20/04/17

L'ASSEMBLEA NAZIONALE DI "NONUNADIMENO" - CHE CI SIA CHIAREZZA TRA DUE LINEE, DUE CONCEZIONI, DUE PRATICHE, DUE CLASSI

L'Mfpr parteciperà all'assemblea nazionale delle donne del 22-23 aprile a Roma di NUDM.
In essa è però necessaria una lotta tra due linee, due concezioni, due pratiche, due prospettive, che sono espressione di DUE CLASSI.
Anche dal comunicato di convocazione di NUDM (di cui in coda riportiamo stralci) si comprende questa necessità:

- Con il governo da parte delle organizzatrici nazionali di NUDM vi è un confronto, una interlocuzione, non uno scontro (che chiaramente non esclude incontri, vertenze, ecc. ma come una "guerra che continua" e come facciamo con le nostre lotte - unico modo, tra l'altro, per imporre parziali risultati - sempre più difficili nella fase odierna - e "passi indietro");
- Lo sciopero vero delle donne, delle lavoratrici, delle operaie, delle precarie viene di fatto cancellato (proprio quando, invece, viene "riconosciuto" dai padroni, con la repressione verso le lavoratrici in sciopero e dalla direzione Cgil, sempre con provvedimenti disciplinari);
- La lotta contro la violenza sessuale, pur dicendo che è strutturale, di fatto viene concepita per riformare questo sistema borghese (vera causa dei femminicidi e stupri) e non interna alla necessaria via rivoluzionaria per abbattere questo sistema, alimentando l'illusione che si possa "contrastare in modo efficace e definitivo le tante forme di violenza di genere nella sfera privata e in quella pubblica"

Per questo nell'assemblea, ai tavoli, le compagne del Mfpr porteranno soprattutto tre questioni:
- riportare al centro lo sciopero delle donne (sia quello che è stato nell'8 marzo, sia altri scioperi delle donne su piattaforma, come in risposta alla repressione sui posti di lavoro, ecc., scioperi che dovranno esserci senza aspettare il prossimo 8 marzo);
- la piattaforma, costruita dalle lotte delle donne, arma importante di lotta a governo, padroni, Stato, uomini che odiano le donne;
- la necessità di costruire un fronte "rosso e proletario" delle donne, interno al movimento generale, e collettivi Mfpr dovunque.

RIPORTIAMO UN ARTICOLO DEL MFPR USCITO DOPO L'8 MARZO

L'ARMA DEL MOVIMENTO FEMMINISTA PROLETARIO RIVOLUZIONARIO PER UNITA', LOTTA, TRASFORMAZIONE, DOPO LO SCIOPERO DELLE DONNE

"...Il rapporto col più generale movimento femminista è necessario e possibile solo se le donne proletarie costruiscono la loro autonomia, altrimenti sono un appendice del femminismo piccolo borghese e borghese. Questo non basta scriverlo in un comunicato, ma realizzare la lotta affermando forme e contenuti di classe e come donne, contenuti rivoluzionari.

Serve l'autonomia del contingente proletario, la sua manifestazione pratica e serve il suo orientamento all'interno del movimento generale delle donne. Questo si distingue sia da posizioni che sostengono di fatto che tutto il movimento femminista è piccolo borghese e le donne proletarie rivoluzionarie non devono interessarsene; sia da posizioni che non costruiscono nei fatti questa autonomia del contingente proletario e rivoluzionario.

A questo è servito e deve continuare a servire anche lo “sciopero delle donne”, quello vero, oggi passaggio importante nel cammino della lotta di liberazione rivoluzionaria delle donne. Con lo sciopero delle donne le donne dicono: siamo noi più sfruttate e oppresse, che dobbiamo prendere la nostra vita e la lotta nelle nostre mani!

Ma il problema diventa ora su quale linea, su quali obiettivi continuare ad alimentare l'incendio acceso dello sciopero delle donne. Per portare avanti gli obiettivi delle donne lavoratrici, proletarie, della maggioranza delle donne che sono in sintonia con il bi/sogno che “tutta la vita deve cambiare”, e quindi in legame con la battaglia rivoluzionaria, o su obiettivi che non vogliono mettere in discussione il sistema capitalista, i suoi governi, il suo Stato?

Noi, come abbiamo fatto il 25 novembre e l'8 marzo scorso, porteremo avanti in maniera chiara, aperta questa battaglia che è una lotta tra due linee e due classi, lotta politica, pratica, ideologica, per realizzare unità, ma anche trasformazioni, anche distinzioni/rotture.

