09/01/18
La lotta delle donne lavoratrici ha ben aperto il nuovo anno!
Segue una lettera di una maestra.
Lettera di una maestra: "Ai nostri politicanti piace tanto parlare di donne, ne stanno lasciando 60.000 a casa"
Care tutte e tutti,
sono una maestra che lavora ormai da anni nella scuola. Sono coinvolta nel disastro che sta succedendo agli insegnanti della scuola primaria in questi giorni...
Dal 1923 al 2002, ovvero fino a quando è esistito l'istituto magistrale, tutte le maestre e maestri italiani hanno avuto come qualifica per poter insegnare il diploma magistrale che è un’abilitazione all’ insegnamento come da parere del consiglio di stato n 3813 dell’11/09/13, recepito con decreto dal presidente della repubblica. Infatti gli insegnanti avevano fatto ricorso, in quanto negli anni precedenti i diplomati magistrali erano stati collocati nelle graduatorie di terza fascia, ovvero quella per i non abilitati. Successivamente molti diplomati avendo ottenuto questo riconoscimento, hanno intentato un altro ricorso contro diniego di accesso alle gae 2014, le graduatorie per cui si accede al ruolo tramite scorrimento, in quanto appunto abilitati.
Nel frattempo gli stessi insegnanti mandavano avanti la scuola ormai da anni, tra le mille difficoltà che tutti conoscete.
L’ impugnazione della Graduatoria ad Esaurimento 2014 (Gae) termina con svariati provvedimenti cautelari a favore dei richiedenti, che nelle tornate di immissione in ruolo a settembre 2015 e 2016 vengono assunti in ruolo con riserva, mentre gli altri aspettavano di accedervi nelle tornate successive, ovviamente continuando a lavorare con supplenze annuali.
Il 15 novembre 2017 si riunisce l’adunanza plenaria del consiglio di stato per mettere un punto a questa situazione e, anziché sciogliere la riserva, contraddicendo se stesso (aveva emesso ben 7 giudizi positivi!) il tribunale rigetta le richiesta dei diplomati magistrali con un vero e proprio licenziamento di massa. Si tratta di circa 60’000 persone coinvolte, tra già immessi in ruolo e precari in attesa di ruolo in tutta Italia! Neanche la speranza di fare le supplenti a vita! Infatti la legge 107, la cosiddetta buona scuola, impone il non rinnovo dei contratti dopo l’accumulo di 36 mesi di servizio. Quest’ altra schifezza è stata prodotta da Renzi ed il suo governo per arginare una sentenza della corte europea che condannava il precariato nella scuola italiana imponendo di assumere tutti i docenti che avevano tre anni di lavoro nella scuola….
Dunque si profila un danno duplice per lavoratori ed alunni che perderanno i loro insegnanti. In realtà siamo di fronte ad una vera emergenza sociale! Ai nostri politicanti piace tanto di questi tempi parlare di donne, millantando iniziative e leggi varie. Intanto ne stanno lasciando 60.000 in mezzo ad una strada dopo averle sfruttate per anni ed anni come precarie! Non credano che staremo a guardare, abbiamo capito che con i ricorsi non si conquistano diritti, anzi si perdono, abbiamo capito che l’unica strada è la LOTTA.
Carmen
Primo giorno di scuola del 2018 con sciopero. Migliaia di maestre e di
maestri incrociano le braccia per protesta dopo che la plenaria del
Consiglio di Stato prima di Natale ha messo fuori dalle Gae, Graduatoria
ad esaurimento, i docenti con diploma magistrale. L’Anief ha
organizzato una manifestazione tra le 9 e le 13 davanti al ministero
dell’Istruzione e contemporaneamente sono previsti sit-in anche davanti
gli Uffici scolastici regionali di diverse città: Torino, Milano,
Bologna, Palermo, Cagliari, Catanzaro e Bari. La richiesta del sindacato
è quella di confermare nei ruoli i 6mila neoassunti con riserva che
hanno superato o stanno superando l’anno di prova e assumere i 44mila
colleghi inseriti con riserva nelle Gae, i quali da molti anni insegnano
ormai nelle nostre scuole.
