26/01/26
Ddl Stupro - Stani arrabbiate!
Ddl Stupro.
Siamo arrabbiate.
Scateniamo la nostra ribellione !!
Sì, è successo davvero: negli ultimi giorni il Senato ha modificato il disegno di legge sulla violenza sessuale sostituendo il concetto di “consenso libero e attuale” con quello di “dissenso” o “volontà contraria”. È un cambiamento politico e giuridico enorme.
Noi, oggi, non possiamo stare calmi
perché quello che è successo non è un dettaglio, non è un tecnicismo, non è una virgola.
HANNO CANCELLATO IL CONSENSO.
Hanno tolto dal codice penale la parola che protegge la nostra libertà più intima.
E l’hanno fatto con una naturalezza che fa paura, perche' era gia' tutto previsto: quando avevano approvato il consenso sapevano gia' che avrebbero fatto questo passo indietro.
Perché questa scelta non cade dal cielo: è il punto d’arrivo di tre anni in cui questo governo ha costruito un modello di società basato su ordine, disciplina, gerarchia.
Un modello in cui la sicurezza non è la nostra sicurezza, ma la sicurezza dell’autorità.
Un modello in cui la violenza non è un fenomeno strutturale, ma una devianza da punire quando conviene e solo se conviene a loro.
Un modello in cui la libertà delle donne è sempre negoziabile, sempre condizionata, sempre secondaria.
Si sono divertiti a prenderci in giro.
Alla Camera, per un attimo, si era aperta una breccia: il consenso libero, ma ora si dimostra, ancora una volta l'illusorietà del lavoro "comune" governo-opposizione proposto dalla Schlein, che oggi si trova spiazzata e surclassata dal governo
Una frase semplice, limpida, civile.
Una frase che diceva: il tuo corpo è tuo, e senza un sì non si tocca niente.
Una frase che finalmente ci avvicinava all’Europa, al mondo, al presente.
Ma quella breccia è stata subito murata.
Al Senato hanno riscritto tutto.
Hanno sostituito il CONSENSO con il DISSENSO.
Una parola che sembra innocua, ma che è un terremoto.
Perché il consenso mette al centro la libertà.
Il dissenso mette al centro la vittima.
Il consenso chiede all’autore di accertarsi del sì.
Il dissenso chiede alla vittima di dimostrare il no.
Il consenso riconosce la paralisi, la paura, lo shock.
Il dissenso pretende reazioni, resistenze, performance.
È un voler rafforzare il vecchio.
È un voler riaffermare che i giudici nei tribunali analizzino i silenzi, i vestiti, le gambe.
È un ritorno alla concezione che ti chiede di dimostrare che hai sofferto nel modo giusto.
È un ritorno alla logica per cui, se non urli, se non ti divincoli, se non scappi, allora “forse volevi”.
NON SI PUO' ACCETTARE
La violenza non è un film,
la violenza è un corpo che si spegne, che si immobilizza per sopravvivere.
La violenza è gelo, è silenzio.
E cancellare il consenso significa ignorare tutto questo.
Diciamolo chiaramente:
cancellare il consenso è un atto di violenza istituzionale.
È lo Stato che ti dice: la tua libertà non è un diritto, è un’ipotesi.
È lo Stato che ti dice: se vuoi essere creduta, devi dimostrare che hai resistito abbastanza.
È lo Stato che ti dice: la responsabilità non è di chi ti ha fatto del male, ma di come tu hai reagito.
Mi aspetto che scoppi un uragano che abbatta questo governo maledetto che continua a violentare, ad uccidere le donne, si proprio cosi, non parlateci piu' di educazione, di minuti di silenzio per il prossimo femminicidio, per la prossima violenza,
Dobbiamo unirci e gridare e lottare perche' non e' accettabile, non e' possibile subire queste politiche repressive e la loro politica di guerra.
"Se mi violenti lo devo dimostrare che mi sono difesa.
Se mi uccidi mi sbattono sui giornali per vedere se sono stata una "brava ragazza".
Se abortisco mi perseguiti coi pro-life perche' vuoi i miei figli per le tue guerre".
Non c'è piu' tempo, dobbiamo unirci e lottare per cacciarlo questo governo.
MFPR Milano
25/01/26
Formazione rivoluzionaria delle donne - Su patriarcato e capitalismo: teorie nel movimento femminista degli anni '70 - ma presenti e influenti a tutt'oggi
Cominciamo - "Articolazioni femministe..."
