27/03/17

In uscita ad aprile il foglio del mfpr sullo sciopero delle donne dell'8 marzo - la grande mobilitazione richiede la linea del femminismo proletario rivoluzionario

In attesa dell'uscita del nuovo Foglio/dossier del Movimento Femminista Proletario Rivoluzionario, pubblichiamo dal foglio precedente sulla mobilitazione del 25/26 novembre, un articolo che già tracciava l'unità, ma anche la autonomia/distinzione delle donne proletarie, con il movimento generale in Italia di "Non una di meno", e la necessità della linea, concezione, prassi, piattaforma del femminismo proletario rivoluzionario


GRANDE MANIFESTAZIONE DELLE DONNE/RAGAZZE DEL 26 NOVEMBRE
LA NOSTRA SPERANZA... CHE LA QUANTITA' SI TRASFORMI IN QUALITA'/ROTTURA

E' stata sicuramente una grande manifestazione quella di sabato 26 nov. a Roma contro la violenza sessuale. 200mila è un dato realistico, ed è stata veramente nazionale, erano presenti grandissimi o piccoli gruppi di donne, come donne singole venute da tutte le Regioni e da tutte le province, città, anche piccole. Non dagli anni '70 come scrive erroneamente "Il manifesto", ma dalle grandi manifestazioni a Milano, Roma del 2006 e 2007, non c'era stata una mobilitazione così ampia. Vi erano, insieme a donne non giovani o anziane, tante ragazze, giovani, vi erano in migliaia le universitarie della Sapienza di Roma, ecc.
Noi speriamo che tutta questa quantità - come succede nelle leggi delle natura - si trasformi in qualità. Sia in termini di continuità, estensione di una mobilitazione che tocchi tutti i nodi della violenza reazionaria contro le donne, sia soprattutto in termini di elevamento della lotta, di agirla contro tutti i nemici delle donne, non solo gli uomini che odiano le donne ma i padroni, governo Renzi, Stato che odiano sistematicamente le donne e hanno pure il potere di mettere in pratica questo odio che diventa attacco quotidiano.
Ma questo sarà possibile se la quantità produca anche al suo interno delle "rotture". Perchè la manifestazione è stata bella e grande, ma la sua organizzazione/direzione nei contenuti, negli scopi di
essa è stata, dall'inizio fino alla fine, al di là delle affermazioni, nelle mani dei centri antiviolenza, di associazioni paraistituzionali, di aree che fino a poco fa gravavano nell'area dell'attuale partito di governo (vedi Udi).
Queste realtà hanno reso una potenzialità di lotta di massa delle donne che poteva far preoccupare i veri nemici delle donne, una manifestazione che non poteva dare fastidio e non ha dato fastidio - "Con i complimenti - scrive Il Manifesto - del questore per l'organizzazione". Lo stesso giornale il giorno dopo si sorprende che il premier Renzi non ha detto "neanche una parola. Neanche in onore della delega alle pari opportunità che si è tenuta fino allo scorso giugno". E perchè avrebbe dovuto dirla? Quella manifestazione, per lui, per il governo, non faceva paura, non era "contro". Era veramente un'impresa trovare un cartello, uno striscione contro Renzi, nonostante con il suo Jobs act abbia reso permanente la precarietà, di cui le donne sono state e continuano ad essere le prime colpite, e stia permettendo ai padroni di licenziare tantissime lavoratrici, o nonostante questo governo, per i suoi interessi imperialisti, stia uccidendo ogni settimana centinaia di nostre sorelle migranti e bambini, ecc. ecc., nonostante processi e incarceri le donne che lottano (dalla No Tav a L'Aquila); come erano rari i cartelli contro le ministre che tagliano il diritto allo studio alle ragazze, tagliano o peggiorano asili, servizi sociali, che chiudono interi reparti ospedalieri, anche di maternità - e poi la Lorenzin, fa le campagne per la fertilità aprendo la strada a un nuovo attacco al diritto d'aborto; come era impossibile vedere cartelli contro i padroni che tolgono pure i minuti di pausa alle donne che devono correre tra lavoro e casa - ma qui chi li avrebbe potuti portare fondamentalmente non era presente in questa manifestazione… E, allora, perchè meravigliarsi che Renzi, la stampa dei
