04/10/26

Formazione rivoluzionaria delle donne - Le donne della Rivoluzione bolscevica - 2° parte

Pubblichiamo un altro capitolo del libro: "Le donne della rivoluzione bolscevica". 
Per richiederlo: mfpr.naz@gmail.com o WA 3475301704

3.1 Immediati effetti della rivoluzione sulla condizione delle donne 

(Questo fu un periodo di grandi cambiamenti per le donne, che ruppero "da un giorno all'altro" precedenti terribili condizioni di oppressione, quasi schiavitù per le donne; ma fu un periodo anche non facile, pieno di contraddizioni, di forti resistenze a questi cambiamenti, soprattutto, chiaramente, da parte degli uomini, anche all'interno dei comunisti. 
Lo stesso Lenin, nel suo famoso discorso con Clara Zetkin diceva ad un certo punto parlando della sottovalutazione da parte dei compagni della donna e del suo lavoro: "Disgraziatamente si può ancora dire di molti compagni: "Gratta un comunista e troverai un filisteo!". Evidentemente do­vete grattare il punto sensibile: la loro concezione della donna".)
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Dal libro: 
"Riprendiamo, dalla Rowbotham: “Ma nella primavera del 1917 apparvero altre donne, spinte non soltanto dalle condizioni di lavoro ma dai prezzi alti. Esse volevano pane e pace, richieste che dovevano essere soddisfatte subito. Questo è quanto sappiamo, ma è svanito il ricordo della loro provenienza, di chi fossero e che cosa provassero e che cosa ne fu. Ereditiamo una sorta di silenzio. 
Tutte le immagini si sono dissolte, alcune sono state sostituite. E’ difficile ricomporre un nostro quadro perché dobbiamo guardare attraverso gli strati di successive interpretazioni politiche, e perché la storia dell’azione delle donne è stata messa in secondo piano. Molti altri problemi sono apparsi più importanti agli interpreti della rivoluzione russa. Ciò nondimeno l’effetto della rivoluzione sulle donne ha implicazioni più vaste di quelle dell’interesse specifico alla liberazione femminile. Il mondo che la rivoluzione aprì alle donne è inseparabile da quello che aprì agli uomini. 
Le donne che scesero in piazza durante la Giornata della donna non ebbero propriamente importanza per gli eventi politici che seguirono; la loro azione ebbe un enorme significato come rottura simbolica con la loro oppressione. Se sapessimo di più sulla storia del movimento delle lavoratrici saremmo in grado di ricostruire il lento progresso della coscienza e dell’organizzazione che permise loro di cercare delle delegate e iniziare lo sciopero esse stesse. Ma ora “è” possibile comprendere la posta che le proletarie avevano in gioco nel 1917, per afferrare quanto fossero scarse le loro possibilità di riuscita e  renderci conto che noi diamo per acquisito molto di quanto era oggetto della loro lotta al punto di dimenticare l’enormità di ciò che furono vicine a ottenere. 
Passività e fatalismo erano particolarmente intimi alle donne russe; la loro subordinazione era assoluta e legata all’arretratezza del paese, e la loro povertà estrema. Esse si sollevarono da un annoso e profondo senso di nullità, dal loro non riporre speranze in nessun mutamento. Non vi è davvero da stupirsi se in una società in cui la servitù della gleba aveva avuto fine in tempi relativamente recenti le donne fossero ancora apertamente considerate come proprietà. E non sorprende nemmeno che il disprezzo fisico per la vita umana generalmente diffuso in quella società venisse messo in pratica in modo quasi ritualistico sul corpo delle donne. I proverbi russi suonano come inni della flagellazione sociale e sessuale. L’oppressione e il disprezzo sociali si riproducevano nella vita privata. La famiglia era un piccolo santuario di autoritarismo e di sofferenza:  
Una gallina non è un uccello – e una baba [una contadina]non è un essere umano. Batti tua moglie a colazione ed anche a pranzo. Ti amerò come il mio forziere e ti batterò come il mio mantello di pelliccia. Una moglie non è un orcio – se talvolta la percuoti non s’incrina. Essa aveva il suo particolare modo di vendicarsi: E’ più trattabile una caterva di pulci che una donna. 
Le realtà che stavano dietro a queste ironie erano orrende. Nelle famiglie contadine era uso che il padre della sposa desse allo sposo una frusta nuova con la quale egli, se così volesse, poteva esercitare la sua autorità. La frusta veniva appesa al letto matrimoniale e parlava chiaramente del modo in cui la giovane  passava dall’autorità paterna a quella del marito. Il diritto di famiglia del tempo degli zar affermava che il dovere della moglie era di ˂obbedire al marito come capo della famiglia, amarlo e rispettarlo, essergli sottomessa in ogni cosa e mostrargli ogni premura e affetto˃. 
In pratica ciò significava che la moglie doveva seguire il marito ovunque andasse. Non poteva ottenere il passaporto o lavorare senza il suo permesso. Era pressochè impossibile opporre resistenza. Al marito spettava qualunque proprietà essa ereditasse. Il divorzio era molto difficile da ottenere perché la decisione spettava alla chiesa e i motivi considerati validi erano pochi. Inoltre era estremamente costoso e ben al di là delle possibilità dei poveri. Nelle province orientali le donne erano ancora velate e la poligamia perdurava. Ma persino nella restante parte della Russia le contadine erano spesso vendute al miglior offerente. Avevano scarse possibilità di scegliersi il marito dal quale venivano considerate braccia da lavoro, parte del bestiame, oltre che compagne di letto. 