"I progetti teorici degli anni Settanta, che hanno esplorato con maggior successo la natura intrecciata delle strutture di potere razziste, capitaliste e patriarcali, si sono dovuti districare tra due potenziali pericoli che le loro analisi sollevavano all'organizzazione politica.
Alcuni progetti teorici degli anni settanta, tuttavia, sono stati in grado di navigare tra questi due pericoli, sviluppando un doppio concetto di articolazione, teorizzando una giuntura tra le strutture di potere così come tra le lotte di liberazione.
Il prerequisito o punto di partenza per un concetto di patriarcato capitalista è la nozione teorizzata dalle femministe radicali all'inizio degli anni settanta, secondo cui il patriarcato è una struttura autonoma di potere che riproduce la superiorità sociale degli uomini e la subordinazione delle donne. La mossa cruciale è stata quella di descrivere il sistema di relazioni patriarcali come distinto e indipendente dai rapporti capitalistici di produzione e comando. Le femministe stavano lottando contro le posizioni radicate nella sinistra che assumevano il dominio capitalista con le sue gerarchie di classe imperialiste, come la categoria centrale del potere, in modo tale che il patriarcato, quando riconosciuto, fosse sussunto come un effetto o una sottocategoria delle sue strutture. Stabilire l'autonomia del patriarcato in questo modo ha condotto alla concettualizzazione di due strutture di potere parallele che attraversano la società, una struttura relativamente cieca al genere di dominio capitalista e una struttura relativamente cieca alla classe del potere patriarcale.
Un altro modo per affrontare questo stesso punto è dire che non c'è analogia tra patriarcato e capitale o, in effetti, tra qualsiasi struttura di dominio, perché l'analogia si basa su un qualche indice di commensurabilità.
le studiose del patriarcato capitalista, come Young, suggeriscono che tutte le strutture di potere non hanno analogie con le altre, perché ognuna di esse è singolare e proprio per questo non può esistere una priorità tra di esse, che significa ancora una volta in termini più colloquiali che non sono disuguali.
Seguendo Young e altre teoriche del patriarcato capitalista, rifiutare qualsiasi priorità accordata a una struttura di potere rispetto alle altre deriva dal fatto che non esiste una scala o una possibilità di confronto o di misura che stabilisca tale relazione.
Il patriarcato capitalista è quindi una teoria dell'articolazione tra due strutture di potere senza gerarchie tra di esse. Il prerequisito per rivelare tale articolazione è che le pretese di misurare la priorità di una struttura rispetto alle altre sono inadeguate e le due strutture sono poste sullo stesso piano senza ricorrere alla loro misurazione.
Stuart Hall (che si è occupato fondamentalmente dello sviluppo della nozione del "Capitalismo razziale in quegli stessi anni - trovando una concordanza di fatto con la Young - ndr) afferma che le diverse strutture (di potere) possono essere articolate solo quando sono riconosciute come separate e interrelate (cioè relativamente autonome) su un piano di parità - o, singolari e incommensurabili, quindi senza priorità.
Hall e le femministe socialiste concordano sul fatto che concedere il dominio a una struttura di potere sulle altre sarebbe fatale per le loro teorie e ci riporterebbe a qualcosa di simile alle posizioni del determinismo economico.
Esempi di queste relazioni di dominio contingente all'interno dell'articolazione sono più chiaramente elaborate negli scritti delle femministe socialiste.
Heidi Hartmann, ad esempio, ha spiegato che la costruzione del salario familiare è servita come risoluzione, in quella circostanza, del conflitto sulla forza lavoro tra interessi patriarcali e capitalistici e, in questo caso, ha permesso il dominio del capitale sul patriarcato, nel senso che il capitale ha ottenuto benefici molto più alti del patriarcato. Per quanto riguarda la custodia legale dei figli, invece, il patriarcato è dominante. Storicamente i padri hanno la custodia legale quando i figli sono produttivi e le madri quando non lo sono. "Mentre il salario familiare mostra che il capitalismo si adatta al patriarcato, il cambiamento dello status dei bambini mostra che il patriarcato si adatta al capitale". Chiaramente, gli esempi di Hartmann non intendono dimostrare che il capitale o il patriarcato siano le strutture primarie in generale. Le modalità di articolazione tra le strutture di potere consentono casi in cui una di esse in specifiche congiunture o in modo contingente esercita un dominio sulle altre, senza disturbare la generale relazione di pari importanza.
