01/03/26
«Meglio nessuna legge», che le vostre leggi fasciste, repressive
«BONGIORNO UN CAZZO», si leggeva ieri su numerosi cartelli tenuti alla manifestazione indetta a Roma. Circa 30 mila persone hanno sfilato per la Capitale per ribadire che «meglio nessuna legge che questa legge». «Senza consenso l’atto sessuale è violenza, ci stanno facendo tornare indietro di 30 anni se si chiede che sia la donna a dimostrare il dissenso, dando per presupposto che sia sempre consenziente», «Del resto questo è un governo che limita diritti e libertà come con il decreto sicurezza o il decreto Caivano».
Sì, nessuna legge da questo governo fascista, ogni legge che fa, apparentemente può sembrare a difesa delle donne, ma sono in realtà leggi per far passare, imporre una concezione reazionaria, fascista, di odio verso le donne, leggi che hanno il vero scopo di reprimere la ribellione, di mettere le catene, di rovesciare la realtà.
Lo hanno già fatto per le altre leggi "per le donne", che il governo Meloni è stato costretto a fare "per le donne", ma non ce la fa a reprimere l'odio verso le donne che lottano, che pensano, che gridano la verità, e quindi subito dopo questo governo, la sua feccia usano la loro legge non per difendere ma per reprimere, pensiamo al Ddl sul "reato di femminicidio" che esalta le forze dell'ordine, la polizia criminale, violenta, maschilista. Guardiamo l'educazione sessuo-affettiva. Questo provvedimento, apparentemente di risposta alle richieste del movimento femminista, vuole avere in realtà come effetto quello di impedire, reprimere le voci differenti, critiche all'interno delle scuole. Non si tratta solo di aver imposto il consenso formale dei genitori che vuole cancellare la possibilità che gli studenti, le studentesse possano decidere; ma di affermare che deve decidere il cretino di Valditara come e chi deve fare l'educazione sessuale delle scuole e per affermare che chi non si attiene alle regole della legge verrà represso – come è accaduto in tante scuole contro insegnanti, studenti che parlavano della Palestina. Legge, quindi, per mettere sbarramenti, per dire, come è stato detto, che questi provvedimenti sono "il massimo delle democrazia" e chi vuole rompere questi "limiti" vuol dire che è contro al democrazia.
Con un governo, ministri, parlamentari così fascisti e idioti, non si tratta di impedire le distorsioni abominevoli di una legge, ma se non si vuole tornare, come è stato detto nella manifestazione di Roma, a 30 anni indietro, bisogna rovesciare questo governo, complice degli stupratori!
28/02/26
La sola attenzione che lo Stato mette per lo sciopero delle donne: Repressione! APPELLO
Proprio in questi giorni, in cui stiamo organizzando a livello nazionale lo sciopero delle donne per l'8 marzo - che quest'anno si tiene il 9/3 - è giunta alle lavoratrici Slai cobas per il sindacato di classe, che ogni anno proclama lo sciopero delle donne, assumendosi la responsabilità legale della copertura sindacale di tutte le lavoratrici, la notifica di una pesante sanzione (2.514 euro della Commissione Garanzia scioperi + 700 euro dal Tribunale), per lo sciopero delle donne indetto nel 2020.1) E' la prima volta nella storia della Repubblica che viene bloccato uno sciopero a livello nazionale.
2) L’iniziativa del Garante va oltre le competenze di codesta CGS che riguardano, come dalla Legge 146/90 e successive modificazioni, il rispetto delle norme di autoregolamentazione dello sciopero nei servizi pubblici essenziali, non certo il divieto di sciopero in ogni attività e in ogni settore lavorativo non previsti nell'elenco dei servizi pubblici essenziali.
La
Commissione di garanzia si chiama così perché ad essa spetta
garantire il
contemperamento dell’esercizio
del diritto di sciopero con il godimento dei diritti della
persona costituzionalmente garantiti,
alla cui tutela i servizi pubblici sono funzionali. “Contemperare”,
quindi, e non “vietare”, dal momento che qualsiasi regolazione
dello sciopero dovrebbe tener conto della sua dimensione di diritto
costituzionale, cioè di valore costitutivo dell’ordine
democratico.
La
scrivente O.S nella proclamazione e nell'attuazione dello sciopero ha
rispettato la legge 146/90, preservando i servizi pubblici
essenziali.
