25/04/26

Da ORE 12 Controinformazione rossoperaia - Viva il 25 Aprile! Ora e sempre Resistenza!

Oggi in tutta Italia vi saranno cortei, manifestazioni per il 25 aprile. Si può dire che non ci sarà città, grandi o piccole, spesso anche paesi della provincia, in cui non si scenderà in piazza o non si farà un'iniziativa.

Per questa nostra importante giornata della resistenza antifascista e antinazista. Da tante parti si leveranno le voci per dire: Ora è sempre resistenza! Antifascismo ieri come oggi! E oggi resistenza vuol dire no alle guerre imperialiste, no al riarmo, no al governo Meloni fascista. Solidarietà con la Palestina e con tutti i popoli, dal Libano all'Iran, che lottano contro genocidi massacri, per la liberazione. 

Oggi è anche visibilmente chiaro lo scontro generale nel nostro paese. Da un lato giovani, donne, lavoratori, tutti gli antifascisti scenderanno in piazza. Dall'altro, proprio il 25 aprile, il governo Meloni ha varato in fretta e furia il nuovo decreto sicurezza, che ha un'impronta chiaramente repressiva proprio verso le manifestazioni e i migranti, frutto di una politica e un'ideologia che è fascista, razzista. 

Proprio il 25 aprile, Meloni, Salvini, Piantedosi, vogliono mettere in atto, per esempio, il fermo preventivo per impedire che vadano alle manifestazioni i cosiddetti “pericolosi”, “sovversivi”, come ai tempi del fascismo. Insieme ad un'ulteriore via libera alle forze di polizia che possono così commettere ancora più reati contro chi manifesta senza temere punizioni. Nello stesso tempo, con un aperto razzismo verso i migranti, il governo vorrebbe varare una norma per gli avvocati che si può chiamare “istigazione a delinquere”, perché gli avvocati non devono impegnarsi a difendere i diritti umanitari, internazionali dei migranti, ma piuttosto a cacciarli per avere la “tangente” dal governo di 615 euro.

E questo avviene mentre via via vengono fuori sempre più aumento di armi, soldati, soldi per la guerra dei mostri, per la guerra dell'imperialismo in crisi, a partire dall'imperialismo americano di Trump, ma che proprio perché in crisi è ancora più ferocemente aggressivo. Questo avviene mentre va avanti da parte del nostro governo la pervicace complicità nel genocidio a Gaza, che continua in maniera sempre più barbara, disumana, facendo ammalare, morire i bambini per i topi, le zecche, per le mancanze di cura, per la fame, per le intemperie.

Ma la Meloni, Salvini, Piantedosi, ecc. hanno scelto proprio il 25 aprile per fare questo; lo hanno scelto per attaccare ancora di più la Costituzione antifascista, e quindi dare un altro segnale di una strada che va inevitabilmente verso un moderno fascismo esplicito, dichiarato, ufficiale.

Al di là dei provvedimenti osceni appunto in violazione di ogni norma costituzionale di civiltà, ciò che caratterizza Meloni e la sua cloaca di corrotti, reazionari, stupidi, subumani ministri, sottosegretari e varia sotospecie che sta intorno al governo è proprio l'humus fascista che accompagna le azioni criminali, da parte di una che ora è servetta di Trump, ora cerca disperatamente con squallide figuracce il suo posto tra i governi imperialisti europei. Ora si abbraccia con Trump, ora fa le foto con gli abbracci a Macron fino a ieri in lite.

E sarà così anche per il primo maggio, in cui il governo vuole varare un altro decreto per il “lavoro”, mentre scarica sui lavoratori e le masse popolari le conseguenze delle guerre, gli aumenti della benzina, delle bollette, dei generi alimentari, e prepara un'economia di guerra che per i padroni, in particolare le industrie belliche, significano profitti su profitti, per i proletari invece tagli ai salari, miseria. Ma di questo parleremo nei prossimi giorni.

Quello che vogliamo sottolineare è che non è un caso, ma interno appunto a una logica bastarda, fascista, che il governo Meloni aspetta queste giornate importanti, anniversari dei proletari, dei lavoratori, delle masse popolari italiane per fare i suoi decreti. 

Ma la resistenza antifascista ci ha insegnato molto come lottare contro il fascismo.

