07/12/17

Dal memoriale di Nadia Lioce

La lotta di Nadia Lioce e la campagna di massa del MFPR e di Pagine contro la tortura hanno rotto il muro di silenzio intorno alle reali condizioni di detenzione delle donne rinchiuse in 41 bis nel carcere dell'Aquila. L'isolamento assoluto, i soprusi continui, il divieto di parlare e di protestare sono solo il vertice della piramide repressiva che mira a schiacciare la solidarietà di genere e di classe intorno alle prigioniere politiche. Questa piramide dobbiamo erodere, dal basso, come solo può fare una vera marea!
Con lo striscione LIBERTA' PER NADIA LIOCE abbiamo contaminato la marea delle donne presenti in piazza il 25 novembre. "Nadia c'è" si leggeva in un cartello dietro a quello striscione. Bene, ora vogliamo che quel cartello e quello striscione attraversino le piazze e le assemblee di tutti i territori dove la nostra campagna è arrivata. Ma per farlo è bene ripartire proprio dalla lettura del memoriale di Nadia Lioce, depositato il 24 novembre al Tribunale dell'Aquila in occasione del processo che la vede imputata per "disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone e oltraggio a pubblico ufficiale".
Qui proponiamo uno stralcio del memoriale di Nadia, pubblicato su Il Dubbio del 30 novembre 2017.
Il memoriale completo è disponibile anche su questo blog

"41bis: vietato dire buongiorno, colloqui limitati e costrette a denudarsi"



Il Dubbio, 30 novembre 2017

Nel memoriale dell'ex Br Nadia Lioce le condizioni di vita al 41bis, i divieti totali, le misure disciplinari, la riduzione dei colloqui, dei quaderni, dei libri, delle sigarette. e la proibizione assoluta di rivolgere la parola agli altri detenuti.
Pubblichiamo alcuni passi della memoria scritta da Nadia Lioce in cui descrive le condizioni di vita in regime di 41bis. Nadia Lioce è l'esponente delle nuove Br che fu arrestata nel 2003 dopo uno scontro a fuoco nel quale morì un agente della Polfer. È stata successivamente condannata all'ergastolo per gli omicidi D'Antona e Biagi.
Il testo di questo memoriale è stato depositato dai suoi legali nel corso dell'udienza che si è tenuta lo scorso 24 novembre davanti al Tribunale dell'Aquila chiamato a pronunciarsi sulla denuncia per "disturbo delle occupazioni e del riposo delle persone e oltraggio a pubblico ufficiale". Dopo una lunga serie di misure restrittive che avevano portato alla drastica riduzione del numero dei libri, quaderni e documenti tenuti in cella, Lioce aveva dato vita ad una serie di proteste battendo con una bottiglietta di plastica sul blindato delle propria camera detentiva.