padroni non abbia parlato della manifestazione di sabato? Il corteo non esprimeva, non poteva esprimere tutta la rabbia, il dolore, la ribellione delle donne che non ce la fanno più, non esprimeva la necessità di una guerra di classe e di genere, contro la guerra di bassa intensità e continua che subiamo. Esprimeva una "marea", come è stata chiamata, ma tranquilla.
Da cui vengono "richieste" al governo, "richiami al suo dovere" per avere "più soldi, più servizi sociali, più educazione di genere, leggi migliori"", ma non certo viene un messaggio di lotta che faccia paura e preoccupi. E nei fatti, al massimo le richieste a cui questo governo moderno fascista potrà rispondere, sono soltanto una elemosina di fondi ai centri antiviolenza.
Infine, due, ma veramente due, parole sul fatto della presenza degli uomini - tanto sottolineata, invece. Un bel cartello di una ragazza diceva: "In questo giorno tanti uomini sono pubblicamente solidali poi arriva domani, chiudono le porte e ti alzano le mani". La questione non è uomini sì o uomini no, ma la necessità della lotta autonoma, separata delle donne, una lotta dura, che ponga chiaro la priorità del contro, non pacifica, accogliente (gli uomini hanno potuto partecipare e prendere la parola anche il giorno dopo, ai Tavoli). Questa lotta può e deve porre anche tra gli uomini, anche tra i proletari, rotture reali che continuino il "giorno dopo", non adesioni o sostegno, comprensione, o "battiture sul petto" che restano molto ma molto in superficie senza una rivoluzione.
Lenin scriveva: "Pochissimi uomini - anche tra i proletari - si rendono conto della fatica e della pena che potrebbero risparmiare alla donna se dessero una mano al "lavoro della donna". "Gratta un comunista (un compagno, diremmo oggi) e troverai un filisteo! Evidentemente bisogna grattare il punto giusto: la sua concezione della donna...".
Questa manifestazione non ha posto all'OdG la necessaria guerra come classe e come donne; ma è stata sì di classe, cioè espressione di una classe, quella della piccola e media borghesia, che vuole, appunto, miglioramenti, non rovesciare questo sistema capitalista che, come 100 anni fa, sempre e di più, si basa sulla proprietà privata, sulla famiglia, sulla conservazione dell'ordine statale esistente, e per questo non potrà che attaccare le condizioni di vita, di lavoro, opprimere sempre più le donne. Certo anche il 26 tante lavoratrici, precarie, disoccupate, immigrate, ecc.
stavano alla manifestazione, ma non potevano stare come voce, come ideologia, come bi/sogni, come necessità di rompere tutte le catene, di rivoluzione.
La voce di queste donne proletarie stava ed era rappresentata il giorno prima, il 25, a piazza Montecitorio, nell'assedio al parlamento.
A queste donne, la polizia non ha fatto "i complimenti", ma è giunta in forze, con uomini e blindato, minacciando, quando una parte di loro si è recata al giornale Il Messaggero. Queste donne non sono entrate in parlamento per creare un "clima positivo e collaborativo" (come ha detto la Boldrini sull'incontro con le organizzatrici della manifestazione del 26), ma hanno imposto con l'assedio espressione delle lotte di ogni giorno nelle loro realtà di entrare in Parlamento rompendo le regole sulle modalità e partecipazione agli incontri e ponendo subito, con gli interventi di forte denuncia delle lavoratrici, disoccupate, che noi non vogliamo sentire chiacchiere e false promesse, ma che dovete voi starci a sentire e noi vi giudicheremo sui fatti. Queste donne, il giorno 26 hanno chiamato tutte ad un nuovo, più grande, esteso e forte sciopero delle donne - dopo quello da noi cominciato nel 25 novembre 2013 e nell'8 marzo di quest'anno e come hanno cominciato a fare anche in Argentina, Polonia, Islanda, Francia.
Ora lo "sciopero delle donne" nella giornata dell'8 marzo 2017, è diventata una parola d'ordine e un impegno assunto anche nei Tavoli del 27 novembre. Ma sono e devono essere le donne proletarie, più sfruttate e oppresse, quelle che subiscono non una ma tutte le violenze fasciste, sessiste, razzista di questo sistema ad essere l'avanguardia e il riferimento, per contenuti, pratica, prospettiva.
LO SCIOPERO DELLE DONNE È OGGI L'ARMA DELLE DONNE LAVORATRICI, PRECARIE, DISOCCUPATE, DI CHI LOTTA OGNI GIORNO, PERCHÈ VI SIA UNA LOTTA GENERALE CONTRO TUTTO QUESTO SISTEMA BORGHESE, LOTTA RIVOLUZIONARIA

