05/07/26

Non dimentichiamo Maja - Deve essere liberata!

Sui prigionieri e prigioniere politici nulla è cambiato dal regime Orban?

Al popolo, i giovani, le donne, gli intellettuali ungheresi che si sono mobilitati in massa per cacciare Orban e che hanno festeggiato la sua sconfitta, facciamo appello a mobilitarsi sui prigionieri politici antifascisti ancora rinchiusi nelle carceri. E' una battaglia di solidarietà che va oltre le carceri, ma riguarda il cambiamento che deve esserci anche del peso in Ungheria delle forze fasciste/naziste.

MFPR



Maja T: «Resisto nella gabbia dell’isolamento»

di Marta Massa


L'INTERVISTA Chius* nel carcere ungherese, da due anni vive in cella senza socialità: «È un sistema disumano che impedisce forme minime di sostegno reciproco»


A Budapest è una mattina soleggiata. A pochi metri dal parlamento è detenut* Maja T., da due anni in isolamento. La guardia carceraria attende il nostro arrivo, ci guida nell’aula delle visite e aspettiamo il suo arrivo. Una guardia armata, una traduttrice e un agente penitenziario si siedono al lato sinistro della stanza. Maja arriva con le manette ai polsi, un quaderno lilla in mano e una maglietta dai colori pastello, un sorriso delicato sul volto.


Come va?

Sono davvero molto tes*: è strano essere qui adesso, con te e con tutte queste persone, mentre solo dieci minuti fa ero in cella. È da 25 ore che non parlo con nessuno. Però sono felice di avere un attimo per aprirmi e parlare, anche se è difficile esprimere come mi sento e come sto.


Come è stato il periodo tra febbraio, in cui è stata annunciata la sentenza di otto anni, e oggi?

Sapevo che non sarei potut* tornare a casa dopo il verdetto, ma questo periodo ha segnato la fine di una tappa. È stato un incubo essere in tribunale quel giorno ma allo stesso tempo sentivo la forza della mia famiglia, amiche e amici. Era molto bello sentire il supporto e la solidarietà delle persone, però ero immers* nella realtà di una profonda ingiustizia orchestrata da un sistema la cui volontà è di distruggere e sopprimere. Potevo solo stare sedut* lì con le manette, con tanti occhi addosso. Mi sono sentit* intrappolat*, non avevo la possibilità di esistere come essere umano, solo come un oggetto da osservare, su cui proiettare idee. Nel pomeriggio ero di nuovo in cella, cercavo di trovare la forza e una nuova speranza per affrontare la prossima tappa. Sedut* nel tribunale sentivo vicino a me Gabriele, Ilaria e le altre persone imputate. Era come se fossero lì accanto a me. Pensavo a come potevano sentirsi Gabriele e Anna, nel ricevere il loro verdetto.

Questa vicinanza mi ha dato forza e speranza. So che stiamo sopportano un periodo difficile della nostra vita, in cui ci viene rubata la libertà. Ma c’è sempre la consapevolezza di quanto sia importante lottare, perché ci sono tante cose da perdere e sentiamo questa perdita dappertutto. Dopo l’ultima udienza ho realizzato che il carcere non è un incubo ma la mia realtà. Mi sento isolat*, oscillo tra due realtà, vorrei andare a casa però non posso, vorrei sentirmi partecipe in questa comunità però non posso. Poi vedo le mie risorse, la mia forza, la solidarietà fuori e vorrei condividere con le altre persone ma c’è un muro davanti a me e non so cosa fare. Il sistema carcerario ti priva dalla possibilità di esistere in collettività e di sperimentare la solidarietà. L’altro giorno ho sentito che un detenuto in una cella vicina non aveva il pane, avrei voluto condividere il mio ma non potevo.

Siamo costretti a sopportare regole assurde e crudeli, che creano solo concorrenza e solitudine. Io cerco di combattere nel mio piccolo, anche creando momenti di leggerezza. Non voglio smettere di sperare in una vita allegra. Dopo la sentenza mi sono sentit* disorientat* e confus* perché non sapevo come lottare, ne sento la necessità e al contempo non ne ho la possibilità. Adesso ho imparato che la lotta non è sempre a voce alta, si può lottare con le piccole cose. Continuo a scrivere lettere in cui descrivo quello che accade qui e provo a comprendere il sistema carcerario e il sistema autoritario in Ungheria. Per me la lotta significa trovare modi di condividere le mie risorse anche con gli altri detenuti perché vedo i modi in cui ci viene rubata l’umanità. È difficile, mi sento spesso senza speranza.


Sono cambiate le condizioni detentive dal verdetto?

