20/09/26

La condizione schiavista, di violenze delle braccianti immigrate nel tarantino grida lotta, ribellione, organizzazione

Queste donne, per la maledetta Meloni che viene a farsi le vacanze in  Puglia, a celebrare il suo governo che ha dato "tanta occupazione alle donne", non esistono! 

Dalle inchieste in corso:
“Se le nere si fermano per andare in bagno le licenzio”
"Fanno le commedie queste persone qua? Questa gentaglia! 
Ma chi sono i neri che prendono picci?". E poi rincara: "Ma le nere sono sempre? E adesso le faccio stare a casa, dai, veloce, veloce". 
Per poi aggiungere, in un’altra conversazione, a proposito dello stop richiesto da un gruppo di lavoratrici: "Perdo soldi io, perdo soldi adesso!". 
Nei campi c’è chi andava anche con la febbre. E gli imprenditori non tolleravano alcuna sosta. Così lo stesso Mazzotta a colloquio con un collaboratore, avendo notato due braccianti ferme. Il collaboratore spiega che si erano fermate a causa delle vesciche alle mani. E l’imprenditore sbotta: "Mettile a fare l’uva, mettile a fare, si finiscono l’uva e se ne vanno a fare in culo".
Ricatti sessuali alle braccianti indiane, la nuova schiavitù...

19/09/26

Corrispondenza dall'Ungheria - Parte il processo d'appello contro Maja e gli altri antifascisti processati - Facciamo circolare

 

Il massacro deliberato dei bambini palestinesi - Lo documenta anche il Film "Naza"



Naza è un film documentario diretto dai giornalisti e cineasti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già coautori di No Other Land (2024). L'opera ricostruisce i sistemi di pianificazione degli attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza a partire dal 7 ottobre 2023, basandosi sulle inchieste giornalistiche pubblicate tra il 2023 e il 2025 da The Guardian, +972 Magazine e Local Call.

da Cristina Piccino su il manifesto

"Naza", presentato alla Mostra di Venezia, che ha vinto ieri il premio speciale della giuria, è l’acronimo israeliano per «vittime collaterali». Che non sono un incidente, ma l’obiettivo dei bombardamenti a distanza, come raccontano i soldati di Tel Aviv intervistati sotto anonimato

Nel documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, presentato a Venezia, le testimonianze agghiaccianti dell’intelligence israeliana. «È importante avere una distribuzione qui. L’Italia è tra i pochi Paesi in Europa che blocca le sanzioni», dicono i registi

«Naza» è la parola con cui l’esercito israeliano indica le «vittime collaterali» a Gaza, intere famiglie palestinesi che possono essere uccise per colpire un obiettivo strategico, quasi sempre un miliziano di Hamas nella propria casa. Se poi è lì davvero, o se è il target giusto poco importa, e tantomeno è in questione la morte di innocenti. C’è anzi un numero di «Naza» permesso che si alza secondo il grado di importanza del nemico da colpire: per gli «junior» può essere venti, per le gerarchie anche illimitato. A spiegarlo con precisione sono i militari dell’intelligence israeliana, corpi speciali che da remoto hanno messo in pratica quella macchina dello sterminio capillare, costruita e rodata negli anni dallo stato di Israele grazie alla tecnologia, a cui oggi l’Intelligenza artificiale offre una strumentazione ancora più feroce. E che dopo l’attacco del 7 ottobre è stata portata a una piena realizzazione.

«Naza» diventa infatti man mano che la guerra va avanti un concetto che dimentica gli obiettivi militari, i terroristi, Hamas, e indica invece la sola volontà di uccidere il numero più alto di palestinesi possibile: uccidere per uccidere con l’indifferenza di una totale disumanizzazione – «era come un videogame» dicono i militari dell’Idf – che per alcuni è addirittura un «divertimento», l’eccitazione orgogliosa dello scopo di odio e vendetta raggiunti. Sembra un’allucinazione dell’orrore, è la realtà in atto.

A RACCOGLIERE le parole di questi militari, uomini e donne sono Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori israeliani di No Other Land realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Naza, il documentario presentato ieri in concorso alla Mostra di Venezia sarà nelle nostre sale il 28-29-30 settembre: «È molto importante avere la distribuzione in Italia perché come ben sappiamo è uno dei pochi paesi in Europa insieme alla Germania che blocca le sanzioni contro Israele e anche la fine dell’accordo commerciale che c’è tra Stati Uniti e Israele», spiega Yuval Abraham.

Naza lavora su una serie di testimonianze pubblicate già su Local Call, +972 Magazine e sul quotidiano inglese The Guardian, che ha prodotto il film insieme al regista Jonathan Glazer e a James Wilson. Ascoltarle però da chi ha compiuto queste azioni muta la nostra prospettiva. Per la prima volta non siamo cioè testimoni di quanto accade a Gaza, ma ci troviamo all’interno di un sistema del fascismo quotidiano che agghiaccia, ed è chi commette il genocidio a dirne il funzionamento senza rimorsi né particolari emozioni.