I sindacati confederali, la Cgil sulla questione delle donne dividono la classe operaia, o dicono: me ne occupo io. Lo sciopero delle donne rompe questo. Anche nello sciopero dell'8 marzo in alcune fabbriche le operaie, le delegate hanno trovato non solo la repressione dei padroni, ma anche forti ostacoli fino a provvedimenti disciplinari dal sindacato. Non ci può essere un movimento di classe senza che queste cose vengano battute sul campo e trovino una risposta generale. Quando una donna deve scioperare trova ostacoli anche tra i suoi compagni di lavoro, nella famiglia, ma se sciopera poi è più difficile “fermarla”.
Le femministe borghesi dicono: il problema è cambiare la mentalità, ma la cambi se, come è successo l'8 marzo, tu fai lo sciopero vero, se ti guadagni/imponi il rispetto.

In questa lunga battaglia la parola d'ordine: scatenare la furia delle donne come forza poderosa della rivoluzione, vuole esprimere la “marcia in più” delle donne nell'intero movimento di lotta e rivoluzionario per rovesciare questo sistema capitalista.
E in questo il movimento femminista proletario rivoluzionario è un'arma consegnata a tutte.
 
COMUNICATO DI NUDM
I prossimi 22 – 23 aprile il movimento NUDM si incontrerà a Roma per la quarta assemblea nazionale. Ci sembra utile avanzare la nostra proposta di discussione a partire da alcune considerazioni.
Lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo ha segnato una ulteriore significativa tappa di crescita per Non Una Di Meno, confermando la maturità di un movimento femminista che ha espresso la capacità di articolazione e di sviluppo...
Il movimento femminista in atto ha definitivamente risignificato la lotta alla violenza maschile sulle donne come lotta alla discriminazione, al sessismo, al razzismo, alla transomofobia istituzionalizzati, allo sfruttamento, alla povertà, all'esclusione. Ha saldato il desiderio di libertà delle donne alla rivendicazione di autonomia economica e autodeterminazione, ai temi del lavoro, del reddito e del welfare...
In questo incontro proveremo a avanzare nella stesura del Piano Femminista contro la violenza di genere...
Il piano è un documento politico-programmatico, dunque, a partire dal quale definire la prossime tappe di mobilitazione e la costruzione di un’agenda politica indipendente, per articolare differenti piani di conflitto e darci la possibilità di essere controparte autonoma e autorevole anche nei possibili spazi di negoziazione istituzionale, a livello territoriale e nazionale.
La negoziazione istituzionale è un tema da cui non pensiamo di doverci sottrarre ma che riteniamo vada affrontato con sufficiente pragmatismo, per essere vincenti e moltiplicare e rilanciare i terreni di conflitto. Con questo approccio, sarà utile affrontare e sciogliere il nodo del confronto, propostoci dal Dipartimento Pari opportunità, con la cabina di regia interministeriale che, già da mesi, lavora –insieme ad alcune associazioni di donne come è successo anche in passato- al nuovo Piano Antiviolenza. Sarà altrettanto utile non considerare questo come l'unico terreno di confronto e negoziazione possibile ma anzi ragionare su una pluralità di livelli anche istituzionali...
La prima giornata sarà dedicata ai tavoli tematici che... dovranno definire in maniera sintetica il testo che andrà a comporre il Piano:
- Stilare i principi femministi sottesi alla possibilità di contrastare in modo efficace e definitivo le tante forme di violenza di genere nella sfera privata e in quella pubblica. Definire gli obiettivi e le pratiche di rivendicazione, l’agenda di mobilitazione e individuare le possibili controparti e i terreni di negoziazione...
...La giornata (della domenica) si articolerà in due blocchi di discussione e si concentrerà su due punti:
1. il piano come strumento politico... e ipotesi di rilancio della mobilitazione nazionale. Altrettanto importante sarà confrontarci sul Dpo e il confronto con il governo in vista, nel prossimo autunno, dell'approvazione del Piano Nazionale e del patto di stabilità.
2. ...Quali strumenti di connessione, coordinamento e lavoro possono essere individuati per svolgere funzioni di comunicazione e organizzazione politica in grado di connettere piano globale, nazionale e locale...