Le giovani rimanevano presto logorate dal lavoro e dalle gravidanze. Cucinavano, portavano l’acqua, lavavano i panni al fiume, accendevano il fuoco, mungevano le mucche, faticavano nei campi, filavano e tessevano. D’inverno i mugichi erano spesso a casa senz’altro da fare che bere vodka e godersi le mogli. Non esistevano contraccettivi. Esse si recavano in segreto dalla levatrice locale che operava con chiodi, allacciascarpe o carote. Il paro era una specie di incubo. La mortalità infantile era alta e non vi erano che poche levatrici. ˂La madre giaceva sulla stufa tra scarafaggi e zucche, mentre mani grinzose e sudice l’aiutavano a partorire˃. 
Nelle città le donne lavoravano per lunghe ore per un salario inferiore a quello dei loro uomini, nascondendo la gravidanza fino all’ultimo momento. Anni più tardi una vecchia operaia, ricordando quelle condizioni, raccontava che appena una era incinta veniva licenziata lì per lì: Le operaie solevano nasconderlo finchè non avevano la bava alla bocca e il bambino nasceva sul banco di lavoro. E dopo il parto, di nuovo al lavoro. Che cosa poteva esserci di più terribile di una madre che non voleva suo figlio? C’erano molte operaie allora che maledivano le proprie creature. 
Non vi fu una legislazione che proteggesse le donne che lavoravano nell’industria finchè nel 1912 non fu introdotto un sistema di assicurazioni sociali molto limitato. La prostituzione occasionale faceva parte della vita dell’operaia; i bordelli avevano la benedizione ecclesiastica, per proteggere il resto. L’infanticidio era diffuso. Dall’altro lato le donne della borghesia e delle classi elevate erano molto protette. Ma, sebbene vivessero negli agi, erano impotenti quanto le altre. Dalle giovani ci si aspettava che avessero buone maniere, non che fossero istruite. L’istruzione superiore era considerata quasi sinonimo d’indecenza. Esse perseguivano le loro ambizioni in segreto – essere scoperte avrebbe significato la vergogna. Quando si sposavano tutte le loro proprietà passavano sotto l’amministrazione dei loro mariti. Sebbene alcune donne dell’intelligencija avessero tagliato i ponti e si fossero unite al movimento rivoluzionario, per gli altri erano al bando. 
Prima la guerra e poi la rivoluzione mandarono in frantumi tutto ciò. Le famiglie vennero smembrate. Le donne rimpiazzarono gli uomini al posto di lavoro, apprendendo nuove specializzazioni. Alcune donne di famiglia ricca diventarono infermiere. Ma questa situazione, invece di venir semplicemente capovolta al ritorno a casa degli uomini, venne ulteriormente esasperata dalla rivoluzione.  
Nell’aprile del 1918 il Consiglio dei sindacati di Pietrogrado emise una dichiarazione estremamente significativa: Il problema di come combattere la disoccupazione si è presentato con chiarezza ai sindacati. 
In molte fabbriche e officine la questione viene risolta in modo molto semplice…licenziare le donne e mettere gli uomini al loro posto. 
Il Consiglio di Pietrogrado affermò che una soluzione simile era incompatibile col nuovo modo in cui la classe lavoratrice era in procinto di organizzare l’economia. Essi sostenevano che in ultima analisi l’incremento della produttività su basii socialistiche fosse il solo modo di porre fine alla disoccupazione. Nel frattempo si doveva procedere ai licenziamenti che si rendevano necessari a causa della crisi economica in relazione alle singole necessità, indipendentemente dal sesso. ˂Solo questo atteggiamento ci renderà possibile conservare la partecipazione delle donne nelle nostre organizzazioni e impedire una scissione del fronte operaio˃. 
Le donne vennero ammesse nella classe lavoratrice con pieni diritti. Ciò contribuì a stabilire un principio essenziale di uguaglianza delle donne sul lavoro e a introdurre un criterio completamente nuovo riguardo all’eccedenza di manodopera. Le donne furono le principali beneficiarie di questa affermazione del valore dei lavoratori come persone piuttosto che come oggetti, perché le donne nubili con bambini piccoli venivano considerate fra le più bisognose. 
Ovviamente era necessario tutelare le donne incinte. Aleksandra Kollontaj aveva dedicato molto tempo prima della rivoluzione allo studio di provvidenze a favore della maternità. In parte in seguito alle pressioni da lei esercitate il I Congresso delle donne lavoratrici si tenne a Pietrogrado a una settimana dalla formazione del governo sovietico e vi furono rappresentate più di cinquantamila donne. Sebbene le loro proposte per la nuova legislazione sulla maternità costituissero l’elemento essenziale del dibattito, le lavoratrici ne formularono lo schema sulla base delle loro esperienze personali. Il decreto concernente l’assicurazione in caso di malattia del 22 dicembre 1917 fu la prima di una serie di misure assistenziali. Fu costituito un fondo assicurativo senza trattenute sui salari e le mogli degli operai ne usufruivano come le donne che lavoravano effettivamente nelle industrie. 
Nel gennaio 1918 venne istituito ufficialmente il Dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia che lavorava in stretta collaborazione col dipartimento preposto all’assistenza sociale. 