Per questo il 25 aprile non è solo una celebrazione, anche se in questa giornata è importante pure la celebrazione di una vittoria della resistenza antifascista. Ma non può essere solo questo, ma per dire forte e convinti, ora e sempre resistenza. 

L'esperienza dei movimenti di lotta nel nostro paese, di questi ultimi anni, di questi mesi, dimostrano che i più importanti movimenti di protesta, manifestazioni grandi, pensiamo alla manifestazione di più di un milione di persone per la Palestina, che ci fu a Roma, ma le tante contro la guerra, gli armamenti, la repressione; ecco, questi movimenti, queste manifestazioni si sono sviluppate contro gli attacchi politici, antidemocratici, anticostituzionali. Ma pensiamo anche alla vittoria del No al referendum, una partecipazione che veramente dimostra come le persone, i giovani, le donne, i lavoratori guardino alla sostanza non tanto alla lettera del provvedimento, ma alla sostanza, che vuole togliere gli ultimi diritti democratici, vuole una società, una giustizia, istituzioni sotto il diretto controllo del governo, dei padroni. 

Abbiamo detto che la Resistenza antifascista e antinazista ci ha insegnato molto e allora il 25 aprile è importante anche per riflettere su queste lezioni, per guardare alto e non solo alla quotidianità, per parlare della nostra resistenza antifascista legata oggi più che mai alla resistenza dei popoli, dalla Palestina, alla Cisgiordania, all'Iran, al Libano, eccetera, eccetera. Ogni popolo fa la sua resistenza e trova la sua strada per vincere.

Le forze che organizzano la resistenza hanno sempre da insegnare agli altri popoli le proprie esperienze, sia positive a volte anche negative. Il popolo palestinese ha una lunga storia gloriosa di resistenza, di lotta, di liberazione contro lo Stato nazisionista di Israele e contro l'imperialismo. Dall'Intifada e poi nei recenti anni che mostrano che occorrono purtroppo non solo le pietre, ma serve la lotta armata per difendersi dal genocidio, dall'orrore nazisionista. E il 7 ottobre è stata anche la visibilità di questa strada necessaria. 

Anche la nostra Resistenza antifascista, antinazista, fatta in piena guerra mondiale, ha da insegnare oggi la sua grandiosa storia agli altri popoli. 

In Italia, almeno allora, la resistenza vinse. Certo, dopo è stata infangata, è stata schiacciata, volutamente si cerca di far dimenticare le lezioni proprio di lotta armata, le lezioni di una resistenza vasta di popolo, di guerra di popolo. Però allora vinse. 

E allora c'era il Partito Comunista a dirigerla. Certo, vi erano tante altre organizzazioni, formazioni partigiane, però nessuno può negare che senza la direzione del Partito Comunista di allora, non è affatto detto che la resistenza sarebbe riuscita a liberarsi dai fascisti e nazisti e a dare un contributo alla lotta degli altri proletari, popoli e paesi, in particolare in Europa. 

Noi oggi dobbiamo fare una nuova resistenza. E anche noi, prendendo lezioni dalla nostra resistenza, dobbiamo unirci e lavorare soprattutto oggi, in questa fase, per costruire il Partito Comunista dei proletari dell'oggi.

Come allora, i partigiani non è che nacquero da soli, spontaneamente, ma la volontà di liberazione, di odio contro i nazisti e fascisti di tantissimi operai, giovani, donne, trovò soprattutto nel Partito Comunista la via per organizzarsi e fare la lotta armata partigiana. Un Partito Comunista che prima degli anni della resistenza, dal ‘21, aveva fatto un lungo e grande lavoro per togliere dal fascismo la presa che aveva, su parte, gran parte nei primi anni, delle masse popolari. Il Partito Comunista fece un grande lavoro per organizzare le fabbriche che, negli anni della resistenza, nel ‘43 e negli altri due anni successivi, ebbero un ruolo centrale nelle città nella vittoria contro il fascismo e contro il nazismo.

Questa è una lezione importante per oggi. Chi non coglie dalla resistenza, dalla lotta antifascista e antinazista, questa importante lezione vuol dire, appunto, che siamo solo alla celebrazione, per tornare il giorno dopo al “movimento per il movimento” senza costruire l'organizzazione che può portare questi importanti movimenti che ci sono oggi a una effettiva lotta di resistenza, lotta rivoluzionaria.

