherato questo addendum ambientale, e hanno rilevato almeno tre questioni. Primo, una serie di obblighi, di prescrizione dell'Aia, vengono risolti unicamente con comunicazioni documentali post della Mittal, per dire: “le prescrizioni, le stiamo facendo”, e se si verifica che in realtà non è vero, non è che decade quell'Aia, al massimo potrà subire delle penali.
Secondo, rispetto alle emissioni si sono prese in considerazione nell'addendum solo le emissioni convogliate, sulle emissioni fuggitive, che sono le più pericolose, non si dice nulla.
Terzo, l 'avvocato Pellegrin, uno dei tre di Torino che segue le nostre parti civili al processo Ilva, ci ha inviato un lungo intervento in cui tra le altre cose dice che non è vero che non si potrebbe produrre acciaio più pulito, e cita tre sistemi produttivi che potrebbe abbattere di molto l'inquinamento: il processo Finex che viene utilizzato nelle acciaierie Posco in Corea; la tecnologia Corex, e un altro che viene utilizzato qui vicino, in Austria nella Siemens, che conserva la tradizionale cokeria ma inquinando molto meno, con la cosiddetta “tecnologia Meros”, in grado di ridurre l'impatto dell'impianto di sinterizzazione almeno del 97% per la diossina e del 90% per le polveri sottili.
Ci sono già oggi, quindi, una serie di tecnologie avanzate, già utilizzate, che potrebbero abbattere l'inquinamento. Chiaramente comportano costi.
Nell'addendum non si citano affatto queste tecnologie. C'è solo una promessa a mettere alcuni a studiare, a fare dei progetti per il futuro...

Concludendo.
Abbiamo detto all'inizio che questo è un accordo storico per l'azienda, il governo, i sindacati; ma ora aggiungiamo che potrebbe creare una situazione storica anche per gli operai.

Da una situazione molto negativa, esemplarmente negativa, gli operai possono fare di questa la leva per creare una situazione positiva per la lotta operaia.
Anche voi operai dovete vedere la contraddittorietà dell'attuale situazione. Certo è un po' difficile, perché a volte gli operai sono “capatosta”. Ma oggi gli operai dell'Ilva si trovano in un consesso mondiale, in una situazione in cui i padroni si sentono forti, giganti, ma tu operaio sei oggettivamente in collegamento con gli operai degli altri stabilimenti a livello internazionale. ArcelorMIttal ha dovuto fare anche operazioni di chiusura di stabilimenti per avere l'Ilva, perché l'Ilva è strategica, ma questo mostra come tutto sia collegato, che nessuna fabbrica può vivere in sé. Quindi, questo oggettivo collegamento degli operai con gli operai della Francia, del Canada, ecc. da elemento di forza, grandezza della Mittal, può diventare un elemento di fragilità, debolezza. Basta che gli operai di un paese lottino che tutta questa forza che si regge sul controllo, comando a livello internazionale si può incrinare. Quindi avere consapevolezza che oggi gli operai di Taranto sono all'interno e pesano in questo nuovo scenario internazionale della siderurgia che li pone in oggettivo legame con migliaia e migliaia di operai. Questo è un punto, ripetiamo, di debolezza per i padroni e di forza degli operai se lo sanno usare.


Storie italiche di ordinario razzismo sulla pelle delle nostre sorelle



Roma, 30 Settembre
Una donna nordafricana viene spinta e gettata a terra da un uomo italiano nei pressi di Piazza Bologna.
All’origine dell’aggressione un diverbio per un parcheggio. La donna, infatti, occupava un posto auto in attesa del fratello, che stava arrivando in macchina. L’uomo, un cinquantenne romano, vedendo il posto vuoto le ha intimato di spostarsi immediatamente.
Dopo una serie di offese a sfondo razzista come «tornatene al tuo paese», la donna è stata colpita ed è caduta a terra.
Il diverbio è continuato – e come ha denunciato la donna sui social, in precedenza «nessuno è intervenuto» – tra l’aggressore e il fratello della vittima, sopraggiunto nel frattempo.
Roberto Maggioni  
a cura di @redazione da il manifesto

Lucca, 6 Ottobre
Una ragazza di origini haitiane, Judith Romanello, di 20 anni, che si era presentata a un colloquio di lavoro, non ha ottenuto il posto per discriminazione razziale.
In cerca di un’occupazione a Venezia, ha risposto a un annuncio per un impiego da cameriera in un ristorante.
La giovane si è presentata al colloquio, ma una volta visto il colore della sua pelle la risposta del datore è stata: «Ah, ma sei nera? Scusa, non è per cattiveria – ha detto l’uomo – ma io non voglio persone di colore nel ristorante, potrebbe far schifo ai miei clienti, potrebbe far schifo che tocchi i loro piatti». Judith ha poi postato un video sui social nel quale ha raccontato l’episodio, raccogliendo attestati di solidarietà.