Esso assicurava alle donne sedici settimane di aspettativa prima e dopo il parto. Alle madri in attesa erano assegnati lavori leggeri e non potevano venire trasferite o licenziate senza il consenso di un ispettore dell’industria. Il lavoro notturno era proibito sia per le donne in gravidanza che per quelle che allattavano. Vennero istituite cliniche per la maternità, ambulatori e consultori. Queste riforme ci appaiono oggi tutt’altro che straordinarie ed estremamente elementari, ma nel contesto russo rappresentarono un conseguimento straordinario. Sebbene le donne beneficiassero della normativa generale concernente tutti i lavoratori, Jessica Smith afferma che erano le leggi che assicuravano la tutela della maternità a essere menzionate sempre come il più importante mutamento nella loro condizione. 
Ancor più straordinaria fu la trasformazione del diritto di famiglia. Sei settimane dopo la rivoluzione il precedente controllo ecclesiastico del matrimonio fu sostituito dalla registrazione civile; entro un anno il nuovo Codice matrimoniale stabiliva dinanzi alla legge la completa uguaglianza di diritti fra marito e moglie, ed eliminava la distinzione fra figli legittimi e illegittimi. Ora il marito non era più il padrone nella famiglia secondo la legge e le donne potevano decidere sul proprio nome e sulla propria cittadinanza. Esse non erano più obbligate a seguire il marito ovunque andasse se non lo volevano. Il divorzio fu facilitato e una relazione poteva trasformarsi in matrimonio col semplice mutuo accordo fra i due; nello stesso modo lo si poteva sciogliere col consenso reciproco. Se la fine del rapporto non era voluta da entrambi gli interessati, fino al 1926 la decisione veniva lasciata al tribunale[….]. All’inizio entrambi erano tenuti alla corresponsione degli alimenti per i sei mesi successivi alla separazione se uno di essi era disoccupato o non in grado di guadagnarsi di che vivere. 
Inizialmente il patrimonio veniva diviso in parti uguali[…]Si intendeva tutelare i diritti delle contadine e delle casalinghe considerando tutto il patrimonio proprietà comune. Le donne acquistavano perciò il diritto al pagamento del lavoro svolto durante il matrimonio. Questa normativa inoltre tutelava esplicitamente le donne che vivevano in uno stato matrimoniale non registrato. Sebbene le leggi sul matrimonio non venissero applicate uniformemente – il riconoscimento del matrimonio de facto per esempio, non fu mai introdotto nelle regioni orientali – queste, insieme con la legislazione industriale produssero una trasformazione straordinaria nella vita delle donne russe. 
Le donne non rimasero spettatrici passive di tutto ciò. Il risultato organizzativo del Congresso di Pietrogrado fu la costituzione di commissioni speciali col compito di istruire le donne sull’uso dei loro diritti. Giudicate inadeguate, nel 1919 fu costituita la Sezione delle operaie e contadine del partito comunista. Essa era conosciuta col nome di Genotdel e inizialmente incontrò opposizione da parte di alcuni bolscevichi che la ritenevano una concessione alle donne eccessiva. 
Il Genotdel non assolse semplicemente la funzione di educare le donne; in pratica le iniziò all’attività politica, mobilitandole inizialmente per la guerra civile e per la carestia.  Migliaia di ˂infermiere rosse˃ d’emergenza andarono al fronte, prestarono il servizio militare, scavarono trincee, approntarono sbarramenti di filo spinato o proseguirono l’opera politica ed educativa in prima linea. 
Vi furono donne che combatterono come guerrigliere nell’ Armata rossa; in alcuni casi erano loro responsabili degli uomini. Vera Alekseeva, una sigaraia socialrivoluzionaria convertitasi al bolscevismo, fu posta a capo di un gruppo di guerriglieri e trascorse settimane in sella giorno e notte, a dar la caccia ai russi bianchi in Ucraina. In seguito divenne un capo del Genotdel locale, e si trovò a organizzare le contadine che avevano da poco iniziato a lavorare in un’industria tessile. Raccontò a Jessica Smith quante difficoltà d’adattamento iniziali avesse incontrato: Quando venne la pace mi ordinarono di lavorare fra le donne. Tutte ridevano. Non mi ritenevano affatto una ˂baba˃. All’inizio non vi feci molto caso, ero così abituata ad andarmene in giro come un uomo e a vestirmi da uomo... Ricordo la prima riunione di donne che convocai, come cercai di indurre le donne a discutere i problemi davanti a noi. Una dopo l’altra si alzarono a parlare dei propri guai. Ciascuna aveva da raccontare le proprie sofferenze durante la rivoluzione e la carestia. Come avrebbe potuto procurarsi cibo e vestiario, come avrebbe potuto trovar lavoro, perché una disgrazia così grande doveva capitare proprio a lei? Ora esse parlavano dei nostri problemi, di come possiamo organizzare gli asili dove affidare i nostri bambini e come possiamo migliorare le nostre condizioni. E’ un grande progresso aver fatto sì che le donne pensino e agiscano collettivamente. 