Per le femministe e socialisti, in modo esplicito, questa analisi del potere è direttamente collegata al potenziale di organizzazione politica. Sul terreno organizzativo deve avvenire un'articolazione particolare tra le lotte con, ancora una volta, nessuna gerarchia tra di esse.
(Quindi, il testo affronta la Dichiarazione del Combahee River Collective del 1977 composto da un gruppo di femministe lesbiche nere - ndr). Il collettivo parte dal presupposto che l'articolazione tra strutture di potere interconnesse richiede che esse siano comprese su un piano di parità senza assumere priorità tra di loro.
Il collettivo propone che molte, anzi un numero indefinito, di strutture di potere funzionino insieme. Questa nuova geometria del potere richiede una nuova teorizzazione che riveli una molteplicità di poteri legati da articolazioni plurali. Ci sono stati ovviamente dei precursori che si sono concentrati su tre invece che su due articolazioni.
Eric McDuffie racconta, ad esempio, lo sviluppo di questo concetto nel lavoro delle femministe nere del Partito Comunista degli Stati Uniti dagli anni 30 agli anni 50. Il significato storico delle femministe nere, afferma McDuffie, risiedeva nella loro formulazione di una teoria della tripla oppressione, sottolineando la connessione tra l'oppressione di razza, di genere e di classe. La teoria sostiene che lo sradicamento di una forma di oppressione richieda lo smantellamento simultaneo di tutti i tipi di oppressione.
Il concetto di molteplicità contenuto nella concezione del Combahee River Collective, al contrario, non si concentra su due, tre o un qualsiasi numero specifico di strutture di potere intercornesse, quando invece su un insieme aperto e indefinito.
Il collettivo afferma l'importanza di analizzare e opporsi alle strutture imperialiste che rappresentano senza dubbio un altro sviluppo comune della loro coscienza politica.
(Ma c'è) Il rifiuto che la logica economica del capitale determini o subordini a sé altre strutture di potere.
Né il capitale né altre strutture sono il centro del potere da cui dedurre gli altri.
L'analisi del collettivo presenta una visione intersezionale delle strutture di potere, che consiste "nell'idea che le oppressioni multiple si rafforzano a vicenda per creare nuove categorie di sofferenza".
Una differenza importante tuttavia è che l'intersezionalità del collettivo non si concentra esclusivamente sulle articolazioni tra le strutture di potere, ma anche tra le lotte di liberazione. Infatti, le autrici femministe che teorizzano le articolazioni tra le strutture di potere alla fine degli anni 70 e all'inizio degli anni 80, lo fanno con un occhio rivolto alle questioni di strategia, di organizzazione e in generale alla pratica.
Per Ida Hartmann, ad esempio, l'analisi della (relativa) autonomia del patriarcato e del capitale implicava la necessità di un movimento femminista autonomo che agisse in alleanza con i movimenti socialisti. L'analisi di Iris Young, invece, che mostra come la gerarchia di genere sia tanto essenziale al capitale quanto la gerarchia di classe lo è al patriarcato, la porta a rifiutare una strategia di due lotte separate: "ho qualche difficoltà a concepire cosa possa significare, sul piano della pratica, che la lotta contro il patriarcato sia distinta dalla lotta contro il capitalismo". Al contrario, continua, "la lotta effettiva è stata e deve essere contro il patriarcato capitalista, virulento e integrato in cui viviamo. Una conseguenza dell'analisi della natura della relazione tra patriarcato e capitale, quindi, è se l'articolazione tra lotta femminista e lotta anticapitalista debba essere esterna, lotte separate che formano alleanze, o interna, lotte articolate.
Il Combahee River Collective estende questa stessa premessa in modo che l'analisi di molteplici strutture di potere interconnesse porti direttamente a una molteplicità delle lotte. Non crediamo, scrivono, che una rivoluzione socialista, che non sia anche una rivoluzione femminista e antirazzista, possa garantire la nostra liberazione".
Tra questi diversi paradigmi teorici - orientati a sviluppare i concetti di patriarcato capitalista e di capitalismo razziale e a porre le basi per quella che in seguito diventerà nota come intersezionalità - l'elemento chiave è una complessa teoria dell'articolazione.