La parola segregata - Non un "buongiorno" può essere scambiato. Così come effettivamente disposto dalla direzione dell'istituto de L'Aquila in data 6 novembre 2016. Un divieto di scambio di saluto tra detenuti presenti all'interno di una medesima sezione, che in concreto interruppe questa sopravvissuta tradizione e che è una delle espressioni, materializzate, di quella ambiguità aleggiante sulle regole del 41bis, che si genera tra disposizioni di legge, disposizioni del decreto di 41bis, apparentemente a raggio di azione circoscritto; e contenuti di giurisprudenza costituzionale (esempio: sent. C. Cost. 122/2017) che, dagli asseriti legittimi limiti alla comunicazione dei detenuti appare escludere, e con un argomento pesante quale quello dell'inviolabilità della persona, la possibilità di precludere comunicazioni tra detenuti compresenti in una sezione, in quanto argomenta di limitazioni alla facoltà dei detenuti di intrattenere colloqui diretti con persone esterne all'ambiente carcerario. Uno slittamento che pare essere potuto avvenire in una condizione generale formata da una reiterazione di rappresentazioni pubbliche del carcere come un "santuario", ovvero luogo in cui chi vi si trovi è invulnerabile, incontrollabile e incoercibile, opposte alla realtà della prigione, in cui le libertà sono a priori residue, e chi vi è rinchiuso è "coatto", che hanno sollecitato un'aspettativa pubblica giustificante le scelte politiche alla base della legiferazione.
In ogni caso, ricostruendo gli avvenimenti, "la parola" segregata fu in realtà introdotta già da una circolare ministeriale nell'agosto 2008, cioè circa 10 anni fa, plausibilmente come sperimentazione della successiva introduzione legislativa. La "parola", ovvero quella facoltà innata del genere umano che storicamente presso un po' tutte le civiltà ne tipicizza la dignità rispetto alle altre specie animali, viene criminalizzata in se stessa.
Verso il detenuto in 41bis che non si auto-inibisse, lo è dal 2008 in poi con la sanzione disciplinare, sebbene non prevista come indisciplina specifica dall'ordinamento penitenziario né dal regolamento di esecuzione almeno fino al settembre 2017, ma, si presume, suscettibile di sanzione in quanto inosservanza di un ordine. Ma verso chiunque altro "consentisse" al detenuto in 41bis di "comunicare" con "l'esterno" (presumibilmente anche del gruppo) - dal personale penitenziario, all'avvocato, al familiare, a chiunque solidarizza previsione legislativa del 2009 è l'incriminazione penale. E tenuto conto che "verba volant", che significa che le parole non hanno consistenza materiale, né in se stesse potenzialità di effetti materiali, intorno a questa criminalizzazione è venuto a formarsi un grumo antigiuridico potenzialmente ad alto tasso di criminogenità, potendo chiunque essere accusato di qualunque cosa.
Questa innovazione legislativa, insieme a quella che andava a creare un regime speciale per il diritto di difesa del detenuto in 41bis limitandone le ore di colloquio e la durata delle telefonate (ne- anni arrivate alla consulta e dichiarate incostituzionali) e insieme centralizzazione presso un unico Tribunale di Sorveglianza - quello territoriale del Ministero decretante la misura- dei reclami contro i decreti di 41bis, andarono ad integrare il nuovo paradigma del "carcere duro". Un paradigma la cui specificità rispetto al precedente è la capacità di proiezione di conseguenze a largo raggio, molto oltre l'ambito dei suoi "ristretti" o dell'intera popolazione detenuta, venendo ad incidere sul ruolo e sull'operatività di tutta la Magistratura di Sorveglianza.
Il regolamento emendato - Fino al 2005, la sezione 41bis femminile era quella di Rebibbia, a Roma, dove le restrizioni applicate erano quelle di legge e generali, e il personale penitenziario era ordinario. Quella sezione nel 2009 chiuse. In quella aquilana, aperta nell'ottobre 2005, per applicare il "massimo rigore" fu adottato l'espediente di elaborare ed affiggere nella saletta della sezione un regolamento apposito per la sezione, che voleva dare l'impressione che, data la peculiarità di genere della sezione, essendo femminile in un carcere esclusivamente maschile, ne servisse uno apposta, altrimenti esisteva un regolamento di istituto che era vigente a tutti gli effetti.
In realtà, quando nel 2006 fu chiesto di poter acquisire il regolamento d'istituto - tutti gli istituti devono averne uno - non fu opposto un diniego, non sarebbe stato giustificabile, ma fu affissa una copia del regolamento mancante di alcune pagine iniziali e anche al suo interno. Se ne dovette perciò reclamare l'affissione nella sua interezza al Magistrato di sorveglianza. E infatti così fu fatto quando il magistrato lo ordinò. Allora si poté scoprire che, quelle mancanti, erano pagine concernenti modalità di perquisizione personale, quantità e generi alimentari, di vestiario e altro, detenibili in cella. Ambiti in cui la prassi nella sezione femminile non osservava il regolamento a scapito delle detenute, fino a quel momento ancora poco esperte.
La sottoscritta farà alcuni esempio pratici: le "perquisizioni personali con denudamento" venivano fatte con denudamento integrale nonostante il regolamento d'istituto prescrivesse che il detenuto restasse con gli indumenti intimi. Un altro esempio: il regolamento d'istituto prevedeva che in cella si potessero detenere 10 pacchetti di sigarette. Quello di sezione non contemplava l'argomento, sicché la quantità detenibile veniva comunicata oralmente. Diventarono 8, poi 6, poi 4. E il momento della decisione di ridurre da 8 a 6 ecc. era quello in cui nel corso della perquisizione della cella, a quel tempo settimanale, se ne trovavano 7, poi 5 e così via. Alla detenuta veniva contestata la detenzione di un "eccesso", alla previsa e scontata rimostranza, la prima volta c'era l'avvertimento, la seconda il rapporto disciplinare. E così per ogni variazione in senso restrittivo che potesse/ volesse essere inventata. A quel tempo, fino a tutto il 2009, era un metodo, poi è diventato periodico, mentre, più in generale, anche sui generi detenibili in cella il dipartimento ha sussunto molte delle potestà prima in capo, almeno formalmente, ai direttori.

06/12/17

Reintegrate la mamma licenziata”, i dipendenti Ikea di Corsico in sciopero

La rabbia dei colleghi della donna: «Ci trattano come mobili da smontare e rimontare»
I dipendenti di Corsico hanno esibito cartelli con su scritto «Pessima Ikea»
«Ci trattano come mobili da smontare e rimontare. Per loro siamo solo numeri senza diritti». Davanti allo stabilimento Ikea di Corsico alle porte di Milano sono in più di 200. Hanno le bandiere del sindacato e pure dei Cobas. Cartelli con su scritto «Pessima Ikea» e tanta rabbia in corpo. Sono qui a protestare per il licenziamento dopo 17 anni di lavoro di una loro collega, Marica Ricutti, mamma separata e con 2 figli di cui uno disabile, che non sarebbe riuscita a garantire i turni di lavoro dovendo accudire i figli. Al presidio c’è anche lei in un mare di lacrime: «Vi ringrazio tutti. A questa azienda ho dato la vita. Ho avuto un problema. Non ho mai chiesto privilegi ma solo un aiuto. Tutti noi vogliamo lavorare ma al di là del lavoro abbiamo una vita che vogliamo tenere in considerazione».
Della sua vicenda si occuperà la magistratura del lavoro. Ma le proteste tra chi lavora nel colosso multinazionale svedese sono continue. «I nostri turni di lavoro sono regolati da algoritmi. Non siamo più uomini e donne. Solo numeri», giura una signora assai battagliera in mezzo a chi ha aderito a questa fermata tra i 450 dipendenti dello store di Corsico.
Da Ikea replicano che lo sciopero non sarebbe andato poi così bene ma è il solito balletto di numeri, visto che secondo la Cgil l’adesione all’agitazione è stata del 70%. Numeri che contesta il colosso svedese: «Nelle sedi milanesi di Ikea su 1407 dipendenti in 47 hanno aderito allo sciopero». Ma si sa che in altri store come a Sesto Fiorentino in Toscana altri lavoratori hanno incrociato le braccia in solidarietà con Marica e con un loro collega barese licenziato per essere rientrato con 5 minuti di ritardo dalla pausa pranzo. Da Ikea minimizzano poi sull’utilizzo dell’algoritmo per stabilire i turni di lavoro: «Smitizziamo questa storia dell’algoritmo. È impensabile che nel 2017 si possano ancora fare a mano i turni di 6500 persone. La prassi dei cambi di turno tra colleghi concordati con i responsabili è normale. A Corsico dove ci sono 450 dipendenti si registrano circa 1800 cambi turni al mese».
Flessibilità è la parola d’ordine nella logistica e nel commercio su grande scala, le catene di montaggio del Terzo Millennio. Ma la modernità del lavoro ha le sue vittime anche tra i dirigenti. Francesca ha 25 anni di Ikea alle spalle. Da addetta alle vendite è salita nella catena di comando fino a diventare responsabile del reparto mobili, uno dei punti nevralgici del colosso svedese: «Prima mi hanno trasferito a Napoli e poi a Bari. Non volevo ma ho accettato per spirito di servizio. Quest’estate mi hanno annunciato il licenziamento a causa di una ristrutturazione aziendale. È stato umiliante perchè mi hanno chiesto di uscire dal negozio mentre ero in servizio. Mi hanno offerto una buona uscita ma ho rifiutato. Erano disposti a tenermi solo se mi fossi spostata a Cagliari con un contratto part time di 20 ore e 3 livelli in meno di retribuzione». Anche lei si è rivolta a un giudice in questo mondo del lavoro che cambia. E sempre in peggio ricorda Massimo Bonini il segretario della Camera del Lavoro di Milano: «Se vogliono le aziende 4.0 devono garantire anche diritti 4.0. Il lavoro con le nuove forme contrattuali degli ultimi anni è stato completamente dimenticato dalla politica e questi sono i risultati».