Ci sono alcune parole ricorrenti nei racconti dei militari che rivendicano il loro status elitario e di sinistra. Una è «pulizia»: dovevamo pulire, ripetono. Così dopo avere ucciso a distanza, chi era sul campo bruciava le case in modo da cancellare qualsiasi traccia dei palestinesi, delle loro esistenze, della loro memoria. L’altra, ovviamente, è «uccidere». Ci dicono come sparavano alle persone che correvano verso il cibo, osservandole cadere in remoto, mentre le mani tracciano il disegno dei corpi che crollano. O spiegano quelle linee mai tracciate che i palestinesi senza saperne l’esistenza non dovevano superare. Un bambino che si è avvicinato è stato ucciso senza ragione, il corpo mangiato dai cani, ma Gaza dicono ancora «è piena di corpi».

IL PROGRAMMA Lavender, tecnologia raffinata al servizio delle pulizia etnica, utilizza i telefoni dei palestinesi per entrare nelle loro vite prima di spezzarle, costruisce un algoritmo delle possibili connessioni o complicità dove il margine di errore è sempre molto largo. Dentro di esso anche frasi innocue assumono un diverso significato, se una bambina dice «papà è a casa» significa che è un terrorista e l’intera famiglia, forse il palazzo saranno rasi al suolo. Se chiede alla madre quando rientra, lo stesso. Gli archivi ci mostrano però che questa sorveglianza risale almeno al 1967, grazie al controllo di Israele su chi garantiva le infrastrutture a Gaza (come la telefonia) in una storia che ha sempre cancellato dalla Nakba in poi la presenza palestinese, a Tel Aviv ne è rimasta traccia solo in una casa.

GLI INCONTRI sono girati di notte, un cartello iniziale ci dice che i volti e le voci delle persone intervistate sono stati modificati per proteggere l’anonimato. Abraham ascolta, pone domande... l’eco delle bombe arriva da lontano: «Il mio ruolo è tecnico, non è prevista una posizione morale» risponde uno dei militari a Abraham. E in questa frase affiora il senso del sentimento di un intero Paese, la stessa quieta indifferenza, la narrazione di un essere vittima in quello skyline che dista solo sessanta chilometri da Gaza e dal genocidio, al cui centro risiedono i palazzi dell’intelligence. Possibile? In strada si celebra la Giornata della memoria, la cineteca di Tel Aviv propone Shoah di Lanzmann. Il riferimento all’Olocausto e ai nazisti torna in diverse dichiarazioni dei soldati, del resto è un elemento fondante di quella società – insieme ai miti biblici – che Netanyahu ha strumentalizzato dal 7 ottobre con spudoratezza, quasi a legittimarvi il proprio agire, opponendo l’antisemitismo alle critiche alla sua politica.

«PENSO ancora che i nazisti siano il male, ma io allora chi sono?» si chiede uno degli intervistati...

16/09/26

India - Libertà per i prigionieri, le prigioniere politiche /settimana di mobilitazione in India - iniziative nella giornata internazionalista del 26 settembre, anche in Italia



Tra i prigionieri politici, tante sono le donne, contro di loro oltre le condizioni terribili di detenzione, le torture che portano anche alla morte, le uccisioni nascoste, vengono perpetrati stupri, torture sessuali da parte dei soldati, dei carcerieri. L'India, che viene presentata come la "più grande democrazia del mondo", è il "carcere" più grande del mondo. Repressione, massacri, soprattutto delle popolazioni adivasi in lotta si uniscono alle pratiche di stupri, violenze sessuali anche verso le bambine. Particolare accanimento il governo Modi e le sue forze armate lo riservano alle donne combattenti maoiste, forza determinante nella guerra popolare condotta dal Partito Comunista dell'India (maoista), che Modi vuole definitivamente cancellare, con uccisioni di massa e mirate (questa operazione è in corso, e viene chiamata Operazione Kagaar).
E Modi e la Meloni sono grandi amici e hanno grandi interessi in comune; così come entrambi sono sostenitori di Netanyahu e complici del genocidio dei palestinesi.
Abbiamo fatto un dossier che testimonia l'orribile detenzione delle prigioniere politiche nelle carceri indiane. Richiedetecelo: mfpr.naz@gmail.com.
Facciamo appello alle compagne, alle giornaliste, alle femministe, alle lavoratrici, donne in lotta nel nostro paese a far sentire la loro voce, denuncia (perchè pochissimo si parla delle prigioniere politiche in India e della situazione generale delle donne in India); facciamo appello a partecipare alle iniziative in Italia per il 26 settembre, che si terranno in particolare a Milano, Bergamo, Ravenna, L'Aquila, Taranto, Palermo, ecc.
RICHIEDETECI INFORMAZIONI E MATERIALI

15/09/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Comune di Parigi les Communards