Lettera di una maestra: "Ai nostri politicanti piace tanto parlare di donne, ne stanno lasciando 60.000 a casa"
Care tutte e tutti,
sono una maestra che lavora ormai da anni nella scuola. Sono coinvolta nel disastro che sta succedendo agli insegnanti della scuola primaria in questi giorni...
Dal 1923 al 2002, ovvero fino a quando è esistito l'istituto magistrale, tutte le maestre e maestri italiani hanno avuto come qualifica per poter insegnare il diploma magistrale che è un’abilitazione all’ insegnamento come da parere del consiglio di stato n 3813 dell’11/09/13, recepito con decreto dal presidente della repubblica. Infatti gli insegnanti avevano fatto ricorso, in quanto negli anni precedenti i diplomati magistrali erano stati collocati nelle graduatorie di terza fascia, ovvero quella per i non abilitati. Successivamente molti diplomati avendo ottenuto questo riconoscimento, hanno intentato un altro ricorso contro diniego di accesso alle gae 2014, le graduatorie per cui si accede al ruolo tramite scorrimento, in quanto appunto abilitati.
Nel frattempo gli stessi insegnanti mandavano avanti la scuola ormai da anni, tra le mille difficoltà che tutti conoscete.
L’ impugnazione della Graduatoria ad Esaurimento 2014 (Gae) termina con svariati provvedimenti cautelari a favore dei richiedenti, che nelle tornate di immissione in ruolo a settembre 2015 e 2016 vengono assunti in ruolo con riserva, mentre gli altri aspettavano di accedervi nelle tornate successive, ovviamente continuando a lavorare con supplenze annuali.
Il 15 novembre 2017 si riunisce l’adunanza plenaria del consiglio di stato per mettere un punto a questa situazione e, anziché sciogliere la riserva, contraddicendo se stesso (aveva emesso ben 7 giudizi positivi!) il tribunale rigetta le richiesta dei diplomati magistrali con un vero e proprio licenziamento di massa. Si tratta di circa 60’000 persone coinvolte, tra già immessi in ruolo e precari in attesa di ruolo in tutta Italia! Neanche la speranza di fare le supplenti a vita! Infatti la legge 107, la cosiddetta buona scuola, impone il non rinnovo dei contratti dopo l’accumulo di 36 mesi di servizio. Quest’ altra schifezza è stata prodotta da Renzi ed il suo governo per arginare una sentenza della corte europea che condannava il precariato nella scuola italiana imponendo di assumere tutti i docenti che avevano tre anni di lavoro nella scuola….
Dunque si profila un danno duplice per lavoratori ed alunni che perderanno i loro insegnanti. In realtà siamo di fronte ad una vera emergenza sociale! Ai nostri politicanti piace tanto di questi tempi parlare di donne, millantando iniziative e leggi varie. Intanto ne stanno lasciando 60.000 in mezzo ad una strada dopo averle sfruttate per anni ed anni come precarie! Non credano che staremo a guardare, abbiamo capito che con i ricorsi non si conquistano diritti, anzi si perdono, abbiamo capito che l’unica strada è la LOTTA.
Carmen
08/01/18
L’Aquila 22 gennaio: inizia il processo nei confronti di 3 donne
L’”accusa” è diffamazione dell’avvocato Antonio Valentini, la “colpa” è la solidarietà femminista.
Il 22 gennaio a L’Aquila, tre femministe saranno processate per aver difeso uno spazio di donne dall’ingresso di Antonio Valentini, difensore di Francesco Tuccia, ex militare stupratore e quasi assassino di “Rosa”.
Nel Novembre 2015, l’associazione “Ilaria Rambaldi Onlus” invita a partecipare l’Avvocato Antonio Valentini ad un convegno su Commissione Grandi Rischi, organizzato presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, un luogo simbolico per la libertà delle donne. Molte donne si mobilitano e alla fine la Casa delle donne di Roma segnala all’organizzazione del convegno che Valentini non può varcare quella soglia, perché indesiderato.