05/12/17

Taranto - Ennesimo processo a chi lotta per il lavoro

Domani 6 dicembre 2017 vi è l'udienza per un ennesimo processo relativo a fatti del giugno 2011, in cui era in corso la forte lotta dei Disoccupati Organizzati dello Slai cobas sc., con in prima fila e agguerrite le donne.
18 donne e uomini, compagne e compagni dello Slai cobas sono imputati di riunione non autorizzata a Comune e Amiu, interruzione mezzi Amiu, danneggiamento portone Comune (allora sempre chiuso...).

Una lotta giusta  necessaria, in cui la determinazione, il coraggio delle disoccupate e disoccupati, di fronte ai vari tentativi di spegnerla con la repressione o con la divisione, vinse e portò a parziali risultati di occupazione - nella raccolta differenziata e poi nella Pasquinelli, in vari appalti comunali della Coop L'Ancora, ecc.

Ma nonostante siano passati 6 anni e mezzo, quella lotta deve essere repressa, anche come monito, minaccia verso altri disoccupati e lavoratori.

E ancora una volta a Taranto assistiamo ad una (in)Giustizia che mentre assolve "egregi" imputati del processo Ilva (vedi il parroco dei Tamburi), mentre non dà ancora giustizia per malati e morti sul lavoro e da inquinamento; vuole condannare chi a Taranto lotta per il lavoro, per i diritti - alcuni delle disoccupate in lotta e imputati sono dei quartieri inquinati Tamburi e Paolo VI.

NOI DOMANI SAREMO IN TRIBUNALE A GRIDARE LA NOSTRA GIUSTIZIA!

LAVORATRICI E DISOCCUPATE SLAI COBAS per il sindacato di classe

04/12/17

Intervista all'Avv.ta di Nadia Lioce - Continuare e elevare la solidarietà a Nadia Lioce e a tutti i prigionieri politici, con una mobilitazione di massa estesa a tutti i sinceri democratici. info mfpr.naz@gmail.com

Il "corto circuito" della solidarietà a Nadia Lioce può essere rotto solo dalla mobilitazione di massa e dalla conoscenza reale delle condizioni di detenzione e vessazione cui è sottoposta. Ricordiamo che le stesse "motivazioni" addotte dal Ministero per negare la revoca del 41 bis a Nadia Lioce, furono addotte dallo Stato per Diana Blefari prima di spingerla al suicidio! Nadia è forte e reagisce, ma noi non possiamo ignorare il suo urlo di protesta.
Passiamo quindi dall'appello alle assemblee! Dal virtuale al reale per concretizzare e rendere più visibile e sonoro quel grido! Ma per fare ciò è necessario riprendere nelle proprie mani, concretamente, la vicenda emblematica di Nadia Lioce. Una storia che ancora dobbiamo scrivere e che è interna all'azione repressiva dello Stato sulla classe sfruttata. Una storia che si regge sulla scienza e la conoscenza, non su dogmi, bufale e inquisizioni! Consigliamo pertanto la lettura del documento di Nadia Lioce, depositato al Tribunale penale di L'Aquila il 24/11/2017, l'articolo di Paolo Persichetti del 14/11/2017 e lo stralcio di intervista a Caterina Calia, che riproponiamo, qui sotto, trascritto.

Dall'intervista di Pagine contro la tortura a Caterina Calia (pubblicata il 17 novembre su https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2017/11/intervista-sul-41bis-caterina-calia):

P.c.t.: Sappiamo che tra i tuoi assistiti c'è anche la compagna Nadia Lioce, che è l'unica donna fra i tre compagni attualmente detenuti in 41 bis e la sezione in cui si trova è appunto quella all'interno del carcere dell'Aquila, che è anche l'unica in Italia, predisposta alla detenzione femminile in questo regime. Vista la natura segregativa del cosiddetto carcere duro, spesso circolano delle inesattezze relative alle reali condizioni di vita al suo interno, che potrebbero risultare fuorvianti. Dopo tutti questi anni di colloquio con Nadia tu puoi sicuramente riferirci con precisione la sua testimonianza diretta, proprio per l'esperienza da lei vissuta. Puoi parlarcene?
 