Non Una Di Meno 

Dossier sullo sciopero delle donne a cura del MFPR, in uscita all'assemblea nazionale delle donne a Roma 22-23 aprile


16/04/17

Altri morti di migranti, decine di donne e bambini hanno ancora riempito il mare con le loro vite! Assassino è lo Stato e il governo! Si prepara una nuova manifestazione nazionale dei migranti a Foggia

Sui giornali, dalle televisioni sentiremo anche questa volta parole di "cordoglio"...
MA QUANDO I MIGRANTI LOTTANO, SENTIAMO INVECE PAROLE E VEDIAMO SOPRATTUTTO AZIONI DEL GOVERNO-MIN. MINNITI, DELLA POLIZIA, DEI TRIBUNALI DI ATTACCO RAZZISTA, IMPERIALISTA, DI FEROCE REPRESSIONE.
I migranti sono buoni quando sono "morti" o sono da sfruttare, schiavizzare...

BASTA!

FOGGIA, 24 APRILE:
CORTEO NAZIONALE - NO CONFINI, NO SFRUTTAMENTO!

Il 12 novembre dello scorso anno migliaia di persone, immigrate e non, sono scese in corteo nelle strade di Roma. Unendo le numerose lotte che attraversano il paese, hanno rivendicato una mobilità libera da confini e sfruttamento, a partire da chi vive e lavora nei distretti agro-industriali di diverse
parti d’Italia, ed è soggetto alle forme più brutali di precarizzazione, segregazione e violenza. In quella giornata di lotta è stata aperta un'interlocuzione con il Ministero dell'Interno, ma con l'arrivo del nuovo ministro, Marco Minniti, qualsiasi comunicazione è stata interrotta, nonostante le rinnovate pressioni messe in campo in diverse città d’Italia con una ulteriore giornata di mobilitazione lo scorso 6 febbraio. Di contro, si sta intensificando l'ondata securitaria e repressiva, che ha contribuito a un generale peggioramento delle condizioni di vita di molti.

In provincia di Foggia e nella Piana di Gioia Tauro assistiamo alla creazione di veri e propri campi di
lavoro come soluzione abitativa alternativa ai ghetti, istituendo un sistema di controllo totale sui lavoratori. Le deportazioni che hanno accompagnato lo sgombero del Gran Ghetto in provincia di Foggia, e che interesseranno altri insediamenti nei prossimi mesi, sono misure propagandistiche che contribuiscono ad intensificare la precarietà e lo sfruttamento di chi è costretto a lavorare e vivere nei distretti agro-industriali d'Italia. Le istituzioni si sono ancora una volta macchiate del sangue di due lavoratori, Mamadou e Nouhou, morti durante l'incendio che ha accompagnato lo sgombero. Controlli a tappeto, arresti e sanzioni si sono verificati in provincia di Foggia come nella Piana di Gioia Tauro e in molti altri luoghi, nei confronti di chi non è cittadino europeo, come di chi si ribella a questo sistema.

Per questo il prossimo 24 aprile, sostenendo l'appello di chi vive e lotta in provincia di Foggia, chiamiamo ad una mobilitazione nazionale in risposta alla stretta repressiva e mortifera del governo, per ribadire ancora una volta il necessario e totale smantellamento dell'attuale dispositivo che regola la mobilità delle persone, immigrate e non - un dispositivo che tenta di dividerci e indebolirci.

Saremo in piazza a Foggia per dare una risposta determinata e compatta agli ultimi, gravissimi episodi di repressione e violenza istituzionale abbattutisi su questo territorio e chi ci vive, per rafforzare e sostenere le mobilitazioni costruite in questi mesi e per opporsi ad ogni ipotesi di nuovi sgomberi in assenza di reali alternative.

Facciamo appello a tutte le realtà politiche e sociali, i militanti di base, le organizzazioni sindacali, i solidali alle lotte e a chi viene colpito dalla repressione, di costruire una grande giornata di lotta, perché ciò che accade a Foggia è parte di una stretta generale, a cui reagiremo uniti ovunque sarà necessario.
  • Vogliamo documenti per tutte e tutti! Vogliamo l'applicazione dei contratti in agricoltura!
  • No alla repressione, agli sgomberi e alle deportazioni! No ai campi di lavoro, case per tutti!
  • No allo schiavismo/nuovo caporalato nella logistica! Ritiro dei licenziamenti politici dei lavoratori della logistica
  • Diritto d'asilo per tutti - No hotspot