Come non vedere che oggi il lavoro che si fece nelle fabbriche è ancora più importante oggi, tra gli operai, in cui ci sono grandi problemi, grandi difficoltà, debolezze, frutto di tantissimi anni di sfruttamento, di oppressione, di cancellazione di diritti, di organizzazioni sindacali sempre più collaborazioniste che non difendono neanche la quotidianità e i diritti elementari dei lavoratori? 

Quindi ci vuole un nuovo partito degli operai, dei proletari, che è un partito comunista adeguato all'oggi, perché nelle fabbriche, nelle scuole/università, nei quartieri proletari si riprenda una mobilitazione che abbia un chiaro scopo, la resistenza, la rivoluzione proletaria. Quindi, anche oggi, dobbiamo unirci e fare questo lavoro.

La volontà di rispondere, farla finita con genocidi, guerre imperialisti, massacri e con la guerra interna dell'Italia che sforna decreti sicurezza, carcere, attacco ai diritti democratici, alle libertà, alla Costituzione e poi conseguenze economiche di peggioramento delle nostre condizioni di vita e di lavoro, oggi insieme alla continuità e all'ancora più sviluppo, più intensità di lotte, scioperi, manifestazioni, pone la necessità, urgenza di lavorare per l'unità delle compagne, dei compagni più attivi, dei rivoluzionari, delle forze antifasciste, anticapitaliste, antimperialiste, per costruire l'organizzazione necessaria oggi, il partito comunista di tipo nuovo; per organizzare il fronte antifascista, antimperialista, antirazzista, contro la repressione; per organizzare la forza di combattimento. 

Viva il 25 aprile! Facciamo appello a tutti/tutte in ogni città, in ogni luogo a partecipare, a non stare a casa. 

Invadiamo le strade, portiamo le bandiere rosse, gridiamo da un lato la nostra gioia di avere avuto una resistenza vincente contro il fascismo e il nazismo, dall'altro che oggi occorre essere sempre più antifascisti. 

Questo appello lo rivolgiamo in particolare agli operai e ai lavoratori, alle lavoratrici, perché oggi, più che mai, bisogna alzare la testa, bisogna guardare a quello che succede ai nostri fratelli, sorelle negli altri paesi, che vengono ammazzate in una maniera sempre più orribile; e sostenere i nostri fratelli e sorelle, vuol dire fare nel nostro paese, contro i nostri fascisti, la nostra parte. 

Buon 25 aprile!

Onore alle partigiane! Contro il fascismo di ieri e il moderno fascismo di oggi, dall'Italia alla Palestina! ORA E SEMPRE RESISTENZA!


TESTO

23/04/26

Gaza: ratti, pidocchi, acqua sporca: la pelle di Gaza brucia... Continua il genocidio di Israele lento e nascosto dai mass media - con tutti i governi imperialisti che sanno e sempre complici

Da il Manifesto - 23 Apr, 2026

Lina Ghassan Abu Zayed *

Eruzioni cutanee e infezioni colpiscono decine di migliaia di bambini e adulti. Un riflesso dell’assedio.

NUSEIRAT. A Gaza, dove le infrastrutture sono crollate e milioni di residenti sono sfollati, le malattie cutanee contagiose si stanno diffondendo silenziosamente, lasciando un segno profondo sul corpo e sullo spirito. I bambini dormono uno accanto all’altro su materassi sottili, le famiglie condividono l’acqua, già scarsa, per bere e per l’igiene, e i vestiti spesso non vengono lavati.

Nei campi sovraffollati di Khan Younis, una bambina gioca tra sabbia, immondizia e mosche, mentre macchie rosse le ricoprono il corpo senza che possa ricevere cure efficaci. Suo padre, Mohamed Al-Rayan, fatica a confortare lei e gli altri figli, tutti affetti da eruzioni cutanee e infestazioni da pidocchi.

QUESTE SCENE si ripetono quotidianamente nelle strade densamente popolate e nei rifugi temporanei, dove l’acqua scarseggia, i sistemi fognari sono distrutti e i rifiuti sono sparsi ovunque. Shimaa Marshoud, seduta accanto alla figlia, spiega che le eruzioni cutanee sono iniziate sul viso della bambina e si sono diffuse al petto, all’addome e alle braccia. Il prurito e il dolore sono incessanti, senza cure accessibili né mezzi finanziari per permettersi le creme. I bambini sono costretti a indossare gli stessi vestiti per giorni e a lavarsi con l’acqua salata del Mediterraneo, giocando tra i rifiuti e le mosche, mentre ratti e topi contaminano il cibo e diffondono malattie infettive, aggravando la crisi.