Ma l’avvocato non ci sta e querela, manu militari, 3 donne, colpevoli di aver diffuso la lettera di una compagna del MFPR dell’Aquila, in cui si denunciava: il securitarismo emergenziale con cui lo Stato nascose le sue responsabilità sulla mancata prevenzione del terremoto e degli affari delle cricche; la persistente militarizzazione del territorio con cui favorì la desertificazione della città e l’atteggiamento predatorio di chi, in virtù di quella divisa, si sentiva padrone delle sue strade e in diritto di stuprare in nome dello Stato; il pesante clima di ostilità nei confronti di Rosa e della solidarietà femminista; il clima di un ignobile processo per stupro, scandito in aula dalla condotta provocatoria del penalista, tutta tesa a screditare la parte lesa, a negare l’evidenza della violenza, a colpevolizzare la ragazza stuprata e quasi uccisa e a vittimizzare il suo carnefice.
(https://ciriguardatutte.noblogs.org/la-campagna-di-solidarieta/)
Coi nostri corpi e le nostre voci abbiamo accompagnato Rosa, che con coraggio affrontava il girone infernale di un processo per stupro!
Con delle mails abbiamo respinto dalla Casa Internazionale delle donne di Roma il degno avvocato del suo stupratore!
Su mandato della Procura dell’Aquila, costui è entrato in casa nostra con i carabinieri, sequestrando pc, telefoni e altro materiale informatico.
E adesso il processo per diffamazione, per cercare di zittirci, dividerci, cancellare con una sanzione la memoria storica della lotta femminista in Italia.
Ma noi non dimentichiamo le atrocità commesse sul corpo di Rosa da un militare impiegato nell’operazione “strade sicure”
Non dimentichiamo la doppia violenza esercitata sulla nostra pelle di donne dalle parole dell'avvocato Valentini: “Tra i due ragazzi vi fu consenso esplicito”, “se i pantaloni erano slacciati non ci fu violenza”, “il fisting è una pura invenzione” ecc.
Il 12/02/2012 Rosa venne stuprata e lasciata in una pozza di sangue a morire sulla neve. Lo stupratore, Francesco Tuccia, era in compagnia di 2 altri commilitoni e della fidanzata minorenne di uno di loro, ma costoro non vennero neanche indagati. Da quella notte, fino al suo arresto il 23 febbraio, Tuccia ha continuato a prestare servizio nel 33/o reggimento Artiglieria Acqui. Rosa invece è stata oggetto di minacce fin dentro l’ospedale da parte di una ragazza non identificata. Fu la ASL di L’Aquila a chiedere il piantonamento del reparto dopo quell’episodio. Alle prime udienze per stupro, le compagne, le donne arrivate da tutta Italia percepirono netta la sensazione che a L’Aquila lo stupratore si trovasse in un ambiente amico: qui c’erano i suoi commilitoni, anche a presidiare il Tribunale dalla solidarietà delle donne.
Pochi giorni dopo la sentenza di primo grado, Simona Giannangeli, legale del Centro Antiviolenza dell’Aquila, trovò sul parabrezza della sua auto un biglietto di minacce: “Ti passerà la voglia di difendere le donne…. Stai attenta e guardati sempre le spalle, da questo momento questo posto non è più sicuro per te”. Il senso del messaggio era chiaro: colpire la solidarietà femminista!
Colpire la solidarietà femminista è ciò che oggi lo Stato, che non ha mai chiesto scusa a Rosa, vuole fare, processando 3 di noi per condannare tutte al silenzio.
Ma noi non accettiamo l’ingiusta repressione di questo Stato, né la vendetta di questo avvocato, perché abbiamo fatto ciò che era giusto e necessario fare - difendere i nostri corpi, le nostre vite i nostri spazi - e continueremo a farlo:
Il 22 gennaio 2018 alle ore 9, davanti al tribunale di L’Aquila saremo in presidio e numerose, perché ci riguarda tutte la violenza di un uomo, che in virtù della sua toga, continua ad invadere e a condizionare la vita e la libertà delle donne.
Luigia De Biasi, MFPR-AQ
Nel Novembre 2015, l’associazione “Ilaria Rambaldi Onlus” invita a partecipare l’Avvocato Antonio Valentini ad un convegno su Commissione Grandi Rischi, organizzato presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, un luogo simbolico per la libertà delle donne. Molte donne si mobilitano e alla fine la Casa delle donne di Roma segnala all’organizzazione del convegno che Valentini non può varcare quella soglia, perché indesiderato.