Sono ancora in una cella da sol*. Mi hanno trasferit* nel quarto piano in una cella molto simile alla precedente ma capita che incontri altre persone detenute mentre cammino nel corridoio e a volte posso scambiare un sorriso. Poi sento le loro voci, li sento discutere e non mi sento così sol*, nonostante l’isolamento. Ho la possibilità di telefonare a uno psicologo tedesco del ministero degli affari esteri, ho aspettato quasi un anno per questo incontro. Ora posso parlare con qualcuno della mia situazione in prigione, dei miei dubbi e le mie emozioni. Quando la mia famiglia viene a visitarmi o durante le nostre telefonate posso fare domande e parlare di cose belle, senza angosciarli.


Cosa ha significato l’arrivo della primavera e dell’estate?

Ho sentito la leggerezza della primavera, il primo raggio di sole a marzo. Almeno per un’ora al giorno, quando esco nel cortile interno, posso vedere il sole. L’inverno è stato lungo. Il cortile interno di 10 metri è l’unico posto dove possono crescere piante e fiori, c’era anche un albero ma lo hanno tagliato e adesso non c’è più niente, è stato un giorno triste per noi. Però adesso ovviamente ci sono già nuove piccole piante tra i muri. Percepisco l’arrivo della stagione calda attraverso la mia famiglia, amiche e amici e i loro racconti. Mi siedo qui con la mia famiglia e mi raccontano del giardino di casa nostra, delle verdure che hanno piantato nell’orto e sento così il cambio della stagione.


Quali sono ora le aspettative e le speranze?

Mi aspetto un’estate caldissima fatta di attese. So che devono passare altri mesi fino alle prossime udienze, che inizieranno in autunno, e voglio essere preparat*. Nel frattempo scrivo molto. Ho ricevuto una macchina da scrivere, ci è voluto un anno perché accettassero questa richiesta. Sono sedut* 23 ore nella cella, davanti alla scrivania, posso solo leggere e scrivere, perciò sono molto felice di questo cambiamento, perché ho qualcosa da fare. È il cambiamento più importante dal giorno del verdetto. Spero sempre di poter tornare a casa, sento una grande stanchezza e fatica. Non solo dentro di me, ma anche sulla mia famiglia, amiche e amici. Voglio che questa situazione finisca per tutti e spero di poter iniziare un nuovo capitolo a cui possa contribuire attivamente, perché qui non posso. So che sono importante per la mia famiglia, che non vedono l’ora di incontrarmi e di stare insieme. Però tutto questo è difficile per me qui, sento spesso solo la stanchezza e da lì è difficile che germogli la speranza di un cambiamento.


Cosa significa resistenza in questo periodo?

Resistere significa difendere la nostra volontà di vivere, la nostra volontà di condividere e di difendere i nostri spazi, anche se falliamo in questo tentativo. Resistere significa avere la possibilità di amare, perché ci è concesso esistere in libertà. Resistere significa poter agire, insieme, essere in grado di supportarci a vicenda quando è necessario. Per me, la resistenza significa unire le forze, senza togliere nulla agli altri, senza reprimere o sfruttare nessuno, significa non perdere la speranza e rendersi conto che anche le situazioni più difficili possono cambiare. Anche se non ci sarà un lieto fine, ci saranno giorni migliori se continuiamo a lottare.


Il cambio di governo in Ungheria porta nuove speranze? Crede che possa cambiare qualcosa?

La notte delle elezioni sentivo una grande tensione nell’aria, come un primo temporale d’estate che ti spinge a uscire e danzare nella pioggia con sconosciuti. Ho sentito la musica di notte, la folla, sentivo la gioia delle persone e la voglia di festeggiare. Nutro la speranza che per il popolo ungherese adesso possa arrivare un periodo più leggero, con meno repressione, ma non credo che questo nuovo governo cambierà la mia situazione. Le condizioni delle persone detenute non cambiano con i governi. Forse ora non sono l* nemic* principale di questo governo (come lo ero per il partito Fidesz e per Viktor Orbán), forse sono sces* a un livello inferiore nella scala di priorità. In realtà, quello che vedo qui non è l’odio ma l’indifferenza, è come una tensione costante e sottile. Sino a ora sono riuscit* a sopportare la delusione, a sentire attimi leggeri, a ridere e godermi le visite con la mia famiglia. So che la delusione non è tutto ciò che ho intorno e se può esistere altro nel mondo è giusto e necessario lottare. Negli ultimi mesi ho provato ad alimentare la fiducia in me, sapendo di non essere mai sol*. Anche se sento tanta stanchezza, cerco di coltivare la forza e il coraggio in me stess* e per questo è necessaria la fiducia.

