10/02/26

Operaio morto all’ex Ilva di Taranto, le parole della moglie Maria Teresa - Un atto di accusa

Questo racconto, che più che racconto, è una denuncia, va fatto conoscere. Prima di tutto la devono leggere, sentire gli operai dell'Ilva, dell'appalto che vivono ogni giorno questa paura di morire.

Insieme alla forza che esprime Maria Teresa, nonostante il grandissimo dolore, c'è una denuncia, che deve diventare un grido/un appello agli operai: non si può accettare di lavorare/vivere così! Il ricatto, la paura di perdere il lavoro, di essere messi in cassintegrazione, dei capi, non salva la vita nè il lavoro! Il lavoro è "tutto", è dignità, ma padroni, capi, lo mettono sotto i piedi - e non si può accettare.

Occorre un'altra strada, occorre ribellarsi, dire NO! Occorre provarci a farlo. Chi l'ha detto che se ci si ribella non si difende lavoro, salario, vita? 

Claudio Salamida non deve essere un numero, come vuole l'azienda; facciamolo continuare a vivere - non solo in un giorno di sciopero e poi tutto resta come prima, anche per i sindacati - facciamolo vivere prendendo l'altra strada. 

Chi tace, chi scrolla le spalle si scava la fossa con i suoi piedi, è complice della situazione sempre più grave in Ilva.

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Il racconto della moglie di Claudio Salamida, tra turni massacranti, paura di ritorsioni, silenzi e una sicurezza che, secondo chi viveva la fabbrica ogni giorno, era solo sulla carta
 

 

 

da Corriere di Taranto - Giacomo Rizzo

«Non era un lavoro, sembrava di stare sotto una dittatura». È così che Maria Teresa D’Aprile descrive l’ambiente in cui lavorava suo marito, Claudio Salamida... l’operaio di 46 anni morto precipitando dal quinto al quarto piano dell’Acciaieria 2, nell’area del convertitore 3, mentre stava eseguendo lavori di manutenzione...

Quella rilasciata a Diego Bianchi per la trasmissione di La 7 “Propaganda live” è stata una intervista drammatica. Un racconto che va oltre il dolore privato e diventa atto d’accusa contro un modello di lavoro che sembra fondarsi sulla soggezione verso l’azienda, sul timore di ritorsioni e su un’omertà che soffoca la verità...

«Nell’ultimo periodo mi ha detto che non sarebbe vissuto molto, non so perché», rivela Maria Teresa... «quando c’è stato il boom delle assunzioni all’Ilva per lui è stato un miracolo trovare un posto fisso. Mi diceva sempre che non avrebbe mai sputato nel piatto dove gli davano da mangiare». Una frase che racconta meglio di mille analisi il ricatto implicito che spesso governa il lavoro: accetti tutto, perché il lavoro è sopravvivenza.

I turni erano estenuanti, ben oltre il dovuto. «Non erano mai otto ore», spiega la moglie. Claudio usciva di casa due ore prima e rientrava anche un’ora e mezza dopo, affrontando ogni giorno il viaggio da Putignano a Taranto. A volte arrivava a lavorare 16 ore consecutive.
«Non riposava quasi mai». E quando un collega mancava, il contratto imponeva di coprire almeno quattro ore in più. Una spirale che trasformava l’eccezione in regola.

«Lui... non voleva stare in cassa integrazione. Si sentiva inutile, per lui il lavoro era tutto, voleva lavorare a tutti i costi perché voleva contribuire alle spese della famiglia e non si dava pace. Diceva: ma perché dopo tutti questi anni mi devo ritrovare in cassa integrazione?».
In questo contesto, parlare di sicurezza diventa quasi una beffa. «I dispositivi di protezione non esistono se non quel misero caschetto che hanno trovato accanto al suo corpo», denuncia Maria Teresa. Claudio conosceva i rischi, li minimizzava per non spaventare la famiglia, ma confidava alla moglie che «lì è tutto rischioso». Eppure non mollava perché per lui «il lavoro era dignità, era sacro».

All’ospedale, il riconoscimento del corpo prima consentito e poi negato. «Era chiuso in una sacca nera. Ho visto solo la sua mano. Purtroppo è caduto di faccia e quindi gli altri mi hanno detto: non lo vedere perché potresti rimanere scioccata... Sopra c’erano le polveri dell’Ilva. Mi raccomandarono di non toccarla». E allora la domanda, feroce e inevitabile: «io che ero entrata per la prima volta non dovevo toccare mio marito perché c’erano le polveri e gli operai che in quel luogo lavorano da una vita? Non hanno mai pensato a loro?».

Alla fabbrica, tra vigilanti e telecamere, Maria Teresa si è sentita accerchiata. «Hanno speculato sul dolore degli altri. Noi siamo sempre stati riservati. Hanno filmato anche il bambino senza consenso. Io ho chiesto di parlare con un responsabile. Una persona mi ha confidato che era lì da poco e che si occupava della sicurezza. Ho detto: alla faccia della sicurezza, ma che sicurezza è questa? E lui: non è proprio così». «L’ultima morte è avvenuta molto tempo fa»...