In mezzo a questa sofferenza umana, si registrano casi tragici che richiedono cure mediche urgenti. Ibrahim Abu Aram, un giovane affetto dal pemfigo volgare, una malattia cutanea rara e grave, attendeva da quattro anni le cure indispensabili. Il suo corpo si è indebolito per le complicanze dei corticosteroidi, la sepsi e problemi neurologici.

Ogni giorno che passava lo rendeva incapace nel suo ruolo di giovane marito e persona che si prende cura dei propri cari. Ibrahim è deceduto a marzo, dopo mesi durante i quali la sua famiglia ha bussato a ogni porta, supplicando l’Organizzazione mondiale della Sanità, il ministero della salute e ogni autorità responsabile di organizzare la sua evacuazione, negata dal blocco israeliano.

Referti medici chiari, l’approvazione dell’Oms e documenti ufficiali del ministero: nulla è bastato a salvargli la vita. La famiglia ha ricevuto una sola telefonata due mesi fa, dopodiché il suo caso è stato abbandonato, come se la sua vita non contasse. Ibrahim è morto, lasciando una moglie e figlie che aspettavano il suo ritorno. Suo fratello, parlando tra il dolore e la rabbia, non vede quanto accaduto come una semplice negligenza, ma come un vero e proprio crimine, una lenta esecuzione.

Il suo non è un caso isolato, ma la conseguenza diretta delle politiche dell’occupazione che mettono sotto assedio i malati e ne impediscono l’accesso alle cure, in palese violazione di tutte le leggi umanitarie. Il mondo ha avuto tutte le opportunità per agire e salvargli la vita, ma ha preferito tacere.

MIGLIAIA DI BAMBINI e giovani adulti soffrono di scabbia, pidocchi, infezioni cutanee batteriche e fungine. Secondo l’Oms, a Gaza sono stati segnalati oltre 103mila casi di scabbia e pidocchi, oltre a circa 65mila casi di eruzioni cutanee di vario tipo. Molti soffrono di infezioni fungine come la tinea capitis e la tinea corporis, e di infezioni cutanee batteriche come l’impetigine, che può degenerare in cellulite o insufficienza renale se non trattata.

Le malattie della pelle a Gaza non sono solo problemi fisici; riflettono la sofferenza collettiva di una comunità sotto assedio e in guerra. La malnutrizione indebolisce il sistema immunitario, rendendo bambini e giovani adulti più vulnerabili alle infezioni e alle complicazioni. I continui sfollamenti hanno reso quasi impossibile l’accesso all’assistenza sanitaria. Secondo l’Onu, 1,8 milioni di persone – oltre i tre quarti della popolazione – sono sfollate, spesso più volte negli ultimi mesi, il che ha portato al sovraffollamento di tende improvvisate e delle zone costiere, con poca o nessuna acqua potabile o servizi igienici.

Solo all’ospedale Nasser, i medici ricevono ogni giorno tra i 300 e i 500 casi, con pazienti che arrivano dai campi profughi e dalle campagne circostanti. I bambini affetti da scabbia, pidocchi ed eruzioni cutanee sopportano non solo il dolore fisico, ma anche l’isolamento sociale e la paura costante del contagio. Anche gli adulti devono affrontare gravi infezioni cutanee a causa della mancanza di creme e cure. Patologie come l’impetigine, facilmente curabili in circostanze normali, possono diventare pericolose per la vita quando i pazienti ricevono assistenza medica troppo tardi, causando talvolta insufficienza renale o infezioni sistemiche.

MOHAMED AL-RAYAN, che cerca di confortare i propri figli, dice: «Ci danno delle creme, ma sono inutili quando non hai nulla con cui lavarti. Applichi la crema, la situazione migliora un po’, ma il giorno dopo è di nuovo come prima». Scene simili si vedono in tutti i campi, dove il sovraffollamento e la mancanza di igiene aggravano le malattie, mentre le alte temperature estive intensificano il prurito e il disagio.