L’ora dell’intervista è finita, l’ufficiale e la guardia ci comunicano che dobbiamo concludere. Maja T ci augura di incontrarci presto fuori, in libertà. Ci scambiamo gli ultimi sorrisi, prima che Maja sparisca dietro la porta dell’aula delle visite, varcando la soglia di un mondo a noi inaccessibile. Un mondo che per Maja T. è la normale quotidianità, dal giorno della sua estradizione illegale (a febbraio 2025 la Corte costituzionale tedesca ha stabilito in via definitiva che l’estradizione in Ungheria era priva di basi giuridiche), avvenuto nella notte tra il 27 e il 28 giugno 2024, Maja vive e resiste in completo isolamento.

04/07/26

Altro che lotta ai padroni e caporali che sfruttano i braccianti - La morte di Paola Clemente dopo 11 anni non trova giustizia


Dalla Gazzetta del Mezzogiorno


"Oltre 150 testimoni, due cambi di giudici, rinvii, l’interruzione dovuta al Covid. Così rischia di morire nelle aule di giustizia di Trani il processo che avrebbe dovuto accertare la responsabilità di sei presunti caporali dopo l'inchiesta avviata per la morte di Paola Clemente, bracciante agricola tarantina deceduta a 49 anni per infarto in un vigneto di Andria il 13 luglio 2015 e diventata simbolo della lotta allo sfruttamento nelle campagne. 

Nelle motivazioni della sentenza d’appello che ha assolto l’imprenditore Luigi Terrone dall’accusa di omicidio colposo, la Corte ha bacchettato gli inquirenti tranesi per le indagini condotte e per l’impostazione delle accuse, ma non solo: i giudici di secondo grado hanno evidenziato come questo secondo procedimento sui caporali, a distanza di sette anni, non sia ancora arrivato nemmeno a una sentenza di primo grado...».

01/07/26

Le lavoratrici asili di Taranto Slai cobas ottengono: oggi dovevano stare a casa e invece continuano a lavorare - La miseria della Cisl

Il loro lavoro, come nelle ultime estati, doveva finire ieri 30 giugno e per due mesi (luglio e agosto) dovevano stare a casa senza stipendio.

Ma le lavoratrici dello Slai cobas non ci stavano. E come è successo nel 2022 e 2023 che con la lotta abbiamo strappato un mese di lavoro estivo, così quest'anno abbiamo conquistato, per ora, 3 settimane di lavoro. Oggi non siamo a casa, ma al lavoro per una settimana di luglio e poi lavoreremo per tutta la seconda metà di agosto. 

E' un piccolo risultato ma significativo perchè ancora una volta è frutto della lotta che in tutto questo anno scolastico 2025/2026 abbiamo portato avanti, con scioperi, assemblee, presidi al Comune, incontri con l'Assessora; un risultato importante pur in una fase in cui le risposte del Comune ai problemi dei lavoratori in generale è: non ci sono soldi in bilancio...  Abbiamo rotto un muro e creato una situazione di non ritorno indietro per avere il lavoro per tutto l'anno

Per le lavoratrici dell'ausiliariato e pulizie degli asili si tratta di avere quasi un mese di stipendio in più, in una situazione in cui i nostri salari sono sempre più miseri, benchè il lavoro aumenta e prezzi e bollette ci mangiano il poco salario che abbiamo.

Noi come lavoratrici Slai cobas non ci siamo mai fermate, sapendo bene che non bastano lettere, parole ad ottenere migliori condizioni di lavoro, difesa dei nostri diritti, della nostra dignità di lavoratrici e di un servizio importante per le famiglie, i bambini, ma ci vuole la nostra mobilitazione. 

Per questo, non ci fermiamo, abbiamo tante altre cose da conquistare! Prima di tutto la fine definitiva dei periodi di sospensione del lavoro in estate e a natale e pasqua, dobbiamo lavorare tutto l'anno; quindi l'aumento dell'orario giornaliero di lavoro a 6 ore (le lavoratrici in questi anni sono diminuite: da 82 a poco più di 60, ma l'orario è rimasto sempre lo stesso: 3 ore e 30 minuti); il riconoscimento del nostro lavoro che è soprattutto di "ausiliariato", pertanto chiediamo un CCNL adeguato e il 3° livello; la difesa della nostra salute con l'uso di macchinari e strumentazione per le pulizie (fatte ancora a mano, con scopa e straccio); ecc.