Taranto, condanne per chi lotta

La coordinatrice dello Slai cobas sc di Taranto e vari lavoratori e lavoratrici della Pasquinelli, e disoccupati, sono stati condannati a più di 2 mesi (senza pena sospesa).
Nel dicembre 2011 erano in lotta contro il Comune, l'Amiu (come, peraltro negli anni precedenti e successivi) che invece di fare la raccolta differenziata, in violazione delle stesse leggi di questo Stato borghese, usavano fondi pubblici per distribuire manciate di appalti, ultra precari per i lavoratori, alle ditte.
Oggi il Tribunale invece di criminalizzare chi ha ampiamente contribuito alla situazione di Taranto - neanche pochi giorni fa è uscito il rapporto di ispettori del Ministeri di Economia  e finanze che ha rilevato una serie di irregolarità del Comune e partecipate, tra cui: non governo delle finanze comunali, errate contabilizzazioni di Bilancio, errato calcolo della tariffa rifiuti, errata costituzione del fondo crediti di dubbia esigibilità, affidamenti diretti da parte delle partecipate in assenza di controllo, incarichi dirigenziali a termine e del personale flessibile, con nomine ritenute dagli ispettori fuori dai limiti previsti dalla legge ed in assenza di procedure selettive, utilizzo di collaborazioni autonome al di fuori delle regole previste dalla legge, senza nessuna preventiva selezione, ecc. - condanna chi lottava e lotta contro tutto questo e molto di più.

Ma c'è da dire che grazie a quelle lotte, e solo per quelle lotte una parte dei Disoccupati Organizzati si sono conquistati allora il lavoro.

Questo sistema giudiziario, intrecciando politica e visione di parte - contro i diritti dei lavoratori, per cui una lotta sacrosanta è considerata peggio di una truffa, della rapina continua ai danni delle popolazioni, degli attacchi al lavoro, alla salute - ad un burocratismo facile che non vuole vedere le ragioni della protesta, scarica condanne e sanzioni pecuniare.
Questo è ancora più inaccettabile e osceno in una realtà in cui la stessa Magistratura, nella persona del suo massimo rappresentante, il Procuratore, verso chi per i profitti ha fatto morire tanti operai e gente dei quartieri, dopo tre anni dall'inizio del processo Ilva, fa accordi con gli assassini, perchè escano dal processo.

QUESTA (IN)GIUSTIZIA E' DI CLASSE! PERCHE' QUESTO SISTEMA E' DI CLASSE, DIFENDE I PADRONI, I LORO PROFITTI, LE ISTITUZIONI DEL MALAFFARE.

MA POTETE CONDANNARCI QUANTO VOLETE, I LAVORATORI, LE LAVORATRICI ORGANIZZATI NON SOLO CONTINUERANNO LE LORO LOTTE, MA LAVORANO PER METTERE FINE A QUESTO SISTEMA DI PERENNE INGIUSTIZIA. 

Taranto: raccolta e selezione della differenziata: sono le operaie in lotta, ieri come oggi, che tengono "lezione"...