Ma l’avvocato non ci sta e querela, manu militari, 3 donne, colpevoli di aver diffuso la lettera di una compagna del MFPR dell’Aquila, in cui si denunciava: il securitarismo emergenziale con cui lo Stato nascose le sue responsabilità sulla mancata prevenzione del terremoto e degli affari delle cricche; la persistente militarizzazione del territorio con cui favorì la desertificazione della città e l’atteggiamento predatorio di chi, in virtù di quella divisa, si sentiva padrone delle sue strade e in diritto di stuprare in nome dello Stato; il pesante clima di ostilità nei confronti di Rosa e della solidarietà femminista; il clima di un ignobile processo per stupro, scandito in aula dalla condotta provocatoria del penalista, tutta tesa a screditare la parte lesa, a negare l’evidenza della violenza, a colpevolizzare la ragazza stuprata e quasi uccisa e a vittimizzare il suo carnefice.
(https://ciriguardatutte.noblogs.org/la-campagna-di-solidarieta/)
Coi nostri corpi e le nostre voci abbiamo accompagnato Rosa, che con coraggio affrontava il girone infernale di un processo per stupro!
Con delle mails abbiamo respinto dalla Casa Internazionale delle donne di Roma il degno avvocato del suo stupratore!
Su mandato della Procura dell’Aquila, costui è entrato in casa nostra con i carabinieri, sequestrando pc, telefoni e altro materiale informatico.
E adesso il processo per diffamazione, per cercare di zittirci, dividerci, cancellare con una sanzione la memoria storica della lotta femminista in Italia.
Ma noi non dimentichiamo le atrocità commesse sul corpo di Rosa da un militare impiegato nell’operazione “strade sicure”
Non dimentichiamo la doppia violenza esercitata sulla nostra pelle di donne dalle parole dell'avvocato Valentini: “Tra i due ragazzi vi fu consenso esplicito”, “se i pantaloni erano slacciati non ci fu violenza”, “il fisting è una pura invenzione” ecc.
Il 12/02/2012 Rosa venne stuprata e lasciata in una pozza di sangue a morire sulla neve. Lo stupratore, Francesco Tuccia, era in compagnia di 2 altri commilitoni e della fidanzata minorenne di uno di loro, ma costoro non vennero neanche indagati. Da quella notte, fino al suo arresto il 23 febbraio, Tuccia ha continuato a prestare servizio nel 33/o reggimento Artiglieria Acqui. Rosa invece è stata oggetto di minacce fin dentro l’ospedale da parte di una ragazza non identificata. Fu la ASL di L’Aquila a chiedere il piantonamento del reparto dopo quell’episodio. Alle prime udienze per stupro, le compagne, le donne arrivate da tutta Italia percepirono netta la sensazione che a L’Aquila lo stupratore si trovasse in un ambiente amico: qui c’erano i suoi commilitoni, anche a presidiare il Tribunale dalla solidarietà delle donne.
Pochi giorni dopo la sentenza di primo grado, Simona Giannangeli, legale del Centro Antiviolenza dell’Aquila, trovò sul parabrezza della sua auto un biglietto di minacce: “Ti passerà la voglia di difendere le donne…. Stai attenta e guardati sempre le spalle, da questo momento questo posto non è più sicuro per te”. Il senso del messaggio era chiaro: colpire la solidarietà femminista!
Colpire la solidarietà femminista è ciò che oggi lo Stato, che non ha mai chiesto scusa a Rosa, vuole fare, processando 3 di noi per condannare tutte al silenzio.
Ma noi non accettiamo l’ingiusta repressione di questo Stato, né la vendetta di questo avvocato, perché abbiamo fatto ciò che era giusto e necessario fare - difendere i nostri corpi, le nostre vite i nostri spazi - e continueremo a farlo:
Il 22 gennaio 2018 alle ore 9, davanti al tribunale di L’Aquila saremo in presidio e numerose, perché ci riguarda tutte la violenza di un uomo, che in virtù della sua toga, continua ad invadere e a condizionare la vita e la libertà delle donne.