Spesso il Genotdel attraeva inizialmente le donne per motivi pratici. ˂Quando non possiamo giungere a loro in un modo, proviamo con un altro! – diceva Vera Alexeyeva.- Vi erano moltissime donne che non riuscivamo a far avvicinare a una riunione, ma quando offriamo loro qualcosa di pratico, guardate come vengono ˃. Talvolta esse vi venivano a cucire e ascoltavano conferenze sulla politica, sull’infanzia, sul sesso. I circoli di discussione nacquero da queste riunioni. La Kollontaj collaborò all’organizzazione di una rete di circoli femminili che penetrò perfino nelle regioni orientali. I congressi femminili consentivano l’incontro di membri dei gruppi locali e l’esperienza che le donne acquisirono con le loro singole organizzazioni le aiutò a dire la loro nei sindacati, nei dibattiti pubblici e nel partito. La Kollontaj disse alla giornalista americana Louise Bryant che i congressi femminili erano importanti non semplicemente per l’opera politica che essi svolgevano direttamente, ma anche perché aumentavano la fiducia delle donne stesse e impedivano che le loro necessità venissero ignorate dagli uomini. Una contadina che aveva partecipato a uno di questi congressi tornò a casa al suo villaggio con opuscoli, manifesti e una nuova importante comprensione del mondo oltre i vecchi confini. Nel 1925 Kayer Nissa, una ragazza di dodici anni proveniente dalle regioni orientali musulmane che aveva frequentato uno dei circoli femminili, ed era stata scacciata da casa e mantenuta dalle altre donne, parlò come delegata a un congresso:˂ Ne abbiamo abbastanza di andare col viso velato... di essere tenute prigioniere, in ichkaris senz’aria, vendute in tenerissima età a dei vecchi, menomate nel corpo e nell’anima, e degradate a schiave˃ 
Talvolta questa nuova fiducia induceva le donne a criticare gli uomini. Esse si sentivano insultate da atteggiamenti che prima non avrebbero nemmeno notati. Nei dibattiti che precedettero la Legge sulla famiglia del 1926 una contadina disse: Noi brancoliamo ancora nel buio, siamo state schiave per secoli. Tutto ciò che sappiamo sono le chiacchiere dei preti, che soltanto ora incominciamo a dimenticare. ˂La moglie deve temere il marito˃… I nostri compagni, essi ne sanno un po’ più di noi. Voi dovete insegnarci, e non limitarvi a prenderci in giro e a ridacchiare scioccamente; ciò non serve a nulla, particolarmente da parte dei compagni illuminati, gli uomini del partito. Questa non è la strada verso il cameratismo... Per noi tutto ciò è molto insultante. 
L’impegno dei capi di partito per la causa dell’emancipazione delle donne fu effettivo, ma vi era una notevole confusione circa il modo di ottenerla. Teoricamente non vi erano dubbi sulle riforme che riguardavano specificamente il lavoro. I rapporti fra i due sessi presentavano le difficoltà maggiori. 
Era opinione corrente che ˂Il proletariato non potrà raggiungere la libertà completa finchè non avrà ottenuto la libertà per le donne˃. Era anche evidente che la libertà per le donne avrebbe comportato non soltanto dei cambiamenti nel lavoro ma anche nell’ambito della famiglia. La rivoluzione doveva riorganizzarsi a livello della riproduzione come a quello della produzione. La necessità di liberare la donna dal tedio del lavoro domestico era un tema molto sentito. Si sperava che le donne sarebbero state capaci di collettivizzare questi compiti privati ricorrendo a posti di ristoro pubblici, cucine comuni, lavanderie, centri di rammendo degli abiti, collettivizzazione degli affari domestici e facilitazioni per la sorveglianza dei bambini, nidi, ritrovi per bambini, scuole materne, colonie. Le donne, liberate da questo lavoro privato in famiglia, potevano venire impiegate nella produzione. 
Lenin mise in evidenza gli effetti del lavoro sulla coscienza femminile. Egli riteneva che avrebbero potuto scoprire un nuovo mondo attivo e pubblico al posto dell’isolamento e del fatalismo del piccolo mondo della famiglia. 
L’inserimento delle donne nella produzione presentava un altro aspetto che tese a diventare predominante dopo la sua morte. Gli economisti sovietici avevano calcolato il numero delle ore trascorse in poco redditizie attività domestiche private. Si poteva sostenere che l’emancipazione delle donne dalla famiglia fosse economicamente necessaria se si dovevano creare i presupposti materiali per il socialismo. Il motto ˂Aboliamo la famiglia˃ poteva perciò essere spiegato in termini sia di efficienza economica che di liberazione femminile. 
La Kollontaj era incline a vedere nella famiglia qualcosa di più di una istituzione culturale che perpetuava i vecchi valori dell’autoritarismo e della dominazione. Finchè vi fosse stata la famiglia nella sua forma tradizionale sarebbe stato impossibile per le lavoratrici raggiungere la completa emancipazione sociale. ˂I capitalisti stessi sono consci del fatto che la famiglia patriarcale, con la moglie schiava e l’uomo responsabile del mantenimento e del benessere di tutti […] è la migliore arma per soffocare lo sforzo del proletariato verso la libertà˃ 
[..]nei primi anni della rivoluzione si riteneva generalmente che la famiglia si sarebbe dissolta insieme con le altre istituzioni della società capitalistica che erano rimaste. Il vero problema era quanto tempo ci sarebbe voluto, e quanta fatica sarebbe stata necessaria per superare il periodo di transizione. 
[….]Naystat in Comunità giovanili lo fa apparire come un problema semplice; le caratteristiche essenziali di una teoria della transizione appaiono chiaramente delineate. 
Il nuovo byt, come la nuova famiglia, sarà in grado di svilupparsi soltanto quando si saranno verificate le necessarie condizioni economiche. Perciò non è ancora tempo di prendere in considerazione una completa ricostruzione della vita su basi socialiste... Noi incominciamo costituendo le condizioni  fondamentali di una vita socializzata, la comune è il modello del futuro byt socialista. Ma anche ora il matrimonio in una comune è diverso dal matrimonio in qualunque altro posto, perché anticipa il matrimonio della società socialista in cui il vincolo economico non ha più parte nei rapporti fra marito e moglie. Lo stesso vale per la questione dei figli, sebbene le comuni attualmente abbiano poca esperienza in materia. Durante i primi anni le comuni non volevano bambini per motivi pratici, ma ora in esse ne vive un numero considerevole. 