(Dal blog tarantocontro)
Raffaella, operaia Slai cobas sc de L'Ancora in liquidazione: "perchè stiamo lottando alla Pasquinelli - il legame sfruttamento, precarietà, attacco alla salute...
"Mercoledì 22 marzo una lavoratrice Slai Cobas sc della selezione della differenziata spiega il perché della protesta" su YouTube:



Nel 2010 altre operaie in lotta che facevano la raccolta differenziata tennero, con lo Slai cobas sc,

un convegno in cui loro spiegarono e dimostrarono come LA RACCOLTA DIFFERENZIATA

POSSA ESSERE RISORSA OCCUPAZIONALE, ECONOMICA ED AMBIENTALE - da allora

la situazione è rimasta più o meno simile.

RIPORTIAMO DI QUEL CONVEGNO UNO STRALCIO

DELL'INTRODUZIONE FATTA DA UNA LAVORATRICE.


"...Secondo i dati nazionali, ciascuno di noi produce ogni anno una quantità di rifiuti superiore a 600 chili.
Taranto non si discosta da questa media...
Attualmente, la gran parte di questi rifiuti ha come... destinazione finale, l’impianto di termovalorizzazione (quello che chiamiamo comunemente inceneritore) e la discarica...





Uno dei “prodotti” meno graditi derivanti dall’incenerimento... è l’anidride carbonica. Parliamo quindi di inquinamento atmosferico, di effetto serra... problemi che, a livello locale,
animano ormai da anni il dibattito sulla necessità di contemperare interessi economici e diritto alla salute... incenerimento = ciminiera = gas di scarico, il concetto è assai meno intuitivo quando parliamo di discarica. Ebbene, si tenga conto che il quantitativo di anidride carbonica che si origina in discarica è notevolmente più elevato rispetto ad un impianto di termovalorizzazione,.
Ed ovviamente l’anidride carbonica non è certo l’unico agente inquinante... la discarica, anche dal momento in cui viene chiusa per aver esaurita la propria capienza, rimane viva...
Un piccolo inciso, alcuni dati su cui riflettere: sono necessari non meno di 2 mesi prima che una cicca di sigaretta si dissolva; 3/5 anni per una buccia di banana; centinaia di anni per una bottiglia di plastica.
Per ridurre l’impatto ambientale di termovalorizzatore e discarica non c’è altra strada se non quella di ridurre il quantitativo dei rifiuti conferiti. Riduzione che può ottenersi soltanto potenziando la raccolta differenziata...
Prescindendo tuttavia dall’assetto normativo, è opportuna una analisi - quantomeno in termini concettuali - degli aspetti economici connessi alle diverse scelte possibili in materia di gestione dei rifiuti. L’analisi economica delle diverse linee di trattamento e smaltimento dei rifiuti evidenziano come i sistemi a maggior impatto ambientale risultano anche più onerosi in termini economici.
Non differenziare è quindi un comportamento davvero autolesionista, perché inquiniamo e paghiamo; e più inquiniamo e più paghiamo. Si tenga conto che, per i rifiuti indirizzati a inceneritore e discarica – cioè per i rifiuti non differenziati - ai costi del servizio di raccolta e trasporto si aggiungono quelli rivenienti dalle tariffe applicate dai gestori degli impianti...
La raccolta differenziata invece, comporta solo costi di intercettazione e trasporto; e non solo consente i risparmi conseguenti al mancato conferimento, in discarica o all’inceneritore, ma prevede anche poste attive, del tutto assimilabili a ricavi di vendita...
Il conto economico della raccolta differenziata quindi, non espone solo costi - che sono principalmente quelli inerenti il personale - ma anche due voci attive importanti:
- i risparmi per mancato conferimento in discarica e inceneritore;
- i corrispettivi riconosciuti dai consorzi.
Proviamo ora a dare consistenza numerica a queste due poste attive, facendo specifico riferimento all’attività sviluppata durante la gestione Ecopolis da fine 2001 a fine 2006.
In poco più di 5 anni, passando dalle 300 ton iniziali dei primi mesi ad una media di 700 - 800 ton/mese negli ultimi due anni, il servizio di raccolta differenziata ha intercettato 40.500 t di rifiuti.