Le malattie della pelle a Gaza non sono problemi superficiali. Rispecchiano la sofferenza di un’intera comunità: la mancanza di acqua pulita, il crollo delle infrastrutture, i ripetuti sfollamenti e l’insufficienza di cibo e cure mediche.

Continuano ad arrivare contributi per la sanzione contro lo sciopero delle donne della Commissione garanzia scioperi

Una dimostrazione di solidarietà che ci incoraggia nel lavoro, nelle lotte, e che dimostra che il nemico vuole tentare di fermarci, di frenare il movimento delle donne, ma non ci potrà mai riuscire! 
Ci stanno arrivando anche dei brevi commenti di accompagnamento ai contributi.
Ne vogliamo pubblicare uno, che dice:
"Grazie a voi per avermi permesso di scioperare quando nessun altro sindacato convocava lo sciopero. Un abbraccio con sorellanza"
Antonella Berté, docente FEM (Fisica E Matematica).

Rinnoviamo l'appello a difendere il diritto di sciopero sempre e dovunque; e a continuare ad aiutarci a pagare questa ingiusta sanzione di 3200 euro.
Via via continueremo a pubblicare i contributi che arrivano.
Per inviarli: 
(per chi vuole e può, il contributo può essere mandato su c/c bancario UNICREDIT BANCA ROMA agenzia Taranto via Marche, 52 intestato a SLAI COBAS PER IL SINDACATO DI CLASSE, avente le seguenti coordinate bancarie: IT 49 W - ABI 02008 - CAB 15807 n. conto 000011056357 - con la motivazione: contributo per sanzione della CGS a sciopero delle donne marzo 2020).
Lavoratrici Slai cobas sc

22/04/26

L'Antifascismo non è negoziabile... Un commento

Ho letto proprio in questi giorni l'opuscolo "Donne Fascismo Resistenza" e mi ha colpito molto la frase di Irene Pivetti che apre l' opuscolo.
A parte le giuste considerazioni ben documentate che sono presenti nel suddetto opuscolo, utili per smentire le considerazioni scellerate e strumentali dell'allora Presidente della Camera, mi sono venute in mente anche altre considerazioni, che voglio condividere per capire perche' siamo a questo punto.
Negli anni ’90, mentre l’Italia usciva traumatizzata dal crollo della Prima Repubblica, si è aperta una stagione in cui tutto sembrava improvvisamente negoziabile: la memoria storica, i valori costituzionali, perfino il giudizio sul fascismo. Si creo' un vuoto politico e culturale dove molti hanno tentato di riscrivere il passato per costruirsi un’identità nuova, spesso a costo di distorcere fatti storici consolidati.
È in questo clima che si colloca l’affermazione di Irene Pivetti del 27 aprile 1994, allora Presidente della Camera, secondo cui “le cose migliori per le donne e la famiglia le ha fatte Mussolini”. Una frase che non solo contraddice decenni di studi storici, ma che appare oggi come un esempio lampante di strumentalizzazione del passato: un tentativo di presentare il fascismo come un fenomeno “a due facce”, con presunti aspetti positivi.
La storiografia, però, è chiarissima: il fascismo ha imposto alle donne un modello di subordinazione, ha limitato i loro diritti civili e lavorativi, ha promosso politiche coercitive e ha escluso sistematicamente le donne dalla vita pubblica. Parlare di “legislazione all’avanguardia” significa ignorare tutto questo e cancellare il ruolo fondamentale che le donne hanno avuto nella Resistenza e nella costruzione della Repubblica, una cancellazione che ha aperto "un autostrada" a tutto l' arretramento delle donne e del Paese, fino ad arrivare a questo moderno medioevo con il Governo Meloni.
Il paradosso è che proprio dopo la Liberazione le donne conquistarono diritti reali: il voto, la partecipazione alla Costituente, l’affermazione del principio di uguaglianza. È lì che nasce l’Italia moderna, non certo nel ventennio.
Rileggere oggi quelle dichiarazioni degli anni ’90 significa riconoscere quanto quel decennio abbia contribuito a indebolire la memoria collettiva, aprendo la strada a un linguaggio pubblico in cui fascismo e antifascismo vengono messi sullo stesso piano, come se fossero semplici “opinioni”. Una deriva che continua a produrre effetti, soprattutto quando si avvicina il 25 aprile e tornano a emergere tensioni, raduni identitari e tentativi di normalizzare ciò che la storia ha già giudicato.
Rimettere ordine nella memoria non è nostalgia: è un atto di responsabilità. Perché ogni volta che si accetta una lettura distorta del passato, si apre uno spazio per ripetere errori che pensavamo superati.
Per questo
EVVIVA IL 25 APRILE,
ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Bari, all’ospedale San Paolo spuntano manifesti antiabortisti. Il personale: “Forma di pressione” - Via gli "obiettori di coscienza dagli ospedali"! Via la feccia dei pro-vita!


