18/07/18

Questa era Consiglia Terracciano, donna proletaria combattente che ha dato e avuto tanto. Sarai per sempre con noi perché chi ha compagni non muore mai



"Mi chiamo Consiglia Terracciano, ho più di sessant’anni e una vita di lotte, in fabbrica, nella mobilitazione per gli alloggi popo­lari ad Acerra, nei disoccupati organizzati, non ho mai più guardato le mie scarpe in uno scontro, e sono comunista. Lo devo a mio padre. Sono la prima di sette figli, chi si spaccava la schiena era solo lui, calzolaio. Troppo spesso le cose non andavano bene, le fabbriche a Sant’Antimo e a Casalnuovo davano lavoro e lo to­glievano, senza dare conto a nessuno. Lui faceva i doppi turni e tornava la sera stremato. In un basso ammezzato a via del Pen­dino, stretto, con poca luce, anche se sempre con il profumo di bu­cato, misto a quell’odore di sugo ribollito. Certe volte mi mancava l’aria, uscivo fuori e guardavo in alto, immaginando la vita degli altri attraverso le case, i balconi, le ringhiere in ferro battuto e le tapparelle sempre aperte. In una di queste ci abitava un avvo­cato, fascista, lo ricordo brutto e cupo, uno di quelli che quando lo incontri la pelle si rattrappisce. Quando arrivavano le elezioni era una guerra. Mio padre tappezzava la casa di manifesti rossi del Pci e lui sbuffava di rabbia, con lo sguardo obliquo. Una volta sua moglie bussò alla porta: «aTerracciano, potete togliere quei mani­festi, quando mio marito li vede c’ sbatt”o core». Avevo dieci anni, sorpassai mia madre e mi aprii un varco a braccia larghe: «E al­lora ricit’nceli’ che nun s’affacciass”o balconi».
In casa avevamo una piccola radio, malandata, l’altoparlante distorceva i suoni, e io facevo lunghi respiri per non perdere una parola della tribuna politica, anche perché poi dovevo spiegare tutto a mio padre. E la domenica ripetere parola per parola nella sede del partito. Che emozione, mi mettevo in piedi su una sedia in quella stanza scura, senza pavimento e con un grammofono che alla fine delle riunioni suonava Bandiera Rossa. Erano frasi sui contadini e sugli operai, sulle disgrazie del nostro meridione, fa­cevo la mia parte mentre i compagni si passavano l’unica copia de “l’Unità” disponibile. Poi tornavamo a casa, in silenzio e lui mi metteva una mano sulla spalla.
A sedici anni entrai nella fabbrica dei fratelli Amodio, calzificio e tessitura a spugna. Dovevo dare una mano in famiglia. La fab­brica era una situazione di “privilegio” e io ero gonfia di orgoglio. «La fabbrica è bella», ci dicevamo tra le amiche. Ma la fabbrica è peggio della strada, a sedici anni ti spezza le ossa, ti fa capire il mondo, il capitalismo e il padrone. Lì se pieghi la testa non la rialzi più. Noi ragazze lavoravamo peggio dei neri, eravamo in 350. I capetti avevano il cronometro, se ti sgranchivi le dita facendole scroc­chiare, se ti stiravi la schiena, ti distraevi o parlavi con una compagna, ti facevano la multa. Di contratto neanche a parlarne. e a fine mese quei quattro spiccioli te li mettevano in mano. Per ri­sparmiare non compravano nemmeno una busta. Decidemmo di scioperare, era la fine degli anni Sessanta. Mi misi a capo della protesta e al terzo giorno di serrata il padrone mandò il suo uomo: «Ti vuole fare il contratto, ma solo a te». Una risata forte e grassa partì dalla pancia e morì in gola. Gli misi un dito sul petto: «O tutta la maestranza o nessuna». Andarono da due operaie: «La Terracciano vuole bruciare la fabbrica, è questo quello che dovete dire». Mi licenziarono, il sindacato sbagliò apposta la causa, io finii in un’impresa di pulizie, le mie compagne ottennero il contratto.