Restano le domande sulla dinamica: una pedana di legno a coprire una voragine, nessun collaudo, forse un uomo mandato da solo dove si dovrebbe andare in due. «Chi l’ha fatto salire?», chiede la moglie. Nessuno risponde. I colleghi tacciono, i capi anche. «Tutti hanno paura di perdere il posto di lavoro»...
Nell’audio whatsapp diffuso dalla moglie, Claudio spiegava: «Poi che fai? Ti metti contro l’azienda? L’azienda poi ti castiga giorno per giorno». È il cuore del ragionamento: il timore di chiedere un giorno di riposo, la paura di essere segnati. «Sembrava stesse sotto una dittatura», ammette Maria Teresa. E aggiunge un dettaglio che accresce la sua rabbia: «Dell’azienda non mi ha chiamata nessuno. Neanche una telefonata».
Claudio Salamida «era una matricola, non era una persona», conclude amaramente la moglie. «È morto, l’hanno già sostituito»... Un sistema che muove capitali, produzioni, numeri e bilanci e relega ai margini le persone...

Si lavora stanchi, si lavora con paura, si lavora sapendo che parlare può significare isolamento, punizione, perdita del posto. Si accetta il rischio perché il ricatto è silenzioso ma potente: se non lo fai tu, lo farà un altro...

Solidarietà a Maja! Costruire un ampio fronte di lotta e mobilitazione - da Soccorso Rosso Proletario


 

Il 4 febbraio 2026, un tribunale di Budapest ha condannato in primo grado Maja, Gabri e Anna a 8,7,2 anni di carcere rispettivamente, per le contestazioni a Budapest tra il 9 e l’11 febbraio 2023 contro il cosiddetto “Giorno dell’onore”, il raduno annuale in cui neonazisti e neofascisti provenienti da tutta Europa commemorano i soldati delle Ss caduti durante la Seconda guerra mondiale.

Particolarmente grave è la situazione di Maja T., attivista antifascista tedesca condannata per tentate lesioni personali gravi a danni di neonazisti. Maja è stata arrestata a Berlino nel dicembre 2023 e deportata in Ungheria il 27 giugno 2024, poche ore prima che la Corte costituzionale federale tedesca dichiarasse illegale la sua estradizione.

Contro di essa gli avvocati di Maja hanno argomentato la sproporzione della pena richiesta dalla procura ungherese rispetto alle accuse rivolte, le condizioni di detenzione al di sotto degli standard previsti dalle leggi tedesche ed europee, la pesante ingerenza del governo Orban nel sistema giudiziario ungherese che non garantirebbe il diritto a un giusto processo, stabilito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU). Questi stessi argomenti hanno bloccato le estradizioni di altri imputati, come quella di Gabriele dall’Italia e di Gino dalla Francia, ma non sono stati presi in considerazione da un tribunale minore tedesco.

Da 18 mesi Maja è rinchiusa in una prigione di Budapest in isolamento permanente che può durare anche 3 anni. Le condizioni di detenzione nelle carceri ungheresi, già denunciate da Ilaria Salis durante la sua carcerazione lì, sono aggravate dall’identità queer di Maja, fortemente repressa dal regime di Orban, che la espone a ulteriori violenze e discriminazioni.

Lo scorso anno Maja ha portato avanti uno sciopero della fame per oltre un mese contro le condizioni inumane e degradanti del carcere ungherese e la sua estradizione illegale, contro la quale ha fatto numerosi ricorsi, puntualmente ignorati dalle autorità tedesche.

Nella lettera in cui annunciava il suo sciopero della fame, Maja denunciava il regime di tortura bianca a cui è sottoposta, con luci e controlli orari che le tolgono il sonno, telecamere accese giorno e notte affisse illegalmente nella cella, controlli intimi e perquisizioni corporali durante le quali era costretta a spogliarsi integralmente, condizioni insalubri del cibo e della cella con presenza di insetti e luce insufficiente, mancanza di integratori vitaminici e di visite mediche tempestive.

Condizioni che ne hanno già compromesso gravemente la salute fisica e mentale e contro le quali Maja attende ancora di essere risarcita. Anche per questo farà ricorso in appello contro questa infame sentenza, emessa al termine di un procedimento pilotato dal governo Orban per condannare in maniera esemplare i suoi nemici, antifascisti, antirazzisti e comunità LGBTQ+.

Tutto il processo di Budapest, d’altronde, appare sempre più per quello che è, una farsa giudiziaria, una montatura costruita su congetture traballanti e non su fatti, e contraddistinta da gravi violazioni del diritto alla difesa, oltre che da un grave pregiudizio del giudice e del sistema politico ungherese.

09/02/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Patriarcato e capitalismo sono sullo stesso piano? Alcune note (in divenire) del MFPR