Da Repubblica - di Vincenzo Pellico

Almeno in due occasioni affissi sul cancello dell’Unità di pianificazione familiare e Ivg. L’iniziativa dell’associazione antiabortista Ora et Labora in difesa della vita. Il fondatore, Giorgio Celsi, spiega: "Eravamo lì non per fare pressione su nessuno, ma per pregare"
“Non fermare il suo cuore. Avrà il tuo sguardo, il tuo sorriso. Sarà coraggioso, perché tu lo sei stata”. Parole stampate su un cartellone, affisso due volte nel giro di un mese ai cancelli dell'ingresso carrabile dell'Unità di pianificazione familiare e Ivg (Interruzione volontaria di gravidanza) dell'ospedale San Paolo di Bari. In calce, la firma: Ora et Labora in difesa della vita.
Fondata nel 2008 dall'infermiere Giorgio Celsi, l'associazione di antiabortisti è presente con 28 gruppi in quasi 50 città italiane e organizza ogni mese veglie di preghiera e testimonianza davanti agli ospedali, generalmente nei giorni in cui vengono praticati gli aborti. Nel corso degli anni ha già affisso cartelloni analoghi davanti ad altri ospedali: alcuni sono stati rimossi in seguito a contestazioni, altri su richiesta delle direzioni sanitarie.
Il primo manifesto è comparso il 20 marzo, il secondo sabato scorso (18 aprile). Secondo alcune ricostruzioni, nei pressi dell'ingresso, al momento dell'affissione, ci sarebbero state anche alcune donne con il volto parzialmente coperto da cappelli e foulard. Versione che però Celsi smentisce categoricamente. "Eravamo lì - spiega - non per fare pressione su nessuno, ma per pregare, come abbiamo sempre fatto".
La segnalazione alla direzione sanitaria ha portato alla rapida rimozione dei cartelloni, ma il personale del reparto non ha nascosto preoccupazione. Il timore diffuso fra alcuni operatori è che la presenza ripetuta — stesso ingresso, stessa firma, due volte in un mese — non sia soltanto una forma di protesta estemporanea ma l'avvio di una pressione sistematica. E che dai cartelloni, col tempo, si possa passare a forme di intimidazione più dirette verso il personale o verso le donne che entrano.
Un timore che si inserisce in un contesto già piuttosto fragile. Secondo una statistica diffusa da Cgil Puglia a fine 2024, 4 ginecologi su 5 fra quelli in organico al San Paolo sarebbero obiettori di coscienza, dato in linea con una situazione diffusa su scala regionale: in Puglia l'80 per cento dei ginecologi in organico è obiettore, e in diverse strutture l'Ivg non è di fatto praticabile per assenza di personale disponibile.

20/04/26

Dall’Italia all’India: le “mamme no PFAS” contro le fabbriche di veleni - verso la costruzione di una iniziativa internazionalista in italia - Il MFPR sostiene e parteciperà

Dal blog proletari comunisti

Un filo invisibile di solidarietà e resistenza lega la popolazione del Veneto, vittima della più grande contaminazione di acqua potabile in Europa, con i residenti di Ratnagiri, distretto indiano dello Stato federato del Maharashtra.

«L’8 marzo scorso abbiamo incontrato le comunità indiane del vicentino, nel tempio sikh di Lonigo», racconta Michela Piccoli, infermiera, mamma e figura storica del movimento delle Mamme No PFAS. «Le donne indiane ci hanno accolte calorosamente, abbiamo spiegato che gli impianti della Miteni responsabili della contaminazione delle nostre acque, che prima stavano qui a Trissino, sono stati ora portati nella regione di Lote Parshuram nel Maharashtra a 200 km da Mumbai. Abbiamo condiviso pratiche di resistenza per difendere i nostri figli dall’avvelenamento e per chiedere giustizia. Dall’India si è collegato Varrun Sukhraj, un bravissimo giornalista che sta aiutando la popolazione locale a prendere consapevolezza e agire».