Ragionando in Lire, per maggiore efficacia, e tenendo conto di tariffe di conferimento in discarica ed inceneritore sicuramente mai inferiori, nel corso del quinquennio, a 160/180 L/kg, si è determinato un risparmio, per 40.500 ton di rifiuti non conferiti, che supera 6.500.000.000 di Lire.
A fronte dello stesso quantitativo di rifiuti, la stima dei contributi rivenienti dai consorzi... porta a circa 5.500.000.000 di Lire. Quindi, in cinque anni, per un servizio di raccolta differenziata percentualmente ancora molto contenuto (intorno al 7% nel biennio 2005-2006) si registrano risparmi e ricavi stimati complessivamente in oltre 12 mld...
Breve inciso: il servizio di selezione... dalla seconda metà del 2004 è gestito direttamente da Amiu, presso il proprio impianto di selezione “Pasquinelli”. Un impianto che ancora oggi , a distanza di oltre due anni dall’avvio, tratta solo i materiali provenienti dalla raccolta differenziata del comune di Taranto, che è piuttosto esigua, e non ha acquisito ulteriori “clienti” in ambito provinciale, per cui risulta, ovviamente, sovradimensionato. Di conseguenza, sovradimensionati sono anche i costi di esercizio.
Torniamo alle nostre valutazioni economiche. Non solo costi quindi per il servizio di raccolta differenziata: in cinque anni di attività, 40.500 ton di materiali, con una percentuale che solo si avvicina al 7%, fanno registrare risparmi e ricavi per oltre 12 mld al lordo dei costi di selezione , circa 10 mld al netto degli stessi costi.
Ovviamente si tratta di numeri ancora relativamente modesti: ma molto modesta è ancora la percentuale di raccolta differenziata, percentuale migliorabilissima già solo con piccoli accorgimenti.
E’ importante avere chiaro che, incrementando i quantitativi di raccolta differenziata, ricavi e risparmi crescono in misura assai più consistente dei costi di servizio...
Intanto qui a Taranto, in controtendenza rispetto a qualunque valutazione dei benefici ambientali ed economici, ignorando previsioni normative nazionali e pianificazione regionale, la raccolta differenziata è vistosamente in regressione...
Amiu ha internalizzato il servizio... Tuttavia, di fatto, questi primi mesi del 2007 hanno evidenziato un servizio estremamente carente. Cassonetti ricolmi, sommersi, circondati da rifiuti di ogni genere, differenziati e indifferenziati. Imballaggi in cartone, ed altri materiali da differenziare, ammucchiati e disseminati in ogni angolo della città per giorni e giorni, prima di venire raccolti in maniera promiscua, insieme a qualunque altro rifiuto, e finire a smaltimento anziché a recupero.
E’ inevitabile chiedersi a chi giovi questo stato di cose.
Intanto stiamo disperdendo un patrimonio di abitudini virtuose che una parte dei cittadini tarantini aveva acquisito nel corso degli anni e che si rivela, oggi, frustrato dalle risposte insufficienti delle istituzioni...

E’ facile immaginare come un incremento importante nelle percentuali di raccolta differenziata determinerebbe ricadute altrettanto importanti sul piano occupazionale, creando una sorta di circolo virtuoso, che parta dalla necessità di incrementare la forza lavoro per potenziare la raccolta differenziata e, conseguendo utilità economiche via via crescenti, le reinvesta, almeno in parte, nel lavoro necessario per ulteriori incrementi.
E’ altrettanto evidente, alla luce dei conti economici a cui si è fatto cenno, che il potenziamento della raccolta differenziata a scapito della raccolta tradizionale determina comunque una riduzione complessiva dei costi del servizio di raccolta dei rifiuti, con benefici conseguenti per il cittadino-utente rispetto agli importi della TARSU, attualmente a livelli davvero inaccettabili, soprattutto se rapportati alla qualità del servizio...".