Egli spiega  come in pratica le istituzioni di transizione potranno essere il veicolo di diffusione di una società nuova [….]All’interno del partito comunista emerse un conflitto sui mezzi attraverso i quali si sarebbe dovuta creare la nuova cultura. La Kollontaj ne fa una descrizione nel romanzo Free Love, talvolta più felicemente tradotto come Red love. Il personaggio principale, Vassilissa. Ex organizzatrice sindacale, racconta la sua vita in una comune a un membro del partito piuttosto burocratico. Vi erano state grosse difficoltà perché i membri continuavano ad avere i vecchi concetti di competitività ed egoismo. Essa afferma che le comuni devono essere trasformate da soluzioni transitorie alla carenza di alloggi in ˂scuole, per la promozione dello spirito comunista˃. Questo concetto era coerente con le idee educative del tempo che consideravano l’istruzione completamente integrata nella vita sociale e ritenevano che le specifiche istituzioni scolastiche dovessero scomparire. Tuttavia, l’alto membro del partito era completamente sconcertato; per lui l’istruzione era qualcosa che si svolgeva nella scuola o nell’università e non aveva nulla a che vedere con i metodi della convivenza domestica. La gente ritornava ai vecchi schemi perché erano gli unici che conosceva. 
Lo stesso valeva per la famiglia. Esteriormente tutto era mutato, ma l’atteggiamento interiore della gente era rimasto tale quale. Le donne si tenevano strette le proprie pentole e padelle personali, quelle comuni venivano guardate con diffidenza. Una delle donne che vivevano nella comune annotava sul diario della collettività questa lamentela:˂Ho portato il mio bollitore elettrico con me alla comune, ma lo usano senza riguardi. Perché l’ho fatto? ˃ 
Le questioni sessuali erano meno dibattute ma era chiaro che le donne cadevano ancora nel vecchio rapporto di sottomissione. Jaroslavskij, un funzionario del partito, commentava:˂Scrivere buone leggi è una cosa, ma creare le condizioni effettive perché la legge entri a far parte della vita è ben diverso˃. 
La mancanza di una qualsiasi teoria che potesse spiegare gli aspetti privati e sessuali della vita si univa alle persistenti difficoltà economiche e all’eredità dell’arretratezza economica e sociale. Per quanto riguardava le donne questi problemi erano ingigantiti. Le donne, per esempio, non vennero inserite nell’industria nel modo previsto. Dopo il periodo noto come Comunismo di guerra durante il quale le tessere di razionamento venivano rilasciate in base all’impiego, l’incremento della partecipazione femminile alla produzione sociale fu scarso. Durante il periodo del Nep (Nuova politica economica) spesso non si trovava lavoro, e non si poteva dire che per la maggior parte delle donne il loro tipo di lavoro fosse una grande alternativa al tedio delle incombenze domestiche. Ci vuole tempo per istruire la manodopera sì che diventi specializzata, e la maggior parte delle donne non lo era. Si costruirono nuove industrie, ma le vecchie rimasero, e con esse le stesse cattive condizioni di una volta. Sebbene la legge prevedesse la stessa paga per il medesimo tipo di lavoro, negli anni venti le donne che svolgevano lo stesso lavoro degli uomini venivano pagate meno perché venivano assegnate a categorie più basse. In alcuni casi i lavoratori maschi ignorarono le direttive sindacali ufficiali e si rifiutarono di punto in bianco di lavorare con le donne alle stesse condizioni salariali. Sebbene sempre ufficialmente si intendesse che nei sindacati l’opinione delle donne dovesse avere lo stesso peso di quella degli uomini, in pratica ciò non si verificava. La Kollontaj in Red Love descrive come le lavoratrici non potessero esprimersi, e come le loro necessità non venissero mai prese in considerazione dagli uomini, che le consideravano irrilevanti. Vera Alekseeva raccontò a Jessica Smith i problemi dei rapporti fra il Genotdel e i sindacati. 
In principio tutto il lavoro fra le donne delle fabbriche gravava sulle spalle della responsabile dell’organizzazione verso il Genotdel. Come risultato accadeva spesso che il comitato di fabbrica trascurasse di prendere qualunque iniziativa nel lavoro tra le donne, e rifiutasse di includere nei suoi programmi argomenti di particolare interesse per loro. Quando esse si recavano alle riunioni venivano accolte con un: ˂Bene, sentiamo che hanno da dire le “baba”!˃ e avevano paura di parlare così che fu necessario organizzare riunioni femminili speciali. Mentre ciò aveva un buon effetto, perché ne stimolava gli interessi, condusse però a pensare in termini di ˂noi˃ e ˂loro˃, così decidemmo di cambiare il nostro metodo. L’ultimo congresso sindacale ha deliberato di assegnare la responsabilità del lavoro femminile a un comitato di fabbrica e ha dato ordini ai sindacati perché includano nei loro programmi questioni di interesse specifico per le donne. Ciò ha avuto un effetto molto salutare, e da allora i sindacati sono stati molto più attivi nell’attrarre le donne ad operare con loro. In ogni fabbrica vi sono ancora delle organizzazioni del Genotdel, ma esse si occupano prevalentemente delle riunioni delle delegate e del lavoro di partito, mentre il sindacato si occupa di tutto il lavoro generale e culturale. E’ il Genotdel, tuttavia, che prepara il terreno per il lavoro sindacale. 