La fabbrica Miteni, di Trissino (VI), fallita nel 2018, con i suoi ex manager condannati in primo grado per disastro ambientale e altri reati (sentenza del 26 giugno 2025) è stata infatti smontata e ricostruita bullone dopo bullone in India. È quanto emerge dalla inchiesta Factories on the Run di Gianluca Liva, Filippo Tommasoli, Anna Violato e Marta Frigerio pubblicata a novembre 2025 su La Repubblica e su The Guardian: in pratica dopo il fallimento questo impianto è stato smontato, venduto all’asta, trasferito e ricostruito pezzo dopo pezzo a Lote Parshuram. Gli impianti, i brevetti e i processi produttivi dei PFAS di Miteni sono stati tutti acquistati da Viva Life Sciences Private Limited di Mumbai, del gruppo Laxmi Organic Industries, azienda indiana leader nella produzione di solventi e prodotti per i settori farmaceutico e agrochimico. Viva Life Sciences è stata l’unica offerente con circa 4,6 milioni di euro. 

L’inchiesta evidenzia anche continuità tra le due realtà, cioè la presenza di ex dirigenti Miteni, come Antonio Nardone, ultimo amministratore delegato di Miteni, ma anche membro del consiglio di amministrazione di Laxmi Organics. Già nel marzo 2018 l’azienda indiana stava pianificando infatti di avviare la produzione di fluorochimici compatibili con la gamma di prodotti Miteni. Un trasferimento quindi probabilmente preparato in anticipo. L’acquisto è stato sicuramente molto favorito dal governo indiano, tramite la Maharashtra Industrial Development Corporation (MIDC), ente governativo dello Stato del Maharashtra che si occupa di attrarre investimenti, sviluppare e gestire le aree industriali. Il tutto però all’insaputa degli abitanti, che, solo grazie alle inchieste giornalistiche italiane, hanno scoperto di cosa si trattava. Il ministro dell’Ambiente Kirti Vardhan Singh, solo il 5 febbraio 2026, rispondendo all’interrogazione del deputato Rajya Sabha, ha confermato l’utilizzo di macchinari Miteni, ma ha negato che questi potessero provocare problemi ambientali, aggiungendo inoltre che l’impianto aveva già ricevuto autorizzazione ambientale statale e permessi per espandere la produzione.

«In India non è vietata nemmeno la produzione degli PFOA, dichiarati cancerogeni, non c’è nessun limite nazionale per la loro presenza in ambiente, e le analisi delle acque sono sporadiche. Qui la produzione può continuare con meno ostacoli», racconta a L’Indipendente Gianluca Liva, uno degli autori dell’inchiesta.

La produzione degli stessi composti fluorurati sintetizzati a Trissino è entrata a pieno regime nel 2025 e ora, secondo l’inchiesta, l’azienda sta esportando in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, ma anche in Europa, Italia compresa. I settori sono sempre quelli della farmaceutica, agrochimica, aerospazio e automotive.

Contestazioni in India 

Presidio davanti a una fabbrica in India.

Le prime contestazioni in India contro la fabbrica iniziano nel febbraio 2026: non sono molte persone, ma è già un segnale forte. Sono attivisti, residenti di Ratnagiri e politici di opposizione. L’azienda peraltro sorge su un distretto chimico già gravato da pesanti precedenti di inquinamento ambientale. Anche questa, come Trissino, è una zona molto ricca di corsi d’acqua. Qui la centralina di depurazione delle acque costruita dal MIDC per il distretto chimico è oggetto di varie criticità ambientali, in quanto non sempre funziona come dovrebbe, anche a causa dei blackout piuttosto frequenti. In questi casi le aziende sversano direttamente nel fiume. «L’impianto sorge vicino a un grande fiume, col rischio che una contaminazione di PFAS possa poi estendersi in tutto il distretto. La consapevolezza tra la gente però sta crescendo, così come l’insofferenza. Sempre più persone capiscono cosa sono queste sosanze e vogliono fare qualcosa», spiega il giornalista indiano Varrun Sukhray.