C.C.: Certo! Ci sono delle situazioni in cui gruppi di persone, che comunque hanno fatto delle attività contro il 41 bis, denunciato la tortura che rappresenta il regime del 41 bis e in alcuni casi si è parlato anche delle condizioni di Nadia Lioce, magari a volte dicendo e facendo passare delle notizie inesatte, perché magari erano notizie prese da internet, da fonti aperte, quali ad esempio le misure delle celle o cose di questo genere.
In realtà il problema del 41 bis non è legato agli spazi, perché forse, se noi abbiamo una panoramica complessiva sul carcere, vediamo che le condizioni di vivibilità in carcere sono ancora peggiori per i detenuti comuni, che sono ammucchiati in 6, anche 8 persone per cella, quindi con la possibilità quasi di non muoversi, insomma un’assenza di movimento quasi totale, a differenza del 41 bis, dove certamente non c'è il problema del sovraffollamento, ma c'è il problema dell'isolamento.
Quindi sicuramente la cella in cui vive Nadia è una cella assolutamente normale, anche con una finestra luminosa, perché poi spesso quando vanno le visite ispettive si limitano a guardare solo questo, anche quando per esempio ci sono le visite del comitato di prevenzione della tortura, si guarda se c'è una areazione abbastanza sufficiente, visto che le persone poi ci devono vivere per 22-23 ore al giorno.
Nel caso di Nadia posso confermare che lei vive in spazi che sono abbastanza vivibili da questo punto di vista, così come l'aria per esempio, un'area abbastanza grande, dove può fare ginnastica. Il problema vero è che tutto questo viene fatto nell'isolamento più totale e quindi si fa ginnastica per un'ora al giorno, si esce all'aria per un'ora al giorno, ma si esce in totale solitudine, senza la possibilità di interscambio con altre detenute.

P.c.t.: Da quanti anni Nadia vive questa condizione di 41 bis?

C.C.: Nadia è in 41 bis dal settembre 2005, quindi parliamo di 12 anni di isolamento praticamente assoluto. E’ detenuta dal 2003 ed effettivamente anche dal 2003 al 2005 è stata comunque in un regime di isolamento, nel senso che era classificata come detenuta AS2, è stata sempre detenuta in carceri dove non c'erano altre detenute appartenenti allo stesso circuito, quindi di fatto in isolamento, con la possibilità però di effettuare colloqui regolari, quindi quattro colloqui al mese.
Dal settembre 2005 le condizioni di vita naturalmente sono peggiorate perché ha potuto usufruire dei colloqui con la famiglia col vetro divisorio a tutta altezza, come previsto per i detenuti in 41 bis, nella misura inizialmente di due colloqui al mese perché il tribunale di sorveglianza, in quel caso era il tribunale territoriale di Firenze, aveva ritenuto che, trattandosi di prigioniera politica e non appartenente ad organizzazione di criminalità organizzata, non fosse la famiglia il veicolo di contatto verso l'esterno e quindi gli venivano comunque garantiti due colloqui al mese anziché uno. Successivamente il Ministero è intervenuto negando la possibilità ai tribunali di sorveglianza di poter differenziare queste posizioni e quindi anche per lei, così come per gli altri prigionieri politici e per tutti i detenuti in 41 bis, la regola è quella di un colloquio mensile della durata di un'ora, cumulabile in due ore soltanto se non si fanno colloqui per due o tre mesi di seguito.

P.c.t.: Ci spieghi cosa si intende per isolamento e per socialità, quando riferiamo questi due concetti al 41 bis?
 

C.C.: Prima ho detto una cosa inesatta, è vero che Nadia è in isolamento totale, ma in realtà lei potrebbe fare la socialità con un'altra detenuta. In 41 bis la socialità può essere fatta al massimo con 4 persone e cioè i detenuti in 41 bis passano 22 ore al giorno in cella, hanno la possibilità di uscire per due ore al giorno di cui un'ora all'aria e un'ora in una saletta che è detta della socialità, che una saletta spoglia, dove non c'è assolutamente nulla, al massimo un mazzo di carte e ci si può stare in quattro.
Ora generalmente nella costruzione di questi gruppi, se parliamo del carcere maschile, magari vengono inserite all'interno del gruppo persone che non hanno la possibilità di andare all'aria, per esempio perché sono in sedia rotelle e sono tantissime, pensiamo al carcere di Parma per esempio, dove ci sono tantissimi malati con patologie molto gravi che non vanno quasi mai all'aria, per cui anche se sono gruppi da quattro, di fatto magari sono in due le persone che vanno all'aria.
Per quanto riguarda invece il carcere dell'Aquila, è questa la particolarità: una sezione
dove sono attualmente 7 detenute, ma sono state in sezione anche quattro detenute, quindi si poteva benissimo organizzare il carcere, la vita carceraria, facendo sì che tutte e quattro le detenute potessero parlare tra di loro; ma evidentemente per una politica che è stata decisa, non so se direttamente dal DAP o dalla direzione del carcere, la socialità delle detenute a L’Aquila è prevista soltanto a gruppi di due.
Nadia ha rifiutato di entrare in un gruppo di socialità, intanto perché le detenute sono 7 e quindi di fatto una persona sarebbe rimasta fuori dai gruppi e comunque lei ha rifiutato di fare la socialità con la persona decisa dalla direzione perché in realtà questa avrebbe rappresentato un vincolo, nel senso che ogni volta che Nadia avesse deciso di fare una protesta per delle vessazioni che sono continue all'interno del carcere, ne avrebbe pagato le conseguenze anche l’altra detenuta, perché per quella rigidità, che è propria di questo regime, non è che l’altra detenuta sarebbe stata accorpata ad un altro gruppo di socialità, ma sarebbe rimasta in isolamento anche lei visto che Nadia, per una serie di proteste che ha fatto nel corso degli anni, è stata in isolamento anche per 2 anni continuativi (cioè sanzione disciplinare di 15 giorni, pausa di un giorno e di nuovo sanzione disciplinare di 15 giorni, per arrivare quasi a 2 anni di isolamento). Per questo
Nadia ha fatto la scelta di non essere vincolata, di non dover sentire, diciamo, la responsabilità dell'isolamento, del peggioramento delle condizioni di vita per l'altra compagna che faceva parte del gruppo e quindi non ha accettato di fare il gruppo con nessuno, per cui lei dice “io faccio gruppo da sola”.