3) Vietando tutti gli scioperi, la CGS ha violato sia lo Statuto dei Lavoratori che la norma costituzionale che tutela il diritto di sciopero, art.40 Cost., così subordinando (non "contemperando") il diritto di sciopero agli altri diritti. Atteso che tale diritto (sia pur regolamentato nei servizi pubblici essenziali) è parte delle libertà fondamentali delle persone.
4)
Codesta CGS motiva il divieto di sciopero in tutti i settori
lavorativi (mettendo
insieme "essenziali" e non "essenziali"
-
e anche questo, a conoscenza della scrivente e di giuristi, avviene
per la prima volta)
richiamando un regolamento contenuto nelle discipline dei vari
settori lavorativi che recita che gli scioperi vanno sospesi in caso
di "avvenimenti
eccezionali di particolare gravità o di calamità naturale".
Ma la clausola in questione è però fondamentalmente invocabile solo
quando uno sciopero è in grado, in qualsiasi modo, di influire sulla
situazione emergenziale, e non per sospenderne l’esercizio
prescindendo da qualsiasi valutazione nel merito dei suoi effetti
concreti.
D'altra
parte nei settori che non
fanno parte dei servizi pubblici essenziali, e come poi è stato
stabilito dai Dpcm e dal protocolli Governo/OOSS, gli interessi delle
persone, nel caso concreto della salute) andavano più tutelati nel
non lavorare e stare a casa (come in effetti hanno fatto le
lavoratrici in sciopero il 9 marzo - dato che non si sono tenute
manifestazioni) che nel lavorare.
Ed è paradossale che in tante realtà lavorative le lavoratrici potevano lavorare, con tutti i rischi di mancata distanze, mancate protezioni individuali, e invece non potevano scioperare!
La CGS pone un arbitrario rapporto tra l'emergenza coronavirus, i suoi rischi e il divieto di astenersi dal lavoro, ma a parte i servizi essenziali (in primis in questo caso la sanità) in cui si è assolutamente rispettata la legge 146/90, tutti gli altri scioperi non incidono sull’attività di “prevenzione e contenimento della diffusione del virus”.
Se si considera, come la stessa Costituzione prevede, che l’arma dello sciopero costituisce uno strumento di difesa dei lavoratori, in questo caso lo sciopero aveva una doppia valenza, sia rispetto alla condizione generale delle donne, delle lavoratrici, sia rispetto alla condizione particolare in cui agli inizi di marzo sui posti di lavoro non erano state adottate neanche quelle minime misure di tutela della salute, e le lavoratrici e i lavoratori hanno scioperato anche per rivendicarle.
Questo sciopero, pertanto, è stato pienamente legittimo e non ha assolutamente violato le disposizioni della Legge 146/90 e successive modifiche
SLAI COBAS per il sindacato di classe
15.4.20
27/02/26
26/02/26
Formazione rivoluzionaria delle donne - Interventi sulla FRD su "Patriarcato e capitalismo"
Stanno pervenendo degli interventi/commenti riferiti ai 3 testi della FRD su "Patriarcato e capitalismo" - Li pubblichiamo, invitando altre, altri a inviare propri interventi - Si tratta di un dibattito serio che ha "ricadute" nella lotta delle donne e più in generale nella lotta proletaria rivoluzionaria.
*****
Da Milano - Parto dal punto di forza del nostro intervento MFPR che trovo chiaro
e puntuale: rifiutare l’idea che patriarcato e capitalismo
siano due sistemi paralleli, equivalenti,
intercambiabili.
Rivendicare che oggi, nella fase
imperialista del capitale, il patriarcato non è un ordine autonomo
ma una forma storica che il capitalismo utilizza, modella e riproduce
per garantire la propria sopravvivenza.
Il patriarcato
esiste già quando il capitalismo fa i suoi primi passi.
Il
patriarcato, oggi, non è un sistema separato: è la forma storica
della riproduzione sociale nel capitalismo.
Dire che
patriarcato e capitalismo sono “paralleli” significa ignorare
come il capitalismo abbia riorganizzato la subordinazione femminile
per i propri scopi.
Questa è esattamente la tesi di
Engels nel "L’origine della famiglia, della proprietà privata
e dello Stato". Engels, infatti, mostra che:
- il
patriarcato nasce con la proprietà privata, molto prima del
capitalismo;
- la famiglia monogamica patriarcale è la
“cellula originaria” della società di classe;
- ogni
sistema economico successivo riutilizza questa struttura, adattandola
ai propri bisogni.
Il capitalismo non fa eccezione.
Se
tutto questo e' chiaro, e' ovvio che non si può combattere il
patriarcato senza colpire la struttura che oggi lo alimenta.