Fogli di via e pericolosità sociale. Intervista all’avv. Serena Tucci

Da osservatorio repressione

Negli ultimi tempi, e ancora di più dopo la nomina a ministro dell’Interno di Marco Minniti, l’utilizzo di provvedimenti amministrativi contro attivisti dei movimenti sociali è rapidamente cresciuto. Del resto, prassi di questo tipo sono state ampiamente utilizzate nei periodi e nei luoghi di maggiore agitazione sociale lungo tutto il corso della storia dell’Italia unita. Per capire meglio cosa significano simili misure abbiamo intervistato l’avv. Serena Tucci.
Che cos’è un foglio di via?
È una misura di prevenzione personale prevista dal D.L. 159/2011 (c.d. codice antimafia) applicata direttamente dal Questore il quale, a determinati soggetti “pericolosi” che si trovino fuori dal luogo di residenza, con provvedimento motivato, può imporre di farvi rientro con il foglio di via obbligatorio ed inibendo agli stessi di ritornare senza autorizzazione o per un periodo di tre anni.
Il foglio di via (previsto dall’art. 2 del D.L. summenzionato) e l’avviso orale (previsto dall’art. 3 del medesimo D.L.) sono le uniche due misure di prevenzione direttamente applicate dal Questore, senza necessità del vaglio dell’Autorità Giudiziaria, autorità viceversa necessaria in caso di proposta delle altre misure di prevenzione (come ad esempio la sorveglianza speciale, l’obbligo di dimora, la confisca, il sequestro) attraverso apposito procedimento di prevenzione.
Puoi descriverci il concetto di pericolosità sociale utilizzato dal Legislatore?
Nell’ambito delle misure di prevenzione si parla di soggetti destinatari delle misure stesse che devono avere determinate caratteristiche, desunte da elementi di fatto. Nel caso dell’avviso orale e del foglio di via, tali sono: 1) soggetti abitualmente dediti a traffici delittuosi; 2) soggetti che vivono abitualmente con i proventi di attività delittuose; 3) soggetti dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica. È importante sapere tuttavia che, nonostante tali caratteristiche, l’azione di prevenzione può essere esercitata anche indipendentemente dall’esercizio dell’azione penale. In pratica, anche un soggetto totalmente incensurato e privo di carichi pendenti, può essere destinatario della misura stessa.
Il foglio di via, unitamente all’avviso orale, è previsto dal D.L. 159/2011 che rientra all’interno della normativa antimafia. Entrambe le misure sono state usate in questi anni contro molti attivisti dei movimenti. Perché un dispositivo pensato all’interno della normativa di contrasto alle organizzazioni mafiose finisce per essere utilizzato con scopi politici?
Perché evidentemente si è stravolto il significato originario che il Legislatore tendeva a dare, utilizzando tali misure in maniera spropositata ed ai limiti dell’incostituzionalità. L’intera materia si rivela a forte rischio di incompatibilità con la Costituzione e con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Gli attivisti dei movimenti dovrebbero avere un’ideologia di fondo ispirata all’impegno sociale e politico, entrambi perfettamente leciti e lontani dalle esigenze contingenti che hanno indotto il Legislatore a creare una disciplina finalizzata alla prevenzione. Se si pone mente al fatto che le misure di prevenzione sono finalizzate alla tutela dell’ordine pubblico, allora appare evidente come certi fatti, lungi dal poter mettere in pericolo la pubblica sicurezza, si qualificano come meri strumenti di lotta politica e sociale, del tutto legittimi in un ordinamento costituzionale.
Inoltre, il presupposto imprescindibile per l’applicazione della misura di prevenzione è l’accertamento della pericolosità del soggetto, desunta dalla volontaria condotta di vita dello stesso. Qualora ci si trovi innanzi a comportamenti che, per diversi motivi, primo tra tutti la matrice politica e l’impegno sociale, potrebbero essere giustificati come irrilevanti sotto il profilo criminale, non appare giustificabile neppure l’applicazione di una misura di prevenzione, né tantomeno di un provvedimento di avviso orale o foglio di via.
Quali altre criticità principali presenta questo Decreto Legge, anche rispetto al dettato costituzionale degli art. 25 (III comma) e 13 (II comma) [1]?

In Argentina giro di vite contro le proteste, ma il movimento delle donne Ni una Menos continua a riempire le piazze contro i femminicidi. A quando in Italia?