P.c.t.: Quindi abbiamo detto il prossimo 24 novembre si svolgerà la terza udienza di questo processo che la vede imputata. Puoi dirci quali sono i motivi?

C.C.: I motivi sono molteplici, il motivo specifico per cui ha subito questa denuncia è il fatto che di fronte all'ennesima perquisizione dentro la cella, dove naturalmente le tue poche cose vengono buttate all'aria e in più sono perquisizioni che debordano e appaiono completamente gratuite, considerato che non hai rapporti con nessuno, non incontri nessuno, non puoi scambiare oggetti con nessuno, sei sempre sotto un controllo continuo e costante, per cui chiaramente non puoi detenere assolutamente nulla in cella tanto da dover essere sottoposta continuamente a perquisizioni, di fronte a l'ennesima perquisizione appunto, aveva preso una bottiglietta d'acqua vuota e aveva battuto contro il cancello della cella. Tutto questo avveniva alle 9:15 di mattina ed è stata accusata di aver disturbato la quiete delle detenute sottoposte al regime del 41 bis. Naturalmente nessuna detenuta si è lamentata di questa battitura, che è durata il tempo di un quarto d'ora, ma questa è stata interpretata dagli agenti della polizia penitenziaria come una forma di insubordinazione da parte della della detenuta e quindi è stata deferita all'autorità giudiziaria. Visto che nelle volte precedenti si erano limitati a infliggergli 15 giorni di isolamento e che in realtà poi non cambiava nulla perché lei è comunque in isolamento permanente, hanno pensato di rivolgersi all'autorità giudiziaria per cui il processo è per queste ragioni, per aver disturbato la quiete, per non dire la morte civile, delle detenute in 41 bis.

P.c.t.: Quindi da quanto ci dici sembra che da quelle sezioni non possa uscire alcuna testimonianza diretta, neanche appunto il suono di una protesta. Ci domandiamo se chi è rinchiuso/rinchiusa abbia il diritto alla parola…

C.C.
: A volte appunto la mia assistita dice proprio che nel suo caso e comunque nel caso dei detenuti in 41 bis, non sono segregate solo le persone ma è segregata addirittura la parola!
Se noi consideriamo che nell'arco di un anno lei fa colloqui con i familiari per un'ora al mese e quindi all'interno di questa ora lei parlerà per mezz'ora, abbiamo 6 ore in cui può articolare la parola. Altre 6 ore le possiamo aggiungere per i colloqui con i difensori e quindi parliamo di una persona che nell'arco di 365 giorni parla per neanche il tempo di una giornata, parla per 12 - 15 ore nell'arco di un anno.
Posso raccontare un aneddoto che Nadia mi ha raccontato, un episodio che è emblematico di come funziona il sistema del 41 bis. C'è il divieto assoluto di parlare con le altre detenute e quando passa il carrello del cibo, se tu devi dire “voglio un mestolo di pasta” o “un mestolo di minestrone” non lo puoi dire alla persona che ti deve versare il cibo nel piatto ma ti devi rivolgere all’agente della polizia penitenziaria, che poi a sua volta lo dirà alla detenuta e che poi dovrà interloquire nuovamente con l’agente della polizia penitenziaria. Quindi c'è questa sorta di triangolazione. Ovviamente lei rifiuta assolutamente questa spersonalizzazione, in cui sei ridotta peggio di un animale, e parla direttamente con la detenuta. In quel caso specifico la detenuta non aveva risposto, però ha avuto un rapporto disciplinare perché l'aveva guardata, quindi nonostante non avesse parlato.
Ecco, questa è la situazione concreta, che non ha nulla a che vedere né con la sicurezza all'interno dell'istituto e tanto meno con i rapporti verso l'esterno. Quindi è chiaro che di fronte a vessazioni che sono totalmente gratuite ed assurde ci sono le proteste che Nadia continua a mettere in campo, quelle che può opporre appunto, per sentirsi ancora una persona più che una prigioniera politica o una compagna insomma, perché lì emerge chiaramente come tutto il sistema del 41bis sia finalizzato all’annientamento psicofisico della persona.

P.c.t.: Parliamo di 41bis = tortura, puoi avvalorare questa affermazione portando degli esempi relativi alle condizioni di vita imposte da questo regime?


