20/02/16

EGITTO: "LA BRUTALITA' DELLA POLIZIA DI AL-SISI HA BUSSATO ANCHE ALLA MIA PORTA" - IL RACCONTO DIRETTO DI UNA COMPAGNA UNIVERSITARIA ITALIANA



La mia esperienza in Egitto, sia pur breve, mi ha dato modo di conoscere personalmente la realtà del fascismo del governo di Al-Sisi.
Infatti sin dai primissimi giorni del mio soggiorno al Cairo, la brutalità poliziesca e della repressione fascista contro la popolazione, i giovani in particolare, ha bussato alla mia porta rendendomi partecipe delle frustrazioni e delle violenze che qualsiasi famiglia egiziana (anche le famiglie piccolo-borghesi con un certo ruolo nella società) è costretta a subire.
Il 7 aprile del 2015, alle due del mattino, decine di poliziotti in passamontagna e mitra al braccio circonda l'abitazione della famiglia dalla quale ero ospitata. L'obiettivo è il figlio, uno studente universitario preso di mira perché conosciuto come un giovane sempre presente alle iniziative studentesche, alle occupazioni, alle manifestazioni di piazza organizzate dai collettivi delle università della città.
Questo ragazzo viene ammanettato davanti gli occhi della famiglia e dei miei, la sua stanza viene setacciata, i suoi effetti personali sequestrati (e mai più restituiti), lui viene arrestato preventivamente e detenuto per mesi, mentre le indagini sono in corso. L'accusa è sempre la stessa: potenziale terrorista, pericoloso per la sicurezza del paese.
In quello scenario da film di azione, vengo obbligata a sedermi sul divano e intimata di non muovermi finché è ritenuto opportuno. Il mio passaporto viene controllato, fotografato da un poliziotto e infine restituitomi: so tuttavia che il mio volto, la mia persona saranno sempre sotto controllo. Come Giulio Regeni aveva cominciato a temere per la sua incolumità dopo essere stato fotografato all'assemblea sindacale nel dicembre scorso, io temo per la mia.
Al ragazzo, durante l'interrogatorio, vengono chieste informazioni sul mio conto. Chi è questa ragazza? Cosa fa qui, e cosa faceva a casa tua la notte dell'arresto? Il ragazzo mi protegge, affermando che io sono la sua ragazza e che mi trovo al Cairo per vacanza.
Il giovane viene trattato come prigioniero politico e tenuto in una cella con altri prigionieri politici, con cui condivide l'ingiusto trattamento. La famiglia regolarmente si reca al carcere con la speranza di avere un colloquio col figlio, ma le viene spesso negato.
Il tribunale proroga le indagini ogni quindici giorni, e questo significa per lui (come per tutti i ragazzi arrestati nelle stesse condizioni) aspettare l'ennesima sentenza ogni due settimane.
Tuttavia la storia di questo mio amico è una delle più "fortunate", perlomeno con un "lieto fine": la permanenza al carcere, per lui, dura tre mesi e mezzo. Questo non significa che le indagini siano terminate ma che almeno può abbandonare la cella.
Per migliaia di giovani egiziani, invece, la detenzione diventa una costante della propria vita. Vengo a conoscenza della realtà egiziana dopo quanto accaduto al mio amico: questo è il trattamento che chiunque egiziano si aspetta, sa che potrebbe succedere anche a lui, e per questo spesso si accetta con rassegnazione.

Gli intellettuali egiziani indipendenti affermano che la repressione del governo di Al-Sisi ha raggiunto livelli mai raggiunti dai regimi egiziani precedenti, da Nasser alla contemporaneità. I prigionieri spesso scompaiono nel nulla, alle famiglie non viene concesso di sapere in quale carcere del territorio nazionale si trovino i figli e in molti casi i detenuti subiscono le peggiori torture, come quelle cui Giulio è stato vittima.
Celle anguste, interrogatori violenti, giovani percossi con qualsiasi tipo di mezzo (la parte metallica della cintura scagliata contro gli occhi, gli anfibi contro i genitali). Questo è il "democratico" Egitto di Al-Sisi.
Alcune storie raggiungono i blog, le pagine facebook e twitter, e mi rimangono impresse le storia di Shawkan, un fotoreporter arrestato tre anni fa mentre lavorava in una manifestazione, e quella di Mahienour, anche lei detenuta da diversi anni con l'accusa di essere una militante comunista. Questi sono i giovani che resistono, che mandano lettere all'esterno quando gli è concesso; le loro parole non sono mai di accettazione silenziosa o di rinuncia degli ideali di libertà, ma sono un monito a chi è ancora libero di manifestare e rivoluzionare la società egiziana.

"Non dobbiamo continuare a girarci intorno. Dobbiamo formulare gli obiettivi della rivoluzione dentro i movimenti e dentro le iniziative, e cominciare a organizzarci. Se gli interessi della controrivoluzione li unisce, allora l'istinto di sopravvivenza deve unire noi. La rivoluzione è in corso, come la vita e i sogni lo sono. Non si ferma per una persona e presto o tardi, nelle nostre vite o in quelle di chi verrà dopo di noi, la nostra rivoluzione sarà completata... Shaimaa (Shaima el Sabbagh, militante egiziana uccisa alla vigilia dell'anniversario della rivoluzione nel 2015), nel tuo primo anniversario di morte manda i nostri saluti ai nostri angeli, i martiri... Dì loro che siamo ancora pieni di speranze e che le loro prigioni e le loro ingiustizie non hanno fatto altro che aggrapparci di più al nostro sogno e alla nostra rivoluzione" Mahienour El Massry, in occasione del quinto anniversario della rivoluzione.


La storia di Giulio ha riacceso la fiamma della ribellione in Egitto, anche se in forme simboliche ma importanti. Centinaia di egiziani hanno manifestato in memoria di Giulio davanti l'ambasciata italiana al Cairo; il 17 febbraio gli studenti dell'AUC, American University in Cairo, hanno organizzato un sit-in di protesta all'interno della sede universitaria, sotto lo slogan "l'uccisione di Giulio Regeni non è un incidente isolato - la bolla dell'AUC non vi proteggerà"; svariate centinaia di dottori pochi giorni fa hanno bloccato il traffico stradale del viale Qasr el-Einy, adiacente piazza Tahrir, denunciando gli abusi perpetrati dai poliziotti contro di loro all'interno degli ospedali.



Giulio era innamorato dell'Egitto tanto da prendere a cuore la causa dei lavoratori e operai egiziani, fino a perderci la vita per mano di un regime dittatoriale che in pochi anni ha arrestato e, nei casi più terribili, torturato e messo a tacere più di un migliaio di giovani, studenti e artisti. Giulio come Shaimaa... tanti altri ragazzi sono ancora in carcere, come Mahienour, Shawkan. Il silenzio va spezzato e tocca a noi anche in Europa, contrastando i nostri governi che vendono armi al Medio Oriente e stringono patti con i dittatori.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Avere ascoltato lo scorso sabato la testimonianza diretta della compagna è stato un pugno allo stomaco ma nel contempo un incentivo ad avvalorare l importanza delle nostre lotte..la repressione e la violenza dittatoriale che si attua in alcuni paesi è inammissibile e lede profondamente oltre che i diritti essenziali anche la psiche, l identità e la dignità dell uomo e non si puó far finta che non tocchi profondamente ognuno di noi... sonia precaria in lotta