Nidia Roana Loza Rodriguez e il suo carnefice
Argentina, giro di vite contro le proteste

In Argentina aumentano le detenzioni illegali e la repressione. Le Madri di Plaza de Mayo e i movimenti popolari lanciano l’allarme contro l’escalation provocata dal governo Macri. Il suo partito, Cambiemos, ha presentato una proposta di riforma del Codice penale per aggravare le pene per ogni tipo di manifestazione pubblica.
Uno dei punti si propone «di non lasciare le decisioni finali nelle mani di autorità inermi, magistrati timorosi e giudici politicizzati». Pene fino a 10 anni di carcere per chi protesta. «In
Letizia Primiterra e Laura Pezzella
questo governo non c’è democrazia», ha dichiarato la deputata indigena Milagro Sala, prigioniera di una montatura giudiziaria attuata dal governatore della provincia del Jujuy, Gerardo Morales.

Intanto, altre leader della Tupac Amaru che portavano avanti un lavoro simile a quello di Milagro nella regione di Mendoza sono state arrestate con accuse analoghe. Tra queste, Nelida Rojas. Le piazze, intanto, continuano a manifestare, soprattutto il movimento delle donne Ni una Menos: contro l’ennesimo femminicidio di una giovane attivista Micaela Garcia, vittima di uno stupratore seriale.

Geraldina Colotti
da il manifesto

Le duemila detenute invisibili rinchiuse nelle prigioni italiane

Da osservatorio repressione
 
Le donne rappresentano solo il 4 per cento della popolazione carceraria italiana. «Rischiano di diventare invisibili e insignificanti» spiega il garante. Mancano i ginecologi, ci sono pochi spazi a disposizione, minori opportunità. Senza dimenticare il dramma dei 40 bambini reclusi con le loro madri

Rappresentano una realtà piccola, quasi marginale. Su 55mila detenuti nelle galere italiane, le donne sono solo 2.338. Il 4,2 per cento della popolazione carceraria. E questo le rende vittime di un paradosso. La minore capacità criminale si rivela un fattore penalizzante. «La detenzione da sempre è pensata al maschile e applicata alle donne che, proprio per la loro scarsa rilevanza numerica, rischiano di diventare invisibili e insignificanti per il sistema penale». A chiarire il concetto è il garante per i detenuti, che poche settimane fa ha presentato la sua relazione annuale in Parlamento.

Le donne in carcere non sono molte, con tutte le difficoltà che questo comporta. Nel Paese ci sono solo quattro istituti penitenziari femminili: a Trani, Pozzuoli, Rebibbia e Venezia-Giudecca. Quattro strutture che potrebbero ospitare 537 detenute, ma ne accolgono 589. La gran parte delle donne, così, sono distribuite nei 46 reparti femminili che si trovano all’interno di istituti maschili. È così per 1.749 recluse. Per loro la detenzione rischia di essere ancora più dura. «Le sezioni femminili negli istituti maschili – spiega il garante – rischiano di essere, ancora una volta per la loro esiguità numerica, dei reparti marginali, in cui le donne hanno meno spazio vitale, meno locali comuni, meno strutture e minori opportunità rispetto agli uomini». Qualche esempio? Nella casa di reclusione di Genova-Pontedecimo i detenuti di sesso maschile possono usufruire di una palestra, spazio precluso alle donne. Per gli uomini sono previste salette di socialità in ogni piano? «Nelle sezioni femminili la socialità si fa in corridoio». Il tutto permeato da una vecchia concezione sociale che limita le attività femminili ad antichi stereotipi: se i detenuti possono partecipare a programmi di informatica e tipografia, le detenute possono lavorare solo in cucina e sartoria. Con evidenti ripercussioni in termini di reinserimento sociale. Pur riconoscendo gli sforzi dell’amministrazione penitenziaria, così, il garante auspica un nuovo approccio che riconosca le differenze di genere, introducendo «una specificità della detenzione femminile rispetto a quella maschile». Il motivo è semplice: «Lo stesso trattamento per donne e uomini non produce risultati equi».
Gran parte delle recluse sono distribuite nei 46 reparti femminili che si trovano all’interno di istituti maschili. Per loro la detenzione rischia di essere ancora più dura. «Sono dei reparti marginali, in cui le donne hanno meno spazio vitale, meno locali comuni, meno strutture e minori opportunità rispetto agli uomini»
Un’interrogazione depositata pochi giorni fa dal senatore Francesco Campanella descrive una realtà ancora più drammatica. Citando il noto programma di Radio Radicale “Radio carcere”, di Riccardo Arena, il documento denuncia: «All’interno delle carceri italiane, oltre agli spazi carenti, poca igiene e sovraffollamento, le donne sono costrette a vivere la detenzione con l’assenza di ginecologi o pediatri spesso irreperibili, difficoltà a procurarsi assorbenti e saponi per l’igiene intima». A volte per una donna la detenzione rappresenta una doppia pena. L’interrogazione parlamentare cita un’intervento di Donatella Zoia, medico dell’unità operativa per le tossicodipendenze a San Vittore. «Nella società sono solitamente le donne a portare il maggior peso di responsabilità affettiva. Quando una donna finisce in carcere, fuori ci sono sempre i figli, una madre, un padre, a volte anche un marito che contavano su di lei e che restano abbandonati e senza sostegni. E così la detenuta, oltre al peso della carcerazione, si sente colpevole di averli lasciati soli, si sente responsabile per non poter far nulla per loro e somatizza il suo malessere». Non di rado ne derivano conseguenze fisiche. Dai disturbi al ciclo mestruale, all’ansia, ma anche depressione, anoressia e bulimia.
«All’interno delle carceri italiane, oltre agli spazi carenti, poca igiene e sovraffollamento, le donne sono costrette a vivere la detenzione con l’assenza di ginecologi o pediatri spesso irreperibili, difficoltà a procurarsi assorbenti e saponi per l’igiene intima»
E poi ci sono le madri. Al 31 gennaio scorso le donne detenute con i loro bambini erano 35, per un totale di 40 minori rinchiusi. Diciannove recluse erano nelle sezioni nido degli Istituti di pena, sedici negli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam). La vicenda di queste donne rappresenta ancora «una criticità che chiede soluzioni» ammonisce il garante. La situazione penitenziaria italiana mostra situazioni molto diverse tra loro. Alcune sezioni nido sono realtà virtuose: non mancano «reparti attrezzati, accoglienti e ben collegati con il territorio». Altri sono del tutto inidonei. La relazione al Parlamento evidenzia la situazione della sezione nido della Casa circondariale di Avellino. La cella nido dedicata alle madri con bambini è, di fatto, una stanza detentiva a due «priva di qualsiasi attrezzatura necessaria per ospitare bambini così piccoli». L’Istituto, si legge ancora, non ha mai attivato una collaborazione con l’asilo nido del territorio. E a pagarne le spese sono soprattutto i bambini, costretti a vivere una detenzione a tutti gli effetti senza aver commesso alcuna colpa. «Di fatto i bambini vivono nella sezione detentiva comune, in celle prive delle dotazioni necessarie, in un contesto difficile anche per gli adulti, senza rapporti con le scuole o le organizzazioni locali».