03/10/26

Il film "Naza" è utile o no? (dal blog proletari comunisti)

“Naza” è un film da vedere, ma soprattutto da far vedere a chi ancora non si vuole rendere conto che in Palestina c’è un genocidio, e che quanto succede al popolo palestinese riguarda tutti, tutto il mondo.
“Naza” è utile soprattutto per tre ragioni:

perché mostra l’identità tra la politica, l’ideologia e l’azione genocida di Israele e il nazismo; quanto succede a Gaza, e in Cisgiordania, il piano di Israele di sterminare un intero popolo è nazismo – non ci sono “attenuanti”;

perché viene fuori, oggettivamente, al di là della intenzione dei registi, che lo Stato israeliano, interamente fondato sul genocidio, la deportazione del popolo palestinese, non può e non deve esistere, deve essere cancellato;

perché mostra in modo ineluttabile la “normalizzazione del genocidio”, che l’esercito israeliano, i suoi uomini sono mostri “normali” in uno Stato nazisionista, coscienti e convinti”; e che, quindi, (ma questo lo diciamo noi) devono essere annientati, non possono non esserlo, è un problema di umanità, di civiltà.

Come ha scritto Francesca Fornario; “Naza mette a nudo: la natura automatizzata e istituzionale dell'uccisione, la morte di massa dei civili «by design», il sistema Lavender che seleziona i bersagli. Le rivelazioni sul targeting affidato all'intelligenza artificiale tolgono ai governi occidentali l'alibi della negazione plausibile”.

Alcune testate di movimento, di sinistra, alcuni interventi stanno facendo critiche a questo film/documentario. Alcune sono giuste, legittime, altre, però, sono, sinceramente, un po' sballate, non giuste.

Si fa un facile paragone tra “Naza” e l’importante film “Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio”. ma

02/10/26

Il messaggio di Luigia dal presidio al Tribunale

L'udienza di ieri, 2/10, si è conclusa col "rinvio a giudizio" di Luigia, compagna di Soccorso rosso proletario e del Mfpr; l'udienza dibattimentale si terrà il 30 novembre.
Ma anche ad un Tribunale può essere una bella giornata!
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IL MESSAGGIO DI LUIGIA
Oggi è stata per me una giornata bellissima. Nonostante si trattasse di una udienza preliminare, quindi di fatto rituale, e in un orario difficile, circa una ventina tra compagne e compagni mi hanno portato la loro calorosa solidarietà fuori e dentro il tribunale di L'Aquila, alcuni affrontando ore di viaggio da Teramo, Giulianova.
Voglio ringraziare tutte coloro che mi hanno mandato messaggi di solidarietà lontano da questa città, le compagne di Fuori genere e Casematte che hanno reso possibile questa presenza solidale in pochi giorni, le compagne e i compagni del campetto occupato di Giulianova e di casa del popolo Teramo per essere stati con me oggi, nonostante il poco preavviso.
Un ringraziamento speciale va a Gigi, compagno apicoltore del campetto occupato, che nonostante dovesse badare alle sue api, rimaste troppo a lungo senza le sue cure a causa della repressione, è venuto ugualmente, con tutte le sue api.
La prima udienza dibattimentale è stata fissata per il 30 novembre alle ore 11, ma per me il processo è iniziato oggi, con i sorrisi, gli abbracci e i sacrifici che hanno dovuto affrontare i compagni e le compagne per starmi vicino.
 
Con immenso amore per voi
con immenso odio per chi ci vuole male
 
Luigia
 

Da Campetto occupato 

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LUIGIA NON SEI SOLA ❤️
Stamattina in tribunale a L'Aquila vi è stata l'udienza preliminare contro la nostra compagna e sorella Luigia per una vicenda che ha dell'assurdo.
Il 3 gennaio scorso, durante una manifestazione di dissenso contro il passaggio della torcia olimpica all’Aquila, lei è stata coinvolta in una colluttazione con un agente di polizia.
L’agente in questione l’ha spintonata, le ha toccato il seno e ha tentato di strapparle dalle mani la bandiera della Palestina.
Il risultato? Un polso fratturato.
Una frattura che ha richiesto un’operazione e un lungo percorso di recupero.
E come se non bastasse, la nostra sorella è stata denunciata per oltraggio a pubblico ufficiale.
Stamattina eravamo lì con lei, con la nostra rabbia, per ricordarle che non è sola, perché di fronte agli abusi di potere e alla criminalizzazione della protesta non abbassiamo la testa!
Di fronte alla repressione del dissenso non facciamo un passo indietro.
Di fronte a chi pensa di poter colpire una persona e trovarla isolata, rispondiamo con la solidarietà.
Per la piena libertà di critica al potere.
Contro il monopolio della violenza.
Se toccano unə, rispondiamo tuttə!
Sempre al fianco di chi lotta contro la repressione.
FORZA LUIGIA!
FORZA VALCHIRIA!
 