C.C.: Certo, il 41 bis è tortura perché è pensato, è strutturato, è costruito proprio a tal fine. Il 41-bis significa incidere concretamente su ogni minuto del tuo tempo, su ogni centimetro del tuo spazio e quindi significa non avere nessuna possibilità di autodeterminazione su nulla.
Prima siamo stati a discorrere su chi può fare la socialità in gruppi da 2 o chi la può fare in gruppi da 4, però ci abituiamo ormai a denunciare soltanto il fatto che si faccia socialità nel gruppo da due, come se invece potesse essere più legittimo se il gruppo fosse da 4 o da 5, senza considerare in realtà che quello che conta è che sono gruppi di persone che sono decise dall'amministrazione, quindi che non hanno assolutamente nulla in comune, anzi si evita tutto quello che è vita, storia, comune. Se si proviene dalla stessa regione si ha il piacere magari di mangiare un piatto di pasta della tua regione e non lo puoi fare, perché non puoi stare con persone che sono della tua regione e non puoi cucinare, perché il cibo è vietato.
Ed è vietato a un solo fine: il 41 bis è e deve essere pensato come tortura. Non si può cucinare perché è vero che non c'è nessun pericolo per l'ordine e la sicurezza (che sarebbe la ragione per cui invece dovrebbe essere posto un divieto) ma in realtà questo divieto viene utilizzato al contrario, cioè non ti faccio cucinare perché questo serve a ucciderti ogni giorno di più, perché il cibo, la socialità è vita, ma la socialità vera.
In realtà in questo caso noi parliamo di 41bis come isolamento permanente e illegale, cambia poco se quell’isolamento è rotto da un rapporto imposto dalla direzione, in cui tu puoi parlare esclusivamente con una persona al giorno, non importa cosa condividi o cosa non condividi con quella persona. E questo vale per tutto, vale per i libri, per la posta che viene censurata, per il divieto di scriversi con detenuti in 41 bis (che prima era totale, poi invece è stato riammesso il potersi scrivere tra detenuti in 41 bis che sono fratelli magari) e così via.
Dall’analisi di tutte le misure, adesso strettamente riportate in quel cosiddetto decalogo, si comprende quali sono le linee politiche che hanno portato al 41 bis. Nel decalogo c'è uno studio approfondito attraverso il 41 bis delle dinamiche anche dei gruppi di quattro e appena si crea un minimo di collante che può essere solidaristico - solidarietà che poi sappiamo è vietata perché ad esempio, se uno ha finito le sigarette non può chiedere una sigaretta all'altro compagno, pure del gruppo, perché è vietato il passaggio di qualsiasi oggetto - scatta la sanzione.

P.c.t.: Stai parlando dell'ultima circolare del DAP, quella del 2 ottobre?

C.C.
: Sì, sto parlando dell’ultima circolare del DAP, dove viene proprio regolamentato ogni oggetto che può entrare al 41 bis e quindi può entrare esclusivamente quello e in quella quantità. Ad esempio nel decalogo c'è uno dei fatti per cui Nadia ha protestato durante le varie proteste, rispetto a regole che considerava vessatorie. A L’Aquila c'è l'acqua buona che esce dal rubinetto della cella, ma tu per andare all'aria ti devi portare una bottiglietta d'acqua sigillata, che non ti viene passata dall'amministrazione, ma che devi comprare. Dopodiché quella bottiglietta d'acqua, se ne hai bevuto solo un sorso, l'indomani non te la puoi portare, te ne devi portare un'altra sigillata, nonostante all'aria ci sei solo tu e la bottiglietta. Ecco, questo è il 41 bis e credo che nessuno possa dire che non sia tortura. C'è soltanto una parvenza di legalità nello stabilire quei contenuti minimi, ad esempio della socialità in gruppi da 2 a 4, ma soltanto appunto per salvare l'apparenza della legalità di uno stato democratico. In realtà non è socialità quella, perché non c'è condivisione, non c'è autodeterminazione e c'è l’annichilimento di tutti i soggetti sottoposti al 41 bis.

P.c.t.: Quindi perché questo regime cessi, quali sono le condizioni dettate dallo Stato? Cioè cosa richiede in cambio lo Stato al detenuto o alla detenuta?