Teorizzare (vedi le precedenti Formazioni rivoluzionarie delle donne) - anche oggi nel movimento femminista in generale e non solo - che patriarcato-capitalismo siano paralleli, entrambi importanti, o nella versione del femminismo socialista che siano intrecciati, che l'uno determina e influenza l'altro, ma hanno pari importanza, nessuno ha la priorità sull'altro, è una teoria errata e impotente. Apparentemente può sembrare più avanzata, che mette in discussione tutti gli aspetti di oppressione, e che quindi spinge a tener conto di ogni aspetto e lottare a su tutto; in realtà appiattisce tutto, cela il "bandolo della matassa" ed è pertanto impotente a rovesciare la realtà, che per essere rovesciata deve rompere il sistema, rompere i rapporti di produzione arretrati rispetto alla potenzialità delle forze produttive (e per forze produttive intendiamo niente affatto solo le forze strutturali, ma anche quelle sovrastrutturali, la cultura, la scienza, l'arte, ecc. ecc; ma in primis soprattutto le energie dell'umanità, e le energie delle donne che a causa della loro condizione di totale oppressione non hanno potuto crescere e determinare tutti i campi), affinchè le forze possano esplodere e svilupparsi.
Sappiamo bene e siamo d'accordo con le femministe quando dicono che non basta rovesciare il sistema capitalista, abolire la proprietà privata per porre fine all'insieme delle oppressioni delle donne, perchè restano le idee, le abitudini che sono più difficili da superare, eliminare e richiedono una continuazione della lotta. Questa è la ragione per cui nella rivoluzione culturale proletaria in Cina si teorizzò la necessità della continuazione della rivoluzione, di una rivoluzione nella rivoluzione che toccasse anche il "cielo", la sovrastruttura. Anche su questo sono Marx ed Engels che ci danno una critica spietata della "famiglia", dell'"educazione", del ruolo meramente riproduttivo della donna (nota 1); è Mao Tse tung, è Chiang Ching che ci danno una risposta e una iniziale esperienza della necessità, possibilità di una rivoluzione nel mondo delle idee reazionarie (e di quelle più invasive tra le masse: sessismo, maschilismo, razzismo, ecc.) che permangono, Quindi, non si tratta certo di una risposta meccanicista che tiene conto solo dei rapporti di produzione. Dire che il marxismo non avrebbe analizzato i rapporti tra uomini e donne è una critica inesistente. 
Karl Marx e Friedrich Engels hanno detto: «Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» Più affermazione completa e dialettica di così...   
Dire invece altro, che lo si voglia o no, si teorizza lo status quo, e quindi l'immobilismo (che non è mai stasi, perchè la realtà si muove o avanti o, come nella fase odierna di crisi, "ultimo stadio" del capitalismo, va "indietro", che non è effettivamente un indietro storico, ma un avanti deformato). 
Ugualmente porta a un immobilismo considerare uguali, come base della società ogni struttura di potere, e quindi ogni terreno di lotta (oppressione delle donne, razzismo, discriminazioni/repressione di genere, capitalismo, ecc.), senza una priorità, senza la centralità del sistema capitalista che va abbattuto. Altrimenti si scade inevitabilmente nell'illusione perdente del riformismo.
Le posizioni femministe che non legano il patriarcalismo alla fase attuale della borghesia capitalista/imperialista, all'uso che il sistema capitalista fa di esso rifugge da un'analisi storico materialista, taglia le "radici" della permanenza di concezioni e prassi patriarcali e, di fatto ne fa una questione solo ideologica, senza basi, senza corrispondenza al sistema sociale, economico, politico, ideologico attuale.
Di conseguenza, la risposta, il contrasto/la lotta al "patriarcato" resta su un fronte puramente sovrastrutturale, di educazione che deve trasformare, ma che, fermo restando l'attuale sistema strutturale capitalista non solo non può cambiare ma diventa sempre più parte dell'azione del potere borghese in senso lato. 
I Femminicidi - gravissimo problema - non sono frutto oggi di residui del "patriarcato", ma sono, si può dire all'inverso, una reazione alla crisi del ruolo del maschio, rispetto a donne che vogliono rompere la condizione esistente. 
Nei rapporti umani, e il rapporto uomo/donna è il principale rapporto umano, via via che il sistema borghese va in crisi, "scoppia" un contrasto, una lacerazione tra "sviluppo delle forze produttive" = potenzialità delle donne e "rapporti di produzione" che cercano disperatamente e con la violenza di contrastare questo sviluppo, di mettere le catene, di "ucciderlo". Ma non ci riescono. E le "forze produttive" devono necessariamente non cercare di "cambiare" questi rapporti di oppressione, ma romperli, con una violenza, levatrice della nuova storia, e in questo senso rivoluzionaria. 
In questo senso, è il sistema capitalista/imperialista che determina, usa, modella in funzione della permanenza del suo interesse, del suo sistema generale (strutturale e sovrastrutturale) ogni idea, ideologia, prassi conseguenti; e nella fase di crisi, di "ultimo stadio" questo uso produce marciume, barbarie, violenza fascista, per opporsi ad ogni spinta in avanti. 
Per questo, un'analisi storico materialista dialettica - che non vuol dire affatto meccanicista, strutturalista, ma esattamente il contrario - ci mostra che finchè non viene rovesciato, è il capitalismo che sta al "vertice" e sussume e determina a suo interesse vitale ogni altra struttura di potere.
Il patriarcato è come la religione.
La religione è stata in perfetta sintonia con il sistema sociale, economico esistente fino al feudalesimo. La borghesia, nel bene e nel male, ha strappato via le basi della religione; essa comunque permane pur non avendo più le basi strutturali.
Ugualmente il patriarcato è un sistema sociale, con una ideologia dominante e prassi conseguente dalla nascita della famiglia monogamica (nota 2); ma anche qui la borghesia ne ha strappato le basi e con essa i "valori" (nota 3). 
Ma anche qui - anzi, potremmo dire, ancora di più qui - i "valori" restano. 
Per la religione i progressi scientifici (avvenuti col, nel capitalismo) hanno comunque intaccato alcune delle credenze più "solide". Per il patriarcalismo, per la condizione delle donne di subordinazione/oppressione di più della metà dell'umanità, pur riducendosi le ragioni strutturali (l'entrata di una parte significativa delle donne nell'attività produttiva; una certa indipendenza economica; la messa in crisi della famiglia tradizionale), le concezioni restano, si ammodernano, la riproduzione delle forze-lavoro resta a carico della donna, come il lavoro domestico. 
Ed entrambi sono funzionali a tenere in vita questo capitalismo morente. 
Questo sistema deve essere rovesciato con la rivoluzione, per spazzare via ogni aspetto del patriarcato, per liberare le grandi energie delle donne, dei proletari che trasformino la terra e il cielo. 
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Nota 1 - "Abolizione della famiglia… su che cosa si basa la famiglia attuale, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Una famiglia completamente sviluppata esiste soltanto per la borghesia: ma essa ha il suo complemento nella coatta mancanza di famiglia del proletario e nella prostituzione pubblica...
E anche la vostra educazione, non è determinata dalla società? Non è determinata dai rapporti sociali entro i quali voi educate, dalla interferenza più o meno diretta o indiretta della società mediante la scuola e così via?...
La fraseologia borghese sulla famiglia e sull'educazione, sull'affettuoso rapporto fra genitori e figli diventa tanto più nauseante, quanto più, per effetto della grande industria, si lacerano per il proletario tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro.
Tutta la borghesia ci grida contro in coro: ma voi comunisti volete introdurre la comunanza delle donne. Il borghese vede nella moglie un semplice strumento di produzione. Sente dire che gli strumenti di produzione devono essere sfruttati in comune e non può naturalmente farsi venire in mente se non che la sorte della comunanza colpirà anche le donne... Non sospetta neppure che si tratta proprio di abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione..."
(da Il manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels)