01/10/26

"Sorella non sei sola" - 2 ottobre al Tribunale dell'Aquila - massimo sostegno a Luigia del MFPR - Siamo vicine, inviate messaggi a luigia: sommosprol@gmail.com

Ungheria - Condannata di nuovo Maja T. - Nell’Appello la pena è stata ridotta di un solo anno. Un fermato alla manifestazione antifascista - Su questo fronte, nulla è cambiato da Orban

Da Il Manifesto
Per Maja la condanna è a sette anni per lesioni potenzialmente mortali aggravate dal movente politico e dalla partecipazione a un’organizzazione criminale. In primo grado ne aveva presi otto. La procura adesso ne chiedeva quattordici. Gabriele Marchesi, assente visto che nel 2024 la Corte d’appello di Milano ha respinto la sua estradizione in Ungheria, di anni ne ha presi sei (prima erano sette). La tedesca Hanna M., già libera, due.
FINISCE COSÌ, almeno per ora, il Budapest Complex, il maxi-processo agli Antifa, nato durante il governo di Viktor Orbàn, che ha peraltro fatto di questa sigla un’organizzazione terroristica. Adesso il presidente è un altro, Peter Magyar. Dicono sia un moderato, ma le leggi più repressive varate durante gli anni della «democrazia illiberale» non sono cambiate. E che ancora non è finita: Rexhino Abazaj, anche lui sospettato di aver preso parte alle azioni del 2023, verrà estradato dalla Francia alla Germania, e su di lui c’è un mandato ungherese che potrebbe essere eseguito. Per Ilaria Salis, il cui nome ancora campeggia su tutti i capi d’imputazione del Budapest Complex, si attende la fine del suo mandato da europarlamentare per cercare di riportarla alla sbarra. E Marchesi pure sarà oggetto di un nuovo mandato d’arresto europeo, questa volta per esecuzione della pena e non come semplice indagato. Deciderà di nuovo la Corte d’appello di Milano.
MAJA T. resterà in carcere, dove è rinchiusa da quando – giugno 2024 – la polizia del suo paese l’ha consegnata alle autorità ungheresi senza aspettare il parere di un tribunale. Visto che la sentenza di ieri è inappellabile, comunque, la difesa ha chiesto che la sua pena venga scontata in Germania, ma il percorso burocratico non sarà breve. Le previsioni più ottimistiche dicono che il trasferimento, se ci sarà, non avverrà prima della seconda metà dell’anno prossimo. «Questo processo è uno scandalo – dice fuori dal tribunale il signor Wolfram Jarosch, padre di Maja -, il ministero della Giustizia ungherese ha promesso che Maja potrà tornare in Germania. Questo deve accadere subito. E il tempo trascorso in carcere qui deve essere conteggiato almeno il doppio».
Per la legge tedesca, passati i due terzi della pena si può uscire di prigione. La tesi del padre di Maja T. è che il tempo trascorso in condizioni durissime a Budapest debba valere di più. 
IL GIUDICE ha riscritto diverse parti della prima sentenza: dai video, ha detto, non è stato possibile capire se Maja T. abbia in effetti partecipato alle azioni. Quindi lei, pur appartenendo a una banda criminale (la cui esistenza si ritiene provata solo in virtù delle indagini svolte in Germania) non ne è organizzatrice. È soltanto complice. Stesso discorso per Marchesi. Da qui lo sconto di un anno.
Fuori dal tribunale qualche decina di attivisti ha passato la mattinata sul marciapiede a gridare «Free Maja», «Free all Antifas» e, in italiano, «Siamo tutti antifascisti». L’autobus di solidali partito da Berlino nel pomeriggio di martedì è arrivato soltanto intorno alle 13. Il viaggio è stato complicato: al confine con la Repubblica Ceca la polizia tedesca lo ha intercettato e perquisito per ore. In tre sono stati fermati. Un altro lungo controllo poi è stato fatto dagli agenti ungheresi alla periferia di Budapest.
ALL’ARRIVO, un ragazzo, Ulle, è stato prelevato dalla polizia perché, per un paio di secondi, si è alzato il bavero fino al naso. E qui è vietato coprirsi la faccia durante una manifestazione. Giusto il tempo di farsi scrivere sul braccio il numero di telefono di un avvocato e poi via a sirene spiegate verso il commissariato. La cosa davvero particolare di questa scena è che tra i manifestanti nessuno ha mosso un dito: non quando gli agenti hanno rotto il presidio per prelevarlo, non quando lo hanno portato in un angolo per identificarlo, non quando lo hanno caricato sulla volante. «Se reagiamo in qualsiasi modo, qui in un minuto di agenti ne arrivano altri cento e portano via tutti», ci spiega un ungherese. A Ulle poteva andare peggio: se la caverà con una multa da un migliaio di euro. Ma il giudizio finale sulla possibilità di esercitare il diritto al dissenso anche da queste parti – in quello cioè che sarebbe un paese europeo – è negativo. O peggio, è triste.

Il sindaco di Taranto Bitetti sul carro fasciorazzista di Meloni/Valditara su tetto agli studenti stranieri, sul velo alle donne, contro gli immigrati... - Vergogna!

Bitetti, come un pappagallo dei fascisti al governo, si appella ai cosiddetti "valori occidentali" quei valori che fanno le guerre, che coprono e partecipano ai genocidi dei palestinesi - Abbiamo la versione tarantina di "Dio, patria, famiglia". Forse Bitetti spera di candidarsi per il prossimo parlamento? - E Assessore e consigliere che dicono...?