Le comunità europee colpite dai PFAS

Una rappresentanza del gruppo al Parlamento Europeo di Bruxelles.

Le Mamme No PFAS sono in rete non solo con l’India ma anche con gli altri territori colpiti. Con 26 delegazioni europee (da Francia, Germania, Italia, Belgio e Danimarca) con il supporto dello European Environmental Bureau, si sono recate al Parlamento Europeo per sensibilizzare sulla tematica e chiedere provvedimenti urgenti. Gli esperti della EuChems (European Chemical Society) hanno incontrato le delegazioni confermando che le alternative esistono già e sono valide, ma sono le aziende chimiche che spesso non sono propense a eliminare le produzioni, finché non sono obbligate. Secondo Michela Piccoli: «Servono interventi normativi urgenti e completi contro le “sostanze chimiche eterne”, più tempo perdiamo e più i costi sociali e sanitari aumentano, si tratta di centinaia di miliardi di euro persi. Per fortuna ci sono tante vertenze legali aperte in più Paesi che stanno indebolendo i colossi della chimica».

In Francia infatti 200 cittadini hanno fatto causa a due delle principali aziende produttrici di PFAS, Daikin Chemicals e Arkema, e così in altri Paesi. Sebbene la stessa Europa abbia stimato che la contaminazione da PFAS costi 1700 miliardi all’UE, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha rifiutato – per la terza volta dal 2023 – di incontrare le delegazioni delle comunità colpite. Non potendo incontrarla, queste hanno fatto sentire la loro voce con un’azione davanti alla Commissione Europea. Su uno degli striscioni si leggeva: «Von der Leyen incontra gli avvelenatori, ignora noi», facendo riferimento all’inchiesta Forever Lobbying Project, che svelava come le industrie della plastica e dei PFAS abbiano svolto un’aggressiva attività di lobbying per indebolire la proposta dell’UE di limitare i forever chemicals.

«In Francia, oltre 60mila persone non possono più bere l’acqua del rubinetto. In Belgio, gli abitanti di Ronse (a soli 54 km da Bruxelles) hanno scoperto una grave contaminazione del loro ambiente e dei loro corpi. In Germania uno studio recente ha rilevato che il 69% dei pesci è contaminato da PFAS», hanno ricordato le delegazioni, lamentando «un doppio standard della Commissione Europea, che ignora le vittime mentre mantiene un dialogo costante con l’industria chimica».

Il 14 marzo 2026, 94 associazioni hanno quindi scritto una lettera alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen con una serie di richieste pressanti: mettere in pratica la proposta di restrizione dei PFAS presentata nel 2023 da cinque Paesi UE (Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia); rafforzare la legislazione sui pesticidi, sui biocidi e sui farmaci; vietare le interferenze delle industrie, ridurre e rendere trasparenti gli incontri tra europarlamentari e industria dei PFAS; sostenere le aziende che commercializzano e sviluppano sostituti più sicuri e non tossici; rafforzare il regolamento REACH in modo da eliminare tutte le sostanze chimiche persistenti, mobili e bioaccumulabili.

Anche l’industria bellica si oppone al divieto PFAS

“Mamme No PFAS” al tempio sikh di Lonigo.

L’opposizione al bando totale dei PFAS arriva però anche dall’industria bellica, proprio perché sono un ingrediente essenziale per alcuni tipi di armi, soprattutto in ambiente impervio. Tanto che il Dipartimento della difesa statunitense nel dossier Securing Defense-Critical Supply Chains consegnato al Congresso USA nell’estate del 2023, pur ammettendo la pericolosità di questi composti chimici, sottolineava che una restrizione avrebbe potuto pregiudicare la catena di approvvigionamento del settore militare, definito “strategico”. Secondo il Pentagono i PFAS sono necessari in particolare nell’ambito della lavorazione e forgiatura di leghe e metalli, nella produzione dei semiconduttori e missili.

Ma la resistenza dal basso, a partire dalle mamme del Veneto, non si ferma: «Come madri e cittadine del Veneto non molliamo, abbiamo promesso a noi stesse che inseguiremo le aziende chimiche ovunque andranno e che informeremo le popolazioni dei rischi che corrono. Perché non esistono Paesi diversi ma figli in comune. Ovunque andranno saranno raggiunte da contestazioni e denunce. Noi non ci fermeremo finché i PFAS non spariranno».