Luigia De Biasi, MFPR-AQ
04/01/18
ALTRA INDECENTE SENTENZA MASCHILISTA DEL TRIBUNALE DI TORINO... LA LOTTA RIVOLUZIONARIA DELLE DONNE DEVE "SOPRAFFARE" IN OGNI AMBITO QUESTO SISTEMA SOCIALE FINO A DISTRUGGERLO
Torino, se il marito picchia la moglie ogni tanto «non si può parlare di maltrattamenti in famiglia»
... In parole povere, se le aggressioni non sono «frequenti e continue» non si può parlare di «maltrattamenti in famiglia». Soprattutto se non c’è una sopraffazione sistematica della vittima. La quinta sezione penale del Tribunale di Torino ha così accolto la tesi dell’avvocato difensore Vincenzo Coluccio, che assisteva un 41enne disoccupato finito sotto processo con l’accusa di aver maltrattato la moglie per anni...
03/01/18
Bergamo. 50 centesimi all’ora. Il lavoro a casa delle nuove schiave
Altro che schiavismo. Nemmeno lo zio Tom era pagato così poco: 50 centesimi all’ora, ovviamente non in regola, e per i contributi vedere alla voce fantascienza. Succede nella «Rubber Valley», il distretto della gomma in provincia di Bergamo, dove la crisi non è finita perché non è iniziata: il business è cresciuto del 40% negli ultimi cinque anni L’azienda di Credaro aveva dato lavoro a cottimo a un indiano e a otto donne: tre indiane, due albanesi, una senegalese, una marocchina e un’italiana
Certo, in alcuni casi sul business il costo del lavoro incide poco. Come capitava a un’imprenditrice indiana con un capannone a Credaro e quattro dipendenti. Seguendo il gran traffico di furgoni che partivano e tornavano carichi di guarnizioni di gomma, i finanzieri di Sarnico hanno scoperto che per i quattro operai in regola ce n’erano nove in nero, che sgobbavano a cottimo nei paesotti vicini in cambio di compensi così bassi da risultare quasi incredibili. Si tratta di un indiano e di otto donne, tre indiane, due albanesi, una senegalese, una marocchina e un’italiana, l’ultima autoctona in un caporalato da prima rivoluzione industriale o da padroni delle ferriere, roba da romanzo sociale dell’Ottocento. Dickens nel Basso Sebino, insomma.
Tutte a casa, a tenere d’occhio i bambini e contemporaneamente a effettuare la «sbavatura di guarnizioni», che detta così sembra un’attività molto più bizzarra di quel che è in realtà: strappare a mano il materiali in eccesso dalle forme di gomma uscite dalle macchine.
I conti li fa una delle cottimiste albanesi all’«Eco di Bergamo»: «Ogni mille pezzi mi davano dai 70 centesimi all’euro, in base al tipo di guarnizione e agli strappi. Per mille pezzi, mi ci volevano almeno due ore di lavoro». Il calcolo è facilissimo, il risultato inquietante: due ore a un euro fanno 50 centesimi all’ora.
Così i nove irregolari si portavano a casa, più o meno, 250 euro al mese.
Certo, in alcuni casi sul business il costo del lavoro incide poco. Come capitava a un’imprenditrice indiana con un capannone a Credaro e quattro dipendenti. Seguendo il gran traffico di furgoni che partivano e tornavano carichi di guarnizioni di gomma, i finanzieri di Sarnico hanno scoperto che per i quattro operai in regola ce n’erano nove in nero, che sgobbavano a cottimo nei paesotti vicini in cambio di compensi così bassi da risultare quasi incredibili. Si tratta di un indiano e di otto donne, tre indiane, due albanesi, una senegalese, una marocchina e un’italiana, l’ultima autoctona in un caporalato da prima rivoluzione industriale o da padroni delle ferriere, roba da romanzo sociale dell’Ottocento. Dickens nel Basso Sebino, insomma.
Tutte a casa, a tenere d’occhio i bambini e contemporaneamente a effettuare la «sbavatura di guarnizioni», che detta così sembra un’attività molto più bizzarra di quel che è in realtà: strappare a mano il materiali in eccesso dalle forme di gomma uscite dalle macchine.
I conti li fa una delle cottimiste albanesi all’«Eco di Bergamo»: «Ogni mille pezzi mi davano dai 70 centesimi all’euro, in base al tipo di guarnizione e agli strappi. Per mille pezzi, mi ci volevano almeno due ore di lavoro». Il calcolo è facilissimo, il risultato inquietante: due ore a un euro fanno 50 centesimi all’ora.