C.C.: Intanto bisogna ripartire dalla finalità del 41bis, almeno quella che secondo lo Stato è la finalità del 41bis, che è quella di impedire qualsiasi contatto con l'esterno, ma non con l'esterno in generale, con le organizzazioni di appartenenza. Naturalmente si esce dal 41 bis soltanto in due modi, quando si cessa di vivere o quando si collabora con lo Stato e quindi si accusano altre persone e si mettono, come diceva molto bene Musumeci, quando si mette qualcun altro al posto tuo.
Nel caso dei prigionieri politici io credo che si è andati anche oltre, perché che non ci sia un'organizzazione di appartenenza all'esterno è ben chiaro ed è chiaro anche per chi applica il regime del 41 bis alla detenzione politica. L'organizzazione Brigate Rosse per la costruzione del partito comunista, le cosiddette nuove BR, di cui faceva parte Nadia, è stata sgominata totalmente nel 2003, quindi quando è stato applicato per la prima volta il 41 bis, era un'organizzazione che già non esisteva, è un'organizzazione che non esiste, ormai è accertato, da almeno 14 anni, tuttavia il regime viene applicato e reiterato attualmente ogni volta di due anni in due anni. Le è stato rinnovato proprio poco tempo fa, quindi siamo in attesa della fissazione dell'udienza.
In questo caso quello che vuole lo Stato in cambio non è neanche la collaborazione. Una collaborazione che di fatto sarebbe anche impossibile, perché non c'è nessuno da arrestare all'esterno. Quindi, così come non c'è un'organizzazione all'esterno e quindi non dovrebbe essere applicata una misura come il 41 bis, non c'è neanche questo che si vuole in cambio.
Si vuole in cambio l'annientamento totale del soggetto naturalmente, quindi l'abiura di quelle che sono state le sue scelte politiche, l'abiura proprio di quelle che sono le sue convinzioni ideologiche. Tant'è che lei stessa, quando abbiamo fatto l'ultimo reclamo del 41 bis, ha detto chiaramente, nel corso dell'udienza, che era un reclamo impossibile da accogliere perché lei era una comunista e quindi come tale sarebbe potuta rimanere a vita in 41 bis, perché non si modificano le condizioni di conflitto che hanno portato poi alle scelte che aveva fatto al tempo in cui le ha fatte, ma anche non si modifica comunque il suo essere e sentirsi comunista. Quindi diciamo le ragioni per cui viene applicato, nel caso di Nadia il 41 bis, sono ben esplicitate nel decreto impositivo, in cui si riconosce addirittura il fatto che non c'è più un'organizzazione di appartenenza, però si dice che c'è una situazione grave a livello sociale, c'è un conflitto sociale che può esplodere, addirittura si fa l'esempio della disoccupazione che aumenta, di tutte quelle che sono le condizioni di vita che  peggiorano per i proletari, per i lavoratori - anche se non si usano esattamente questi termini, ma il senso è questo - e soprattutto si dice che il fenomeno delle organizzazioni combattenti è anche un fenomeno ciclico, viene definito carsico, e quindi ineliminabile naturalmente in un tipo di società che è fondata sullo sfruttamento e sulla divisione in classi.
Di fatto si crea un corto circuito, in cui non si chiede soltanto che ci sia un’abiura da parte dei prigionieri politici, ma praticamente dovrebbe esserci la morte anche all'esterno, tant'è che a Nadia viene rinnovato il 41 bis perché, si dice, ci sono anche attestati di solidarietà all'esterno, persone che lottano contro il 41 bis, che denunciano le condizioni di vita e di tortura dei detenuti sottoposti al 41 bis e quindi una eventuale revoca del 41 bis sarebbe un segnale rispetto all'esterno, dimostrerebbe in qualche modo che la lotta paga e quindi praticamente, paradossalmente, chiunque lotta contro il 41 bis, sembrerebbe quasi fare un danno a chi sta in 41 bis. Quindi automaticamente non viene revocato il 41 bis, perché sennò all'esterno la revoca potrebbe essere interpretata come una vittoria, la lotta fatta contro un regime di segregazione assoluta, qual è quella imposta col 41 bis.

DOMANI, PRESIDIO DI NUDM DI MILANO ALL'IKEA CORSICO, IN SOLIDARIETA' A MARICA

(dal comunicato di Nudm di Milano) 

Come Non Una Di Meno Milano abbiamo deciso di mobilitarci a sostegno di Marica, licenziata da Ikea Corsico perché avendo due figli di cui uno disabile e di cui occuparsi da sola, non poteva fare i turni di lavoro che l'azienda le aveva imposto.
Martedì è stato convocato un presidio di solidarietà davanti a Ikea Corsico, e noi abbiamo deciso di partecipare portando a Marica la lettera pubblica che abbiamo scritto per lei, e facendo convergere questa situazione con il nostro percorso di lotta e il nostro piano per combattere insieme contro la violenza di genere.
L'Usb oltre ad aderire al presidio ha proclamato sciopero intero turno di lavoro per le sedi Ikea di Corsico, Carugate e San Giuliano, sì da consentire la partecipazione massima a chi lavora. 