Dalla presentazione
“Le donne sono in buon numero... certo le donne amano la rivolta!”
La Comune di Parigi è stata la prima sfida contro il potere delle classi e Stati oppressori, un assalto al cielo quasi impossibile.
Durante la Comune di Parigi ci fu un grandissimo ruolo delle donne. 
Già durante l’assedio di Parigi, l’anno precedente, i giornali avevano parlato delle “Amazzoni della Senna”, ma è durante la Comune che fiorirono innumerevoli comitati, club, società di donne che sostenevano la causa della rivoluzione. 
Scrisse Louise Michel: “Fra i più ardenti combattenti, che si opposero all’invasione e difesero la repubblica come l’aurora della libertà, le donne sono in buon numero... certo è che le donne amano la rivolta. Noi non valiamo più degli uomini, ma il potere non ci ha ancora corrotte”. 
Durante la Comune, la prima “Rivoluzione culturale”, il maggiore impulso all’autorganizzazione sociale venne proprio dalle donne: operaie, maestre, casalinghe e prostitute si scoprirono così soggetti attivi di una rivolta dentro una rivolta. 
La maggior parte di loro erano donne operaie, altre, convinte da concetti femministi e socialisti, provenivano da ambienti benestanti. Tutte erano ammirevoli per il loro valore, ardore e abnegazione.
Il primo giorno della Comune furono loro che invocarono l’insurrezione. Louise Michel e molte parigine impedirono alle truppe inviate dal governo di recuperare i cannoni di Montmartre e convinsero i soldati a fraternizzare con gli insorti.
Il 9 aprile 1871, sotto la guida di un’operaia rilegatrice, Nathalie Lemel, e di un’insegnante, l’aristocratica russa Elisabeth Dmitrieff, nacque l’«Unione delle donne per la difesa di Parigi e le cure ai feriti», la prima associazione organizzata dalle donne.
Il Comitato centrale dell’Unione delle donne, che comprendeva, oltre alle due attiviste, Marceline Leloup (sarta), Blanche Lefevre (lavandaia), Aline Jacquier (cucitrice), Theresa Collin (calzolaia) Aglaë Jarry (rilegatrice), pubblicò manifesti e organizzò incontri pubblici nei distretti e nei quartieri della capitale. 
Il 12 aprile, il primo appello alle donne venne affisso sui muri di Parigi, e diceva in sintesi: «I nostri nemici sono i privilegiati del presente ordine sociale, tutti coloro che hanno sempre vissuto coi nostri sudori, che si sono ingrassati con la nostra miseria ... L’ora decisiva è arrivata ... Che ce ne facciamo del vecchio mondo! Vogliamo essere libere! ...”. 
Le donne invitano altre donne a sostenere la causa del popolo della rivoluzione e della Comune.
L’unione promuove la rivoluzione sociale la rivendicazione dei diritti del lavoro dell’uguaglianza della giustizia.
L’Unione organizza mense, procura infermiere e ambulanze e collabora con le commissioni governative per la creazione di occupazione femminile... 
10.000 donne prendono attivamente parte alla Comune. Esse non hanno esitato a prendere le armi contro l’esercito nemico quando è stato necessario.
Le donne della Comune oltre ad essere innovative, organizzatrici, erano anche coraggiose combattenti. Alcune di loro affrontarono il pericolo e la morte, come quelle che lavoravano per i rifornimenti alle guardie nazionali o addette alle ambulanze; altre, armate di fucile, presero il loro posto nelle barricare, sparavano agli assalitori e combattevano fino all’ultimo e, nello stesso momento, incoraggiavano i loro compagni più deboli.
La repressione versagliese, che seguì contro di loro, fu terribile. Quando venivano trovate con le armi in mano, venivano fucilate sul posto. Le prigioniere, in attesa di un finto processo, furono mandate al sinistro campo di Satory sotto i fischi, gli insulti, i colpi dell’idiota folla borghese di Versailles. Ma si confrontarono con i loro giudici con tanto coraggio e dignità, sostenendo le loro azioni e vennero condannate alla deportazione in Nuova Caledonia. 
Viaggiarono per centoventi giorni su vecchie fregate, in condizioni abominevoli e in gabbia come animali.
Molto più che i Comunardi, furono calunniate, insudiciate, umiliate, trattate da puttane o incendiarie dai vincitori e dalle loro mogli.
Durante gli anni trascorsi in prigione, continuarono a ribellarsi e a difendere con energia e orgoglio i loro diritti di detenute politiche...

13/09/26

"Serpenti" - un film da perdere

Si potrebbe pensare: bene, un film che parla del femminicidio...
Ma poi si trova con un film stupidamente grottesco con buona metà banale, pieno di luoghi comuni.
Non serve per un'analisi/denuncia degli uomini (piccoli, frustrati...) che odiano le donne; non serve la rappresentazione della polizia, per cui il grottesco fa apparire assurda una realtà che invece esiste ed è sempre più complice dei femminicidi. 
L'uomo diventa la vittima - come dice una presentazione del film: "di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi".
Una vergogna a trattare così una tragedia continua per tante donne, ragazze.
Chi lo vede esce col sorriso, sia pur tirato, non con rabbia e più consapevolezza. 

La lista Tavolo4 cambia un poco

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