Così i nove irregolari si portavano a casa, più o meno, 250 euro al mese.
Né con Trump né con l’ayatollah, ma con le donne che ovunque lottano per la libertà
Iran, la ragazza simbolo della rivolta contro l'hijab è stata arrestata - Aveva sfidato il regime islamico che impone il velo alle donne, facendosi riprendere in una strada del centro di Teheran a volto scoperto e con i capelli sciolti sulle spalle, sventolando un drappo bianco simbolo di white wednesday (mercoledì bianco). Ora è stata arrestata. La ragazza, protagonista delle immagini che sono diventate il simbolo della protesta che aderisce all'ultima campagna lanciata da Masih Alinejad (giornalista e attivista iraniana che dal 2009 vive in esilio tra Londra e New York), è finita in manette il 28 dicembre. La giovane ha aderito a My Stealthy Freedom, il movimento partito grazie a Alinejad nel 2014 su Facebook e che a suon di foto e video social vuole affermare il diritto delle donne di scegliere il proprio abbigliamento contro le stringenti regole imposte dal governo. La ragazza - riferisce il sito che si batte per i diritti civili delle iraniane - è finita in carcere al contrario di quanto annunciato nei giorni scorsi proprio dal capo della polizia di Teheran che aveva promesso misure più 'morbide' (niente arresto, ma corsi tenuti dalla polizia) per i trasgressori della legge islamica sul velo obbligatorio. Nel luogo dove la donna protestava ed è stata arrestata, in piazza Enghelab, sono stati lasciati fiori e lettere che esprimono ammirazione per il suo gesto coraggioso.
Qui sopra, viedo-intervista a una donna, che fa luce sulle terribili condizioni che molti iraniani hanno sempre sperimentato. Come afferma, quando hanno consultato il governo in primo luogo, le autorità le hanno ignorate e non hanno tenuto conto delle loro rimostranze per molto tempo. Mentre il governo è assente di fronte alle loro difficoltà, è immediatamente presente per reprimere quando protestano. La fabbrica che ha licenziato suo cognato gli deve 3 mesi di stipendio arretrato. Subito dopo il video, la donna è stata picchiata dalla polizia.
Le donne in Iran sono state in prima linea nelle manifestazioni. Sulla pagina My Stealthy Freedom ci sono video di queste donne eroiche che sfidano le forze di sicurezza in varie città in Iran.
01/01/18
2017/2018 - LA CONDIZIONE E LA LOTTA DELLE DONNE
L'avanzata
nel nostro paese, e a livello europeo, mondiale, in particolare nei
paesi imperialisti, di un clima da moderno fascismo, per la maggioranza
delle donne ha significato in questo anno più attacchi alle loro
condizioni di lavoro e di vita ma anche una politica e un’ideologia
sempre più fatta di oppressione, concezioni reazionarie, sessiste,
maschiliste, razziste, clerico/fasciste.
Tante donne in Italia
in questo anno sono state colpite sul piano dell’occupazione,
lavoratrici licenziate, operaie messe in cassa integrazione, precarie
sempre più precarizzate (i cui dati vengono ipocritamente usati per dire
che aumenta il lavoro per le donne), peggioramento e più
discriminazioni nelle condizioni di lavoro; le disoccupate aumentano, le
braccianti, le immigrate, le donne dei servizi, sono super sfruttate
fin quasi a condizioni di moderno schiavismo. Ma non si tratta solo di
un attacco alle condizioni economiche/lavorative, di vita materiale
delle donne, ma anche di un continuo attacco ideologico da parte del
governo, dello Stato, di un sistema sociale che ci vuole sempre più
deboli, subordinate. Questo sistema politico, sociale usa le donne per
mettere in atto una politica moderno fascista volta al loro controllo
morale/repressivo, una sorta di “moderno medioevo”.
Sul fronte della
guerra di bassa intensità, di odio verso le donne, fatta di femminicidi,
stupri, violenze sessuali di ogni genere, lo Stato borghese, la sua
stampa, i suoi organi di controllo, repressivi, di "giustizia" sono
sempre più il problema non la "soluzione".