"La
sovrastruttura non cambia senza trasformare la struttura",
infatti e' per questo che affermiamo sempre che la lotta culturale,
da sola, è impotente.
Non perché sia irrilevante, ma perché
non può rovesciare rapporti materiali di potere.
La
violenza maschile e il sessismo non sono solo idee: sono posizioni
sociali.
Finché la riproduzione sociale resta privatizzata e
scaricata sulle donne, finché il lavoro femminile è svalutato,
finché la famiglia resta il luogo dove si ammortizzano i costi del
capitale, nessuna “educazione” potrà scalfire davvero la
subordinazione delle donne.
I femminicidi non sono residui del
passato: sono prodotti della crisi del presente, infatti la violenza
maschile non aumenta perché “il patriarcato resiste”, ma perché
il capitalismo in crisi ha bisogno di ristabilire controllo, quindi
via libera a tutto cio' che può "disciplinare", appunto le
donne.
Lo Stato lo fa con la repressione e i privati con la
violenza perche' quando le donne conquistano autonomia, quando i
ruoli maschili tradizionali si sgretolano, quando la precarietà
riduce sempre più l’identità virile fondata sul lavoro, la
violenza sessuale diventa un dispositivo di contenimento.
Non è
un ritorno al passato: è una precisa reazione del
presente.
Inoltre, il capitalismo assorbe ed usa tutto ciò
che non lo mette in discussione:
il capitale è perfettamente
capace di incorporare ogni forma di emancipazione che non tocchi la
struttura.
Quante volte abbiamo assistito, da parte delle
imprese cosiddette “illuminate” usare linguaggi, modi e usi
provenienti da una cultura e da pratiche di una certa "sinistra"?
Ma l'ha fatto senza mai modificare nulla nella divisione sessuale del
lavoro né tantomeno nella riproduzione sociale.
Oggi mi sembra
di essere tornate indietro di secoli.
Senza una trasformazione
dei rapporti di produzione, il patriarcato si reinventa
all’infinito.
Ed ancora non può esserci rivoluzione senza una
liberazione e rivoluzione delle donne, in quanto è una lotta che
colpisce direttamente il cuore del sistema: la riproduzione della
forza-lavoro.
Invece, per quanto Michael Hardt è un
filosofo che, insieme a Negri, parla di globalizzazione, potere e
nuovi tipi di lavoro, non ha reso un buon servizio alle
femministe:
Il problema, secondo molte femministe, è che
parla del “lavoro affettivo” senza riconoscere che sono
soprattutto le donne a farlo e a subirne lo sfruttamento.
Poi
descrive il capitalismo come se tutti lo vivessero allo stesso modo,
senza vedere il ruolo del patriarcato.
Immagina soggetti
politici molto astratti, che non tengono conto delle disuguaglianze
reali tra uomini e donne e ignora gran parte del lavoro che le
femministe hanno fatto per spiegare come il capitalismo utilizza pro
domo sua il lavoro di cura non pagato.
Insomma questo filosofo
riguardo alle donne mostra la stessa superficialità e ottusità di
molti compagni che faticano a vedere e riconoscere le lotte delle
donne.
Da Torino - Riprendendo dal primo articolo, passando per Anuradha Ghandy e arrivando all'ultimo commento del Mfpr, mi è piaciuto molto e mi sembra che centri il punto essenziale. Inoltre, mi pare che il testo di Hardt non faccia nemmeno un buon servizio alle tesi delle stesse femministe, non perché ci siano cose da salvare nelle autrici che presenta, ma perché le sue tesi di fondo "peggiorano" anche le tesi che presenta e ne riesce ad acuire i difetti.
24/02/26
In corso il referendum sul nuovo CCNL metalmeccanico. Ma la condizione, i bisogni delle donne restano "invisibili" - Scioperiamo il 9 marzo per una piattaforma delle donne/Lavoratrici
Le loro rivendicazioni di donne-lavoratrici non sono entrano neanche questa volta nella piattaforma contrattuale.
Noi chiamiamo in occasione dell'8 marzo queste operaie a
ribellarsi! A far diventare l'8 marzo una importante occasione.
Facciamo lo SCIOPERO DELLE DONNE - che quest'anno si
tiene il 9 marzo!
Portiamo in questo sciopero le nostre rivendicazioni, e avviamo
una lunga lotta per imporle ai padroni e ai sindacati
confederali.
Vogliamo:
- la trasformazione a tempo indeterminato dei contratti precari;