Mio marito era Michele Castaldo, un uomo tutto di un pezzo, un lavoratore, ma negli anni Settanta se non “conoscevi” nessuno ti prendeva a faticare. Ad Acerra era il deserto e a Pomigliano la Fiat era come un’isola, dove tutti volevano sbarcare. Per gente come noi non c’era possibilità e facevamo la fame. Poi nel 1974 ar­rivò la Montefibre, la fabbrica di poliesteri, noi non avevamo una cultura ambientalista, nessuno l’aveva, non sapevamo che avreb­bero avvelenato le nostre terre, gli uomini e le donne, il bestiame, che i tumori ci avrebbero poi decimati. Allora era un’opportunità, la sola. Michele insieme a Francesco Vicino e Pietro Basso, en­trarono per la costruzione dello stabilimento. Erano sicuri che una volta ultimati i lavori avrebbero avuto il posto. Era una trappola, gli operai dovevano arrivare da Casoria. «Questa cosa non la pos­sono fare», mi disse una sera mentre sparecchiavo, tirandomi per la mano e facendomi sedere di forza. Ebbi un sussulto, sapevo che era solo l’inizio. Il giorno dopo formarono il primo nucleo dei di­soccupati organizzati di Acerra, dopo poco erano quasi quattrocento. Una lunga battaglia, ottennero la Cig e quindici anni di contributi Lsu. Da li iniziò a fischiare il vento, l’unione con quelli dei banchi nuovi, e la mia nuova militanza.
Nel ’76 lavoravo solo io, avevamo tre figli e nemmeno uno straccio di casa. Con la legge 409 costruirono nel nostro paese i primi alloggi popolari. Dei tuguri, ma facevano comodo. Ci presentammo alle 4 del mattino, in fila per fare richiesta, avevo mia figlia in braccio quando vidi arrivare i dipendenti comunali con delle facce nero pece. Ci dissero che le 270 abitazioni erano già assegnate. Clienti dei clienti, servi dei servi. Scoppiò una rivolta e noi mogli decidemmo di prenderci quello che ci apparteneva. Oc­cupammo. Al grido di «casa e lavoro, la lotta è una sola». La repressione fu durissima, arresti e denunce. Ma non cedemmo, eravamo donne, unite e senza paura di perdere. La spuntammo. Mio marito mi lasciò e arrivò la sconfitta del movimento operaio. Il terremoto, la miseria, sola con tre bambini e dopo quattro anni anche disoccupata. Avevo pulito cessi e scale per dieci anni. E il vento che fischia nelle orecchie e ti manda in tempesta il cuore. Una mattina mi guardai le mani, dure, spaccate, con venature nere. Chiamai i compagni e le compagne, «Riparto» dissi, «ci de­vono dare un lavoro e delle case per quelli che non le hanno». Pol­vere e protesta, per tutti gli anni Novanta. Tavoli, incontri, un mare di formazione inutile per la mia gente, soldi buttati, denunce e carcere. Se hai bisogno veramente la lotta riesce, se hai da mangiare la paura ti fotte. In venti anni è stato trovato un lavoro a 42 mila disoccupati e migliaia di alloggi popolari.
Mi mancava l’aria quel 3 luglio del 2003. Mi svegliai di so­prassalto mi guardai allo specchio: ero stanca, e mi avevano ap­pena confermato la mia malattia. Presi fiato e dissi a me stessa, a quella donna un po’ invecchiata e malandata, ma di cui potevo vedere la stessa fierezza di trent’anni prima: «Consiglia hai le scarpe rotte e pur devi andare». Mi vennero a prendere poco dopo per portarmi a Pozzuoli, nel carcere femminile. Durante una ma­nifestazione qualcuno aveva perso la testa e incendiato un pul­lman. Per quelli là, per lo Stato io ero la mandante, alle cartelle cliniche non dettero nemmeno uno sguardo. «In cella, Consiglia, alla fine ci sono riusciti», mi dissi. Non sapevo se ridere o pian­gere. Ma fuori non mi avevano abbandonato, lo sapevo e uscii dopo una settimana. Era un avvertimento delle istituzioni, ma signifi­cava anche che stavamo andando dalla parte giusta. E infatti sono arrivati altri inserimenti al lavoro. Mi hanno anche condannato in primo grado a sei anni e mezzo per una autoriduzione e sto aspet­tando. Io non ho paura. E nemmeno la mia gente. Ci attende una nuova stagione per i posti della raccolta differenziata che non vo­gliono fare, per non dare lavoro. Vogliono solo bruciare la mon­nezza, guadagnare sulle spalle della povera gente.
Non so fino a quando mi alzerò sulle mie gambe e non voglio fare pietà a nessuno, ma non sarà per molto. Immagino il mio fu­nerale, una banda di musicisti che intona l’Internazionale, un fiore e una bandiera rossa, una festa, i compagni di sempre, Acerra che mi saluta. Consiglia Terracciano ha dato e avuto tanto. Vorrei solo che quel vento nelle mie orecchie fischiasse più forte per tutti.




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