Essi riducono ogni
femminicidio, ogni stupro a caso singolo, su cui giornali, televisioni,
"esperti", giudici possano, con più o meno sadismo, più o meno
ipocrisia, più o meno spirito pruriginoso,
affondare
le mani. Anche quando alcuni di questi settori del sistema sono
sinceri, non possono che essere ciechi e impotenti a fermare questa
catena di morti, di stupri, ecc. perchè non vogliono e/o non possono
vedere la causa principe.
Quando lo Stato
borghese, il governo borghese interviene con leggi, disposizioni,
controlli, attua soluzioni peggiori del male; perchè chi dovrebbe
risolvere è lo stesso che crea le condizioni oggettive e soggettive di
questo condizione delle donne; perchè i suoi uomini sono parte degli
assassini e stupratori, sono coloro che attuano la violenza sessuale
sistematica come modus viventi, come concezione organica di
subordinazione, fascista, delle donne; perchè per questo sistema la
"soluzione" vuol dire ed è controllo sulle donne, divieti, chiusura e
desertificazione degli spazi sociali, dei luoghi di socializzazione,
ecc.; perchè questo Stato reazionario ciò che teme più di ogni cosa, ciò
che è il suo vero “problema” è la ribellione, la lotta delle donne,
verso cui riserva la repressione.
Il 25 novembre a Roma
hanno manifestato oltre centomila donne. La manifestazione e i numeri
dimostrano che il movimento delle donne continua ed è grande. E' il più
grande movimento in Italia e in Europa che attualmente c'è.
Al suo interno ci
sono varie posizioni (che possiamo dire schematicamente: sinistra,
centro, destra) e ci sono le classi (piccola borghesia, media borghesia,
proletariato). E oggi si pone in maniera più chiara a livello di massa
che vi sono due o più posizioni, due strade. E questo è un bene. Oggi si
pone la necessità dell'autorganizzazione autonoma, dell' unità delle
donne proletarie, della “sinistra” femminista.
Le donne non possono
delegare a questo Stato, devono organizzarsi per lottare, per scatenare
la furia delle donne contro gli uomini che odiano le donne, lo Stato, il
governo, i padroni... che odiano le donne; attuando in questo anche
modi e soluzioni sul campo per rispondere e frenare le violenze sessuali
contro le donne, con una violenza organizzata delle donne che faccia
fare passi indietro realmente a tutti.
Se l’attacco contro
le donne è complessivo, la lotta non può che essere complessiva. Le
donne quando lottano portano nella lotta inevitabilmente tutta la loro
condizione di doppia oppressione, e per questo portano una spinta a
lottare con più forza e determinazione, portano “una marcia in più” e
questa spinta arricchisce la lotta complessiva dei proletari e delle
masse popolari contro lo Stato, i governi, i padroni, gli uomini di
questa società capitalista che odia le donne.
Serve un movimento
femminista proletario rivoluzionario che scateni la ribellione, la forza
delle donne, in primis la maggioranza delle donne proletarie, contro
tutti gli aspetti di oppressione, sfruttamento, violenza sessuale di
questo sistema sociale. La lotta delle donne deve essere caratterizzata
dall'intreccio dell'istanza femminista con l'aspetto di classe
proletario. Le donne proletarie nella lotta contro il doppio
sfruttamento e la doppia oppressione devono essere femministe affermando
in tutte le questioni il punto di vista e di prospettiva di classe e di
genere; le realtà femministe devono guardare alla maggioranza delle
donne, le più sfruttate e oppresse, che sono le proletarie, le
lavoratrici, le precarie, le disoccupate di oggi, assumendo la
prospettiva rivoluzionaria nella lotta per la liberazione delle donne.
La lotta delle donne
deve essere in funzione del rovesciamento del sistema sociale borghese,
come parte e “marcia in più” del movimento generale rivoluzionario
proletario, per lottare per una società, uno Stato socialista che ponga
tra i peggiori crimini la violenza sessuale.
E le donne hanno una doppia ragione per rispondere alla violenza reazionaria di questo sistema con la violenza rivoluzionaria.
Come abbiamo scritto
tempo fa: “...la questione della “violenza” è discriminante
significativa in relazione alla prospettiva che il movimento delle
donne, il femminismo, le compagne rivoluzionarie e comuniste si pongono.
L'obiettivo definisce il grado di radicalizzazione della lotta e le
forme della sua organizzazione...”......Per il femminismo proletario la
violenza rivoluzionaria si definisce nei termini di presa del potere
perchè nessuna trasformazione reale delle condizioni di oppressione è
possibile senza il potere!