Solidarietà e lotta con gli operai della logistica di Brignano licenziati

La nostra solidarietà ai lavoratori della logistica e compagni dello Slai Cobas per il sindacato di classe di Brignano che stanno portando avanti una durissima lotta e che nonostante i pesantissimi attacchi continuano con forza e legittimità a ribellarsi senza fermarsi...
Vogliono fermarci cari compagni con la repressione mirata ma non hanno capito che Noi/Voi non ci fermeremo, nessuna lotta può arrestarsi contro chi attacca i nostri diritti.
La repressione non ci fa paura la nostra lotta sarà sempre più dura!
Forza compagni, siamo tutti con voi!! 
Per i Precari Coop Sociali, assistenti studenti disabili, la delegata Slai Cobas s.c. Giorgia Geraci.

*****
Ribellarsi è giusto! i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori non si toccano! Andiamo tutte e tutti avanti a testa alta, non ci fermeranno... FORZA,  SIAMO CON VOI CON IL CUORE.
Grazia Tarantello Gargano per le precarie in lotta a Palermo 
con l' MFPR
 
*****
Massima solidarietà dalle lavoratrici del Brico io dell'Aquila dello Slai cobas s. c. ai facchini in lotta del magazzino Kamila
I licenziamenti sono chiaramente punitivi e devono essere ritirati
La lotta di questi lavoratori invece è esemplare e non si può fermare
Non si può fermare perchè è giusta e riguarda tutti e tutte, come testimoniano quelle immagini di donne e bambini davanti ai blocchi dei cancelli un anno fa,  a difendere i diritti dei lavoratori per un lavoro dignitoso 

Dallo sciopero delle donne dell'8 marzo, continua la lotta delle lavoratrici della Sodexo di Pisa



Per il ritiro immediato delle contestazioni disciplinari, massima solidarietà del mfpr

Prosegue la lotta delle lavoratrici della Sodexo iniziata da oltre un mese, organizzata dal Comitato di Donne, inserito nella rete “Non una di meno”.
Lo sciopero dell’8 marzo ha mostrato all’interno dell’ospedale di Cisanello la determinazione e il non farsi intimorire.
Oggi le lavoratrici hanno tenuto una conferenza stampa davanti al pronto soccorso di Cisanello, dove hanno esposto che:
·      lo stato di agitazione ha già messo in luce le criticità gravi dell’organizzazione del lavoro, portando, per la prima volta in questi anni, le capo-settori a presentarsi a lavoro anche il fine settimana – esattamente come le altre lavoratrici;
·      tante lavoratrici stanno rifiutando di svolgere supplementari obbligatori e di “coprire” buchi e turni all’ultimo momento. Il rifiuto dell’aumento dei carichi di lavoro è totale e generalizzato: soltanto poche colleghe ricattate ed illuse dall’azienda, stanno continuando a “massacrarsi”;
·      ieri a tre lavoratrici, tra cui la rappresentante sindacale e della sicurezza di chi lavora,sono state notificate contestazioni disciplinari da parte dell’azienda, così motivate: aver evidenziato agli uffici, fuori dall’orario di lavoro, l’inadeguatezza del materiale di lavoro; aver indossato degli indumenti raffiguranti un logo simile a quello aziendale con la parola: “Sciopexo al poso di Sodexo”.