Nota 2 - "… il primo contrasto di classe che compare nella storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra uomo e donna nel matrimonio monogamico, e la prima oppressione di classe coincide con quella del sesso femminile da parte di quello maschile. La monogamia fu un grande progresso storico, ma contemporaneamente essa, accanto alla schiavitu’ e alla proprietà privata, schiuse quell’epoca che ancora oggi dura, nella quale ogni progresso è, ad un tempo, un relativo regresso, e in cui il bene e lo sviluppo degli uni si compie mediante il danno e la repressione di altri. Essa fu la forma cellulare della società civile, e in essa possiamo già studiare la natura degli antagonismi e delle contraddizioni che nella civiltà si dispiegano con pienezza".
(da l'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato di Engels)

Nota 3 - "Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo "pagamento in contanti"... In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d'illusioni religiose e politiche...
La borghesia ha strappato il commovente velo sentimentale al rapporto familiare e lo ha ricondotto a un puro rapporto di denaro… Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare".
(da Il manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels)

Il consenso no, deve esserci "dissenso" per essere considerato femminicidio, ci deve essere "odio di genere"! L'ennesima violenza legalizzata sul corpo delle donne

Perché per la morte di Zoe Trinchero non si indaga per femminicidio: “Bisogna provare possesso e odio di genere”
Sul corpo della 17enne Zoe Trinchero sono stati trovati segni di percosse e strangolamento. Il 20enne Alex Manna però non è stato accusato di femminicidio, ma di omicidio aggravato da futili motivi. L’avvocato penalista Fabio Messina a Fanpage.it spiega: “Il capo d’imputazione non è ancora cristallizzato”

07/02/26

India - La condizione delle donne portata nella mobilitazione al Parlamento europeo

Il Movimento femminista proletario rivoluzionario nel presidio del 27 gennaio al Parlamento europeo sull'India ha portato la denuncia, l'informazione di quello che succede alle donne nelle zone adivasi, in cui deportazioni della popolazione, massacri, verso le donne vengono portati avanti dall'esercito usando tutta la barbarie di stupri, di terribili violenze sessuali, di uccisioni dei figli sotto i loro occhi..

Nelle carceri le prigioniere politiche spesso vengono sottoposte a violenze sessuali quando vengono arrestate da parte di guardie, soldati, che considerano delle "medaglie" queste violenze. Stupri, torture sessuali si concentrano in particolare verso le compagne maoiste, le compagne del partito comunista maoista, che - e questa è un'altra particolarità dell'India, del grande fenomeno della guerra popolare - nella guerra popolare, nell'esercito popolare, a volte raggiungono più della metà dei combattenti. 

E la polizia e l'esercito si accaniscono verso le donne perchè capiscono l'importanza del loro ruolo nella guerra del popolo e in una battaglia che già ora tocca tutte le problematiche delle donne.

Vi sono chiaramente similitudini con la Palestina, in termini di genocidio, di torture, di repressione, di uccisioni, di arresti, ma in India si tratta di milioni e milioni di donne. D'altra parte in India è più avanzato il ruolo delle donne nella guerra popolare e nell'organizzazione del partito.

Su questo c'è molto materiale, che è importante conoscere..

05/02/26

Libertà per Maja!

Infame condanna dell'antifascista Maja da parte del tribunale fascista dell'Ungheria di Orban - Denuncia e mobilitazione

03/02/26

Torino, Torino che bella città... - Da che parte stare

Da ORE 12/Controinformazione rossoperaia del 02.02.26

Torino è stata teatro di una grande manifestazione di 50.000 persone e diversi non sono riusciti ad arrivare per l'azione della polizia e per le decisioni sciagurate prese dalla questura e dalle istituzioni di Torino che hanno bloccato la città, le stazioni dove arrivava la manifestazione, le vie principali di alcuni pullman che arrivavano a Porta Nuova o che toccavano alcuni pezzi del corteo, con cittadini che sono stati lasciati a terra per ore, anche là dove non passava alcun corteo. Nello stesso tempo la polizia ha bloccato i bus che arrivavano dalle altre città per la manifestazione, identificando e fotografando tutte le persone.

Tutta questa manifestazione è stata ostacolata con una campagna stampa preventiva, con divieti e disposizioni del Ministero degli Interni, della questura di Torino, fino alla miserabile rettrice dell'Università Palazzo Nuovo che, su pressione del ministro Bernini, ha chiuso l'università agli studenti, a coloro che ne sono gli effettivi proprietari.