Il primo principio di articolazione designa una logica di relazione tra le diverse strutture di potere, in base alla quale ognuna è relativamente autonoma ma tutte sono intrecciate e intimamente connesse. Il secondo, corollario del primo, impone di non dare priorità a una struttura del dominio rispetto alle altre, di non immaginare una gerarchia dell'oppressione. Ciò non perché siano uguali secondo un qualche principio di misurazione ma perché non esiste una misura comune. Sono incommensurabili. Ogni struttura di potere è relativamente autonoma ed efficace a modo suo. In terzo luogo l'articolazione implica non solo due o tre ma un insieme aperto, una molteplicità di strutture di potere, ciascuna in relazione alle altre.
Pensare strategicamente all'articolazione di queste lotte, inoltre, richiede che a nessuna componente - il discorso sul genere e la lotta femminista, in questo caso - sia concessa la priorità sulle altre. Insieme formano qualcosa come una conciliazione o un mosaico di lotte tanto più potenti quanto più articolate, senza priorità.
24/01/26
Taranto - Assolti tutti e 8 autisti Amat processati per violenza e molestie sessuali - Una sentenza inaccettabile, da respingere!
Il collegio presieduto dal giudice Elvia Di Roma ha assolto gli 8 autisti affermando addirittura che "il fatto non sussiste". Questo nonostante il PM aveva invece chiesto condanne fino a 6 anni, dicendo giustamente che lo stato di fragilità mentale della ragazza era un'aggravante.
Ora, invece, viene ritenuto una prova che le dichiarazioni della ragazza non contano...
Un'assoluzione piena che è una doppia violenza per la ragazza.
Questa sentenza di fatto è un vergognoso messaggio anche verso altre ragazze e donne: non denunciate!
La ragazza che aveva avuto il coraggio di denunciare gli autisti, ora passa lei per bugiarda; lei che doveva portare le "prove".
Il processo invece che giustizia, diventa accusa alle donne che osano denunciare.
I sindacati dell'Amat, in particolare la Cisl, si congratulano con gli autisti assolti - ma dimostrano solo che sono stati dall'inizio conniventi.
Per noi, del movimento femminista proletario rivoluzionario di Taranto, la cosa non può e non deve finire qui.
Noi, che abbiamo seguito il processo, ora mettiamo a disposizione della ragazza il nostro sportello donna, la nostra avvocata per andare avanti. Non accettiamo che questa violenza finisca senza verità e giustizia.
Da alcuni nostri volantini:
Dalle donne comuniste del Kurdistan - Appello
Anche nella Conferenza stampa di inizio anno la Meloni riprende il suo "cavallo di battaglia" sulle donne: fate figli...
Sui vari punti della Conferenza stampa della Meloni ne parliamo ampiamente nel nuovo numero stampato di ORE 12 Controinformazione rossoperaia.
Qui riportiamo un pezzo dell'articolo.
"Un altro aspetto dove la Meloni ha cercato di portare uno dei cavalli di battaglia di questo governo, nella sua ideologia moderno fascista, è stato quando è tornata a parlare di denatalità, dicendo che avere figli non è una colpa e che, anzi, la vera libertà è quella di decidere di avere un figlio, e quindi tornando ancora una volta alla carica verso le donne, le lavoratrici a cui si chiede di fare figli mentre lavorano con contratti precari, lavori a metà, turni spezzati, salari bassissimi, con nessuna garanzia sul domani.
Certo, ha parlato di incentivi (contenuti nella legge finanziaria), ma sappiamo benissimo che questi incentivi sono solo delle elemosine di stampo potremmo dire “mussoliniano”, e che tra l'altro vengono dati solo a pochissime fette di lavoratrici; mentre, ad esempio, gli asili nido pubblici mancano o sono inaccessibili, la Sanità viene smantellata, il lavoro di cura resta sempre più scaricato sulle spalle delle donne, gratuito e invisibile.
Ma la Meloni dietro questo discorso della natalità è tornata alla carica col portare avanti di fatto la concezione che le donne sono utili in questo sistema solo se fanno figli; una propaganda volta a controllare i corpi delle donne, la vita delle donne, che devono garantire la riproduzione della forza lavoro da sfruttare, la riproduzione di nuovi corpi pronti per la guerra imperialista, in una fase in cui c'è veramente questa tendenza alla guerra mondiale.
A questo governo non interessa affatto il benessere delle donne, delle madri, né quello dei figli. E mentre oggi si continuano a comprimere, ad attaccare i salari, a negare i diritti, le donne vengono celebrate solo se madri ma, chiaramente, attaccate se scelgono di non avere figli anche per la condizione economica assurda in cui sono costrette a vivere.