Invitiamo le lavoratrici degli altri sindacati, in particolare della Cisl (vedi sotto comunicato), ad essere unite nelle prossime iniziative di lotta. Gli altri sindacati anche su questa questione del lavoro estivo non hanno fatto nulla, solo ieri hanno fatto l'incontro con l'assessorato e ora non solo si attribuiscono il merito del mese di lavoro conquistato solo dalla pervicacia delle lavoratrici Slai cobas, ma spandono menzogne e insulti verso lo Slai cobas. 

Alle lavoratrici diciamo: aprite gli occhi!

Il rappresentante della Cisl per gli asili Taranto per "farsi bello" dice bugie alle lavoratrici e insulta le RSA Slai cobas 

Da un messaggio inviato dalla Cisl alle sue lavoratrici iscritte:

"Allora oggi arriva richiesta incontro pubblica istruzione. Stanno facendo programma che ci verrà esposto penso entro lunedì massimo martedì.
Ciò che vi hanno detto altri cazzate. Nessun accordo. Anche perché l’accordo si fa con sindacati firmatari dei ccnl nazionali e accordi istituzionali. Per cui appena mi arriva convocazione, vi inoltro. 
Rigettate ogni altre informazioni che circolano in merito. Stanno verificando e valutando anno scolastico fine 2026. E’ tutto
".

QUESTE INVECE SONO LE VERE E PROPRIE "CAZZATE" di tale Alessio, rappresentante della Cisl.

una risposta da una lavoratrice asili

Prima questione. La Cisl solo pochissimi giorni fa inoltra una richiesta di incontro con la Pubblica Istruzione. Ma la Cisl la fa dopo che lo Slai cobas ha fatto già nelle scorse settimane due incontri con la Pubblica Istruzione, con l'assessora, e dopo che già giovedì scorso aveva ottenuto la disponibilità dell'assessorato a verificare la possibilità di lavorare per alcune settimane nel periodo di sospensione estiva (come infatti poi è avvenuto); quindi per non fare una figura miserabile con le sue iscritte (che già dalle RSA slai cobas sapevano degli esiti positivi degli incontri), per appropriarsi di un risultato frutto di una battaglia fatta solo delle lavoratrici Slai cobas, spaccia la sua richiesta di incontro come novità. Dicendo anche il falso, che la PI starebbe "verificando e valutando anno scolastivo fine 2026"; non dicendo che si trattava del solo lavoro estivo (altrimenti probabilmente anche le sue iscritte avrebbero detto: te ne ricordi tardi... ).

Ma, il rappresentante della Cisl non si ferma a questo, e passa agli attacchi alle RSA Slai cobas, dicendo che hanno detto "cazzate", che bisogna "rigettare" le loro informazioni, e affermando che solo i sindacati confederali contano - quindi non i lavoratori, le lavoratrici, che invece devono essere liberi di ascoltare chiunque, di partecipare alle iniziative dello Slai cobas, ecc.. 

Ma questi attacchi non testimoniano altro che non è la difesa delle condizioni e degli interessi dei lavoratori la loro preoccupazione, non è il protagonismo necessario delle lavoratrici, ma solo fare tessere. 

Chiaramente siccome questo rappresentante della Cisl non è nuovo a queste uscite, offese - lo ha fatto anche in passato - ora avrà la risposta che si merita.

RSA lavoratrici e lavoratori Slai cobas asili

1.7.26

30/06/26

Evoca - Electrolux: contro il caldo e lo sfruttamento padronale le lavoratrici, i lavoratori non ci stanno e lottano - Una battaglia giusta da estendere


martedì 30 giugno 2026

SCIOPERO EVOCA... PER L'EMERGENZA CALDO SCIOPERO INDETTO DALLO SLAI COBAS SC

 

Non vogliamo essere un fenomeno per i titoli dei giornali vogliamo ribellarci non essere condannati a produrre così difendiamo salute e sicurezza in fabbrica anche dal caldo

Le ordinanze, dove ci sono, sono indirizzate sostanzialmente a chi lavora esposto direttamente al sole. Dal 1 luglio entrerà in vigore un decreto per finanziare la cassa integrazione per condizioni climatiche estreme sia per l’agricoltura che per l’industria. Ma è un decreto del governo Meloni, quello attento a non ostacolare ‘gli imprenditori che producono’. Già depotenziato dimezzando da 33 a 15 i già pochi milioni stanziati nel 2025 e’ debole di fronte ai padroni che non vogliono fermare le linee e usano ogni mezzo per mandare avanti la produzione.

Invece le operaie e gli operai nei reparti, sulle linee di montaggio, sanno bene come sia pericolosa ‘la normalità della produzione’ come i capannoni diventano forni, trappole di umidità soffocanti ed i ritmi di lavoro devastanti.