Quindi la violenza è cominciata già prima ed era violenza di Stato, violenza delle istituzioni, violenza della polizia. La madre di tutte le violenze é lo sgombero del centro sociale Askatasuna, sottrarre non solo ai militanti e agli attivisti di Askatasuna ma alla città, al quartiere, un centro sociale attivo da oltre 30 anni su tutte le grandi tematiche così come sulle piccole questioni del quartiere.

Questo centro sociale è stato uno dei cuori pulsanti della protesta contro la guerra, della solidarietà al popolo palestinese, della lotta sociale dei precari, dei disoccupati. ma innanzitutto è stato l'espressione della ribellione di una nuova generazione che a Torino per giorni e giorni, per settimane e settimane, è scesa in campo contro l'industria della guerra, la devastazione territoriale, l'opera speculativa fondata sul profitto del Capitale ai danni delle popolazioni che si chiama TAV. Contro tutto questo è stata esercitata una costante violenza, contro tutto questo è stato fatto di tutto per cancellare questa esperienza, per cancellare questa storia, queste vite.

Ebbene adesso parlano di violenza, ma la vostra violenza è la vera matrice di ogni disordine, è la vera matrice di una società, di uno Stato, di una città non fatta a misura dei proletari, delle masse popolari, dei giovani, dei migranti, dei lavoratori, ma fatta a misura della speculazione, della ricchezza, fatta a misura dei padroni, fatta a misura poi di una generazione di politici di centro-destra come di centro-sinistra che hanno permesso il sacco speculativo di questa città, la deformazione di una città operaia, giovane, volta al futuro, in una città a servizio del malaffare e dei grandi affari.

Contro tutto questo è vissuta l'esperienza trentennale di Askatasuna e non saranno certo quei quattro maledetti e miserabili che sono al governo e nelle istituzioni ad avere il diritto di denigrare un centro sociale che ha costituito una ricchezza di questa città e vuole continuare ad esserlo, una ricchezza del movimento antagonista, proletario, popolare e giovanile, una ricchezza del nostro Paese, contro coloro che se ne sono ora appropriati e pensano di usarla a uso e misura loro.

Contro tutta questa violenza di Stato, di sistema, si doveva trovare una risposta adeguata per fermarla e, in prospettiva, rovesciarla e cancellarla. Tutto il resto è noia, sono chiacchiere, sono miserabili difese di questo Stato, di questo governo, di questo sistema, di questa stampa, di questi partiti parlamentari.

Questa è stata la manifestazione di Torino.

Due immagini plastiche vanno pienamente rivendicate, che sono un'indicazione per tutto il nostro Paese: la marea di partecipanti - guardatela nelle foto dall'alto - un gigantesco serpentone, pieno in tutte le file come non mai, pieno di tutte le ragioni della lotta e del combattimento contro questo sistema, questo Stato che ci porta alla guerra, al fascismo, alla miseria, all'oppressione dei proletari e dei popoli, alla devastazione della TAV, TAP, il governo delle basi militari, il governo di Niscemi, degli altri disastri ambientali. Contro tutto questo la manifestazione ha voluto esprimere una opposizione. E migliaia e migliaia di compagni e compagne di organizzazioni sindacali, centri sociali, del movimento degli studenti, solidali con la Palestina, associazioni sono venuti a Torino, non in tanti quanto potevano essere e volevano essere, ma siamo stati tutti a Torino, sia chi ci è venuto e sia chi “ha guardato i video”.

Ma su questo però un discorso va fatto: basta, in occasioni che sono fondamentali per lo scontro sociale e politico, per il futuro di questo Paese, stare a guardare i video, i telefonini, invece di fare gli enormi sforzi che a volte sono richiesti per partecipare a una manifestazione lontana - perché siamo stati 50.000, ma potevamo essere 500.000, potevamo essere un milione, e questo non è stato possibile un po' per le ragioni oggettive che tutti abbiamo ma anche perché molti preferiscono stare a guardare, anche se si dicono antagonisti, oppositori; preferiscono stare ai video, salvo poi commentare come pulci e grilli parlanti sui social o mass media.

Ma torniamo alla manifestazione.

Abbiamo detto due immagini plastiche: la marea, il vento rappresentato da questa marea che ha riempito la città di Torino, che ha dato vita a questo enorme serpentone, e poi quella del blindato che brucia. Sì, il blindato che brucia, perché questa è stata un'azione necessaria, perché evidentemente non si possono accettare certe situazioni, non si può accettare la militarizzazione della città, non si può accettare una marea di poliziotti che blocca il corteo che voleva raggiungere il suo luogo naturale: stiamo manifestando contro lo sgombero di Askatasuna e Askatasuna è il punto di arrivo di una manifestazione nazionale, e vietarlo è una violenza che non può essere accettata, è una violazione di un diritto, quello di manifestare, di protestare, è una forma di dittatura, di ricatto, nei confronti di chi partecipava alla manifestazione, in particolare la marea di giovanissimi. Ad Askatasuna bisognava arrivare e per andarci bisognava fronteggiare uno schieramento di polizia certo ben deciso a picchiare, a massacrare, e caso mai anche a uccidere, perché questo è stato preparato prima, è stato detto ai poliziotti non certo di fermarsi ma quello di essere pronti a tutto pur di difendere il simulacro della repressione di Stato rappresentata dalla chiusura di Askatasuna.

La ferita vera di Torino, signori della Stampa di Torino, è la chiusura di Askatasuna, è la violenza esercitata contro un'esperienza, un popolo, una città, e su questa ferita di Torino voi siete stati zitti, complici e oggi non avete alcun diritto di strillare alla violenza. Il vostro giornale è una "merda" di giornale su questi temi e giustamente è stato fatto segno di una protesta anche all'interno, non siete voi che potete dare lezione a chi lotta per cose molto molto più grandi di voi.