Dal comunicato stampa distribuito questa mattina:
“Noi lavoratrici delle pulizie della Sodexo, impiegate nell’Azienda Ospedaliera Pisana, è più di un mese che siamo in uno stato di agitazione contro le vergognose condizioni in cui siamo costrette a lavorare. Dopo lo sciopero dell’8 marzo che ha mostrato la determinazione del nostro comitato a ottenere garanzie di sicurezza, salute e dignità per il nostro lavoro, stamani doveva tenersi il secondo incontro con la Sodexo, nella procedura di raffreddamento dello stato di agitazione.
La Sodexo ha risposto invece con un attacco senza precedenti nei nostri confronti.
L’incontro previsto per oggi è stato “rinviato a data da destinarsi”.
Nel frattempo il nostro stato di agitazione ha prodotto l’attenzione della USL che ha fatto un’ispezione verificando le gravi carenze che da tempo denunciamo. ...
Supplementari usati sistematicamente per contratti da 3 ore il giorno, compilati di giorno in giorno senza alcun rispetto delle nostre vite di lavoratrici, donne, madri. Lo sciopero dell’8 marzo ha messo alla ribalta la nostra condizione e non intendiamo fermarci proprio adesso!
Ieri mattina sono state consegnate a tre lavoratrici, tra cui una nostra Rappresentante Sindacale nonché Rappresentante delle condizioni di sicurezza, delle contestazioni disciplinari. Questi provvedimenti sono stati rivolti alle lavoratrici che hanno avuto il merito in questo stato di agitazione di “indossare una maglietta con un logo simile a quello dell’azienda”. ...
Non abbasseremo la testa proprio adesso che vediamo la nostra forza crescere. Ci stiamo preparando per trasformare la nostra marea in burrasca, lo stato di agitazione in sciopero permanente.”

LOTTARE OGGI PER NON SOFFRIRE DOMANI!
Pisa, 22 marzo 2017

Ancora sulla sentenza di Torino

Dopo l'oscena sentenza di Torino e il comunicato MFPR di solidarietà alla donna sopravvissuta allo stupro, torniamo sulla vicenda con un articolo tratto dalla coordinamenta femminista e lesbica, che, al contrario del comunicato di D.I.R.E. (che traccia un profilo psicologico e personale della vittima abbastanza intimo e lo fà "nell'assoluto rispetto della magistratura"), disegna un chiaro profilo politico della giudice che ha emesso tale sentenza contro la donna.
Questa sentenza conferma che la violenza sessuale è strutturale in questo sistema sociale. Le sue “leggi”, i suoi “valori” sono quelli borghesi e sono quelli che pesano nei Tribunali, è l'intero sistema borghese che deve essere rovesciato e messo in discussione sempre, altro che "rispetto della magistratura"!