Ma con i loro comunicati copia incolla delegati e loro sindacati condividono le preoccupazioni dell’azienda per ogni piccolo fermo che possa ritardare la macchina del profitto.

Tant’è che mentre le operaie hanno inziato a scioperare per l’emergenza caldo/umidità con Slai Cobas, negli ultimi comunicati sindacali parlano di incontri RSU/Azienda, di problemi produttivi, di piani per gli orari estivi per l’anno prossimo, di distributori di gelati a pagamento… da mettere nei reparti che nessuno ha chiesto.

Dimostrando quanto siano lontani dalla condizione di sfruttamento operaia delegati e sindacati Fiom Fim Uilm nel loro complesso e qui in particolare. Ciechi persino ai casi di buon esempio di lotta che pure arrivano anche dalle loro file.

Il caldo è un’emergenza perché il sistema di sfruttamento del capitale ha raggiunto un livello di distruzione e saccheggio enorme dell’insieme della natura. L’emergenza caldo è sempre più normalità anno dopo anno e questa andata di calore è stata ampiamente annunciata.

Ma per affrontarla servono ancora gli scioperi operai!

Per ribellarsi, per organizzarsi, per cambiare.

L'azienda non risponde alle rivendicazioni, il caldo e lo sfruttamento continuano, lo sciopero pure a sostegno delle richieste Slai Cobas  e delle lavoratrici.

Un incontro urgente che Slai Cobasa per un piano di prevenzione caldo, a partire dall’esperienza e dalle proposte operaie, per sconfiggere la logica di emergenza dove ‘si fa qualcosa' quando al salire (annunciato) delle temperature si manifestano i malumuri nei reparti.

Quindi per interventi immediati e strutturali, a aprtire dalla distribuzione di sali; acqua fresca in quantità sufficienti, visto che i distributori ‘da ufficio’ nelle aree break all'atto pratico risultano non dimensionati per erogare in tempi contingentati la quantità di acqua fresca richiesta; riposizionamento delle sonde termiche dei raffrescatori tra le linee, in modo che percepiscano la stessa temperatura e umidità delle operaie: manutenzione per rendere gli impianti di condizionamento sempre efficienti e pronti all’uso; un programma per pause extra retribuite e riduzione della velocità delle linee per l’emergenza caldo/umidità. 

Da ForlìToday

Caldo estremo in fabbrica: braccio di ferro all'Electrolux: disertare i turni

L'azienda rifiuta la richiesta di stop nelle ore più torride. Rsu Fiom passa all'azione: "Condizioni proibitive, mancano persino i raffrescatori"


Redazione 29 giugno 2026

Alta tensione nello stabilimento Electrolux di Forlì, dove l'ondata di calore che sta interessando la regione ha innescato una dura protesta sindacale. A fronte dell'allerta meteo, la Rsu Fiom Cgil ha richiesto formalmente la sospensione dell'attività lavorativa nelle ore pomeridiane, ricevendo però un diniego dall'azienda. Una chiusura che ha spinto i rappresentanti dei lavoratori a promuovere un'azione in “autotutela”, invitando il personale a non entrare in fabbrica o a posticipare l'inizio dei turni.

La Rsu Fiom Cgil, in un comunicato, denuncia la situazione: “Alla richiesta Rls di sospendere l'attività nelle ore più calde (12-18) per queste due giornate estreme, come indica anche la medicina del lavoro e le circolari Inps, la risposta dell'azienda per mail è stata che non ci sono motivi”. Il sindacato punta il dito contro le condizioni proibitive all'interno dei reparti produttivi, citando persino un malore occorso al Rspp durante il rilevamento delle temperature. Nel mirino anche la dotazione tecnologica dello stabilimento forlivese, definito come “l'unico stabilimento del gruppo che non ha adottato i raffrescatori affidandosi a ventilatori giudicati completamente insufficienti”.

La Rsu ribadisce la propria posizione: “Viste le alte temperature, l’allerta emanata dalla protezione civile e il sito Arpae che mette Forlì sotto bollino arancione e rosso, oggi e i prossimi giorni, stante che abbiamo chiesto all’azienda di coprire con Cigo, come da circolari Inps, ma la direzione non ha dato risposte positive... E' promossa un'azione in autotutela per la giornata di oggi, lunedì, dalle 12”.