La manifestazione ha attraversato tutta la città in forma pacifica e quando si dice in forma pacifica non significa “pacificata”, significa che gli slogan, gli striscioni, le mille voci combattive, determinate a lottare si sono unite. Importante la presenza significativa del popolo palestinese attraverso le sue rappresentanze, che ha richiesto forte e chiaro la liberazione dei prigionieri palestinesi, di coloro che avete arrestato voi Stato, voi Governo, per conto dello Stato sionista d'Israele, avete arrestato Hannoun, avete costruito una montatura giudiziaria che vuole intimidire la solidarietà e l'unità del popolo palestinese, avete condannato Anan un prigioniero politico appartenente alla resistenza che in questo paese non ha commesso alcun reato e lo tenete in galera sulla base delle carte portate dai criminali israeliani, da coloro che sono definiti anche dalla Corte Penale Internazionale come criminali: Netanyahu, il regime sionista, genocida, massacratore di donne e bambini, affamatore di un popolo, portatore di un piano di deportazione, di cancellazione di un popolo che ricorda l'Olocausto e i peggiori crimini della storia dell'umanità... Il popolo palestinese con le sue rappresentanze presenti ha gridato forte chiaro “libertà per Hannoun, Anan e tutti... Palestina libera”!

Così come era presente una fortissima delegazione del Kurdistan che difende l'esperienza del Rojava, la lotta di un popolo e delle donne di questo popolo, per costruire un modello alternativo nel cuore di regimi barbari, di Assad, dello Stato islamico, tutti a servizio dell'imperialismo, tutti a servizio del fascista Erdogan, tutti a servizio delle mani sulle terre e sulle libertà dei popoli, che vogliono cancellare Rojava.

Come chiaramente era rappresentato tutto il popolo che ha combattuto a Torino come a livello nazionale in questi mesi, in questi anni.

Questa manifestazione è stata attraversata in questa maniera da tutte le istanze sociali di libertà, di liberazione, che hanno reso onore allo slogan “Askatasuna vuol dire libertà, la repressione non ci fermerà”. Questa è stata la manifestazione, un enorme corteo costretto a non attraversare il centro, isolato dagli altri quartieri popolari, come Barriera di Milano, ostacolato in ogni modo dai divieti di arrivarci perfino con la chiusura delle vie, del traffico ordinario, dei pullman. 

Questa manifestazione alla fine è arrivata, è arrivata dove doveva arrivare, al punto in cui la questura e le istanze del ministero degli Interni con la complicità di tutte le istituzioni avevano deciso che si doveva fermare. Ma non si poteva fermare, il vento non si può fermare, il desiderio di libertà e di ripresa degli spazi sociali non si possono fermare! E per questo è stato giusto e necessario che una grande parte della gioventù ribelle, e non solo, presente alla manifestazione, appartenente a tutte le realtà, dai centri sociali, al movimento studentesco, di Torino e delle diverse città, all'area dei compagni e compagne che giustamente con orgoglio dichiara di essere antagonista e rivoluzionaria, all'opposizione di questo governo, di questo Stato, di questo sistema, abbia marciato fino in fondo per raggiungere Askatasuna. Era necessario sia come forma di difesa, sia per porre chiaro di chi è Askatasuna, non solo un centro sociale ma un territorio che è diventato anch’esso un territorio da liberare.

E lo si è posto con tutte le necessarie "armi" per rispondere alla violenza poliziesca che tante volte ha colpito, massacrato giovani e giovanissimi e che ha colpito anche il 31 con idranti, massa enorme di lacrimogeni che bruciano polmoni, occhi, con manganelli, pugni, calci giovani, anche minorenni per terra, feriti (ma questo non si è fatto vedere nelle televisioni, su questo non ci sono foto o articoli della grande stampa...); per rispondere all'ignominia fascista e da Stato di polizia, dei decreti di sicurezza che violano le libertà anche costituzionali.

Certo che bisognava andare "attrezzati", certo che bisognava opporre alla violenza poliziesca tutto ciò che la potesse fermare, certo che bisognava rendere sempre più chiaro che quello spazio va riconquistato, che la resistenza che si oppone allo Stato della repressione è una Nuova Resistenza che non intende fermarsi e neanche essere fermata dallo Stato di polizia e dai decreti di sicurezza e dalla canea montante di stampa, tv, governo, istituzioni.

E quindi tutto quello che è avvenuto è normale, giusto e necessario. Anche l'episodio che ha fatto "scandalo", quello dell’”aggressione a un poliziotto”, di cui tutti i mass media, i politici sia di maggioranza che di "opposizione" parlano e straparlano, è stato ben spiegato da una giornalista de Il manifesto, di cui abbiamo pubblicato il testo, non è esattamente come è stato descritto (tutto questo allarme, addirittura "tentato omicidio" e poi viene dimesso dall'ospedale il giorni dopo, con qualche echimosi, escoriazioni..); ma quante volte i poliziotti hanno invece realmente massacrato? Ma per essi si chiede l'impunità, nessuno paga, anzi, riceve la visita della Meloni, gli encomi del governo fascista e poliziesco che fa dell'idea del fascismo e della pratica della repressione, sistemica, globale, la sua ideologia e la sua ragione per essere al potere, per essere a servizio del grande Capitale, dei suoi disegni, al servizio della guerra, al servizio di Trump e di tutti i mostri generati da questo sistema imperialista che è sempre più “da Minneapolis a Torino, dall'India alla Palestina”, un sistema che uccide, che massacra, un sistema capitalista/imperialista che deve essere abbattuto, perché è un freno alla storia sociale e politica di liberazione e di libertà, di uguaglianza, non solo del nostro popolo ma di tutti i popoli.