Il tribunale di Torino ha assolto in questi giorni un uomo accusato di violenza sessuale perché “il fatto non sussiste”. Nelle motivazioni si legge che la donna non avrebbe «tradito quella emotività che pur doveva suscitare in lei la violazione della sua persona». La vittima ha detto solo “basta”, non ha chiesto aiuto, non ha urlato.
Ora non solo la donna che ha sporto la denuncia  dovrà accettare il fallimento della sua causa, ma dovrà rispondere anche di calunnia, perché la prima sezione penale presieduta dalla giudice Diamante Minucci ha trasmesso gli atti al pubblico ministero non ritenendo “verosimile” la sua versione dei fatti. Non c’è assolutamente percezione di come si possa reagire alla violenza sessuale, di cosa sia in effetti la violenza sessuale e di come le donne siano sempre soggetti in difficoltà psicologica, fisica e culturale di fronte alla violenza che viene loro inflitta perché costruite secondo un canone in cui l’abitudine alla soggezione e la paura del giudizio portano persino all’incapacità di reazione. Tutto ciò è ormai da anni patrimonio del movimento femminista ed è stato elaborato in riflessioni di tutti i tipi.
Ma la sentenza non è dovuta al fatto che la magistratura non è abbastanza educata  a riconoscere la violenza di genere, o al fatto che non vengono fatti corsi  di formazione adeguati per giudici, magistrati, poliziotti, forze varie così dette dell’ordine. Non è il risultato di un’arretratezza culturale riguardo alla violenza sulle donne che ne impedisce la percezione e la valutazione da cui deriverebbe la necessità, come va propagandando la socialdemocrazia femminile, di rapportarsi con lo Stato e di renderlo adeguatamente edotto rispetto a questa violenza.
E’ semplicemente dovuto al fatto che la ruolizzazione sessuata e la soggezione delle donne sono parte integrante del modello economico-politico-sociale. E non si può pensare di scardinare il ruolo sessuato che fa parte di una organizzazione del lavoro piramidale, gerarchica e meritocratica coltivando una visione di tutela categoriale.
Il fatto che il giudice sia una donna è esemplare. Questo sistema coltiva ed incentiva l’emancipazione  come mezzo di promozione personale,  spinge le donne affinché si mettano al servizio del potere e assumano la scala di valori neoliberista e patriarcale. E l’assunzione dei valori dominanti è necessariamente a tutto campo. La giudice che ha emesso questa sentenza è la stessa che ha condannato nel maggio del 2014 dei militanti NoTav a pesanti pene per banalità avvenute al cantiere di Chiomonte ed è la stessa che ha presieduto la corte che sempre a Torino ha inflitto undici condanne da nove mesi a un anno e due mesi ai militanti che avevano manifestato contro il comizio di Salvini nel marzo 2015. Ed è la stessa che ha condannato nel gennaio di quest’anno a un anno e dieci mesi di reclusione una madre per maltrattamenti sui sette figli, su denuncia del marito.
In una società come la nostra fondata sulla violenza, sull’ineguaglianza, sullo sfruttamento, la socialdemocrazia ha portato in dote la capacità di imbellettarsi, e uno di questi belletti dovrebbe essere l’attenzione alla violenza sulle donne, ma nulla può essere scisso dal contesto in cui vive e di cui si nutre.  L’esperienza ci ha insegnato che le donne nelle istituzioni si sono messe, insieme ai maschi, al servizio del sistema. L’emancipazionismo usato come fine e non come mezzo ha stravolto il percorso di liberazione, confondendo piani che avrebbero dovuto essere solo strumentali, con piani di rottura dell’ordine sessista e classista stabilito, riportando la lotta femminista a modalità funzionali a questo sistema, anzi facendone un fiore all’occhiello del sistema stesso.
Un abisso divide l’insieme donne in questo momento storico e anche se l’oppressione che subiamo è trasversale allo spazio e al tempo e attraversa tutte le classi e le frazioni di classe, ci sono donne che scelgono strade di liberazione e altre che scelgono di perpetuare il dominio patriarcale e di contribuire a opprimere le altre donne e tutti gli oppressi.
La sentenza di Torino esplicita, ancora una volta e in maniera evidente chi si colloca da una parte e dall’altra dell’abisso.

26/03/17

A Sergio Manes un saluto dalle compagne del Mfpr

Durante la “Marcia delle donne” che toccò diverse città italiane a dicembre 2015, dal nord al sud, cui l’Mfpr ha dedicato il Foglio del mese di gennaio 2016, le compagne incontrarono a Napoli Sergio Manes, editore della “Città del Sole”. Qui di seguito riportiamo, come sentito saluto al compagno, morto il 19 marzo e di cui ieri si è tenuta una forte commemorazione a Napoli, il pezzo in cui si parla di questo incontro:

"UN SINGOLARE E INTERESSANTE INCONTRO A NAPOLI IL 12 DICEMBRE con l'editore di Città del Sole e con il Prof. Di Marco, esperto marxista, dell'Università Federico II; un incontro si può dire tenuto all'insegna della nostra parola d'ordine: "Sono le donne che hanno più interesse alla teoria rivoluzionaria".
Abbiamo parlato della produzione teorica del Mfpr, testimoniata dai vari opuscoli presentati nel dépliant, e in particolare del prossimo lavoro di "formazione rivoluzionaria" delle donne on line che inizieremo in questo nuovo anno.
Da questo incontro sono uscite due importanti proposte. L'editore della Città del Sole ha parlato sia di pubblicare libri/opuscoli già prodotti dal Mfpr, sia di produrne di nuovi sia storici sulla lotta delle donne, sia su tematiche molto attuali della condizione femminile.
Ma è stato soprattutto il Prof, Di Marco che ci ha chiamato ad una sfida entusiasmante: "entrare nell'Università!". Organizzare la presentazione all'Università di alcuni testi del Mfpr, su alcune temi fondamentali della questione femminile.
Una sfida chiaramente non semplice, ma che raccogliamo con nuovo impegno!"