Scuole materne di Milano piegate dal caldo, una mamma: “Asili senza condizionatori e con un solo ventilatore”

Una situazione inaccettabile che è frutto di un governo negazionista del cambiamento climatico che se ne frega dei bisogni di bambini, lavoratori e continua a spendere per le armi

La mamma di una bimba che frequenta l’ultimo anno di una scuola materna nel Municipio 9, a Milano, racconta a Fanpage.it le criticità riscontrate nell’asilo in queste ultime settimane di grande caldo senza un adeguato sistema di condizionatori.
A cura di Francesca Caporello

"Nell'asilo in cui va mia figlia c'è un solo ‘pinguino' che non è sufficiente per rinfrescare tutti i bambini e gli insegnanti. Fa molto caldo e spesso è difficile seguire tutte le attività in programma. Ma so che ci sono asili che non hanno nessun tipo di condizionatore e hanno solo qualche ventilatore", a parlare è la mamma di una bimba che frequenta l'ultimo anno di una scuola materna nel Municipio 9, a Milano.
Come lei, sono state molto numerose le segnalazioni arrivate alla nostra redazione da parte ci genitori che lamentano l'assenza di un adeguato sistema di condizionatori negli asili nido e nelle scuole materne milanesi. Si tratta infatti di una situazione critica diffusa in tante strutture diverse sparse nei vari Municipi della città.
Un malcontento che dalle parole è passato ai fatti. Venerdì 3 luglio alle 10 si terrà infatti un presidio sotto palazzo Marino, organizzato dai genitori dei bimbi della scuola materna Pezzi di Porta Romana a Milano, per richiamare l’attenzione dell’Amministrazione su una situazione diffusa, reiterata e non più sostenibile: le condizioni di caldo estremo all’interno degli edifici scolastici.
Intanto una rappresentante d’istituto e mamma di un bimbo frequentante una scuola materna nel Municipio 4 a Milano, zona Forlanini, ha lanciato una petizione rivolta al Comune – che in due giorni ha raccolto oltre 5mila firme – sull'emergenza caldo nelle scuole comunali dell’infanzia e nei nidi con richiesta di interventi strutturali urgenti. 
"Esattamente come lo scorso anno ci ritroviamo a dover affrontare il problema caldo. Le ondate di calore che hanno interessato Milano negli ultimi anni non possono più essere trattate come delle emergenze straordinarie, ma ordinarie. Il clima sta cambiando e occorre adeguarsi. Per far fronte a questo disagio, come genitori abbiamo pensato anche di fare una colletta per comprare un altro pinguino alla scuola, ma non tutti i genitori possono permettersi delle spese extra e in fondo non sarebbe neanche giusto. Ma occorre fare qualcosa immediatamente", conclude la mamma.

“Alta Moda” bassi salari e violenza padronale - I vestiti "luccicanti" grondano di sudore, miseria e sangue

Il capitalismo continua a richiedere lavoro da schiavi: 16 ore al giorno, 6 o 7 giorni a settimana e lavoro a cottimo, da 40 centesimi a 2 euro per capo di abbigliamento, il “caso”, ancora una volta, di Prato…

In tutti questi anni, invece che diminuire per le tantissime denunce, gli scandali ad ogni livello che svelano come i padroni dei marchi italiani fanno profitti astronomici, e le promesse della ministra tuttachiacchiere Calderone, il fenomeno di questo che viene chiamato “caporalato” è aumentato!

La borghesia italiana che in questo momento ha a capo la fascista Meloni è apertamente complice di un sistema di sfruttamento che va oltre il normale livello di sfruttamento della classe operaia, ma che diventa sempre più alto. Dalle righe dell’articolo del Manifesto del 28 giugno che riproponiamo si capisce quanto siano pretestuose le cosiddette debolezze dei sistemi di controllo, che deve fare addirittura ricorso ai fondi europei, mentre quasi quotidianamente le lavoratrici e i lavoratori in lotta, ma anche in genere chiunque si ribelli a questo sistema, viene apertamente represso con la forza, subendo denunce, arresti e incriminazioni per “terrorismo”.

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Prato, pochi centesimi a capo: arrestato imprenditore tessile

Toscana L’indagine partita da una dipendente a cui non veniva pagato il salario: tra 40 centesimi e 2 euro ad abito con turni di 16 ore

Edizione 28/06/2026

Il distretto tessile di Prato continua a essere protagonista di sfruttamento e irregolarità diffuse. Un sistema che non riguarda solo le manifatture del capoluogo toscano a gestione cinese ma anche le loro committenti italiane, le industrie della moda. Ieri un imprenditore cinese è stato arrestato per avere impiegato 16 lavoratori in nero, privi di permesso di soggiorno, che venivano pagati a cottimo tra 40 centesimi e 2 euro per capo confezionato.