Con quale coraggio un ministro, il ciccione a servizio delle lobby militari come Crosetto, può parlare di “terrorismo” quando il suo ministero è dentro la Nato, dentro l'alleanza privilegiata con il sistema imperialista americano e di Trump? Il terrorismo siete voi, il terrorismo dello Stato militare, il terrorismo dell'industria bellica, il terrorismo degli tagli sociali per favorire l'industria bellica, il terrorismo delle vostre missioni militari, il terrorismo di voler inquadrare i giovani con una nuova divisa per diventare carne da macello delle vostre guerre. I veri terroristi siete voi, i terroristi della parola, potete dire tutto e il contrario di tutto, insultare i popoli, gli studenti, la gente che lotta e pensare di farla franca? Pensate che non arrivi anche per voi il giorno del giudizio? 

Pensate che la repressione possa fermare la ribellione ma invece l'alimenta! E Torino è una plastica dimostrazione che non la fermate. Le masse erano in piazza, erano in corteo, eravamo in tanti, eravamo molti di più di tutti voi e rappresentavamo molto di più di quella miseria di barbari che voi rappresentate!

Ed è per questo che era giusto e necessario che questa manifestazione segnasse un punto, anche di non ritorno, per il movimento che ha il diritto di ribellarsi, ha il diritto di insorgere rispetto allo Stato della guerra, della repressione, della distruzione dei posti di lavoro, della devastazione ambientale; un movimento che pensa che Askatasuna debba diventare - ed è diventata - una bandiera di tutti noi. Questa manifestazione ha reso onore al nome Askatasuna che vuol dire libertà, libertà di sciopero, libertà di manifestare, libertà di studiare, libertà di avere una casa, libertà di avere un salario, un diritto dignitoso, libertà di non perdere il posto di lavoro, libertà di non morire sul posto di lavoro, libertà di avere un territorio liberato dalle grandi opere, dalle basi Nato. Queste libertà si conquistano con la lotta, siamo figli tutti di due generazioni, la generazione della Resistenza, la generazione degli anni ‘70, orgogliosamente eredi degli anni ‘70 che riprendono le bandiere della ribellione.

Questo è il messaggio che viene dalla manifestazione e vale non solo per i giovani che l'hanno animato e vi hanno combattuto, ma vale per tutte le generazioni.

Ed è chiaro che è una cartina di tornasole da che parte stare, non basta mettersi a posto la coscienza gridando: “noi sappiamo da che parte stare, Palestina libera dal fiume fino al mare”, glorioso slogan che continuiamo a gridare e oggi ancora con più forza. Oggi bisogna stare dalla parte di Askatasuna, bisogna stare dalla parte della manifestazione di Torino, difenderla senza buoni e cattivi, sapendo che i cosiddetti cattivi in realtà sono i figli della loro classe sociale, la borghesia imperialista, i signori della ricchezza, i signori della guerra, i signori del petrolio, dell'energia, i signori della speculazione, i signori delle mani sulla città, i signori della corruzione, i signori del malaffare.

Dalla parte di chi si ribella contro tutto questo, con tutte le armi necessarie, perché alla violenza di Stato non si può rispondere con i fiori, i fiori se non hanno la forza combattente che rompa, metta in discussione la violenza di Stato, non possono liberare i popoli, i proletari, sia sulle grandi questioni della guerra, sia sulle piccole questioni della difesa dei diritti quotidiani di fronte a uno Stato e a un governo che in maniera arrogante pretende di soffocare ogni forma di dissenso, pretende di violare la Costituzione.

Mattarella, ma per favore, fottiti! Com’è possibile accettare di firmare tutti i decreti sicurezza e pretendere di avere l'anima pulita per parlare di democrazia e di Costituzione? Ma per favore!

Tornando alla manifestazione, siete voi che ci state chiamando ad alzare il tiro della lotta; tutti sia coloro che hanno uno spirito rivoluzionario e una volontà di Rivoluzione che sanno bene che la Rivoluzione non è un pranzo di gala, e la lotta di classe, la lotta sociale non lo è mai stata quando è vera, ma anche coloro che ancora non sono chiaramente su questa posizione.

Si sappia che, purtroppo, alla violenza di Stato, alla dittatura aperta verso cui marciano questo governo e questo Stato, secondo il modello Trump, secondo Minneapolis, occorrerà opporre una Nuova Resistenza, che è fatta di manifestazioni che sanno difendere le loro ragioni dagli attacchi della polizia, e che quindi usano tutti gli strumenti creativi che ci possiamo permettere. E questi strumenti creativi sono stati in parte presenti nella manifestazione di Torino, e questo è stato un bene, altrimenti noi saremmo stati riempiti di lacrimogeni comunque, saremmo stati inseguiti strada per strada e colpiti, feriti in ogni modo, fermati. Questa barriera ha posto un limite alla violenza poliziesca e quindi questa barriera era necessaria, è necessaria, e va valorizzata e va imparata. 

Dobbiamo imparare dalla manifestazione Torino, tutti, altrimenti saremo le anime belle del lamento, le anime belle del vittimismo, le anime belle che non conoscono il nemico, non sanno che questo nemico è un nemico che non si fermerà finché non potrà fare la dittatura aperta, lo Stato di polizia, finché non potrà fare le sue guerre, finché non potrà licenziare il lavoratore senza la possibilità di fare anche un ricorso, finché i migranti non siano buttati in mare, cacciati o rinchiusi nelle galere dei CPR, ecc.; finchè stare dalla parte della Palestina non diventi un vero crimine e non invece essere dalla parte di una grande umanità che questo mondo richiede come marea per uscire dalla barbarie verso cui ci stanno facendo precipitare.