Come diceva Marx: “La
violenza è la levatrice di ogni società antica, gravida di una nuova
società". Il marxismo esalta la "funzione rivoluzionaria della violenza"
(F. Engels, Antidühring). Essa è il bello non è il brutto, perché
tramite la violenza rivoluzionaria è possibile mettere la parola fine a
tutto il brutto che oggi questo sistema impone ai lavoratori, alle
donne, ai giovani, a tutte le masse popolari, per mettere fine allo
sfruttamento, agli orrori, all’oppressione, alle guerre, agli stupri, ai
femminicidi, a tutte le forme di violenza sessuale. Nessuno può
illudere del contrario!
Tutti coloro e tutte
coloro che fanno un discorso di "cambiamento di idee", di "cultura",
"educazione", o sono ingenui o inconsapevoli epigoni dell'ideologia di
questo sistema borghese. Le idee dominanti sono quelle della classe
dominante. Senza rovesciare la classe dominante, senza la "pratica
rivoluzionaria", non si avvia il processo di rivoluzione culturale per
cambiare le idee. Ogni avanzamento reale, ogni rottura pratica fatta
dalla lotta delle donne, vale 1000 tentativi di trasformazione delle
idee in questa società.
Ma occorre eccome uno Stato, ma lo Stato proletario.
Uno Stato socialista,
frutto di una guerra popolare, di una rivoluzione in cui le donne
portano e sono la "marcia in più" che pretende e attua un cambiamento a
360°, perchè tutta la vita deve cambiare! Uno Stato socialista in cui le
donne sono al potere proletario.
Uno Stato che
considera e tratta i femminicidi, gli stupri tra i più gravi crimini
dell'umanità; che non considera ciò che avviene nelle famiglie e la
condizione delle donne, delle ragazze in esse un "affare privato"; che
mette al primo posto l'attuazione delle condizioni oggettive,
lavorative, di socializzazione dei servizi sociali, di abolizione del
lavoro domestico, e delle condizioni culturali, ideologiche, di libertà,
perchè vi sia realmente la liberazione di tutte le donne a tutti i
livelli.
Lo Stato socialista deve applicare un “diritto diseguale” per le donne
La questione
dell'uguaglianza delle donne è chiaramente strumentale da parte della
borghesia che via via utilizza sempre più il problema della disparità
della condizione femminile rispetto a quella degli uomini (che
chiaramente è vera) per affermare una "parità" nel peggio, vedi nelle
condizioni di lavoro più pesanti, sulla questione dell'età pensionabile,
ecc.; il governo, i padroni non solo non danno più diritti alle donne,
ma tolgono quelli esistenti, di tutela rispetto ad una condizione
oggettivamente diseguale - che continua fortemente ad esserci.
Quindi, la condizione generale di disparità resta eccome, i pochi diritti "diseguali" invece no!
In alcuni settori del
movimento femminista, soprattutto di area riformista, la questione
della battaglia per l'uguaglianza viene posta in senso di più diritti
per le donne, ma senza una critica e lotta di classe rischia di scadere,
in questo sistema capitalista, negli stessi effetti dell'azione della
borghesia.
Per questo le donne,
sembra paradossale ma non lo è, devono lottare per un "diritto
diseguale", che risponde alle condizioni "diseguali" di discriminazione,
di doppio sfruttamento e oppressione delle donne. E questo non solo per
l'oggi.
Nelle lotte
rivoluzionarie, nelle guerre popolari, es. durante la guerra popolare in
Nepal, le donne maoiste dicevano che per affermare il potere della
'metà del cielo' occorre un “diritto diseguale”: ci battiamo per un
potere che realizzi non “l'uguaglianza” ma la “disuguaglianza” e
attraverso la disuguaglianza realizzi la vera uguaglianza. Perchè anche
il potere del proletariato, socialista dovrà ancora per molto tempo dopo
la rivoluzione "torcere per raddrizzare", affermare il diritto
diseguale (cioè più diritti alle donne), perchè si affermi una vera
liberazione che rompa ogni catena materiale e ideologica.
MFPR
Iscriviti a:
Post (Atom)