La maternità dietro le sbarre rappresenta uno dei capitoli più dolorosi. E non solo durante la difficile convivenza in cella con i propri figli. «Lo choc maggiore – si legge nell’interrogazione del senatore Campanella – arriva quando il bimbo compie tre anni: è il momento in cui la legge prevede che il minore debba uscire e la maternità si interrompe». Eppure nelle carceri italiane non mancano casi positivi. Nella casa circondariale di Venezia-Giudecca, una delle poche dedicata alle donne, le madri detenute riescono a mantenere significativi rapporti con i figli che vivono all’esterno. Ad esempio seguendo via Skype i bambini al momento di fare i compiti. A Roma, altro esempio virtuoso, è stata recentemente aperta una casa famiglia protetta per accogliere genitori agli arresti domiciliari e in misura alternativa. Realtà da valorizzare, ma ancora poco diffuse.

15/04/17

COLLANA DELLA FORMAZIONE RIVOLUZIONARIA DELLE DONNE

Con questa Collana di studio vogliamo che le donne, in particolare le donne proletarie, a cui è principalmente diretta questa formazione, facciano proprie le teorie marxiste-leniniste-maoiste per combattere chi ci propugna teorie borghesi, che a volte si presentano anche sofisticate, ma che vogliono far credere che la condizione di oppressione, di subalternità delle donne sia solo da riformare in questo sistema sociale borghese da moderno medioevo, e non da combattere ribellandosi e lottando per rovesciare questo sistema. Altri ne fanno solo una questione di trasformazione di idee, tentando di impedire una prassi rivoluzionaria.

Senza elaborazione teorica, anche se le donne lottano ogni giorno vengono guidate da teorie borghesi, piccolo borghesi che vogliono al massimo indorare le doppie catene.
In questo senso chi ha più interesse a studiare Marx, Engels, Lenin, Mao sono le donne! Perchè senza teoria non c'è rivoluzione, e senza rivoluzione non c'è liberazione.
 
DI QUESTA COLLANA FINORA SONO USCITI DUE OPUSCOLI: 
per richiederli, scrivere a mfpr.naz@gmail.com