Sì ai "fuochi" quando sono necessari, perché senza questi non siamo nulla, senza avere la forza di difendere le nostre manifestazioni ce le vieteranno sempre di più e ci costringeranno a peggiori scenari.

Infine, qualcos'altro va detto sull'infame atto d'accusa della Procuratrice di Torino che ora è la stella del governo e della stampa borghese, la quale ha preteso di leggere la questione secondo i peggiori canoni del codice fascista e della mentalità fascista che nella storia di questo paese non è certo nuova.

Giustamente è stata chiamata “serva della mafia tav”. Non è così forse? Finora la Procura ha fermato l'opera tav o invece ha perseguito con lo spirito da santa inquisizione tutti coloro che si sono battuti contro la Tav in tutte le forme, pagando anche alti costi sia in termini repressivi, e sia in qualche occasione di vita umana, ma soprattutto di perdita, di un pezzo importante del loro territorio e della loro vita? Ebbene la signora Lucia Musti, vestita con la toga di ermellino, si permette di fare questo processo infame alle intenzioni come la peggiore scuola del fascismo e delle dittature militari quando dice che “manifestare per i diritti nasconde la volontà di usare la piazza per una lotta fuori dal contesto democratico”.

Il “contesto democratico” ha chiuso Askatasuna, il “contesto democratico” ci porta alla guerra e alla repressione generalizzata, il “contesto democratico” condanna gli operai che hanno bloccato le strade di Bologna per il contratto; in questo “contesto democratico” state facendo le peggiori leggi fasciste e pretendete che il problema siano coloro che lottano fuori da questo “contesto democratico”! Se il “contesto democratico” è una foglia di fico di un fascismo agente, di una repressione, di uno Stato di polizia, siamo tutti fuori da questo “contesto democratico”, dobbiamo esserlo tutti, proprio in nome della difesa delle libertà, dei diritti, che sempre ha caratterizzato una parte rilevante di intellettuali, di piccola, e a volte anche media borghesia, che hanno sempre partecipato ai momenti storici di questo paese, alla Resistenza, agli anni ’70, e che continuano oggi a schierarsi con i popoli e con le lotte sociali.

Chi sei procuratrice Musti per fare discorsi di questo genere? Per attaccare “l’upper class responsabile - a suo avviso - di una benevola tolleranza, di una lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati da parte di taluni soggetti appartenenti, questa volta sì, alla upper class”. Così. hai già condannato, parli di “gravi reati”! Tu non sei una che deve sorvegliare le regole di un processo, tu sei la Santa Inquisizione, tu sei le leggi speciali, tu sei fascista, fascista e antidemocratica. Colpisci perfino gli appartenenti alla tua classe perché vuoi un regime, vuoi una dittatura. Ecco, fosse per lei, signora Lucia Musti, procuratrice generale di Torino, questo referendum per mettere le mani sulla magistratura non avrebbe nessuna ragione di farsi perché lei è già al servizio di questo governo, di questo sistema, con le leggi anticostituzionali che partorisce ogni giorno, tu non sei giustizia sopra le parti, sei giustizia negata, giustizia assassina, giustizia che vuole cancellare la democrazia e la giustizia vera in questo Paese.

Tutti ti si stringono intorno, la grande stampa ti elogia, fa di te una nuova paladina dei loro interessi sporchi, di uno Stato repressivo, uno Stato di Polizia che i nostri partigiani pensavano di aver cancellato con la Resistenza e a cui il movimento degli anni Settanta per alcuni mesi ha reso la vita difficile.

È chiaro che a questo punto la manifestazione va difesa, anche dalle voci di quanti vi hanno partecipato e ora "nascondono la mano". Certo, anche loro, l'opposizione parlamentare, sono bersaglio di attacchi del governo, della stampa e così via, ma certe dichiarazioni fanno schifo! Non potete strillare che questo Stato è così e cosà, gridare agli attacchi alla democrazia e alla Costituzione e poi essere pronti a salire sul carro dello Stato borghese, della sua stampa, del suo governo e quindi aprire voi la strada a nuove leggi repressive che dovreste combattere.

Ma come non siete riusciti, in parte non avete voluto combattere realmente i decreti sicurezza, ora la presa di distanza dalla manifestazione non vi salva l'anima, è parte del brodo di coltura delle nuove leggi che questo governo annuncia, perché la questione Torino è importante, è oggi una discriminante fondamentale: da quale parte stare e come vogliamo combattere questo Stato, questo governo, questo sistema; di qual'è non solo la vostra posizione politica, la vostra ideologia, la vostra cultura, ma l’impegno reale che volete mettere per fermare ciò che in questo Paese sta avvenendo e per combatterlo realmente, e non sulle pagine di giornali, sul web o nelle aule parlamentari, dove, a dir la verità, se sperassimo in voi per fermare tutto questo saremmo morti in partenza.

Rivendichiamo Torino, tutta: dalla marea del corteo al blindato bruciato, siamo da questa parte e da questa parte occorre raccogliere le forze migliori di questo paese perché siano oggi una diga e poi una resistenza effettiva che abbia la capacità di mettere in discussione e rovesciare l'ordine delle cose esistenti nell'interesse dei proletari e dei popoli sia nel nostro Paese sia nel mondo.