GLI OPERAI facevano turni di 16 ore al giorno per sei o sette giorni a settimana. L’azienda era intestata a un prestanome e le forze dell’ordine hanno trovato un dormitorio dentro al capannone che ospitava 14 lavoratori in otto camere con pareti in cartongesso, un solo bagno e condizioni igieniche fatiscenti. Le indagini sono partite grazie alla denuncia di una lavoratrice aggredita dal datore durante una lite per ottenere il pagamento del salario. Nell’annunciare l’arresto, il procuratore Luca Tescaroli ha sottolineato il merito di una nuova metodologia investigativa finanziata coi fondi europei del progetto “Alt Caporalato”. La strategia, ha detto Tescaroli, si fonda su «un costante monitoraggio e un pedinamento continuativo anche mediante l’installazione di sistemi di videosorveglianza». Tuttavia le risorse e gli agenti rischiano di essere insufficienti rispetto alle dimensioni del fenomeno.

NEL DISTRETTO DI PRATO ci sono 7.119 aziende di moda, di cui 2.548 tessili e 4.571 di abbigliamento, i lavoratori sono almeno 40mila secondo il comune. Col sommerso potrebbero essere molti di più. Le loro nazionalità sono per lo più africane, bengalesi e pakistane, le notizie di vessazioni sono all’ordine del giorno. Martedì un gruppo di oltre 200 imprenditori e dirigenti cinesi ha assaltato un picchetto di 80 operai del magazzino Acca che protestavano contro la delocalizzazione dell’azienda. Il presidio, organizzato da Cobas, impediva l’entrata e l’uscita delle merci ma i padroni hanno aggredito i lavoratori e le forze dell’ordine. Un furgone ha investito un operaio, tre dirigenti cinesi sono stati arrestati con l’accusa di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.

POCO È CAMBIATO dall’incendio che il primo dicembre 2013 uccise 7 operai mentre dormivano dentro una fabbrica chiusa dall’esterno, accendendo i riflettori sulle condizioni disumane in cui vivono i lavoratori nel distretto. Lo scorso febbraio il procuratore generale di Firenze, Ettore Squillace Greco, ha detto che i reati di sfruttamento e caporalato in Toscana sono aumentati del 170% in un anno e che i principali protagonisti del fenomeno sono la produzione tessile a Prato e l’agricoltura a Siena. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ispettorato del lavoro, il 98% delle imprese controllate a Prato è risultato irregolare. A poco sono servite le varie visite della ministra del lavoro Calderone che aveva promesso di interessarsi al problema. Lo scorso aprile sono stati firmati 24 accordi per regolarizzare i lavoratori in alcune piccole fabbriche a gestione cinese che prevedono il semplice rispetto della settimana lavorativa standard da 40 ore e 5 giorni.

PRIMA SI LAVORAVA tutta la settimana per 12 ore al giorno. Altre 15 intese simili erano state siglate e marzo e ne arriveranno di nuove. Ma il problema è nel sistema della moda, un settore considerato fiore all’occhiello dell’Italia ma che è complice dello sfruttamento. Che si tratti di marchi di lusso o fast fashion, i brand commissionano capi di abbigliamento al costo più basso possibile. Per garantirlo le aziende produttrici scaricano le esternalità sui lavoratori e, per aggirare i controlli e sfuggire alle tassazioni, chiudono e riaprono con altri nomi ma operano negli stessi capannoni e con gli stessi caporali. E chi si iscrive al sindacato viene licenziato.

L’EXPORT del distretto tessile a Prato vale 2 miliardi ma i capi possono arrivare in vetrina con un prezzo fino a cento volte superiore a seconda dell’etichetta. Mentre i padroni cinesi delle fabbriche sono arrestati, i loro committenti sono perseguiti di rado. Un’eccezione riguarda Piazza Italia, marchio campano di abbigliamento a basso costo, per la quale lo scorso marzo il tribunale di Firenze ha disposto un anno di amministrazione giudiziaria. L’accusa non è lo sfruttamento diretto dei lavoratori bensì la rinuncia a vigilanza e verifiche nelle due fabbriche pratesi a cui era stata esternalizzata la produzione. Simili ramificazioni coinvolgono noti brand dell’alta moda come hanno dimostrato le inchieste della procura di Milano.

27/06/26

In merito al DDL Valditara su educazione sessuo-affettiva - un altro tassello per avanzare anche nella scuola nel moderno fascismo

Il DDL approvato dal ministro Valditara e dal governo Meloni che introduce l'obbligo di consenso informato scritto e preventivo dei genitori per i progetti scolastici sulla sessuo-affettività è una precisa operazione ideologica/politica di questo governo e un altro tassello per trasformare la scuola in senso moderno fascista.