La lettera a Marica
Cara Marica, 
il tuo licenziamento ci ferisce, scatena la nostra rabbia ma purtroppo non ci stupisce.
Un anno fa abbiamo iniziato a incontrarci sia a Milano che in molte altre città in Italia  e sin dai primi momenti di analisi collettiva e condivisione di esperienze abbiamo colto uno degli aspetti più pervasivi nella vita delle donne: quello della violenza economica.
Condividendo vissuti e riflessioni a partire dalle nostre stesse condizioni di vita e lavoro, abbiamo  individuato il nesso stretto tra l’attuale sistema economico  e la violenza di genere; abbiamo  messo in luce come, in questo  ambito, la violenza di genere venga perpetuata creando sempre nuove forme di segmentazione e frammentazione del lavoro, di esclusione,  disoccupazione forzata, sfruttamento e impoverimento. 
Quello che ti  è stato ingiustamente contestato e che hai pagato con l’altissimo prezzo del  licenziamento riguarda uno degli aspetti fondamentali della cosiddetta “femminilizzazione del  lavoro“: la messa a disposizione incondizionata del proprio tempo di  vita.  
La femminilizzazione del lavoro e i suoi caratteri  fondativi (obbligo a una piena disponibilità del tempo, intermittenza e lavoro gratuito) caratterizzano oggi non solo la condizione delle donne nel mercato del lavoro, ma l’intero meccanismo galoppante di  precarizzazione e ricattabilità.
Ci troviamo in un Paese che lamenta costantemente il calo delle nascite, ma che allo stesso tempo taglia lo Stato Sociale, i servizi e diminuisce i fondi e le misure a sostegno della genitorialità e della cura.
Oggi sei tu a ricevere questo provvedimento ma domani potrebbero essere molte altre, potrebbe essere una di noi.
 Accade questo quando il tempo di cura dei e delle figlie, così come degli e delle anziane e dei e delle disabili, non solo ricade in via quasi esclusiva sulle donne, ma non è nè riconsociuto economicamente, nè valorizzato mettendolo al centro dell’organizzazione del lavoro.
 Abbiamo detto no di fronte alle molestie sul lavoro e lo ripetiamo riconoscendoci in ogni donna sfruttata, sottopagata, licenziata, destinataria di  provvedimenti disciplinari, in corsa rocambolesca contro il tempo per  riuscire a essere madre, donna, lavoratrice.
 Abbiamo deciso di  iniziare insieme un cammino rivoluzionario, abbiamo creato immaginari di  giustizia sociale, abbiamo scritto un piano femminista contro la  violenza di genere.  Vogliamo reddito di autodeterminazione, salario minimo europeo,  infrastrutture sociali, vogliamo che le pratiche di cura e di riproduzione diventino un valore condiviso e non un ennesima forma di sfruttamento, vogliamo politiche a sostegno della maternità per chi la sceglie e della genitorialità  condivisa. E le vogliamo per tutte, non una di meno.
In tutto questo nessuna deve rimanere indietro. Per rompere la frammentazione e l’isolamento che contraddistinguono il  mondo del lavoro contemporaneo, riteniamo fondamentale riaffermare, tra  le nostre pratiche femministe, l’importanza della costruzione di nuove  reti solidali e di mutuo soccorso, riaffermare cioè, contro la barbarie,  l’individualismo e la solitudine, la potenza dell’essere in comune, il  sostegno, la sorellanza. Mutualismo e solidarietà contro le ritorsioni, contro i ricatti, le molestie, le discriminazioni e ogni  forma di violenza dentro e fuori i posti di lavoro.
Per questo abbiamo trasformato  il nostro no in together che sappia darci forza.
Oggi sei tu a  pagare il prezzo e noi ci schieriamo al tuo fianco: ti staremo  accanto nelle piazze e davanti a quei  cancelli  sino a quando non verrai riassunta e l’IKEA non chiederà pubblicamente scusa. 
 Ma sappiamo che è una società intera che deve cambiare!
 Se toccano una, toccano  tutte.  
 Se seminano violenza, raccoglieranno scioperi e tutta la nostra forza

 Non una di meno Milano

03/12/17

Stupratore scarcerato

A pochi giorni dalla grande manifestazione delle donne contro la violenza sessuale, uno stupratore in Puglia viene scarcerato...
LE LEGGI DI QUESTO STATO SONO UN BOOMERANG! Come hanno detto le compagne del Mfpr di Taranto a Roma: "Contro stupri e femminicidi, allo Stato borghese non deleghiamo, prendiamo la lotta nelle nostre mani!" -
Il 12 dic. alle ore 18 c/o Slai cobas assemblea pubblica: dal 25 novembre a dopo...

MFPR Taranto
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BARI - Ha subito una violenza da un suo paziente mentre era in servizio di guardia medica, ma per vergogna non ha deciso subito di denunciarlo e lo ha fatto solo nove mesi dopo, quando le persecuzioni e le minacce crescenti cui l’uomo la sottoponeva sono diventate insostenibili. Per la legge lo ha fatto troppo tardi (avrebbe dovuto farlo entro i sei mesi) e così il presunto aggressore, arrestato il 13 novembre scorso, non solo è stato scarcerato, ma non potrà nemmeno essere processato per la presunta violenza sessuale, perché il reato è divenuto improcedibile per querela tardiva. L’uomo, il 51enne Maurizio Zecca di origini campane e residente ad Acquaviva delle Fonti (Bari), resterà ai domiciliari con il braccialetto elettronico, e dovrà rispondere solo di stalking.
Vittima di questa vicenda è una dottoressa 47enne che nel settembre 2017 ha denunciato l’uomo per la presunta violenza e per stalking. Gli atti persecutori, messaggi, telefonate e persino minacce di morte, sarebbero iniziati nell’ottobre 2016 e avrebbero costretto nei mesi successivi il medico a cambiare tre diverse sedi di lavoro fino a quando, temendo per la propria incolumità, la donna ha deciso di rivolgersi alla polizia. Stando a quanto ricostruito dalla Procura di Bari, la dottoressa sarebbe stata vittima di «un’opera di lenta e crescente persecuzione», da parte dell’uomo che sarebbe arrivato «a maturare una vera e propria ossessione» nei suoi confronti.
A concedere i domiciliari al 51enne sono stati i giudici del Tribunale del Riesame in applicazione della legge che dispone il termine di sei mesi per la presentazione della querela per violenza sessuale...
Sulla vicenda è intervenuta anche Serafina Strano, la dottoressa violentata in un ambulatorio del Catanese il 19 settembre scorso. «E' una vergogna, è evidente che nella legislazione c'è un buco - Ha detto la collega delle vittima barese - Ed è terribile pensare a quello che sta passando, dopo quello che ha trascorso e subito, e che continua a subire. E rischia di non vedere processato l’indagato». «Le vittime di violenza sessuale hanno paura - ha concluso - E non possono essere lasciate sole»... La Procura di Bari sta ora valutando se impugnare il provvedimento di scarcerazione, magari ipotizzando un altro reato procedibile d’ufficio.

02/12/17

# IostoconGina - La solidarietà non è reato!

Solidarietà a Gina De Angeli, infermiera professionale, "colpevole" di solidarietà verso le lavoratrici della ditta di pulizie ex “Dussmann”. Nel video il presidio di solidarietà.