Burqa e limite agli studenti stranieri, Bitetti favorevole alle nuove regole per la scuola

Il sindaco interviene durante la presentazione del volume curato dal ministro Valditara: «Rispetto massimo per tutti i popoli che accogliamo, ma vanno rispettate anche le nostre tradizioni»

Burqa e limite agli studenti stranieri, Bitetti favorevole alle nuove regole per la scuola

TARANTO - Il sindaco di Taranto Piero Bitetti si dice favorevole al divieto di burqa nelle scuole e all’introduzione di un limite alla presenza nelle classi degli studenti stranieri che non conoscono adeguatamente la lingua italiana. Il primo cittadino è intervenuto sul tema nel corso della presentazione del volume “Manifesto per l’Occidente. I valori universali della nostra cultura”, curato dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Le dichiarazioni sono state riportate da RaiNews Puglia.

Bitetti ha legato la propria posizione al rispetto delle regole e delle tradizioni del Paese ospitante. «Rispetto massimo di tutti i popoli che accogliamo, ma penso che le nostre regole, le nostre abitudini, le nostre tradizioni vadano rispettate», ha affermato.

Nello stesso intervento il sindaco ha richiamato anche la presenza del crocifisso negli istituti scolastici: «va rispettata la presenza del crocefisso nelle aule».

Il primo cittadino si è soffermato anche sul tetto del 30 per cento previsto dal provvedimento del Governo per determinate situazioni scolastiche. La misura riguarda in particolare gli studenti di nuovo ingresso che non possiedono una sufficiente conoscenza dell’italiano.

Bitetti ha espresso il proprio sostegno alla scelta, motivandolo con le possibili conseguenze sulla gestione delle classi e sull’apprendimento. «Aumentare in maniera esponenziale la presenza di altre nazionalità rischia di compromettere i nostri ragazzi che fanno fatica a mantenere il passo», ha dichiarato.

Nel suo ragionamento il sindaco ha poi richiamato i numeri dell’immigrazione verso l’Italia. «È anche vero che l’Italia ha avuto numeri importanti legati all’immigrazione, parliamo di 65.000 nel 2024, 66.000 nel 2025, numeri alti», ha aggiunto, facendo riferimento anche alla presenza di minori arrivati nel Paese.

Bitetti ha quindi collegato il fenomeno ai valori che, a suo giudizio, rendono l’Italia un punto di riferimento per chi arriva dall’estero, parlando di minori immigrati che «hanno guardato il Paese Italia per quei valori» richiamati durante l’incontro.

Le dichiarazioni del sindaco di Taranto si inseriscono così nel confronto aperto sulle nuove regole riguardanti integrazione scolastica, rispetto delle tradizioni e presenza degli studenti stranieri nelle classi.

30/09/26

Difende la bandiera della resistenza palestinese: prima le rompono il polso poi la processano per oltraggio

Il 3 gennaio a L’Aquila, verso la fine di un presidio improvvisato per contestare il passaggio della fiamma olimpica e gli sponsor del genocidio in Palestina, Luigia, una compagna del MFPR e  soccorso rosso proletario, è stata presa per i seni e spinta in terra da un poliziotto, che ha cercato di strapparle dalle mani una bandiera palestinese con su scritto Free Anan.
In seguito alla caduta e probabilmente anche a causa della stretta dell’agente sul suo polso destro, Luigia ha riportato 3 mesi di prognosi per una frattura multipla che ha dovuto operare.
Nel denunciare gli agenti coinvolti - il poliziotto che l’ha aggredita e l’agente donna che si è rifiutata di fornirle il nome - Luigia ha dovuto sporgere querela contro ignoti, richiedendo inutilmente al Comune dell’Aquila le immagini di una videocamera di sorveglianza che avrebbero potuto meglio chiarire la dinamica dell’accaduto.
Il risultato di questa omertà e di questa giustizia borghese è stata l’immediata denuncia e l’imminente processo della compagna per “oltraggio a pubblico ufficiale”. Processo che inizierà il 2 ottobre, mentre la querela della compagna rischia di essere insabbiata così come hanno tentato di fare con l’altra denuncia di Luigia, nei confronti di vari politici sionisti e di un “giornalista” che l’hanno diffamata dopo il flash-mob al Carrefour del 25 aprile 2025. Anche per quell’azione, per quel corteo silenzioso che intendeva denunciare la complicità della multinazionale nel genocidio del popolo palestinese, la compagna è stata trascinata a processo nel giro di un anno, mentre per alcune delle sue querele è stata immediatamente chiesta l’archiviazione.

Il caso di Luigia però, non è semplicemente da ascrivere a un abuso di potere. Le querele sono state presentate non perché si avesse fiducia in questa giustizia borghese e israelianizzata, come il processo ad Anan Yaeesh ha dimostrato, ma al contrario, come atto politico di sfida, di insubordinazione ad essa, ed è per questo che la compagna viene perseguita.
In questo stato fascista e dei padroni, in questo sistema capitalista e imperialista sei buona solo come vittima silente, se non denunci le ingiustizie, se non reagisci quando ti attaccano,  se accetti di farti massacrare senza opporre resistenza. Come fa Israele con i Palestinesi, così Trump e Meloni con gli antifascisti, gli anticapitalisti, gli antisionisti. Ma i veri criminali, i veri terroristi sono loro, non chi manifesta il proprio dissenso alle loro politiche genocidiarie.
È ora di rompere questo silenzio e difendere la nostra dignità, senza temere la repressione. Sono loro che devono continuare ad aver paura e sono le nostre lotte a fargli paura! Continuiamo a difendere e a tenere alta la bandiera della Palestina come quella di tutti i popoli oppressi, la storia e la resistenza ci daranno ragione.
Qui la solidarietà del collettivo Fuori Genere e di CM che saranno presenti in udienza.