L'obbligo di autorizzazione scritta per i percorsi extracurricolari sull’affettività e sul contrasto alla violenza di genere nelle scuole medie e superiori, alla scuola dell’infanzia e primaria sono stati vietati, trasforma il diritto universale allo studio e alla salute delle studentesse e studenti in una sorta di privilegio subordinato all’approvazione o al veto familiare. Per il sistema sociale capitalista in cui viviamo la famiglia è la cellula-base centrale in cui si riproduce la forza lavoro, delegare ai genitori la decisione di autorizzare o di impedire ai figli l'educazione sessuo-affettiva nelle scuole significa istituzionalizzare in modo reazionario il possesso dei figli, considerati come degli oggetti e non soggetti con il diritto di scegliere, di emanciparsi e di sviluppare una coscienza critica anche sui temi della sessualità, sulla grave emergenza della violenza contro le donne e di genere.

Questo provvedimento è poi chiaramente pienamente classista perché colpisce principalmente le studentesse e studenti proletari, i cosiddetti figli della classe borghese nei suoi diversi livelli possiedono comunque mezzi economici, tecnologici, culturali per informarsi, per accedere ad ambiti medici o di supporto psico-fisico a pagamento, privati. Le giovani e i giovani proletari invece, alla luce anche dei costanti tagli del governo sui servizi sociali, consultori, sanità pubblica, scuola pubblica, restano tagliati fuori.

Una giustificazione ideologica utilizzata dal reazionario ministro Valditara è la presunta esigenza di difendere e proteggere i giovani studenti dalla "propaganda della teoria gender", mettendo in atto un’operazione ideologica mistificatoria e falsa come è proprio di questo governo per attaccare ancora una volta in modo odioso le persone lgbtqa+ agitando lo spettro del “pericolo biologico”, mentre all’insegna in primis ideologica del “Dio, patria, famiglia” in cui rientra anche questo DDL, si nasconde e si affossa la natura strutturale della violenza e dell’oppressione contro le donne, il cui ruolo riproduttivo in questa società non deve essere messo in discussione per la borghesia dominante, oggi rappresentata da questo governo, in uno Stato quale quello borgese che scarica il lavoro di cura riproduttivo sulle spalle della maggioranza delle donne proletarie. Educare le giovani generazioni all'accettazione passiva del proprio "destino biologico" deve servire alla salvaguardia e mantenimento dei ruoli sociali imposti dal capitalismo.


Rivendicare l’educazione sessuo -affettiva nelle scuole chiaramente a fronte di un governo reazionario quale quello Meloni che dall’alto ha in questi anni alimentato in primis ideologicamente la violenza contro le donne e che oggi sdogana indegni personaggi fascisti e sessisti alla Vannacci maniera, è certamente una sfida e lotta legittima che viene portata nelle manifestazioni, vedi quelle promosse da Nudm ma vedi anche i recenti Pride che ci sono stati in alcune città, ma occorre però non illudersi sul fatto che l’introduzione dell’educazione sessuale "transfemminista e intersezionale" per legge nelle scuole, e dobbiamo avere presente quale scuola oggi questo governo sta imponendo, possa risolvere il problema della violenza contro le donne e di genere, che non è affatto solo culturale, la questione delle relazioni sociali uomini-donne ecc in questa società capitalista e imperialista.

Rivendicare "più ore di educazione sessuo-affettiva" all'interno di una scuola che oggi con questo governo Valditara/Meloni deve essere sempre più una scuola-azienda, dei padroni, sempre più militarizzata e al servizio della propaganda della guerra imperialista, della repressione, della disciplina e irregimentazione degli studenti, del rivolgimento dei testi da studiare in una logica anche confessionale, vedi l’obbligo della lettura della bibbia, una scuola in cui si invitano le studentesse e gli studenti agli Stati generali sulla natalità, e in questo caso anche gli studenti più piccoli, con il beneplacito della associazioni antiabortiste, una scuola che deve porre/imporre nella testa degli studenti “i confini” “le barriere” contro i migranti in primis all’insegna del nazionalismo e potremmo continuare, senza porre come centrale innanzitutto la lotta contro questo governo da combattere a 360 gradi per cacciarlo, significa deviare e/o restringere potenzialità di lotta necessaria, con in prima linea le donne, in un ambito riformista che si illude di cambiare le cose dall’interno e all’interno di un sistema sociale sempre più marcio che non può essere affatto migliorato, e tutti i fatti reali oggi lo mostrano chiaramente e che è la vera causa sin dalle sue radici economiche dell'oppressione sociale della maggioranza delle donne e della violenza sessuale.

Mfpr